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What the Health

What the Health è un documentario (o come si dice più precisamente, un docu-film) del 2017 scritto e prodotto da Kip Andersen e Keegan Kuhn, gli stessi autori del fortunato Cowspiracy. Se la prima opera si soffermava sul disastroso inquinamento provocato su scala globale dagli allevamenti animali, What the Healt prosegue idealmente questa ricerca analizzando i danni provocati alla salute dal consumo di carne, uova e latticini. Il metodo narrativo e d’indagine usato da Kip Andersen durante le scene del documentario è lo stesso di Cowspiracy: il protagonista si interroga all’inizio in maniera generica su quali siano le cause di malattie molto diffuse (soprattutto negli USA) come il diabete e quali siano gli alimenti maggiormente cancerogeni assunti quotidianamente nella dieta dell’americano medio. I risultati di questa ricerca smentiscono i principali luoghi comuni sull’alimentazione, ad esempio sul ruolo principale giocato dagli zuccheri riguardo il diabete, e portano Kip Andersen a cominciare un giro di telefonate e richieste di incontro con diverse organizzazioni che tutelano la salute dei consumatori, dalle fondazioni contro il diabete a quelle per la ricerca sul cancro. Proprio come in Cowspiracy, l’effetto di semplici richieste di incontro è spiazzante e a tratti esilarante: i responsabili di organizzazioni che tutelano i consumatori si rifiutano di parlare di alimentazione, di rispondere a domande sugli effetti cancerogeni della carne (Andersen cita sempre la fonte di queste ricerche, spesso provenienti da organismi internazionali ampiamente riconosciuti) e svicolano in maniera goffa e a volte anche aggressiva. Il perché di questo rifiuto di confrontarsi è presto svelato: i produttori delle sostanze indicate come rischiose per la salute sono gli stessi che finanziano lautamente le organizzazioni a tutela della salute. Per cui, nonostante i derivati della carne, latticini e uova siano sconsigliati soprattutto per chi ha determinate malattie, nella dieta proposta sui siti web di queste organizzazioni li troveremo indicati senza problemi. Facile fare due più due e capire il nesso. L’industria degli allevamenti animali, come spiegato bene in Cowspiracy, è un gigante del sistema produttivo americano e mondiale e finanzia a pioggia le ONG e gli stessi governi, per cui è difficile (è proprio il caso di dire) sputare nel piatto in cui si mangia. Fatta questa prima parte di decostruzione e denuncia, What the Health prosegue nella proposta di un’alternativa radicale a questo sistema, perorando la sostituzione della dieta onnivora con quella vegana. Vari medici, consumatori e attivisti vengono dunque intervistati per spiegare i benefici che comporta l’assunzione di soli prodotti vegetali. Anche qui vengono smascherati un bel po’ di luoghi comuni, come quello della mancanza di proteine nella dieta vegana: le proteine, si spiega nel documentario, sono tutte di origine vegetale, mentre quelle provenienti dagli animali lo sono solo in seconda battuta perché filtrate da quelle assunte ed elaborate dal loro organismo. Il docu-film (finanziato dal basso attraverso le donazioni sulla piattaforma indiegogo) ha avuto una buona diffusione online su Vimeo e Netflix, ma è stato oggetto anche di critiche e accuse di anti-scientificità e cospirazionismo. Non si capisce però perché gran parte delle istituzioni contattate da Andersen si siano completamente sottratte al confronto che, pur mediato dal punto di vista dell’autore, sarebbe stato comunque interessante conoscere. Non si può certo farne una colpa al regista se i responsabili della comunicazione di questi enti (governativi e non) sono scappati a gambe levate di fronte a semplici dati provenienti da rapporti delle Nazioni Unite. Così, per quanto riguarda un’altra accusa fatta al lavoro di Andersen, ovvero quella di aver costruito un prodotto confezionato per propagandare un’idea partigiana e settaria (che sarebbe quella della promozione di una dieta vegana) bisognerebbe pure ammettere da parte onnivora che il documentario espone un punto di vista senza scadere nel sensazionalismo o portando dati taroccati e controversi. What the Healt ha infatti il pregio di essere un’opera caratterizzata da un tono leggero e a tratti divertente, che rovescia uno dei principali pregiudizi anti-vegani: il concetto di buon senso auto-proclamato da parte onnivora resta difficilmente in piedi quando si mettono a confronto gli effetti delle due diete, con la grandissima differenza che emerge non solo da un punto di vista etico ma anche ecologista e di tutela della salute. Alla fine della visione del documentario resta dunque allo spettatore il benefico dubbio su cosa sia effettivamente questo cosiddetto buon senso ispirato dalla moderazione e dove sia il vero estremismo.

Lino Caetani

Specismo e abilismo

L’alpaca Domino

Di pattrice jones

tradotto da: http://blog.bravebirds.org/archives/3225

Le persone che si preoccupano di giustificare il loro presunto diritto di sfruttare, rinchiudere nelle gabbie, uccidere e controllare la riproduzione di animali non umani di solito hanno un numero limitato di argomenti. Tra quelli più comuni c’è l’idea che solo gli umani abbiano delle capacità particolari e che questa superiorità nelle varie abilità autorizzi le persone a fare qualsiasi cosa vogliano agli animali non umani. Come ho sentito dire una volta dall’attivista per i diritti dei disabili Mary Fantaske: “Non è solo come l’abilismo; questo è l’abilismo.”

La coscienza, il senso dell’io, l’uso di strumenti, il linguaggio…tutte queste cose sono state presentate come abilità che dimostrano la superiorità umana e giustificano l’egemonia umana. Lasciamo da parte per un momento il fatto che molti animali non umani hanno, in realtà, le capacità che si dice siano una peculiarità dei soli umani (i corvi e le scimmie creano utensili, elefanti e ghiandaie esibiscono un senso dell’io, gli uccelli e le api comunicano tramite complesse coniugazioni di segnali, e persino gli uccelli, per non parlare di tutti i mammiferi, condividono con noi l’architettura cerebrale di base responsabile della coscienza). Abbiamo anche messo da parte il fatto che molti animali hanno abilità che non possediamo. Concentriamoci invece sulla logica dell’argomentazione: abbiamo l’abilità X, quindi siamo superiori e possiamo fare ciò che ci piace a coloro che non hanno questa capacità.

Questo è davvero un modo pericoloso di pensare. Le persone con disabilità sono state rinchiuse a vita, sterilizzate contro la loro volontà, usate come cavie senza consenso, costrette a lavorare senza stipendio, private dei diritti civili e sottoposte a molte altre dolorose vessazioni dovute a questo modo di pensare. Per fare solo un esempio, la nozione che la lingua dei segni non fosse realmente un linguaggio e che quindi i non udenti fossero subumani condusse direttamente alla disgregazione delle famiglie sorde, alla sterilizzazione forzata dei sordi, all’incarcerazione e all’asservimento dei giovani sordi, e molti altri abusi che sconvolgono la coscienza di chi apprende questa storia per la prima volta (se non conosci questa storia, o la storia della resistenza sorda a quella oppressione, ti suggerisco di iniziare con l’antologia Deaf World a cura di Lois Bragg.)

Questo esempio non solo illustra l’abilismo intrinseco nella difesa della supremazia umana basata sul concetto di capacità, ma evidenzia anche il rischio di definire “l’umano” per mezzo di una particolare abilità. Questo ci porta alla capacità più comunemente rivendicata come la ragione della superiorità e della supremazia umana: la razionalità.

Homo Sapiens significa letteralmente “uomo saggio” con i sapiens destinati a distinguersi da membri presumibilmente meno intelligenti del genere homo. A parte l’arroganza di pensare a noi stessi come i più intelligenti di tutti, questa definizione concentra la capacità cognitiva come la definizione stessa dell’umanità.

Nel proporre questo nome per la nostra specie, Carl Linnaeus si rifece ad Aristotele, che aveva chiamato “uomo” (intendendo con uomo il maschio) “l’animale razionale”. Le ecofemministe hanno da tempo identificato l’elevazione della ragione sull’emozione come uno dei fattori in una visione del mondo che eleva i maschi e l’umanità sulle donne e sulla natura; allo stesso modo, alcuni teorici critici della razza hanno dimostrato come la bianchezza sia incorporata nelle concezioni moderne dell’umano. A livello quotidiano, gli uomini sessisti spesso si presumono più razionali e meno emotivi delle donne, che sono anche disumanizzate in altri modi; i bianchi razzisti sostengono di essere intrinsecamente più intelligenti delle persone di colore, che sono anche disumanizzate in altri modi. E così, questa definizione di “umano” per mezzo della presunta superiorità delle nostre capacità cognitive non solo facilita la subordinazione degli animali e la discriminazione delle persone con disabilità, ma è un aspetto di presunte “altre” forme di oppressione come il razzismo e il sessismo.

Come discuterò a fondo nel mio prossimo libro, provvisoriamente intitolato “Human Error”, lo specismo non solo distorce il nostro punto di vista sugli animali non umani ma distorce anche il senso di noi stessi, in modi che possono rendere difficile per noi risolvere problemi come il cambiamento climatico e la violenza delle armi. Qualsiasi vegano che si è trovato in discussioni senza fine con mangiatori di carne che non si danno pace, indipendentemente da quante volte gli abbiate fatto notare le loro incoerenze logiche, è incappato nell’errore specista della “razionalità umana”. Se vogliamo veramente minare la supremazia umana, dovremo lavorare all’interno di un modello più realistico di ciò che motiva il comportamento umano, e ciò richiederà un ripensamento di ciò che intendiamo per “umano”. Nel frattempo, ecco alcune fonti di maggiori informazioni e idee sui legami tra l’abilismo e lo specismo:

-“The Oxen at the Intersection” di pattrice jones – Questo libro sulla lotta infruttuosa per salvare due buoi dopo che uno di loro è diventato disabile include un capitolo intitolato “Riti di disabilità” all’interno di una sezione più ampia intitolata “Intersezioni pericolose” ed è destinato ad essere un caso di studio di come pensare ecologicamente alla difesa degli animali.
-“Beasts of Burden” di Sunaura Taylor – Libro di memorie e parte di un’indagine accademica, questo libro di un’artista e attivista disabile sfida sia gli attivisti per i diritti degli animali che gli attivisti per i diritti dei disabili a lottare.

-Mary Fantaske in “Intersections Between Ableism & Speciesism (video) – Questa breve presentazione della conferenza del 2013 sui diritti umani di “Animal Rights” in “Guelph 2013” copre diverse idee chiave.

– “Aphroism” di Aph Ko e Syl Ko – Questa raccolta di post di blog di due neri vegani non affronta direttamente la disabilità, ma fornisce un’introduzione accessibile alle sfide antirazziste al concetto di umano.

Ma, un attimo, ho ancora una cosa da dire, o piuttosto da rivelare. Nel corso della discussione, ho parlato di Domino, un alpaca neuro-atipico la cui disabilità sembra essere correlata alla sua capacità di estendere l’amicizia e di prendersi cura dei residenti di altre specie, in particolare un maiale precedentemente chiamato Val e una giovane pecora traumatizzata chiamata Shadow.

Non è l’unico membro neuro-divergente della nostra comunità multi-specie. Ci sono anche io. Come ho detto durante l’evento, la co-fondatrice di “Vine” Miriam Jones e io ci siamo incontrate nel contesto di una lotta per i diritti dei disabili. Il nostro personale retribuito e i volontari principali includono molte persone con disabilità. Negli ultimi anni, ci siamo impegnate a identificarci come un’organizzazione guidata da LGBTQ, eppure non siamo state così entusiaste di essere un santuario degli animali gestito in parte da persone con disabilità. Perché? Potrebbe essere perché la maggior parte delle nostre disabilità non è nel regno della mobilità, ma piuttosto nel regno presumibilmente irrazionale della psiche?

Io posso parlare solo per me stessa. Non sono solo neuro-atipica, ma ho anche una significativa diagnosi di salute mentale e problemi persistenti con la memoria, probabilmente radicati nella lesione cerebrale traumatica precoce. Mi preoccupo anche mentre scrivo questo che rivelare queste cose mi porterà a essere stereotipata in modo da inibire la mia capacità di essere un difensore efficace per gli animali. Ma penso che andrò avanti e farò “coming out” perché abbiamo davvero bisogno di sfidare le idee abiliste costruite nello specismo, partendo dall’errore che gli umani “normali” sono principalmente animali razionali.

 

Sessismo e specismo: quale connessione?

Tratto da http://vine.bravebirds.org

Il farmaco Premarin è fatto con l’urina di cavalle in gravidanza. Le fattrici vengono crudelmente
confinate e sottoposte a procedure invasive durante la gravidanza solo per vedersi sottrarre i puledri subito dopo la nascita. Questa perversione dei cicli riproduttivi delle cavalle produce un
farmaco dannoso che viene commercializzato alle donne per convincerle che i loro naturali cicli
riproduttivi sono segni di malattia. Commercializzato come una cura per la menopausa, Premarin fa male sia alle cavalle che alle donne per fornire profitti ad una società farmaceutica.
Questa intersezione tra l’oppressione delle donne e l’oppressione degli animali non è unica. Le donne e gli animali, insieme alla terra e ai bambini, sono stati storicamente considerati proprietà dei capi delle famiglie. Il patriarcato (il controllo maschile della vita politica e familiare) e il pastoralismo (il modo di vivere degli animali) sono comparsi sul palcoscenico storico insieme e non possono essere separati, perché sono giustificati e perpetuati dalle stesse ideologie e pratiche.
Sia le donne che gli animali sono stati storicamente considerati meno intelligenti e più vicini alla natura degli uomini. Tattiche come l’oggettivazione, il mettere in ridicolo e il controllo della riproduzione sono state e continuano ad essere utilizzate per controllare e sfruttare sia le donne che gli animali. Ecco alcuni dei sintomi attuali dell’intersezione malata tra lo specismo e il sessismo:

Latte
Il latte può essere definito come lo sfruttamento delle capacità riproduttive della mucca per
produrre profitti per l’industria lattiero-casearia. Le mucche sono forzatamente e ripetutamente
ingravidate in modo che i loro corpi producano il latte destinato a sostenere i vitelli. La gente poi ruba sia il latte che i vitelli. Le mucche soffrono di disturbi fisici dolorosi, come la mastite, nonché
dell’angoscia di vedersi strappare i propri figli e la propria libertà. Nel contempo il latte e i suoi
prodotti sono responsabili di una malsana accelerazione nella comparsa delle mestruazioni nelle
ragazze e sono anche correlati con il cancro al seno nelle donne.
Così le ghiandole mammarie delle mucche vengono sfruttate per produrre un prodotto che danneggia le ghiandole mammarie delle donne.

Stupro
Una donna su tre è aggredita sessualmente nella sua vita — una su quattro prima dei 18 anni. Gli
esperti concordano sul fatto che lo stupro riguarda il potere, non il sesso. Lo stupro mette in atto l’idea che le donne e i bambini sono oggetti che possono essere usati per piacere senza riguardo per i loro desideri o esperienze soggettive. Lo stesso atteggiamento è alla base di una serie di pratiche abusive nei confronti degli animali, che vanno dai circhi all’allevamento industriale. Anche gli animali vengono violentati, a volte per il piacere del maschio umano stupratore ma più spesso per controllare la loro riproduzione in modo che le imprese possano avere il piacere del profitto.

Combattimenti tra galli
Gli stereotipi sessuali e di genere danneggiano sia gli animali umani che non umani. Nel
combattimento tra galli, il comportamento naturale dei galli (che combatteranno fino alla morte per
proteggere il gregge dai predatori) viene pervertito in modo tale da costringerli a recitare le idee umane sulla mascolinità. Gli uccelli sono traumatizzati e sistematicamente messi in pericolo in modo che i loro padroni possano sentirsi dei grandi uomini. Muoiono in maschere stilizzate di mascolinità che non hanno nulla a che fare con il comportamento naturale degli uccelli ma solo con tutto ciò che è utile a rafforzare le idee umane sul genere. Nel frattempo anche i ragazzi umani vengono traumatizzati perconformarsi alle idee comuni della mascolinità. Coloro che non lo fanno potrebbero subire abusi verbali o fisici di natura omofobica fino ad arrivare anche alla morte.

La Violenza Domestica
La violenza domestica è un modo in cui gli uomini mantengono il controllo delle donne, dei bambini e degli animali nelle loro famiglie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato la violenza domestica contro le donne come un’emergenza sanitaria globale di prim’ordine. Qui negli Stati Uniti, la violenza da parte del partner è la ragione principale per cui le donne arrivano al pronto soccorso e almeno due donne incinte su dieci vengono picchiate dai loro partner maschi. Molto spesso, la violenza domestica comprende l’abuso di animali da compagnia come un modo per spaventare, traumatizzare, o controllare le donne. Molte donne rimangono in famiglie pericolose perché i ricoveri per le donne maltrattate non accettano gli animali e temono ciò che accadrà ai loro compagni animali se li lasciano soli con l’aggressore. Nessuno sa quanti animali da compagnia sono stati uccisi da abusanti domestici o quante donne sono morte perché sono rimaste per proteggere un animale da compagnia.

Uova
Qualcuno di noi può immaginare la vita di galline allevate in batteria — uccelli! — ammassati nelle
gabbie senza abbastanza spazio per allargare le loro ali o sdraiarsi comodamente… incapaci di
nidificare o di trascorrere del tempo con i galli o deporre le loro uova in privato… con le punte dei loro becchi bruciate in modo che non si becchino a morte per frustrazione e sofferenza? E perché? Perché le aziende possano trarre profitto dai frutti dei loro sistemi riproduttivi: le loro preziose uova. Il controllo della riproduzione è uno dei fondamenti dello specismo e del sessismo. In effetti, proprio come le galline sono oppresse in particolare per poter sfruttare i loro organi riproduttivi, sono in molti a credere che il punto d’origine del patriarcato sia stato il controllo dei sistemi riproduttivi delle donne.

Turismo Sessuale
A nessuno piace parlarne, ma è vero. Ora, in molti paesi poveri, e anche qui negli Stati Uniti, le donne e i bambini sono letteralmente ridott* in schiavitù dall’industria del sesso. I clienti – gli uomini che impongono consapevolmente sesso a ragazze, ragazzi e donne che non sono liberi di rifiutarsi- uomini che a volte viaggiano in altre città o paesi stranieri solo per poterlo fare così – sono quasi esclusivamente provenienti dagli Stati Uniti e da altri paesi ricchi. Rinchius* e violentat* ogni giorno, queste donne e questi bambini subiscono traumi fisici ed emotivi indicibili. Come le galline nelle fabbriche di uova, molt* vengono uccis* quando i loro corpi sono diventati così esausti a causa degli abusi che non è più redditizio sostenerli.

Uno dei principi fondamentali del movimento di liberazione animale è che non c’è differenza morale tra umani e animali non umani. Se qualcosa non dovrebbe essere fatto agli umani, non dovrebbe essere fatto agli animali. E viceversa. Se prendiamo seriamente la liberazione animale, allora dobbiamo lavorare per la liberazione di tutti gli animali, umani e non umani. Se prendiamo seriamente il femminismo, allora dobbiamo evitare lo specismo proprio come evitiamo il sessismo.

Intersezioni e animali

[Antifascismo, antirazzismo, antisessismo, antispecismo, sono da molt* declinate come singole istanze, non convergenti; ma le lotte di liberazione necessitano di intersezionalità, questo il senso del video e dell’articolo di Pattrice Jones.
In particolare da un lato l’antispecismo italiano, declinandosi spesso in singole lotte animaliste, rischia l’isolamento politico se non sarà in grado di abbracciare l’intersezionalità che lo lega alle lotte di liberazione animale, umane e non; dall’altra parte le lotte di movimento hanno bisogno di comprendere la necessità di processi di liberazione animale che ribaltino l’intero sistema di dominio su corpi e spazi]

di Pattrice Jones

Gli animali vivono, soffrono e muoiono in circostanze plasmate dalle attività umane. Quelle attività umane sono sempre impigliate nei processi sociali, storici, economici e culturali che sono basati non solo sullo specismo ma anche su fattori come il razzismo e il sessismo.

La studiosa giuridica Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine “intersezioni” come modo di comprendere e parlare delle complesse e complicate interazioni tra diverse forme di oppressione. Allo stesso modo in cui i matematici hanno bisogno della trigonometria e gli ingegneri hanno bisogno di un calcolo, gli attivisti hanno bisogno di intersezioni come strumento concettuale. Senza questo strumento, è impossibile valutare con precisione il problema da risolvere ed è difficile progettare strategie efficaci.

Le interazioni tra la razza, il sesso e l’oppressione di classe sono stati l’obiettivo primario delle indagini intersezionali. Da allora abbiamo capito come questi interagiscono con altri fattori, come la disabilità o la nazionalità. Più di recente, siamo arrivati lentamente a vedere come questi pregiudizi, intersecandosi, permettono e contemporaneamente sono aggravati dall’inquinamento umano e dallo sfruttamento dell’ambiente. E adesso affrontiamo il compito urgente di includere animali non umani nelle nostre analisi intersezionali.

Gli attivisti della giustizia sociale e ambientale devono comprendere come lo specismo sia fondamentale all’oppressione intra-specie, stabilendo i termini e contribuendo a mantenere i molti modi in cui le persone sfruttano l’un l’altro e la terra. Allo stesso tempo, gli animalisti devono capire che ogni atto di abuso o di ingiustizia contro gli animali avviene in situazioni sociali e materiali che non possono essere affrontate in modo adeguato senza una comprensione dell’intersezione.

Ampliata per includere lo specismo e lo sfruttamento degli animali tra le ideologie e le pratiche oppressive che indaga, l’intersezione offre agli attivisti della giustizia sia animale che sociale/ambientale una comprensione più profonda e più completa dei sistemi in cui i problemi su cui lavorano (e loro stessi) sono invischiati e, pertanto, aumenta la probabilità di concepire e attuare strategie veramente efficaci. In più, questa comprensione estesa apre percorsi di cooperazione e di collaborazione nei vari movimenti.

Intuizioni essenziali

Crenshaw ha scelto la parola “intersezione” adeguatamente. Quando sei al centro dell’incrocio di Main Street e First Avenue, non è possibile dire su quale di queste due strade tu stia: sei su entrambe contemporaneamente. Pensando alla discriminazione nei confronti delle donne di colore, Crenshaw notò che spesso non era possibile dire se la discriminazione fosse dovuta alla polarizzazione razziale o alla polarizzazione di genere – era dovuta a entrambe allo stesso tempo, secondo legami non prevedibili per semplice “miscela”.

Le interazioni tra razzismo e sessismo risultano essere moltiplicative anziché additive. Le funzioni di queste interazioni non possono essere disaggregate. Gli stereotipi razziali sono di genere. La violenza contro le donne è permessa dal razzismo.

Il sessismo, il razzismo e altre forme di pregiudizio tra le persone non solo condividono cause e caratteristiche, ma interagiscono anche in modo reciproco-rinforzante. Ciò può essere facilmente notato nella convinzione di Suzanne Pharr che l’omofobia sia “un’arma del sessismo”. Mentre certamente è vero che alcuni pregiudizi contro le persone LGBTQ si riducono ai pregiudizi radicati nell’ignoranza, la funzione strutturale dell’omofobia (e anche della transfobia) serve per mantenere il sistema di oppressione di genere che vede l’uomo sulla cima. Non devi essere gay per essere oggetto di un’aggressione a sfondo omofobo. Non è necessario essere identificatx come trans per essere soggetto alla transfobia. Tutto quello che devi fare per essere vulnerabile a queste forme di pregiudizio è trasgredire i ruoli di genere. Ciò significa che la liberazione LGBTQ è un progetto necessario del femminismo e che la liberazione LGBTQ non può essere realmente realizzata finché non abbiamo risolto il sessismo.

Le studiose di Ecofemminismo come Lori Gruen e Marti Kheel hanno dimostrato che una “logica di dominazione” si fonda su un pensiero eurocentrico riguardo non solo la razza e il sesso ma anche la terra e gli animali. Questa logica artificialmente (e falsamente!) divide il mondo in opposti dualismi – il maschio contro la femmina, l’uomo e l’animale, la cultura contro la natura, la ragione contro l’emozione, ecc. – secondo la superiorità di un solo termine di ciascuna coppia. I termini su ciascun lato del divario gerarchico sono legati: gli uomini sono considerati più razionali, le donne e le persone di colore si vedono più vicine alla natura, categorie di persone vengono poste in basso chiamandole con nomi di animali.

Se si desidera smantellare una struttura, la cosa da fare è colpire alle articolazioni. Quindi, gli attivisti che vogliono avere il maggior impatto devono cercare i modi per lavorare alle intersezioni, facendo così si avranno progressi tangibili su un problema specifico, aiutando contemporaneamente a minare la struttura del sistema intersecante di oppressioni.

Se non è possibile trovare un tale incrocio a cui lavorare, è ancora necessario tenere in considerazione l’intersezione mentre si selezionano tattiche e teoria, in modo da evitare di minare senza volerlo i propri obiettivi partecipando involontariamente alla subordinazione di qualcun altro.

Preparazione al lavoro intersezionale

Ogni nuovo strumento richiede una certa pratica da utilizzare. Ciò è particolarmente vero per l’intersezionalità, che richiede di vedere modelli, riconoscere relazioni e analizzare interazioni complesse tra più variabili. Quellx di noi che sono stati scolarizzati negli Stati Uniti o in Europa sono stati addestrati a pensare esattamente nella direzione opposta e quindi potrebbero aver bisogno di fare uno sforzo per imparare a pensare in termini di comunanza piuttosto che di distinzioni, di contesto piuttosto che di astrazione e di sistemi piuttosto che di individui.

Ecco alcuni semplici esercizi che potete fare:

  • Pensa a due forme di oppressione, come il sessismo e lo specismo, e sfidati a trovare dei modi in cui si intersecano.

  • Pensa a un problema, come prigioni o zoo, e sfidati a identificare quante diverse forme di oppressione si intersecano in esso.

  • Pensa a una tattica di oppressione, come ad esempio la stereotipizzazione o il lavoro forzato, e sfida te stesso per individuare i modi in cui questa viene impiegata in diverse forme di oppressione.

  • Pensa a un obiettivo di oppressione, come il profitto o il controllo della riproduzione, e sfidati a vedere come questo sia ricercato tramite forme di oppressione diverse.

  • Pensa ad un impatto di una forma di oppressione, come la sofferenza emotiva necessaria per la carne, e sfidati a identificare il modo in cui sostiene altre forme di oppressione.

Si prega di notare che potrebbe essere necessario educare se stessi durante questi esercizi. Non puoi aspettarti di vedere i legami tra specismo e razzismo, per esempio, se non sai niente di razzismo! Proprio come hai appreso dello specismo e delle molte forme di sfruttamento animale che ha generato, potrebbe essere necessario educarsi attivamente su altre forme di oppressione. Ecco un suggerimento: puoi farlo leggendo o guardando i documentari sui movimenti contro quelle forme di oppressione. In questo modo, avrai sempre un’utile istruzione in tattiche attiviste!

Risultati preliminari

Gli/le attivistx hanno appena iniziato a disegnare le intersezioni tra specismo e altre forme di oppressione. Già, i nostri risultati sono eccitanti e potenzialmente molto utili. Ecco alcuni esempi di ciò che impariamo quando usiamo gli esercizi sopra per pensare alle relazioni tra lo sfruttamento degli animali e l’ingiustizia sociale/ambientale:

  • Le “grandi tre” scuse per lo sfruttamento animale – potrebbe essere giusto, abbiamo abilità che loro non hanno e Dio ha deciso così- sono anche tutte usate per spiegare (o non disturbare) l’ingiustizia sociale. Questi modi di pensare conducono alla guerra, alla discriminazione e ad altri mali.

  • Il sessismo e lo specismo sono stati così intrecciati per così tanto tempo -fin dai tempi in cui le figlie e le vacche da latte erano entrambe proprietà dei capi maschi delle famiglie – che non possono essere completamente compresi senza riferirsi all’altro.

  • Quello che è stato chiamato “riprocentrismo” (reprocentrism) non è solo fondamentale per lo sfruttamento animale, ma anche centrale per il patriarcato e il capitalismo. La riproduzione costante (di persone, animali e prodotti) ci ha portati all’orlo del disastro planetario.

  • La strategia psicologica attraverso la quale le persone si sono alzate e uscite dagli ecosistemi per trasformare la terra e gli animali in beni pronti per essere acquistati e venduti non solo sottolinea lo specismo e la distruzione ambientale, ma tende anche a portare all’individualismo e all’alienazione, fattori chiave del capitalismo e altri disturbi.

  • Lo specismo sembra così naturale che il privilegio delle specie è ancora più invisibile del privilegio bianco o del privilegio maschile. L’invisibilità del privilegio, quindi, è una questione di preoccupazione congiunta per diversi movimenti.

  • I lavoratori della macellazione, i vivisettori e persino i mangiatori di tutti i giorni tendono ad essere pronti a dire che “semplicemente non pensano” alle sofferenze che causano. Questa abitudine mentale di non-pensare-alla-sofferenza agevola anche l’ingiustizia sociale, come quando i consumatori statunitensi semplicemente non pensano alle sofferenze di lavoratori sottopagati o persino schiavi.

Ecco alcuni modi in cui forme particolari di sfruttamento animale si intersecano con l’ingiustizia sociale ed ambientale:

  • La produzione di latte richiede la fecondazione forzata delle mucche da cui i vitelli vengono presi poco dopo la nascita. Questa violazione fisica ed emotiva delle femmine di animale a scopo di lucro crea prodotti che il settore lattiero-caseario potente e altamente sovvenzionato porta in ogni scuola pubblica, nonostante il fatto che la maggioranza dei bambini di colore sia intollerante al lattosio.

  • Gli zoo cominciarono come espressioni dell’impero in cui venivano esposte sia persone che animali. Gli zoo continuano a esprimere l’ultimo hubris umano insistendo sul fatto che possiamo produrre ecosistemi – una savana africana a Filadelfia! Un oceano artico in Florida! – e “salvare” gli animali in pericolo non restituendo loro gli habitat, ma controllando la loro riproduzione.

  • Circhi e altri usi degli animali nell’intrattenimento sono anche l’espressione del controllo umano della natura. Molti di questi, come ad esempio il combattimento tra galli e i rodeo, rappresentano anche l’espressione della mascolinità costruita socialmente.

  • Lo sfruttamento pratico degli animali tende a promuovere non solo la resistenza emotiva ma anche il disprezzo per la debolezza. Quindi vediamo elevati tassi di violenza nei confronti dei partner e dei bambini nelle comunità in cui si trovano aziende agricole e macelli. L’ingiustizia ambientale porta queste installazioni altamente inquinanti ad essere situate nelle regioni a basso reddito e nelle comunità di colore.

fonte http://blog.bravebirds.org/archives/1553

Che cos’è un buongustaio? Le aragoste di David Foster Wallace e i social network

Dopo aver passato qualche decina di minuti su Twitter mi sono reso conto di aver letto ancora una volta il solito profluvio incessante di: foto di raffinati piatti a base di carne e pesce pronti per essere mangiati, battutine simpatiche contro i vegani, battute più esplicite tipo gente in posa davanti alla grigliata con il meme “in culo ai vegani”, polemiche politiche contro la giunta comunale grillina che avrebbe “imposto” nel menù di una mensa scolastica nientedimeno che un pericoloso piatto vegano una volta al mese. Tutto ciò viene postato ogni giorno anche da gente di sinistra, colta e progressista, tutte persone con le quali si condividono molte cose riguardo altre questioni, principi o scelte politiche. Mi è venuta la curiosità, per staccare da questo petulante ritornello, di rileggere il celebre racconto di David Foster Wallace “Considera l’aragosta”. Faccio un breve riassunto del bellissimo scritto di DFW. Lo scrittore americano viene inviato dalla rivista culinaria “Gourmet” a scrivere un reportage sul Festival dell’aragosta del Maine nel 2003. Il risultato del report di Wallace, sebbene parta da una richiesta piuttosto semplice, ovvero indagare alcuni aspetti sociali e di costume nell’ambito di una manifestazione turistica tipicamente americana, esonda massicciamente dal compitino richiesto dal giornale e diventa un classico sia della letteratura che della riflessione animalista. Il punto di partenza di Wallace è molto aperto e dubitativo, infatti più volte nel racconto l’autore si smarca dall’attivismo animalista della PETA (People for Ethical treatment of Animals) e da posizioni già precostituite sull’argomento. Nonostante questo atteggiamento di partenza, espresso con un tono conciliante e ragionevole, Wallace scrive una requisitoria che a distanza di anni resta ancora intatta con tutte le domande conclusive aperte e le questioni di fondo irrisolte. “Nella pratica, sappiamo tutti cos’è un’aragosta. Come al solito, però, c’è molto più da sapere di quanto possa interessare alla maggior parte di noi – è solo una questione di quali sono i nostri interessi”. Le aragoste sono degli enormi insetti marini con cinque paia di zampe, fino all’Ottocento erano un cibo proteico rivolto al consumo dei ceti bassi e venivano cucinate morte e conservate sotto sale. Oggi l’aragosta viene ritenuta un cibo prelibato, simile al caviale, un cibo estivo: l’aragosta appena pescata ha una polpa molto nutriente e gustosa, il metodo comune per essere cucinata è dunque bollirla viva. “Un dettaglio così ovvio che le ricette quasi mai lo menzionano è che le aragoste devono essere vive quando le mettete in pentola”. Questo dettaglio apre la riflessione morale di Wallace, una riflessione tanto sui generis per essere stata scritta sulle colonne di una rivista gastronomica quanto penetrante, attuale e di rilievo etico generalizzabile. “Ed ecco allora una domanda quasi inevitabile di fronte alla Pentola per aragoste più grande del mondo, domanda che potrebbe sorgere in varie cucine degli Stati Uniti: è giusto bollire una creatura viva e senziente solo per il piacere delle nostre papille gustative?”. La domanda rimane aperta, anche dopo quattordici anni da quando è stata posta da DFW. Il racconto continua descrivendo lo straziante tentativo degli animali di uscire dalla pentola, aggrappandosi disperatamente e vanamente con le chele sui bordi: l’aragosta agisce come se stesse provando un dolore terribile, ed è ragionevolmente vero che questo strazio sia una cosa molto seria e reale per il crostaceo, poiché esso possiede una quantità sufficiente di struttura neurologica necessaria all’esperienza del dolore (nocicettori, prostaglandine, recettori oppioidi neuronali etc.) e per di più si comporta proprio come se volesse evitare questo dolore. Le aragoste, inoltre, sono sprovviste degli analgesici in dotazione nei sistemi nervosi dei mammiferi, quindi dovrebbero essere soggette in maniera ancora più atroce al dolore conseguente alla morte per bollitura. Alla fine del reportage, David Foster Wallace si dichiara più che altro confuso e curioso e chiede ai lettori della rivista “Gourmet” quali siano le loro sensazioni a riguardo: “Pensate molto allo status morale (possibile) e alla sofferenza (probabile) degli animali coinvolti? Se sì, quali convinzioni etiche avete trovato che vi permettono non solo di mangiare ma di assaporare e godervi vivande a base di carne (dato che naturalmente è il godimento raffinato, e non la mera ingestione, il punto fondamentale della gastronomia)?”. Siamo arrivati al punto di domanda finale del ragionamento di DFW, quello riguardante le implicazioni etiche e morali del mangiare animali per il proprio godimento personale, se debba essere solo una questione sensoriale, di gusto e non anche di empatia ed etica. La stessa domanda, come dicevo in precedenza, si ripropone quando ci troviamo di fronte a tanti compagni che postano ogni giorno le foto di animali uccisi, bolliti, fritti, impanati, pronti per essere mangiati per il proprio godimento raffinato e per essere condivisi sulle tavole e sulle bacheche dei social network.

Lino Caetani