DALLA PARTE DI CHI LOTTA CONTRO IL CARCERE. SOLIDARIETÀ TRA CHI È SFRUTTAT*

La maggior parte delle persone vive come se il carcere non esistesse o come se fosse un recinto pensato per tenere al sicuro in una gabbia chiunque sia un pericolo pubblico. La realtà ci dimostra invece che il carcere è uno dei principali strumenti di oppressione che regolano una società divisa in classi contrapposte, tra chi sfrutta e chi è sfruttat*.

Come tra le strade di ogni parte del mondo, dietro le sbarre c’è chi lotta contro la tortura che gli viene inflitta, come dimostrano anche gli ultimi episodi avvenuti nel padiglione Salerno del carcere di Poggioreale a Napoli. La protesta di circa 200 detenuti voleva sollecitare il ricovero di un loro compagno febbricitante. Esasperati dai vari decessi avvenuti in quel padiglione per l’incuria e l’indifferenza dell’intera struttura carceraria, i detenuti si sono ribellati e per punizione sono stati trasferiti in altre carceri.

Dal 29 maggio al 28 giugno Anna e Silvia, due compagne anarchiche, hanno intrapreso uno sciopero della fame, seguite poi da decine di compagn* in varie carceri d’Italia, per protestare contro le durissime condizioni detentive a cui sono sottoposte nella sezione AS2 del carcere di L’Aquila. All’interno della già terribile condizione di reclusione, dal 1992 esiste in Italia un regime speciale che è un carcere nel carcere: il 41 bis, vera e propria tortura legalizzata attraverso il quale lo Stato si vendica su coloro che sono identificati come i suoi nemici irrecuperabili.

Il sovraffollamento e le limitazioni della vita detentiva, la difficoltà di avere colloqui per le famiglie, le condizioni sanitarie sempre più precarie, sono parte di un disegno repressivo che lo Stato sta inasprendo sempre di più, aumentando la popolazione carceraria nonostante diminuiscano i reati, puntando a criminalizzare le fasce più povere della popolazione, chi si arrangia per arrivare a fine mese, chi lotta per cambiare questo stato di cose esistenti, oppure chi vuole semplicemente spostarsi da un paese all’altro.

La lotta contro il carcere è diventata sempre di più la lotta contro la repressione e contro lo sfruttamento imposto da Stato, partiti politici della borghesia, padroni: solo l’unità di chi è sfruttat* e solo la solidarietà tra chi è oppress* sarà uno strumento efficace contro i nostri nemici comuni.

Anche a Salerno vogliamo costruire un movimento di solidarietà con chi è detenut* nel carcere, con le famiglie delle persone carcerate, con chiunque voglia dare una mano e lottare contro galere e sfruttamento. Per contatti e informazioni si può scrivere all’Associazione Andrea Proto presso il centro sociale Jan Assen in via Fratelli Magnone – 84135 Salerno. Si può anche contattare la trasmissione radio “Battiture”, in onda su www.radioasilo.it ogni mercoledì alle ore 19, scrivendo alla mail battiture@protonmail.com

Scarica il volantino: presidio settembre

Venerdì 6 settembre dalle 9.30 presidio presso la Casa Circondariale di Salerno, via del Tonnazzo 84131.

Foreste in fiamme e corpi da macello

Questa estate 2019 è stata disastrosa per il pianeta. Incendi in Siberia, ghiacciai che si sciolgono in Groenlandia, temperature record ovunque, fino ai roghi devastanti nella foresta amazzonica, che hanno dato il colpo di grazia a un ecosistema già ampiamente provato: gli incendi di quest’anno non sono infatti straordinari ma confermano una tendenza ventennale [1]. I negazionisti dei cambiamenti climatici sono ormai ridotti al silenzio e i capitalisti preparano la loro fuga verso bunker protetti dal disastro in isole lontane e al riparo dalla catastrofe. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite mette in fila le cause principali che sono alla base dei cambiamenti climatici: al primo posto (non è più soltanto qualche documentario girato da registi underground a dirlo) ci sono gli allevamenti animali [2].

Anche l’indignazione da social ha dovuto stavolta fare i conti con la realtà delle cause che hanno condotto agli incendi di Amazzonia, Congo, Angola: serve spazio per bestiame da macellare, e per la coltivazione dei mangimi con cui ingrassarlo. L’evidenza dell’impatto dell’industria della carne sull’ecosistema amazzonico ha potuto farsi spazio – principalmente a causa della coltre di fumo che ha avvolto San Paolo – nelle prime pagine dell’informazione di tutto il mondo; ormai insomma non è più possibile tergiversare richiamandosi alla complessità del fenomeno del riscaldamento globale. Le fiamme vengono appiccate, e primariamente per incrementare la produzione di carne.

Sono irrecuperabili i danni alla biodiversità, al clima, alle popolazioni indigene che sono conseguenza della strategia di deforestazione decennale di queste terre. Una immagine molto circolata in rete recita “non è fuoco, è il capitalismo”: un riassunto tanto lapidario quanto innegabile.

Se la grande mano del capitale muove processi economici, umani, ambientali incontrollabili in cosa consiste allora fare dell’anticapitalismo in tempi di crisi ecologica? C’è a nostro avviso una dissonanza che sorge quando si associa il consumo di animali allo sfruttamento del pianeta: anche se la nostra lotta è (crediamo) anticapitalista, qualcosa ci frena dal rifiutare l’uso della carne in toto, una nostalgia ci coglie ancor prima di fare qualsivoglia tentativo. Le coscienze si riempiono di voci che recitano “ne mangio solo due volte alla settimana”, “non si combatte il capitalismo con scelte di consumo”, “non c’è consumo etico sotto il capitalismo”.

Beh, siamo d’accordo, quello del consumo non è terreno per alcun tipo di conflitto, ma pare che si dimentichino diversi fattori in gioco, soprattutto per chi utilizza le categorie marxiane:

1) quello degli animali non è forse lavoro? Parliamo di corpi di fatto schiavizzati (quella animale è forza-lavoro non pagata e obbligata), esistenti solo in funzione della produzione di un valore sul mercato dei corpi-carne. Come sottolinea Jason Hribal “Consideriamo la ‘carne’. Carne, muscoli, ossa, grasso, questa è la sua forma fisica. Ma la carne non è questo. Piuttosto, la carne è la merce composta dalla forma fisica e creata attraverso la forza lavoro. I principali fornitori di forza lavoro sono polli, mucche e maiali. I fornitori secondari sono gli umani che gestiscono le operazioni e raccolgono i profitti. Se stai acquistando un maialino, stai acquistando la sua forza lavoro futura: sia per produrre beni o riprodurre più forza lavoro. Produrre carne è lavoro tanto quanto lo è guidare i non vedenti o tirare una carrozza. Adam Smith non ha scelto un cavallo come il suo esempio di lavoratore. Ha scelto una mucca.” [3]

2) La scelta vegana non è una scelta di consumo, è un posizionamento politico radicale contro tutti i tipi di oppressione: è il tentativo costante di disinnescare la postura antropocentrica e secolarizzata che respiriamo e riproduciamo quotidianamente. Tirare fuori la scusa dell’insufficienza del “consumo etico” nel capitalismo è semplicemente inaccettabile quando parliamo della libertà e della liberazione dei corpi animali, del rifiuto di ingabbiarli, torturarli, mangiarli. Gira molto nei social questo meme che ironizza sull’inefficacia delle pratiche individuali come andare in bici, riciclare e ridurre il consumo di carne, mentre enfatizza l’unica vera soluzione ovvero fare fuori fisicamente la “classe aziendale corrotta”. A parte il velleitarismo pseudo grillino (la kasta corrottah!1!1!!!) dell’immaginare che all’uccisione di un simbolico re crolli anche il castello ci sembra che manchi (da parte di chi usa il meme in maniera autoassolutoria) la volontà di scomodarsi verso un discorso davvero materialistico, che consideri cioè la catena dello sfruttamento attraverso cui il re ha fatto costruire il castello.

Il capitalismo ha goduto (e gode) dell’appoggio simbolico e materiale di sistemi oppressivi a esso precedenti. Questi sono tra gli altri patriarcato, razzismo, specismo. Non ci sogneremmo mai di dire che il nostro agire personale (aka politico) può essere esente dal tentativo costante di smantellare i sessismi e i razzismi di cui ci nutriamo e le oppressioni sessiste/razziste che esercitiamo o di cui siamo oggetto. Sebbene sappiamo che queste stesse oppressioni sono sistemiche e che sorreggono una complessa costruzione di poteri materiali, economici, ideologici, non ci sentiamo perciò esentat* dalla lotta continua, personale (e a volte per fortuna collettiva) contro le sue manifestazioni. Ecco, non si vede succedere lo stesso quando parliamo invece dello sfruttamento animale, le cui cause e dispositivi sembrano aleggiare in un iperuranio tanto lontano che l’oppressione che continuiamo a (letteralmente) masticare quotidianamente non ha alcun valore nella strategia politica.

Se non vediamo la responsabilità nello scegliere di nutrirsi di un corpo morto (che il capitale si è curato di depurare dalle implicazioni violente e dagli strascichi macabri rendendolo un semplice ‘pezzo di carne’, un prodotto come tanti) allora forse dovremmo davvero abbandonare tutte quelle micro-lotte che ingaggiamo ogni giorno nei confronti della normalizzazione della violenza sia essa patriarcale, razzista, abilista, adultista. O in alternativa potremmo accantonare lo sbeffeggio vegefobico o l’autoassoluzione e ammettere che quel gesto non deve avere necessariamente un peso determinante sull’economia dello sterminio animale mondiale, ma che ha senso innanzitutto perché rifiutiamo che la messa in vita, la messa a lavoro e la macellazione intenzionale e programmata di miliardi di esseri senzienti possa essere parte di un sistema accettabile (accettabile quanto una fetta di prosciutto nel panino).

Note

[1] https://news.mongabay.com/2019/08/satellite-images-from-planet-reveal-devastating-amazon-fires-in-near-real-time/)

[2] Alcuni dati da http://www.fao.org/3/a0701e/a0701e.pdf

Il settore dell’allevamento (diretto e indiretto) copre più del 30% della superficie terrestre, e oltre il 70% di quella coltivabile. Prima causa dell’emissioni climalteranti dei gas serra (18%), più dell’intero settore trasporti. Consumo dell’8% delle risorse idriche mondiali, principalmente per l’irrigazione delle colture destinate all’alimentazione degli animali da macello/produzione. Maggior fattore di inquinamento delle acque, della crezione dele cosiddette ‘zone morte’: suolo reso infertile dallo sversamento delle deiezioni dell’industria dell’allevamento. Nei soli USA l’industria della carne è responsabile del 55% erosione di suolo, 37% dei pesticidi, 50% antibiotici, e un terzo delle emissioni di azoto e fosforo nelle risorse d’acqua dolce.

[3] https://www.all-creatures.org/articles/ar-animals-working-class.pdf pag.19

 

Vegan: stile di consumo o azione politica?

di Marco Reggio
Intervento all’interno del percorso ‘Politicizzazione del dibattito ecologico’ del Borgofuturo Social Camp3

Veganismo ed ecologia
Le condizioni in cui sono costretti a vivere gli animali non umani vengono costantemente nascoste all’interno della società, in particolare all’interno del dibattito ecologico.
Il veganismo, come espressione più immediata della denuncia della violenza sistemica contro gli animali, è invisibilizzato anche all’interno del dibattito ecologico, e soprattutto di quello climatico.
Alcuni dati:
– il 20% delle emissioni di gas serra proviene dall’allevamento
– una parte sostanziale della deforestazione è dovuta alla creazione di aree coltivate a mangimi per l’allevamento intensivo
– la produzione di fertilizzanti sintetici per la coltivazione dei mangimi animali impiega grandi quantitativi di energia fossile (soprattutto CO2)
– L’allevamento produce il 37% del metano e il 65% del protossido di azoto mondiali

Veganismi individuali e veganismi politici
Quando il veganismo è concepito come uno stile di vita l’individuo è considerato primariamente come consumatore, e non come membro della società. Seguendo questo approccio il veganismo è una pratica individuale che mira a migliorare la salute di chi lo pratica, o che permette alle persone di ‘fare la propria parte’ nel contrasto all’inquinamento o alla malnutrizione.
Anche quando ha a che vedere coi diritti animali, non ci si spinge più in là del boicottaggio commerciale. Lo stile di vita vegano si basa sull’idea che lo sfruttamento animale può essere fermato attraverso un’opera di conversione uno-a-uno alla dieta cruelty-free.
Si può però partire dall’assunto per cui la violenza contro gli animali non è il frutto della crudeltà individuale, e quindi non può essere eliminata richiamandosi al buon cuore dei singoli.
Un problema sistemico richiede un intervento sistemico; ecco perché non è più l’azione individuale a essere al centro della questione. Al contrario essa costituisce l’espressione individuale di un posizionamento politico. Posizionamento che può perciò manifestarsi come solidarietà nei confronti degli animali prigionieri, o di quelli che ogni giorno tentano di ribellarsi, o come un’espressione di coerenza con le lotte di liberazione animale.

Veganismo Queer
Come scrive Rasmus R. Simonsen nel suo Manifesto Queer Vegan, “dichiarare il proprio veganismo può pertanto essere accostato al coming out di in-dividui queer. Ad esempio, quando informai i miei genitori che intendevo diventare vegano, mia madre scoppiò in lacrime e disse: ‘Come potrò ancora cucinare per te?!’. Nel mio contesto familiare, il perturbamento non intenzionale causato dalla mia scelta suonò, a dir poco, straniante [queer]: il ruolo di mia madre come nutrice veniva, a suo modo di vedere, messo a repentaglio, e ogni pasto che avrei consumato in famiglia avrebbe sfidato abitudini alimentari antropocentriche. Rifiutando non tanto il cibo animale quanto, peggio ancora, la modalità stessa dello stare insieme che si realizza intorno al desco familiare, sarei diventato un ‘guastafeste’ (killjoy), ‘quello che si mette di traverso nella solidarietà organica’ che si instaura nell’atto di mangiare (Ahmed, 2004, 213). La mia decisione aveva messo in dubbio la funzione della tavola, a cui Ahmed si riferisce come a un ‘oggetto parentale’ (Ivi, 46), al luogo della coesione familiare; il cameratismo, la forza affettiva che mi legava al resto della famiglia non poteva più essere data per scontata. Opponendosi all’uccisione di esseri di altre specie, i vegani possono effettivamente, e ironicamente, trasformarsi negli ‘assassini’ della ‘gioia familiare’ (Ivi, 49). Niente più pasti ‘felici’ insieme. Non solo: dato che in futuro mia madre non avrebbe più potuto continuare a svolgere lo stesso ‘lavoro di servizio’ femminile (Cudworth, 2010, 82) per me e per gli altri componenti della famiglia, la mia scelta metteva in discussione anche l’ordine eterocentrato dello spazio domestico.”

L’assimilazione non è un’opzione
“Invece di continuare a insistere su una presunta ‘norma’ del veganismo, mi preme sottolineare lo straniamento del veganismo, come ciò che, per citare Edelman, ‘stride contro la normalizzazione’ (2004, 6), problematizzando il ‘privilegio dell’eteronormatività’ che è, al tempo stesso, il privilegio dell’antroponormatività come ‘principio organizzatore delle relazioni comunitarie’ (Ivi, 2). Diventare vegan* significa allora diventare queer in tutta la sua ‘spregevole differenza’ (Ivi, 26). Se davvero vogliamo lanciare una sfida potente ed efficace al sistema che sta alla base dello sfruttamento animale è fondamentale esaminare ed esplicitare tutto l’insieme dei discorsi che lo costituiscono e comprendere che è necessario abbandonare l’idea secondo cui il veganismo possa entrare a far parte della prassi dominante senza essere ‘accolto’ all’interno di un progetto di normalizzazione. Dovremmo pertanto evitare di riferirci al veganismo come a uno stile di vita, dal momento che esso condivide l’etica queer ‘senza speranza’ proposta da Edelman ed entrambe queste posizioni si oppongono alla perpetuazione e alla riproduzione dell’ordine sociale antropo/eteronormativo.”

Vegefilia/vegefobia
La reazione rispetto al veganismo è duplice: da un lato il sistema tende a includerlo, assimilandolo come opzione di consumo, dall’altro mostra insofferenza e tende all’esclusione attraverso discriminazioni delle persone vegane.
La vegefobia, come altre espressioni che utilizzano il suffisso -fobia, è il rifiuto di un comportamento che porta con sé un contenuto politico. La vegefobia riguarda tanto il rifiuto del vegetarianismo per i diritti animali quanto la discriminazione verso le persone vegetariane. Sentimenti come la paura, il disprezzo e perfino l’odio possono far parte di questa discriminazione.
Se i vegetariani subiscono rifiuto è perché il loro agire mette in discussione il consumo di carne animale, anche senza bisogno di verbalizzare la propria opinione. Non consumare carne è un modo di mettere in discussione la dominazione umana, e questo interrogare i privilegi dominanti può portare a reazioni violente nei confronti delle persone vegetariane.
La vegefobia quindi non è semplicemente l’ostilità verso il vegetarianismo come stile di vita ma riguarda il fatto che quest’attitudine interroga l’idea della dominazione umana, rimandando quindi all’antispecismo.
La compresenza di assimilazione ed esclusione può sembrare schizofrenica ma non lo è. In effetti questo binarismo è un fenomeno classico delle modalità con cui il capitalismo tratta le forme di dissenso. Se guardiamo più da vicino ci accorgiamo che l’inclusione è in realtà una forma di inclusione condizionale: il veganismo è accettato se non disturba, se non sfida l’antropocentrismo, se non mette in dubbio l’attuale sistema di produzione e se non mostra solidarietà con altre lotte.

Perché alcuni tipi di veganismo sono ostracizzati o nascosti?
Ecco alcune risposte non-definitive:
– Le rivendicazioni per la liberazione animale o per i diritti radicali degli animali sono più difficili da portare avanti rispetto ad alcune correzioni legate all’impatto ecologico dello stile di vita occidentale
– questi veganismi interrogano il rapporto tra le specie, che è qualcosa di molto più profondamente radicato nel nostro immaginario collettivo rispetto a, per esempio, l’utilizzo di combustibili fossili o della plastica.
– questi veganismi sono connessi a un sistema, la norma sacrificale, che è necessario per mantenere l’ordine sociale capitalistico, e che costituisce lo schema fondamentale per altri sistemi (esempio emblematico è il modo in cui l’animalizzazione venga usata nelle politiche neocoloniali degli stati occidentali)

La Norma Sacrificale
Secondo la definizione di Federico Zappino la norma sacrificale è un processo di ‘naturalizzazione dell’uccisione di vite non-umane che assurge a produttrice di soggettività, desideri, relazioni e altre norme’.
La norma sacrificale produce due tipi di soggetti (umano/animale): soggetti sacrificabili (macellabili, ad esempio) e soggetti che non possono essere sacrificati. È grazie a questa norma che la precarietà e la vulnerabilità degli umani e dei non-umani è trattata in maniera diversa: la minor precarietà dell’umano rispetto all’animale è dovuta al fatto che il primo la attenua sulla base delle tecnologie e degli abusi di potere che servono a massimizzare quella del secondo.
La norma sacrificale, come altri dispositivi di oppressione (per esempio la norma eterosessuale), è pre-esistente al capitalismo, in senso storico e logico. Il modo di produzione capitalistico è caratterizzato precisamente dall’abilità di utilizzare sistemi che lo precedono a suo vantaggio. Inoltre, da un punto di vista strettamente materiale, non dobbiamo dimenticare che il modo di produzione capitalistico si basa sullo sfruttamento dei corpi animali e delle loro capacità riproduttive (non è una coincidenza che la parola capitalismo derivi dal latino ‘caput’, capo di bestiame).

È possibile un capitalismo vegano?
Se pensiamo al veganismo come uno stile di vita, la risposta è sì: le aziende multinazionali possono espandere i loro profitti soddisfacendo un nuovo settore commerciale.
Se pensiamo al veganismo come espressione della solidarietà intraspecie (o come una sfida politica alla strategia di predazione e distruzione del pianeta) è difficile pensare a un capitalismo che possa mai essere antispecista.
Ovviamente c’è una radicale differenza di visione tra la prospettiva ecologica (anche radicale) e quella dei diritti animali. Nel primo caso gli animali non sono pienamente soggetti, e quindi i rischi dell’allevamento intensivo possono essere corretti, anche drasticamente, ma senza rinunciare del tutto allo sfruttamento. Nel secondo caso è invece impossibile non esigere la totale abolizione dello sfruttamento.
Ad ogni modo, anche i movimenti ecologici di ispirazione umanista/antropocentrica dovrebbero seriamente considerare se l’esortazione a ridurre il consumo di carne sia una strategia realistica. Considerando quest’esortazione alla luce della norma sacrificale o suprematismo di specie, potremmo guardare al dibattito sull’uso di corpi animali come una questione binaria: o gli animali vengono mangiati, o non vengono mangiati. In questa prospettiva capiamo perché gli inviti alla riduzione del consumo di carne spesso non producono grandi effetti, anzi servono come scusa per continuare a supportare l’attuale sistema di produzione.

Veganismo e giustizia ambientale
Quale può essere il contributo fondamentale delle lotte per la liberazione animale alla giustizia ambientale (considerata come un’istanza politica, o come una questione da ri-politicizzare)?
Il movimento per la liberazione animale, anche attraverso un veganismo critico, può rendere evidente l’effetto che uno dei pilastri dell’economia globale (lo specismo) ha sulla distruzione del pianeta, tanto da un punto di vista simbolico quanto materiale. Ecco perché il suo contributo è essenziale per radicalizzare le richieste di giustizia ambientale.

Comunicato dall’accampamento del macromattatoio di Binéfar (lunedì 22 luglio)

Abbiamo due comunicazioni importanti dall’assemblea:
1. Stanno già entrando camion pieni di maiali vivi che stanno assassinando nel macromattatoio. Sono ancora nel periodo di prova dell’impianto, ma manca poco all’apertura.
2. In questo momento siamo 8 persone nell’accampamento. Se non formiamo immediatamente un gruppo significativamente più grande non potremo mantenere l’accampamento, il luogo è troppo ostile per così poche persone. Ieri mentre documentavamo l’esterno del macromattatoio siamo state intimidate dalla sicurezza di Pini, che ci ha seguito in auto riprendendoci. Se fossimo di più potremmo far fronte a questa situazione di logoramento, ma in 8 siamo più vulnerabili.
Non insisteremo sull’importanza del mantenimento dell’accampamento e del mobilizzarsi come attiviste. Siamo impegnate nella lotta contro il mattatoio più grande d’Europa, ma se non vediamo risposta da parte del movimento per la liberazione animale ci vedremo costrette a smantellare in maniera definitiva l’accampamento.
Ad ogni modo ringraziamo tutte quelle persone che ci appoggiano e vorrebbero essere qui ma non possono a causa delle circostanze.
Pertanto se nei prossimi giorni non vedremo presenza di attiviste a Binéfar l’accampamento chiuderà.

Fonte: https://www.facebook.com/StopMacromataderodeBinefar/?_fb_noscript=1

MARSHAE JONES E COME LA CRIMINALIZZAZIONE DELL’ABORTO SPONTANEO SI INCASTRA CON LE LEGGI SULL’ABORTO

di Sherronda J. Brown

QUELLO CHE STA SUCCEDENDO A MARSHAE JONES È L’ENNESIMO PROMEMORIA CHE IL MOVIMENTO PRO-CHOICE DEVE SPOSTARSI VERSO LA GIUSTIZIA RIPRODUTTIVA.

Marshae Jones è stata arrestata mercoledì a Birmingham, in Alabama, dopo essere stata incriminata da una giuria di Jefferson County per omicidio colposo per la morte di un feto. Jones era incinta di cinque mesi quando una lite fisica le ha provocato un colpo allo stomaco e ha causato la perdita della gravidanza l’anno scorso. Colei che ha sparato, Ebony Jemison, ha visto cadere tutte le accuse contro di lei nel momento in cui gli investigatori hanno insistito sul fatto che Jones fosse colpevole perché avrebbe provocato la lite.

La co-fondatrice e direttrice esecutiva di UltraViolet, Shaunna Thomas, ha affermato in una dichiarazione ufficiale: “Questa è la collisione tossica tra razzismo, sessismo e la violenza quotidiana vissute dalle donne di colore e il terrificante punto finale delle pericolose leggi anti-choice che si diffondono in tutto il paese, incluso l’Alabama, che svaluta, disumanizza e criminalizza le donne. Invece di trattare Marshae Jones con compassione dopo essere stata colpita e aver perso la gravidanza, l’Alabama ha deciso di favorire il trauma e l’ingiustizia che ha già provato incolpando lei, non la persona che le ha sparato, con un crimine … Questo fa parte di un più ampio modello di come il nostro sistema di giustizia penale consente e promuove la violenza e gli abusi contro le donne nere, ed è inaccettabile “.

Il Fondo Yellowhammer, un’organizzazione che “fornisce finanziamenti a chiunque cerchi assistenza in una delle tre cliniche per l’aborto dell’Alabama e che aiuterà con altri problemi che impediscono l’accesso”, si sta attualmente organizzando per raccogliere denaro per la cauzione e per assistere Jones legalmente.

Il caso contro Marshae Jones non è, sfortunatamente, anomalo o senza precedenti. Nel 2007 un gran giurì della contea di Lowndes ha incriminato Rennie Gibbs, 16 anni, per “omicidio privo di cuore”, che la legge del Mississippi definisce un atto “eminentemente pericoloso per gli altri … indipendentemente dalla vita umana”, dopo aver prematuramente partorito un bambino nato morto. È stata accusata di essere colpevole della morte fetale perché aveva usato la cocaina durante la gravidanza. Questa donna nera, un’adolescente al momento di questo trauma, rischiava di essere la prima persona nella storia del Mississippi a essere incriminata per la perdita della propria gravidanza, ma per fortuna le sue accuse sono state respinte nel 2014.

Più recentemente, Latice Fisher, anche lei donna del Black Mississippi, è stata incriminata per un reato di secondo grado nel 2018 e rischia da 20 a 40 anni di carcere. È entrata in travaglio e ha partorito a casa, ma il suo bambino è deceduto quando è arrivata all’ospedale. Laurie Bertram Roberts, co-fondatrice del Mississippi Reproductive Freedom Fund (MRFF), ha detto a Rewire l’anno scorso: “Cosa sta succedendo alla signora Fisher e alla sua famiglia è l’ultimo caso di una serie in cui donne di colore vedono le loro gravidanze e in particolare la perdita di gravidanza criminalizzata. È una tendenza inquietante. Dato ciò che è stato reso pubblico, qui non vedo nessun crimine, solo una perdita”.

Purvi Patel è stata condannata a 20 anni nel 2015 dopo che un tentativo di abortire auto-indotto con farmaci si è concluso in un aborto, diventando la prima persona nella storia degli Stati Uniti ad essere accusata, rinchiusa e condannata con un’accusa di feticidio. La sua condanna più grave è stata ribaltata nel 2016, riducendo la condanna per negligenza verso minore da un crimine di classe A a una classe D. Affrontando il caso Patel, la direttrice della Rete Nazionale di fondi per l’aborto (NNAF), Yamani Hernandez ha commentato: “La gente di colore sta sopportando il peso delle leggi non scientifiche e il malcontento morale fuori luogo contro l’aborto, che si confonde nel territorio dell’aborto spontaneo, mettendo a rischio di accusa e incarcerazione le persone incinte. E’ qualcosa da fermare.”

Sebbene sappiamo che la gravidanza non è un’esperienza limitata alle donne cis, la comprensione sociale delle gravidanze normate è di genere e generalmente osservata come un’estensione dell’essere donna, per cui le leggi relative alla gravidanza e la criminalizzazione dell’aborto e dell’aborto spontaneo sono anche genderizzate e sotto l’influenza della misoginia. La considerazione degli uomini cis per la salute e i processi riproduttivi delle donne cis è misteriosa, spaventosa e grossolana, ma è sicuramente sentita la necessità che debba essere controllata dagli uomini a causa della percepita irrazionalità e irresponsabilità delle donne, e contribuisce al modo in cui queste cose vengono considerate nel sistema legale. La loro ignoranza e le incomprensioni fondamentali su come funzionino i “corpi delle donne” causa una rottura nella più ampia comprensione sociale di queste cose, che consente al sistema legale di creare un tipo di colpevolezza contraddittorio sulle donne incinte, una colpevolezza che abita l’immaginario sociale.

Le persone incinte sono allo stesso tempo viste come completamente responsabili e individualmente delle loro gravidanze e colpevoli per i loro aborti spontanei, indipendentemente dal modo in cui si verificano, ma anche non autorizzate a gestire autonomamente il proprio corpo perché non sono considerate abbastanza responsabili da prendere decisioni sulla propria salute riproduttiva (o vita sessuale). Ciò significa che le persone gravide sono gravate dalla responsabilità di provare che un dato aborto spontaneo non sia colpa loro, ma allo stesso tempo spesso non viene loro concesso il diritto di porre fine a una gravidanza alle loro condizioni, anche se la gravidanza è dannosa per il feto, loro stessx o entrambx.

In “L’evento che non è stato niente: l’aborto spontaneo come evento criminale” dal Journal of Social Philosphy, Alison Reiheld mette in evidenza come l’aborto spontaneo si connetta con l’aborto e l’intento dello stato di avere il controllo sulle persone incinte attraverso il linguaggio e la percezione. Scrive: “Un termine clinico per l’aborto spontaneo (miscarriage in inglese), “aborto spontaneo” rivela alcune di queste liminalità. Descrittori clinici specifici per tipi di aborto includono “aborto completo”, “aborto incompleto”, “aborto inevitabile”, “aborto infetto (settico)” e “aborto mancato” … Colloquialmente, l’aborto spontaneo può essere descritto come una “gravidanza persa” o una “gravidanza fallita”. Questo è un uso solo leggermente migliore dell’uso clinico del termine “aborto”, poiché anche se comporta anche un grado di agency da parte della donna incinta, qui è più una questione di omissione che di esecuzione. Una gravidanza persa deve essere stata persa da qualcunx; qualcunx deve aver fallito per essere una gravidanza fallita”.

Reiheld continua a enumerare come la mancanza di comprensione per quello che è realmente un aborto spontaneo e il desiderio di punire le persone incinte (inteso come donne) crea il tipo di leggi che sono state approvate quest’anno e risultati come quello di Marshae Jones:

“1. Leggi che cercano di controllare l’aborto richiedendo alle donne di dimostrare che la perdita della gravidanza è dovuta a un aborto spontaneo piuttosto che all’aborto o all’infanticidio indotto.

2. Leggi che consentono agli operatori sanitari di rinunciare al trattamento dell’aborto spontaneo perché si utilizzano tecniche simili all’aborto.

3. Leggi il cui effetto è quello di ritenere le donne penalmente responsabili di aborti spontanei quando le loro azioni hanno avuto un ruolo causale plausibile nella perdita della gravidanza.

Sono quindi leggi che iscrivono l’aborto spontaneo nel dibattito sull’aborto (1 e 2) e leggi che iscrivono l’aborto spontaneo nei dibattiti sul controllo della gravidanza (3).”

L’Alabama, dove risiede Jones, era tra il numero di stati degli Stati Uniti che hanno passato alcuni dei più severi divieti della nazione all’inizio di quest’anno, con una legge che classifica l’aborto come un crimine di classe A e potrebbe portare coloro che praticano aborti in carcere fino a 99 anni. Il divieto di aborto della Georgia include anche la punizione per coloro che cercano aborti in aggiunta ai medici che forniscono il servizio. La legge HB 481 dello stato stabilisce che un feto debba essere trattato come persona completa con “pieno riconoscimento legale” dal momento del concepimento, e la terminologia di questa legge rende facile per la Georgia perseguire le persone che abortiscono se si ritiene che siano in qualche modo responsabili della perdita della gravidanza, che questa convinzione sia arbitraria o meno. Essenzialmente, ogni persona una volta incinta poteva essere ritenuta legalmente responsabile per non aver portato a termine una gravidanza. Questo livello di controllo riproduttivo è terrorismo e controllo del corpo come niente altro.

Le persone BIPOC sono criminalizzate in modo sproporzionato e sono oggetto di azioni penali per i risultati devastanti delle loro gravidanze. Lo sforzo conservatore di conferire un “essere individuo” ai feti è sempre stato prodotto della misoginia e del controllo delle persone incinte – che sono ostentatamente intese come donne cis – ma è stato utile anche per promuovere la portata del sistema carcerario, che influisce sulla vita delle persone povere e BIPOC più che per chiunque altrx.

Se le rigide leggi sull’aborto come quelle che abbiamo visto quest’anno continueranno, specialmente quelle con terminologia che consente il perseguimento in caso di aborto spontaneo, si creeranno condizioni più pericolose per le persone BIPOC gravide, mettendo loro a rischio ancora maggiore di incarcerazione.

Quello che sta succedendo a Marshae Jones, e altrx come lei, è un altro promemoria del fatto che i movimenti per i diritti riproduttivi devono andare oltre la retorica “pro-choice” e lavorare verso la giustizia riproduttiva, mettendo al centro di questo lavoro soprattutto le persone BIPOC.

È un promemoria che le questioni relative al controllo riproduttivo non possono essere separate dal sistema carcerario, che le politiche anti-abortive e simili mirano agli individui più emarginatx e che l’abolizione carceraria è qualcosa che dobbiamo innalzare nella nostra lotta per la libertà riproduttiva e l’autonomia dei corpi.

Fonte: https://wearyourvoicemag.com/health/reproductive-justice/marsha-jones-reproductive-justice-abortion-laws

L’ABOLIZIONE DELLA PRIGIONE È UNA COMPONENTE CHIAVE DELLA LIBERTÀ RIPRODUTTIVA

di LISA HOFMANN-KURODA

IL COMPLESSO INDUSTRIALE CARCERARIO SI PROFILA COME UNA DELLE PIÙ GRANDI ISTITUZIONI CHE PERPETUANO E ACUISCONO L’ACCESSO INIQUO ALLE CURE RIPRODUTTIVE.

“Dalla sterilizzazione forzata alla separazione familiare, lo stato carcerario stesso è un atto di violenza riproduttiva”, scrive l’abolizionista da lungo tempo Mariame Kaba. Kaba è solo una delle tante femministe nere che hanno sostenuto per decenni che uno schema di giustizia riproduttiva, piuttosto che di diritti riproduttivi deve tenere conto del ruolo delle carceri e della polizia nella lotta per un’autentica autonomia riproduttiva e corporea.

Facendo eco ai modi in cui le donne bianche, cisgender e dell’alta borghesia ignoravano e/o si opponevano attivamente all’inclusione delle donne nere e di altre donne di colore nel lavoro per i diritti di voto, le donne bianche dell’epoca Roe v. Wade in gran parte incorniciavano i loro argomenti per i diritti riproduttivi intorno alla nozione di scelta individuale, ignorando convenientemente che, per la maggior parte delle persone nere, di colore e altrimenti oppresse, la legalizzazione dell’aborto era e rimane in gran parte irrilevante per le loro possibilità materiali di accedere a tale procedura.

Anche prima di Roe v. Wade, tuttavia, le donne bianche “combattevano per il diritto di alcunx di noi di essere consideratx umanx, e quindi di lasciare alcune persone indietro”, come afferma succintamente Alicia Garza. Ci ricorda che, quando la pillola anticoncezionale era in fase di sviluppo negli anni ’30, alcunx di coloro che la sostenevano chiedevano anche che le donne nere e portoricane fossero sterilizzate con la forza.

Centrando le loro rivendicazioni sui diritti piuttosto che sull’accesso, le donne bianche hanno a lungo omesso di prendere in considerazione la questione per cui la riproduzione è una forma materiale di lavoro le cui condizioni, come tutte le forme di lavoro, sono rese ineguali all’interno di un sistema capitalista. Come afferma Yamani Hernandez, direttore esecutivo della National Network of Abortion Funds: “Sappiamo che in questo paese ci sono ingiustizie razziali ed economiche intrecciate con la salute riproduttiva, e quindi è difficile separarle perché le donne nere sono maggiormente colpite dalle disparità nell’ambito della salute“.

Hernandez sostiene questa affermazione con le statistiche: “Per la nostra hotline nazionale, il 50% delle persone che chiamano sono nere, quindi sappiamo chi è il nostro gruppo principale”. Sostenendo semplicemente il “diritto” legale di una persona di abortire, allora, si trascura tutta una serie di altri ostacoli che coloro che sono nerx, di colore, poverx, trans, senza documenti, diversamente abili e altrimenti oppressx devono superare per accedere all’autonomia del corpo e riproduttiva.

Al centro di queste barriere, il complesso industriale carcerario si profila come una delle più grandi istituzioni che perpetuano e acuiscono l’accesso iniquo alle cure riproduttive. La Child Welfare League americana afferma: “Oggi ci sono quasi 2 milioni di bambini sotto i 18 anni con un genitore in prigione o in arresto. La maggior parte di questi bambini ha meno di 10 anni. Il 4% delle donne nelle prigioni statali e il 3% di quelle nelle carceri federali sono in stato di gravidanza. Ciò lascia le loro famiglie, professionistx e responsabili politici coinvoltx, in un dilemma: cosa dovrebbe accadere quando i bambini nascono in carcere?”

Nel suo articolo “Le persone in prigione hanno diritto all’aborto”, la ricercatrice Rachel Roe ha osservato che “non esistono politiche applicate coerentemente in merito all’aborto in carcere” e che sappiamo molto poco su come le prigioni regolano l’aborto. Il regolamento governativo si svolge quasi del tutto al di fuori dei normali canali, lontano dal controllo pubblico, e spesso si traduce in violazioni dei diritti costituzionali delle donne. Finora, solo uno stato ha approvato uno statuto che tutela i diritti di aborto dex detenutx e solo due stati hanno promulgato regolamenti amministrativi”.

Ma non è solo il diritto all’aborto che è il problema. La critica femminista al sistema carcerario ha a lungo sottolineato i molteplici modi in cui la prigione minaccia la maternità e la salute riproduttiva. Ellen Barry, Anannya Bhattacharjee, Angela Davis e Cassandra Shaylor, ad esempio, hanno documentato la grave negligenza medica per le detenute incinte nelle prigioni e nei centri di detenzione per immigratx. Tale negligenza mette in pericolo la futura salute e fertilità delle donne e le loro attuali gravidanze. Le denunce di donne che partoriscono sul pavimento delle loro celle sono troppo comuni e il tasso di aborto spontaneo e di nati morti sono insolitamente alti tra detenutx. Inoltre, alcunx prigionierx, in particolare coloro che rimangono incintx a causa di abusi sessuali da parte delle guardie, sono spintx ad abortire e punitx se rifiutano, incluso essere in isolamento per 23 ore.

Inoltre un numero sproporzionato di persone incarcerate nelle carceri femminili (incluse le persone transessuali e di genere non conforme) vengono messe lì come punizione per l’esercizio dell’autodifesa nei casi di violenza sessuale e domestica. Come uniamo i punti per vedere i modi in cui coloro che cercano di fuggire o almeno contrastano le multipli oppressioni violente del patriarcato, della povertà e del razzismo attraverso l’accesso all’aborto sicuro e sostenibile, l’accesso alla chirurgia per transizioni di genere, il lavoro sessuale e altre modalità di autodeterminazione dei corpi e di autonomia riproduttiva sono persone rese sproporzionatamente vulnerabili dagli effetti del sistema carcerario.

Le carceri e i centri di detenzione per l’immigrazione sono luoghi di violenza sessuale che negano intrinsecamente l’autonomia e la libertà dei corpi e riproduttiva. Non solo le persone incarcerate si vedono negata la possibilità di avere o meno un aborto; se hanno figlx (sia per scelta che non per scelta), sono forzatamente separatx da loro alla nascita.

E le disparità razziali rendono l’abolizione delle carceri ancora più urgente nella nostra lotta per l’autonomia riproduttiva, dal momento che la stragrande maggioranza delle persone incarcerate sono nere, e le donne nere hanno tre o quattro volte più probabilità delle donne bianche di morire a causa di problemi legati alla gravidanza, secondo il CDC. Se queste statistiche sono vere per le donne non incarcerate, immaginate quanto siano peggio per le donne nere incarcerate, alle quali viene regolarmente negato l’accesso alle cure riproduttive.

Mentre i divieti di aborto continuano a guadagnare terreno negli Stati Uniti, le femministe devono imparare dai loro errori precedenti. Non potrà esserci vera libertà finché tuttx noi non saremo liberx.

Fonte: https://wearyourvoicemag.com/news-politics/prison-abolition-reproductive-care

Non dimentichiamo che il primo Pride della storia fu un riot contro la brutalità della polizia

di Laura Muth

Il mese del Pride è un momento di celebrazione per la comunità queer. Mentre la gioia del Pride potrebbe ancora essere un punto di partenza per la lotta in alcuni luoghi, nella maggior parte delle grandi città degli Stati Uniti questo mese sarà contrassegnato da parate e feste. I marchi pubblicitari stanno lanciando la merce timbrata dall’arcobaleno e sponsorizzano i carri da parata. Ma il Pride non è solo tempo di baldoria; è anche un momento del ricordo.

Celebriamo il Pride nel mese di giugno perché segna l’anniversario delle rivolte di Stonewall.

Nel 1969 la vita queer non era decisamente qualcosa che potesse essere celebrata dalla cultura mainstream. La polizia faceva regolarmente irruzione nei locali notturni gay, arrestando persone che indossavano vestiti che non erano conformi al loro genere assegnato o che erano sospettate di “istigare” a relazioni omosessuali. Fino al 1966 la Liquor Authority dello Stato di New York faceva chiudere o puniva in altro modo i locali che vendevano alcol ai membri della comunità LGBTQ+, sostenendo che un gruppo di persone queer era in qualche modo intrinsecamente più disordinato di un gruppo di persone etero.

Nel 1969 gli atti omosessuali – come baciare, tenersi per mano, ballare insieme – erano ancora illegali a New York. Così, la notte del 28 giugno 1969, la polizia fece irruzione nello Stonewall Inn, un famoso bar gay che è ancora aperto nel Greenwich Village.

Stonewall era uno dei pochi bar che accoglieva le drag queen, che erano spesso cacciate dagli altri spazi LGBT.

La polizia iniziò ad arrestare x proprietarx del locale e le persone dipendenti che stavano violando la legge sugli abiti adeguati al genere. Quando un ufficiale di polizia picchiò in testa una lesbica nera di nome Stormé DeLarverie perché si era lamentata che le sue manette erano troppo strette, la folla che si era radunata fuori dal club ne ebbe abbastanza.

Marsha P. Johnson, una drag queen nera, e Sylvia Rivera, una queen latina, furono due delle prime a resistere attivamente alla polizia quella notte, lanciando mattoni, bottiglie e bicchieri agli ufficiali. Le loro azioni scatenarono sei giorni di scontri nel quartiere che circonda lo Stonewall Inn e galvanizzarono il nascente movimento per i diritti omosessuali negli Stati Uniti.

Johnson e Rivera in seguito diedero vita a Street Transvestite Action Revolutionaries (STAR), un’organizzazione per giovani drag queen e donne trans di colore. Purtroppo anche oggi le persone queer di colore e in particolare le persone trans e le persone di colore gender non conforming continuano a essere le persone più vulnerabili della comunità queer, nonostante dobbiamo ringraziare Johnson e Rivera per la maggior parte delle nostre vittorie a partire dal 1969.

Oggi il 60% delle vittime della violenza anti-LGBTQ e dei crimini anti-HIV sono persone di colore, nonostante il fatto che le persone di colore costituiscano solo il 38% della popolazione degli Stati Uniti. Allo stesso modo, mentre solo il 3,5% circa della popolazione degli Stati Uniti è composta da persone immigrate privx di documenti, esse però costituiscono il 17% delle vittime secondo questo stesso studio. È difficile ottenere cifre precise sui crimini di odio, quindi c’è sicuramente un margine di errore in questi numeri, ma la tendenza è chiara e inquietante.

Nonostante la crescente accettazione della comunità LGBTQ+ in molte parti del paese, stanno aumentando anche i tassi di omicidio contro la nostra comunità. E come avrete già intuito, quei tassi sono particolarmente alti per le persone di colore trans e queer. Le persone transgender di colore affrontano i più alti tassi di criminalità violenta fra tutte le persone queer. La maggior parte delle vittime delle violenze anti-LGBTQ ha affermato che la polizia è “ostile” o “indifferente” nel momento in cui si denuncia il crimine.

Di conseguenza, moltx scelgono di non denunciare, per cui i numeri sono probabilmente peggiori di quanto noi conosciamo.

Mentre abbiamo raggiunto l’uguaglianza del matrimonio, restano ancora altre battaglie legali. Finora, solo due stati, California e Illinois, hanno bandito l’uso della “difesa da panico gay” in tribunale. In sostanza, la difesa da panico gay viene usata quando qualcunx ha commesso violenze contro una persona queer perché i presunti approcci sessuali di quella persona queer hanno reso x colpevole così spaventatx da averle aggredite.

Alcune persone sostengono che questa difesa è rara ed è improbabile che abbia successo, quindi vietarla non sarebbe necessario, ma uno studio ha scoperto che è stata utilizzata in circa la metà degli Stati Uniti, con un record misto di successi -un uomo in Texas è stato assolto dall’omicidio grazie all’utilizzo da parte del suo avvocato della scusante della “difesa da panico gay”. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che coloro che sostengono la necessità di vietare questa difesa sostengono anche che è importante non permettere all’identità queer di diventare una causa sufficiente per una violenza.

Ciò sembra particolarmente importante tra i crescenti tassi di omicidio nei confronti delle persone queer e trans. In 28 stati, è ancora legale licenziare qualcuno in base al suo reale o presunto orientamento sessuale o identità di genere. Dal momento che non esistono protezioni federali anti-discriminazione per le persone LGBTQ+, ci sono solo modi limitati per le persone in questi stati per contrattaccare.

Allo stesso modo, 28 stati non hanno protezioni per la comunità queer contro la discriminazione abitativa. Tre di questi stati (North Carolina, Tennessee e Arkansas) hanno persino approvato leggi statali che bloccano i governi locali dall’attuare le protezioni abitative per le persone LGBTQ+. Circa il 50% degli americani queer vive in stati che non hanno questo tipo di protezione.

E nonostante i nostri successi negli ultimi anni, l’implementazione di leggi di “esenzione religiosa” in stati controllati da legislatori repubblicani minacciano il nostro accesso a tutti i tipi di servizi e diritti, dall’adozione di bambini al ricevere cure mediche.

Adoro celebrare il Pride.

Come persona introversa, può sembrare che conservi tutte le mie energie di socializzazione per spenderle questo mese in sfilate, dimostrazioni, drag show e feste da ballo. Ma ora è un momento per non solo ricordare, ma anche far rivivere le radici rivoluzionarie del Pride.

I nostri diritti e le nostre stesse vite sono ancora sotto attacco, e le persone più vulnerabili della nostra comunità non hanno bisogno solo di solidarietà, ma di azione.

Fonte: https://thetempest.co/2018/06/26/social-justice/never-forget-that-the-first-pride-was-a-riot/?fbclid=IwAR0y8k9Fu3iKwXAax3P9nr_73iNVO6u2VIrCZmMFrBeYrz8HwTUUHeRfCpY

Il presidio permanente a Huesca contro l’apertura del più grande mattatoio d’Europa

di Concha Lòpez

Presto, se nulla lo impedirà, entrerà in funzionamento a Binéfar (Huesca) il più grande mattatoio d’Europa, che avrà la capacità di uccidere 32.000 maiali al giorno. Uno dopo l’altro, entrando vivi, impauriti, cercando di proteggersi a vicenda, annusando il sangue, percependo la morte, incapaci di scappare, urlando disperatamente. Uno dopo l’altro fino a 32.000 al giorno. Quasi otto milioni all’anno. Una fabbrica di morte. La più grande in Europa. Alcuni diranno che sarà un orgoglio per Binéfar, per Huesca, per la Spagna.

A Huesca lo sfruttamento degli animali è in piena espansione. Il bestiame è diventato un mezzo per riempire la Spagna svuotata, sebbene sia piena di sofferenza, dolore, pestilenza, contaminazione. Perché quella discarica non sarà solo il sito di un autentico olocausto animale, ma sarà anche al centro di un degrado ambientale come pochi altri. Secondo il rapporto tecnico registrato nel municipio di Binéfar, questo macro-mattatoio emetterà 126 tonnellate di CO2 ogni giorno, l’equivalente di quello assorbito da 6.500 alberi all’anno e 1,3 milioni di metri cubi di rifiuti inquinanti ogni anno. Nella parte posteriore del macro-mattatoio c’è un grande serbatoio intorno a cui si può camminare. Quando inizierà a funzionare, il macro-mattatoio sarà l’equivalente di due piscine olimpioniche, 5.000 metri cubi di acqua ogni giorno, 60 litri al secondo.

Mentre l’ONU mette in guardia contro l’impatto dell’allevamento da bestiame sul riscaldamento globale e le purine delle fattorie si rivelano come un potente veleno contro l’ambiente, Binéfar è pronto a ospitare l’orrore.

Nel territorio circostante abbondano edifici industriali che sorgono in mezzo al nulla. Sembrano asettici in lontananza. Alcuni più piccoli, altri enormi. Dentro, migliaia, decine di migliaia di animali stipati, nati, malati, morenti, partoriscono. Sofferenza. Sono le fattorie che forniranno al macro-mattatoio la sua materia prima essenziale: i corpi di quegli animali. Il traffico di camion che trasporta quei corpi ancora vivi alla loro destinazione crudele è costante nella zona. Quando aprirà la megaindustria aumenterà considerevolmente.

Il responsabile di questo progetto è Piero Pini, un uomo d’affari italiano che è stato collegato alla mafia e che è stato recentemente incarcerato in Ungheria per frode fiscale. In precedenza era stato arrestato in Polonia con l’accusa di una presunta truffa che presenta elementi simili a quelli previsti a Binéfar, dicono gli attivisti. Secondo la stampa italiana, il macello dell’imprenditore nella Polonia centrale copriva una rete di dozzine di aziende dedicate alle attività criminali.

A Binéfar c’è già un altro macello, molto più piccolo di quello progettato, e già i suoi effetti fanno sì che molti vicini si oppongano a questo nuovo progetto. La città puzza di urina, feci, malattie e sporcizia, dicono. In estate è insopportabile, devi chiudere le finestre e accendere l’aria condizionata. Alcuni anni fa potevi vedere sangue e budella nelle fogne della città. In alcuni momenti di pausa del giorno il silenzio permette di sentire le urla dei maiali. Le prime vittime del nuovo macro-mattatoio, a soli due chilometri dal centro urbano, saranno le sue decine di migliaia di animali uccisi al giorno, ma anche i vicini ne pagheranno il prezzo. Lo stanno già pagando. Il degrado ambientale può essere irreparabile.

L’annuncio dell’apertura di questo macro-mattatoio e le informazioni sull’opacità e le possibili irregolarità che circondano quel progetto hanno portato a Binéfar da tutta la Spagna diversx attivistx della liberazione animale, che hanno allestito un campo antispecista permanente in un parco pubblico proprio di fronte a quell’inferno e hanno coordinato le mobilitazioni in diversi luoghi per informare su ciò che accadrà nella città di Huesca.

Si sentono, come fattorie, in mezzo al nulla, in un paesaggio dove non c’è riparo dalle intemperie del tempo. Il sole, il caldo, la pioggia o il freddo sono implacabili e le uniche protezioni sono i teloni e le tende dove si rifugiano ogni giorno, dove ricevono il sostegno di alcuni e anche gli attacchi di altri.

Circondatx da abusi e schiavitù, affermano questx attivistx, ha senso difendere la liberazione degli animali giorno dopo giorno, renderla visibile e farla volare davanti ai camion che quotidianamente attraversano queste strade piene di terrore verso la morte. Tra la strada e i binari del treno, ogni volta che passa un convoglio, esibiscono striscioni, intonano cori di protesta.

Dal campo è si è dispiegato un attivismo di sensibilizzazione nella città, con distribuzione di opuscoli, “frammenti di verità” in cui scoprire cosa si troverà all’interno del macello, degustazioni di cibo vegano e discussioni con i vicini interessati a saperne di più riguardo a quella forma di lotta che è il veganismo.

Due settimane dopo aver piantato il campo, lx attivistx hanno manifestato contro il macro-mattatoio per le strade della città. Il 5 marzo, il collettivo Vegancha ha organizzato una giornata con conferenze e workshop a cui hanno partecipato più di quaranta persone. Poi hanno interrotto i lavori di costruzione del macro-mattatoio per reclamarne l’interruzione.

Durante questo periodo moltx attivistx di diverse parti dello stato sono passatx attraverso il campo, incluse persone provenienti da altre parti d’Europa che hanno conosciuto la protesta dai social network. Quellx che rimangono lì apprezzano in modo permanente l’opportunità di condividere la lotta e tessere reti di attivismo, unendo la lotta antispecista.

Il 25 maggio diversi gruppi antispecisti e attivistx arrivati da Madrid, Barcellona, Huesca, Iruña, Malaga, Valladolid, Girona, Teruel, Lleida, Valencia, Gasteiz e villaggi vicino a Binéfar si sono concentratx in una marcia chiamata sui social network e conclusa alle porte del macro-mattatoio, dove hanno letto un manifesto che espone le ragioni contro la sua apertura e contro lo sfruttamento di altri animali.

Negli ultimi giorni, un ordine di sfratto che non è stato ancora eseguito pesa sul campo. Dubitano che possa essere eseguito, a parte lo smantellamento delle tende e dei teloni, perché il terreno su cui sono state installate è un parco pubblico. Ma la minaccia è lì. E se se ne vanno, lamentano, nessuno informerà su cosa diavolo sta succedendo.

Lx attivistx assicurano che i lavori proseguono e il macro-mattatoio si aprirà a breve se nulla lo impediràe. In effetti, c’è chi dice che nella seconda metà di questo mese inizieranno “i test con gli animali”. Per questo motivo, chiedono mobilitazione, non solo animalista ma anche ambientalista, per concentrarsi su Binéfar affinché questa grande fabbrica di orrore e sofferenza non possa mai aprire le sue porte. In effetti, si riscontra tristemente con una certa sorpresa come le più potenti organizzazioni per i diritti degli animali e in difesa dell’ambiente abbiano appena alzato la voce contro questo macro-mattatoio, anche se alcune di loro sono in una lotta frontale contro i grandi allevamenti, l’altra faccia della stessa moneta.

Deve essere una lotta globale, insistono, e con essa vogliono anche contribuire a un dibattito che considerano urgente su come gli umani vogliono rapportarsi agli altri animali, alla vita che ci circonda.

Fonte: https://www.eldiario.es/caballodenietzsche/Campamento-Huesca-matadero-grande-Europa_6_907169299.html

SOLIDALI CON SILVIA E ANNA IN SCIOPERO DELLA FAME. CHIUDERE L’AS2 NEL CARCERE DI L’AQUILA!

Poco fa un gruppo di compagne e compagni ha occupato la sala consiliare del comune de L’Aquila in solidarietà con Anna e Silvia in sciopero della fame da 20 giorni e tutti gli altri compagnx in carcere che hanno aderito allo sciopero per sostenerle.

Mentre è in corso l’occupazione del comune di L’Aquila, occupata anche la gru di 50 metri che si trova al Duomo di L’Aquila

CHIUDERE LA SEZIONE AS2 DE L’AQUILA
TUTTE LIBERE TUTTI LIBERI

A Febbraio, in seguito all’operazione “Scintilla”, che ha portato allo sgombero de L’Asilo a Torino e all’arresto di alcunx compagnx, Silvia, una compagna anarchica di Torino, è finita in carcere con accuse molto pesanti, tra cui associazione sovversiva. Inizialmente è stata imprigionata nel carcere di Rebibbia nella sezione AS2, con altre compagne tra cui Anna; circa due mesi fa sono state entrambe trasferite -senza motivazione alcuna- nella sezione AS2 del carcere de L’Aquila. Dal momento del trasferimento la loro situazione detentiva è ulteriormente peggiorata: nonostante il regime differenziato di Alta Sicurezza sia già un regime speciale, il carcere de L’Aquila è un carcere durissimo, interamente strutturato per il 41bis, una forma legalizzata di tortura. Nonostante le loro proteste e vari rapporti disciplinari seguiti nulla è cambiato per Silvia e Anna. È così che il 29 maggio Anna e Silvia hanno cominciato uno sciopero della fame, chiedendo non solo il loro trasferimento immediato ma anche la chiusura della sezione AS2.
Nel sostenere la loro lotta, riportiamo quanto ha dichiarato Silvia in videoconferenza durante l’udienza del processo che la vede coinvolta:
“Ci troviamo da quasi due mesi rinchiuse nella sezione AS2 femminile de L’Aquila. Ormai sono note, qui e fuori, le condizioni detentive frutto di un regolamento in odore di 41bis ammorbidito. Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex-41bis): l’intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime 41bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni accumulando rapporti e processi penali. A questo si aggiunge il maldestro tentativo del DAP di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzato in un ulteriore divieto di incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura.
Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che impongono qui.
Noi di questo pane non ne mangeremo più: il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame.”
Il 31 maggio Stecco e Alfredo, due compagni rinchiusi nella sezione di Alta Sicurezza a Ferrara, hanno fatto sapere all’esterno che stanno rifiutando il cibo e lo faranno finché le richieste delle compagne non verranno soddisfatte.
SOLIDALI CON SILVIA E ANNA IN SCIOPERO DELLA FAME. CHIUDERE L’AS2 NEL CARCERE DI L’AQUILA!