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SOLIDALI CON SILVIA E ANNA IN SCIOPERO DELLA FAME. CHIUDERE L’AS2 NEL CARCERE DI L’AQUILA!

Poco fa un gruppo di compagne e compagni ha occupato la sala consiliare del comune de L’Aquila in solidarietà con Anna e Silvia in sciopero della fame da 20 giorni e tutti gli altri compagnx in carcere che hanno aderito allo sciopero per sostenerle.

Mentre è in corso l’occupazione del comune di L’Aquila, occupata anche la gru di 50 metri che si trova al Duomo di L’Aquila

CHIUDERE LA SEZIONE AS2 DE L’AQUILA
TUTTE LIBERE TUTTI LIBERI

A Febbraio, in seguito all’operazione “Scintilla”, che ha portato allo sgombero de L’Asilo a Torino e all’arresto di alcunx compagnx, Silvia, una compagna anarchica di Torino, è finita in carcere con accuse molto pesanti, tra cui associazione sovversiva. Inizialmente è stata imprigionata nel carcere di Rebibbia nella sezione AS2, con altre compagne tra cui Anna; circa due mesi fa sono state entrambe trasferite -senza motivazione alcuna- nella sezione AS2 del carcere de L’Aquila. Dal momento del trasferimento la loro situazione detentiva è ulteriormente peggiorata: nonostante il regime differenziato di Alta Sicurezza sia già un regime speciale, il carcere de L’Aquila è un carcere durissimo, interamente strutturato per il 41bis, una forma legalizzata di tortura. Nonostante le loro proteste e vari rapporti disciplinari seguiti nulla è cambiato per Silvia e Anna. È così che il 29 maggio Anna e Silvia hanno cominciato uno sciopero della fame, chiedendo non solo il loro trasferimento immediato ma anche la chiusura della sezione AS2.
Nel sostenere la loro lotta, riportiamo quanto ha dichiarato Silvia in videoconferenza durante l’udienza del processo che la vede coinvolta:
“Ci troviamo da quasi due mesi rinchiuse nella sezione AS2 femminile de L’Aquila. Ormai sono note, qui e fuori, le condizioni detentive frutto di un regolamento in odore di 41bis ammorbidito. Siamo convinte che nessun miglioramento possa e voglia essere richiesto, non solo per questioni oggettive e strutturali della sezione gialla (ex-41bis): l’intero carcere è destinato quasi esclusivamente al regime 41bis, per cui allargare di un poco le maglie del regolamento di sezione ci pare di cattivo gusto e impraticabile, date le ancor più pesanti condizioni subite a pochi passi da qui, non possiamo non pensare a quante e quanti si battono da anni accumulando rapporti e processi penali. A questo si aggiunge il maldestro tentativo del DAP di far quadrare i conti istituendo una sezione mista anarco-islamica, che si è concretizzato in un ulteriore divieto di incontro nella sezione stessa, con un isolamento che perdura.
Esistono condizioni di carcerazione, comune o speciale, ancora peggiori di quelle aquilane. Questo non è un buon motivo per non opporci a ciò che impongono qui.
Noi di questo pane non ne mangeremo più: il 29 maggio iniziamo uno sciopero della fame chiedendo il trasferimento da questo carcere e la chiusura di questa sezione infame.”
Il 31 maggio Stecco e Alfredo, due compagni rinchiusi nella sezione di Alta Sicurezza a Ferrara, hanno fatto sapere all’esterno che stanno rifiutando il cibo e lo faranno finché le richieste delle compagne non verranno soddisfatte.
SOLIDALI CON SILVIA E ANNA IN SCIOPERO DELLA FAME. CHIUDERE L’AS2 NEL CARCERE DI L’AQUILA!

Da un lager all’altro


È ampiamente risaputo che la rotta che attraversa il mar Mediterraneo dalla Libia all’Italia sia diventata negli ultimi mesi sempre più chiusa e controllata militarmente e che sempre meno persone riescano ad approdare in Europa partendo dalle coste libiche. Dal 1° gennaio sono infatti riuscite a raggiungere l’Italia solo 398 persone, il 93,54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Tra queste, le nazionalità più numerose sono quelle tunisine e algerine, 128 persone alle quali come prassi italiana ormai consolidata e contrariamente a quanto previsto da qualsiasi normativa comunitaria viene negata la possibilità di presentare domanda di asilo unicamente in ragione del paese di origine. La maggior parte de* magrebin* sono reclus* nei CPR in attesa dell’espulsione, o vengono rilasciat* con in mano un decreto di espulsione entro 7 giorni. Le persone rimanenti dovranno invece cominciare il percorso a ostacoli nel sistema di accoglienza italiano, trasferite da hotspot a hub e centri di accoglienza in giro per il paese, con la quasi certezza di vedersi alla fine sbattute per strada con un diniego della domanda d’asilo: a inizio anno la percentuale di dinieghi in prima istanza ha raggiunto l’82%.

Nei fatti, come certificato dai dati ufficiali pubblicizzati con enfasi dal ministero degli interni, nei primi tre mesi dell’anno le deportazioni sono state per la prima volta maggiori rispetto a nuovi arrivi: 1.354 (aggiornati al 13 marzo), di cui 1.248 forzati e 106 volontari assistiti [fonte http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_21-03-2019.pdf].

Gli effetti delle politiche di Minniti e Salvini cominciano dunque a diventare statistiche da sventolare per le propagande incrociate di governo e opposizione. Allargando un attimo la visuale dallo zoom imposto dal mainstream politico-mediatico-militare ci sarebbero però anche altre questioni di non poco conto da affrontare. Innanzitutto, su quella rotta si continua a morire, a decine e continuamente; nel mediterraneo le persone annegano ancora nel tentativo di fuggire dai lager libici. L’ultima strage è avvenuta solo pochi giorni fa, nel silenzio complice dei media che puntavano i riflettori sullo sbarco della nave “Mare Jonio” a Lampedusa. Secondo problema, pare che a nessuno importi niente dell’enorme apparato concentrazionario messo su in Libia con il contributo del precedente governo italiano e sotto la supervisione dei governi europei e delle agenzie delle Nazioni Unite. Ogni tanto qualche esponente del Partito Democratico in vena di vis polemica contro Salvini ricorda soltanto come “già con Minniti” fossero diminuiti gli sbarchi e come il leader della Lega sia troppo lento nell’effettuare le deportazioni promesse in campagna elettorale (certo, più di mezzo milione di deportazioni sono troppe anche per lo sceriffo leghista, evidentemente il Pd sogna di avere Adolf Hitler al Ministero dell’Interno). Saltuariamente esce qualche reportage giornalistico sui vari lager esistenti oggi sul territorio libico, ma la cosa finisce lì.

Altro problema che interessa davvero poco tutto il panorama politico e giornalistico sembra essere poi quello della sorte delle poche persone che riescono ad approdare ancora sulle coste europee, soccorse dalle navi delle ONG che tanto fanno arrabbiare Salvini. Le cronache degli ultimi mesi sono piene, anzi strapiene, di ogni dettaglio su qualsiasi aspetto di quanto accaduto, dalla nave Diciotti al processo a Salvini stoppato in Senato, alla natura e legittimità delle ONG, al ruolo di mediazione del presidente del consiglio Conte sulla ripartizione de* poch* “profugh*” portati in Europa, alle tiepide dichiarazioni del presidente della Camera, ai contrasti tra Lega e Cinque Stelle, etc.

Facciamo solo alcuni esempi tra i più recenti. Le 177 persone fatte sbarcare dalla nave Diciotti, l’imbarcazione bloccata al centro del Mediterraneo per giorni l’estate scorsa e diventata un caso politico eclatante, erano state ricollocate per lo più in alcuni centri di accoglienza gestiti dalla Chiesa italiana in varie diocesi. Delle cento persone di nazionalità eritrea, 92 uomini e 8 donne, che arrivarono la sera del 28 agosto 2018 nel centro d’accoglienza «Mondo Migliore» di Rocca di Papa, vicino Roma, non è rimasto più nessuno, e lo stesso è avvenuto in altre situazioni in giro per il paese dove erano state distribuite le altre persone provenienti dalla Diciotti. Si potrebbe dire, in questo caso, “tanto rumore per nulla”: se le persone migranti possono decidere liberamente e se hanno libertà di movimento, cercano semplicemente di farsi una vita autodeterminandosi, e non accettano di rimanere nella tanto acclamata “accoglienza” in strutture che loro definiscono “campi” e considerano più o meno simili a carceri e lager.

Altri casi, infatti, sono stati purtroppo diversi. Lo scorso 9 gennaio, 49 persone soccorse in mare dalle navi “Sea Watch” e “Sea Eye” dopo mille polemiche furono fatte sbarcare sulla terraferma europea a Malta solo dopo estenuanti trattative che portarono alla promessa di una ripartizione de* migranti in diversi stati europei. L’Italia avrebbe dovuto “accoglierne” ben dieci, ma solo grazie all’intervento della Chiesa Valdese, che l* avrebbe ospitat* a sue spese, permettendo così al ministro dell’Interno di poter dire che aveva comunque vinto la sua politica dei “porti chiusi”. Ebbene oggi, dopo tre mesi, quasi tutte 49 le persone che scesero dalla “Sea Watch” si trovano (assieme ad altre provenienti da sbarchi precedenti e successivi) in stato di prigionia presso il centro di detenzione per migranti di Marsa, vicino La Valletta, un “hotspot” in cui sono rinchiuse. Per tre giorni, dal 5 all’8 marzo, queste persone hanno portato avanti uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e per conoscere al più presto il loro futuro [https://www.timesofmalta.com/articles/view/20190313/local/hunger-strike-as-migrants-frustration-over-relocation-grows.704407]. Il 12 marzo, 15 persone sono riuscite a fuggire: 13 direttamente dal centro di detenzione e altre due dagli uffici della commissione per i rifugiati, dove erano state condotte per dei controlli. Dopo la caccia organizzata dalla polizia maltese, 5 persone sono state rintracciate e riportate nel centro di detenzione di Marsa [https://lovinmalta.com/news/15-migrants-escape-from-marsa-reception-centre-and-refugee-commissioner]. Ma la questione della “Sea Watch” era già stata archiviata e aveva fatto tutti contenti.

Veniamo infine agli ultimi giorni, quando la nave “Mare Jonio” è sbarcata a Lampedusa dopo un altro forte (ma ben più rapido rispetto al passato) scontro politico, con Salvini che strepitava contro la “nave dei centri sociali” e la sinistra che invocava a gran voce l’apertura del porto dell’isola siciliana. Alla fine * migranti sono sbarcat*, ma la nave è stata sequestrata e il comandante indagato. Salvini è rimasto soddisfatto, mentre il movimento che ha dato vita alla “Mare Jonio” ha organizzato delle manifestazioni in tutto il paese per chiedere il dissequestro della nave. E le 49 persone che sono sbarcate a Lampedusa? Che fine hanno fatto? Anche qui pare che nessuno abbia voglia di mantenere accesi i riflettori. Il governo ha ottenuto lo scalpo dell’imbarcazione della ONG e questa ha portato le persone migranti al sicuro. Talmente al sicuro che adesso si trovano nel lager di Lampedusa, un “hotspot” come quello di Malta e come i tanti che affollano il vecchio continente. Molte di queste persone fuggivano da altri lager in Libia e ora si ritrovano rinchiuse in territorio italiano, mettendo così in evidenza la continuità del sistema concentrazionario creato dall’Europa: il loro grido di esultanza “libertà, libertà” una volta scese dalla “Mare Jonio” è stato spezzato subito, ma non c’erano più le telecamere a documentarlo.

 

NO ALLA LEGGE SICUREZZA! NESSUNA FRONTIERA, NESSUNA GALERA!

Riceviamo e pubblichiamo il testo del volantino distribuito durante il corteo contro la “legge sicurezza” svoltosi a Salerno.

Uno stato lasciato indisturbato nelle sue campagne d’odio razziale, nelle guerre coloniali, nei saccheggi dell’ambiente, nelle stragi de* lavorator* e nei suoi campi di tortura. Uno stato che continua ad armarsi per sostenere la guerra dentro e fuori i suoi confini. Uno stato che colpisce le persone escluse, sfruttate e chi sceglie di lottare. Nelle scuole, nelle strade, nelle case occupate, nei luoghi di ritrovo e di lavoro, le ricette delle istituzioni ancora una volta sono gli sgomberi, la militarizzazione, il pugno di ferro, l’intimidazione. Al fine di togliere agibilità politica alle lotte sociali, con l’approvazione della legge “sicurezza” vi è stato un ulteriore inasprimento delle misure repressive: per un blocco stradale, ad opera di student*, lavorator*, disoccupat*, migrant*, ora alle sanzioni amministrative si aggiungono condanne penali che vanno fino a sei anni di reclusione. Raddoppiano le pene inflitte a chi occupa uno stabile o un terreno e vi si aggiunge la sanzione amministrativa. La polizia locale viene dotata di micidiali armi elettriche (taser). Per le persone mendicanti e senza fissa dimora può essere attuato l’arresto immediato, misura che unita ai DASPO urbani ed all’uso di trattamenti psichiatrici obbligatori (TSO), rende la condizione di queste persone ancora più precaria e inumana. Viene introdotto il DASPO dai distretti sanitari, impedendo di fatto anche accesso a cure ed assistenza medica. Per le persone migranti le già esigue misure di protezione internazionale si riducono e viene aumentato il fondo rimpatri. Aumentano i tempi di trattenimento negli hotspot (o CARA) fino a 30 giorni e aumenta a 180 giorni il tempo all’interno di un CPR o in altre strutture ritenute idonee. Siamo solidali con le persone migranti che hanno lottato e continuano a lottare per poter decidere delle proprie vite, chiedendo libertà di movimento, case e documenti, mentre per il potere sono semplicemente dei corpi privi di autodeterminazione di cui disporre secondo le proprie necessità politiche e produttive. Rifiutiamo invece il sistema di “accoglienza” che relega le persone migranti ritenute “regolari” in spazi controllati, in cui i loro percorsi sono già tracciati da altr*, e contemporaneamente lascia quelle “irregolari” senza casa e documenti, nel costante timore di essere imprigionate e deportate. Di fronte ai soprusi del potere l’unica risposta sarà sempre e solo l’autogestione e l’azione diretta!

No to “safety” law! No border, no prison!

A state left undisturbed in its campaigns of racial hatred, in the colonial wars, in the looting of the earth, in the massacres of the workers and in its torture camps. A state that continues to arm itself to support the war inside and outside its own borders. A state that affects people who are excluded, exploited, and those who choose to fight. In the schools, in the streets, in the occupied houses, in the meeting places and at work, the institutions’ recipe is once again: the evictions, the militarization, the iron fist, the intimidation. In order to remove political agility for social struggles, with the approval of the “security” law there was a further tightening of the repressive measures: for a roadblock, by students, workers, unemployeds, migrants, now to the administrative sanctions are added penal sentences that goes up till six years of imprisonment.The penalties imposed on those who occupy a building or a land are doubled and an administrative sanction is added to it.Local police is equipped with lethal electric weapons (taser). For beggings and homeless people can be implemented an immediate arrest, a measure which, combined with urban DASPOs and the use of mandatory psychiatric treatments (TSO), makes the condition of these people even more precarious and inhumane. The DASPO by the health districts is introduced, preventing access to medical care and assistance. For the migrants, the already small measures of international protection are reduced and the repatriation fund is increased. Increase detention times in hotspots (or CARA) for up to 30 days and increase the time within a CPR or in other facilities deemed suitable for 180 days. We stand in solidarity with the migrant people who have fought and continue to struggle in order to decide their lives, asking for freedom of movement, houses and documents, while for power they are simply bodies without self-determination to be disposed according to their political and productive needs. Instead, we reject the system that relegates migrants considered “regular” in controlled spaces, where their paths are already tracked by others, and at the same time leaves the migrants considered “irregular” without home and documents, in constant fear of being imprisoned and deported. Faced with the abuses of power, the only answer will always be only self-government and direct action!

No à la loi sécurité!Pas de frontière, pas de prison!

Un état laissé tranquille de poursuivre ses campagnes de haine raciale, ses guerres coloniales, le pillage de l’environnement, les massacres des travailleurs et les campes de torture. Un état qui continue à s’armer pour soutenir la guerre à l’intérieur et au dehors de ses confins. Un état qui frappe les personnes sans pouvoir, marginalisès, et qui choisit de lutter. Dans les écoles, dans le rues, dans le maisons occupés, dans les lieux de rendez-vous ou de travail, les remèdes desinstitutions sont toujours les mêmes: les expulsions forcées, la militarisations, le poing de fer, l’intimidation. Pour enlever efficacitè politique aux luttes sociales, avec l’adoption du “décret sécurité”, il y a eu une ultérieur aggravation des mesures répressives: pour une simple manifestation, ou un barrage routier, des étudents, des travailleurs, des personnes sans emploi, des personnes immigrés, maintenant aux sanctions administratives on s’ajoutent des condamnationes pénales qui vont jusqu’à six années de reclusion. Les peines infligés a qui occupe un terrain ou un immeuble sont doublés et on s’ajoute la sanction administrative. La police municipale a obtenu en dotation des armes électriques mortelles (taser). Pour les mendiants et les personnes sans domicile fixe il est possible d’obtenir la détention immédiate qui, avec les DASPO urbains et les traitements psychiatriques obligatoires (TSO), rend la situation de ces personnes encore plus précaire et inhumaine. Il est introduit le DASPO des circonscriptions sanitaires, en empêchant l’accès aux traitements medicaux. Pour les immigrés les mesures de protection internationales, déjà modestes, se réduisent et le fonds pour les repatriements est augmenté. Les temps de detention dans les hotspot (ou CARA) augmentent jusqu’à 30 jours et le temp dans un CPR o dans une autre structure pensée apte jusqu’à 180 jours. Nous sommes solidaires des personnes immigrés qui ont lutté et continuent à lutter pour décider de leur propre vie, en demandant liberté de mouvement, habitations et papiers, alors que pour le pouvoir ils sont seulement des corps sans autodétermination à utiliser pour ses nécessités politiques et productives. Nous sommes solidaires de ces luttes. Au contraire nous refusons le système “d’accueil” qui relègue les personnes immigrés retenues réguliers dans des espaces contrôlès, oùleurs chemins sont dejà tracés par d’autres, et en même temps laisse celles irréguliers sans habitation et papiers, avec la peur constante d’être déportés. En face aux abus du pouvoir la seule réponse sera toujours et seulement l’autogestion et l’action directe!

Le carceri non sono femministe

Marcha nocturna feminista. Foto: Pablo Ibáñez

Marcha nocturna feminista. Foto: Pablo Ibáñez

di C.A.M.P.A. (Colectivo de apoyo a mujeres presas en Aragon, Collettivo di solidarietà alle donne prigioniere d’Aragona)

Tradotto da http://arainfo.org/las-carceles-no-son-feministas/

Rispetto al caso di Laura Luelmo molte voci femministe hanno invitato alla sorellanza, a chiamare il fatto col suo nome (violenza di genere) a voler essere libere di tornare a casa (e non coraggiose nel farlo)…tutto ciò veniva accompagnato ancora una volta dalla richiesta del carcere o di pene più dure per i soggetti accusati delle azioni. La mediatizzazione dei crimini più terribili (e il suo impatto emotivo sulla società) crea un brodo di coltura perfetto per implementare politiche in materia penale, quello che conosciamo come populismo punitivo. Il populismo punitivo ha la sua base nel pensiero neoliberale secondo il quale le responsabilità sono individuali e la società è una somma di libere volontà, presumendo che non esistono condizioni materiali e che la nostra personalità non si costruisce a partire da interazioni sociali.

Istituire l’ergastolo nei casi di crimini sessuali non contribuirà a far cessare gli omicidi né le aggressioni su donne da parte di uomini; ciò che farà è rafforzare l’idea che le responsabilità sono esclusivamente individuali(1). L’internamento penitenziario, col suo carattere di istituzione totale, genera di per sé un alto livello di conflittualità. Il carcere – ricorrendo alla sua terminologia – non diminuisce il crimine e oltretutto non “ri-socializza” i/le condannati/e, cioè non migliora le loro condizioni sociali né personali, al contrario le deteriora. L’effetto dissuasivo della pena (a maggiore pena minor numero di delitti) è un mito. I crimini sono, nella stragrande maggioranza dei casi, prodotto di vuoti ed errori nella struttura sociale del sistema, tra cui l’educazione sessuale e affettiva, le precarie condizioni economiche, la mancanza di accesso al welfare eccetera. Perciò il castigo individuale non è utile nella soluzione e nel risanamento del danno.

Il sistema penitenziario riproduce e legittima le disuguaglianze strutturali sui cui si fonda. Noi del C.A.M.P.A. (Collettivo di Solidarietà alle Donne Prigioniere di Aragona) sosteniamo l’abolizione delle carceri come alternativa al mantenimento del sistema penitenziario il quale sostiene il peggioramento delle relazioni sociali e delle condizioni delle persone. La filosofa Angela Davis propone che le azioni per l’eliminazione di questi meccanismi punitivi instaurino poco a poco le proprie alternative al carcere (2).

Bisogna esigere un sistema che garantisca salute, lavoro, casa, etc. e alternative basate sulla cura e la protezione reale delle persone; un sistema che rivitalizzi l’educazione a tutti i livelli da un punto di vista antipunitivista e transfemminista. Ciò supporrebbe ad esempio sostenere una giustizia trasformativa, per mediare tra riparazione e riconciliazione con le persone coinvolte nel conflitto e la comunità, favorendo così la coesione e non la rottura del tessuto sociale. Piegando la facoltà di intervento nella società a nostro favore.

Coinvolgere la comunità

Emerge inoltre la necessità di sostituire il sistema penale (la relazione tra crimine e castigo), coinvolgendo la comunità come elemento necessario per il lavoro educativo e come spazio per generare legami e reti di aiuto. Il principale effetto negativo del giustizialismo (inasprire le pene, istituire l’ergastolo…) è che non si parte mai da un’analisi delle cause dei problemi sociali (supportato dalla menzogna che dice che è irrilevante la causa, e che se la pena è dura il delitto non verrà commesso di nuovo).

Il giustizialismo quindi prescinde dal femminismo, prescinde dalle cause e considera i crimini esclusiva responsabilità delle persone che li commettono e le uniche contromisure che si adottano in merito sono basate sul castigo e non sulla riparazione del danno.

Se parliamo della violenza maschilista come una serie di problemi individuali scollegati fra loro otterremo soltanto l’invisibilizzazione della loro reale causa: la struttura etero patriarcale che agisce come nesso del problema. Perciò sottoscriviamo le parole di Laia Sierra: “è legittimo, comprensibile e da rispettare che nel dolore si possa chiedere il ‘pugno di ferro’ contro i carnefici, ma l’empatia e la solidarietà con le vittime e con le sopravvissute non ci può far accettare che lo Stato attui riguardo ciò la sua politica criminale (3).

Non focalizzarsi sul castigo

A partire dai femminismi abbiamo alcune responsabilità. Dobbiamo ricercare una nuova logica, diversa da quella imposta dal sistema eteropatriarcale e cominciare a pensare al luogo in cui ci troviamo, in questo caso nel circuito del sistema penale.

Se ci si riferisce a noi come “donne aggredite” che vanno protette e che vivono nella paura, caute, insicure, e ci si colloca nella categoria delle vittime (anche da parte di certo femminismo) chi sarà e dove troveremo la nostra “entità salvatrice”? Nello Stato? Nel sistema penale? Nella giustizia? Negli uomini che ci aggrediscono? Sono questi i salvatori?

L’antropologa Rita Segato nel suo libro La guerra contra las mujeres scrive: “Questa costruzione coloniale moderna del valore residuale del destino femminile è ciò che dobbiamo smontare, contrastare e riprogrammare, perché è da questo schema binario e minorizzante che derivano non solo i mali che colpiscono la vita delle donne ma anche quelli che riguardano la società contemporanea nella sua interezza”.

Chi finisce in carcere?

Il giustizialismo, il punire individualmente e nella maniera più dura, si scontra frontalmente con la socializzazione, la collettività e con l’obiettivo di lavorare alle intersezioni che agiscono nei conflitti sociali in maniera proficua e vitale. Il punto è come educhiamo la società per comprendere il problema della violenza sessuale come un problema politico e non morale, come ben sottolinea Segato.

Pensare che il carcere sia necessario non è nient’altro che quel che ci hanno fatto credere fosse un tratto intrinseco alla vita e al nostro sistema politico e sociale. Per questo non è facile disfarci di questo supposto bisogno di punire e rinchiudere le persone per restare nell’ordine stabilito. In questo modo possiamo comprendere che si incarcerano le persone non per il delitto che commettono ma proprio per le loro condizioni sociali: poveri/e, dissidenti, marginali. Quando la rappresentazione simbolica della “malvagità” si spinge a definire mediaticamente un “Altro/a” come nemico, modifica le condizioni di visibilità di un problema che è strutturale e non individuale.

Il carcere pretende di occultare le persone detenute etichettandole come mostri delinquenti, in modo che generino indifferenza e repulsione nella società. Ciò non è altro che un modo di deresponsabilizzarci, dato che la cittadinanza si sente in tal modo estranea al criminale e i funzionari estranei al boia (4).

Il punto di vista abolizionista è difficile da gestire quando la cultura del castigo è radicata in tutti i fronti, tanto in quello degli oppressori quanto in quello delle oppresse. Ci basiamo da secoli su una cultura del castigo dell’Altro, dell’eretico, della strega, del pazzo, del delinquente, del mafioso, del pedofilo, del terrorista, insomma, del nemico. La cultura così istituita è, in sintesi, un elemento di addestramento e etichettatura che agisce attraverso il meccanismo peccato-punizione per produrre soggettività “a immagine e somiglianza” del funzionamento capitalista.

Si tratta, quindi, di continuare a seminare, pensare e costruire alternative e strategie contro i sistemi che ci opprimono e ci impediscono una vita degna e sostenibile e che, in definitiva, valga la pena di essere vissuta. È necessario che i femminismi si muovano in questo senso e non in altri. Mettendo i femminismi dalla nostra parte. Perché le carceri non sono femministe.

Note

  1. La violenza machista, una volta messa alle sbarre, si presenta come una eccezionalità individuale, separandola dalle pratiche sociali e dalle violenze quotidiane e convenzionali che la rendono possibile, invisibilizzando il carattere storico della società patriarcale e dell’attuale struttura sociale di relazioni di potere. Se vogliamo costruire un mondo più giusto, più umano, il carcere non serve nemmeno per i nostri peggiori nemici. Dobbiamo pensare a un’altra modalità di risoluzione dei conflitti che non passi per la logica giustizialista che punisce esclusivamente le persone e non si occupa delle condizioni che danno forma al conflitto”
    C.A.M.P.A., Come affrontare il caso de ‘La Manada’ da un’ottica transfemminista antigiustizialista
    https://campazgz.wordpress.com/2018/05/03/como-enfrentar-el-caso-de-la-manada-desde-un-feminismo-antipunitivista/disciplina y un control para poder ejercer el control sobre esa población

  2. Davis, A. Abolition Democracy: Beyond Prisons, Torture, and Empire, Seven Stories Press (October 1, 2005)

  3. Sierra, L. Populismo punitivo o como se instrumentaliza el dolor de las víctimas. http://www.pikaramagazine.com/2018/02/populismo-punitivo-o-como-se-instrumentaliza-el-dolor-de-las-victimas/

  4.  Guagliardo, V.: De los dolores y las penas. Ensayo abolicionista y sobre la objeción de conciencia. Traficantes de sueños, Madrid, 2013.

 

 

Salerno – Un altro suicidio di stato

Riceviamo e pubblichiamo.

Aziz Alhini, trentasettenne marocchino, era agli arresti domiciliari presso la “Domus Misericordiae”, struttura gestita dalla Caritas e sita a Salerno nella frazione collinare di Brignano, quando si è tolto la vita.
La sua storia è stata segnata da un clamoroso errore giudiziario: il 14 febbraio del 2016 Alhini viene denunciato per il furto di un portafogli (in seguito ritrovato) e condannato alla pena di tre anni di carcere, che inizia a scontare presso la casa circondariale di Fuorni a Salerno per poi proseguirla agli arresti domiciliari a Brignano, essendo senza fissa dimora. Alhini avrebbe finito di scontare la pena il 13 gennaio 2019, ma gli viene comunicato che avrebbe dovuto presentarsi in Questura perché sarebbero state avviate le procedure di espulsione. Dopo una condanna che viveva come un’ingiustizia e il carcere, sarebbe stato quindi deportato in Marocco. Così arriviamo alla tragica decisione di Alhini di togliersi la vita la notte di Natale.

Decine di migliaia di persone sono etichettate dalle leggi italiane come “irregolari”, sono costrette a vivere ai margini e in modi considerati sempre “illegali”: trovarsi un tetto in un edificio abbandonato, costruirsi un riparo, chiedere l’elemosina, lavorare in nero, rubare per sopravvivere. A guardia della società che li ha resi irregolari per meglio dominare e sfruttare, c’è il carcere, il CPR e la minaccia della deportazione. E così nelle stesse 24 ore si viene arrestati come Jabre e Boundaung per aver preso della legna in un bosco per costruirsi una capanna nella baraccopoli di San Ferdinando, si muore suicidi come Aziz Alhini, si muore assiderati come il 36enne marocchino Nassid Fouad, sotto una tettoia all’ex scalo merci alla stazione di Montebelluna, o travolti da un tir al quale si era aggrappato, come il giovane afgano, del quale non si conosce il nome, nella zona del porto di Ancona.

Tutto questo ha dei responsabili ben precisi e noti, gli stessi che garantiscono lo sfruttamento e l’apartheid, incarcerano e costruiscono lager, deportano e rendono un inferno la vita di tante persone migranti, le stesse istituzioni responsabili delle stragi nel Mediterraneo e della chiusura delle frontiere. Per ricordare Aziz e tantx come lui che sono finitx in questo circuito repressivo rinnoviamo l’invito a costruire e rafforzare sempre di più la solidarietà con le lotte che le persone migranti portano avanti ogni giorno dentro i lager, nei centri di accoglienza, nelle nostre città e nelle campagne.

laboratoria no confini

Come possiamo conciliare l’abolizione delle galere con il #MeToo?

In Italia il movimento femminista ci sembra non abbia attualmente una forte connessione con la lotta anti-carceraria. Per questo motivo vorremmo iniziare una ricerca e un confronto a partire dalla traduzione di questo articolo che spiega quali sono legami e risultati dell’intersezione tra femminismo e movimento abolizionista negli USA e perché le due lotte siano inscindibili. Abbiamo mantenuto il termine “abolizionismo” anche se in italia esso è perlopiù associato a movimenti istituzionalizzati, singoli o associazioni che aspirano all’eliminazione del carcere promuovendo però riforme consistenti in misure alternative alla detenzione. In questo testo, invece, con abolizionismo s’intende il rifiuto del carcere e della società carceraria, dunque una critica radicale all’esistente, posizione affine a quella di noi compagnx.

Tradotto da: https://filtermag.org/2018/09/25/how-can-we-reconcile-prison-abolition-with-metoo/

“Chiediamo ai movimenti di giustizia sociale di sviluppare strategie e analisi che affrontino sia la violenza dello stato che quella interpersonale, in particolare la violenza contro le donne. Attualmente, gli attivisti / movimenti che lottano contro la violenza dello stato (come i gruppi anticarcerari e contro la brutalità della polizia) spesso agiscono in isolamento da attivisti / movimenti che si occupano di violenza domestica e sessuale”. Queste parole furono scritte nel 2001 dall’organizzazione per l’abolizione della prigione, Critical Resistance e INCITE! Women of Colour Against Violence. [1] Gli ultimi 17 anni hanno visto un aumento dei gruppi e coordinamenti per l’abolizione delle carceri. In netto contrasto con i sostenitori della riforma carceraria, che spingono per migliorare le condizioni carcerarie ma ritengono che le carceri siano in definitiva necessarie per la sicurezza sociale, gli abolizionisti accusano le carceri stesse di essere luoghi di violenza tali da non poter mai essere adeguatamente riformate. Invece, le prigioni devono essere eliminate; così anche le condizioni che mandano le persone in prigione, incluse il razzismo, la povertà e le cause alla radice della violenza. In molte analisi sull’abolizione del carcere, tuttavia, si fa notare per la sua assenza un discorso su come affrontare la violenza di genere senza fare affidamento sulla polizia e le carceri. Allo stesso tempo, molte delle più importanti organizzazioni e movimenti che combattono la violenza domestica e sessuale continuano a fare affidamento su polizia e prigioni. All’indomani della condanna a sei mesi di carcere inflitta a Brock Turner, lo studente bianco di Stanford condannato per aver aggredito sessualmente una donna incosciente, gruppi femministi e attiviste hanno espresso indignazione per la brevità della condanna e chiesto la rimozione del giudice. “Punizioni più severe e condanne più lunghe sono sempre cadute più duramente sulle persone e le comunità di colore -devastandole-, pur fornendo poca sicurezza o prevenzione dalla violenza di genere”. Questo fare affidamento sulla criminalizzazione rafforza la violenza di stato, che non è solo perpetrata in modo schiacciate su uomini neri e marroni e poveri, ma sostiene anche un sistema che punisce le donne (cisgender e trans), gli uomini trans, le persone dal genere non conforme e intersessuali, anche quando loro stesse sono vittime della violenza. Abbiamo visto questo nel caso di Marissa Alexander, la donna che in Florida era stata inizialmente condannata a 20 anni di carcere dopo aver sparato un colpo di avvertimento per fermare l’aggressione del marito violento. Lo abbiamo visto nel caso di Ky Peterson, un uomo trans nero che sta scontando una pena detentiva di 20 anni dopo aver ucciso a morte l’uomo che lo aveva violentato.

Come siamo arrivate a questa divisione?

Nel 1994, il Congresso approvò il Violence Against Women Act (VAWA), che spinse la polizia a rispondere alle denunce di violenza domestica, violenza sessuale e altre violenze di genere. L’atto fu il risultato di anni di cause legali e di organizzazione da parte di molte femministe per costringere le forze dell’ordine a rispondere alla violenza di genere piuttosto che liquidarla come una questione interpersonale. In molte giurisdizioni, VAWA ha portato a leggi di arresto obbligatorie e a condanne detentive più punitive. Ha inoltre portato a politiche come i doppi arresti, in cui la polizia ha arrestato entrambe le persone. Alcune giurisdizioni condannano le vittime come testimoni materiali o impongono multe e minacciano una sopravvissuta con l’arresto se non coopera con l’accusa. (La città di Columbus, in Georgia, ha cambiato la sua politica di multe e arresti per la mancata cooperazione dopo una causa intentata da una sopravvissuta a un abuso, Cleopatra Harrison, e dal Southern Centre for Human Rights.) Il femminismo carcerario è il termine usato spesso per descrivere questo affidamento su un rafforzamento del controllo poliziesco, del perseguimento e della reclusione come soluzione primaria alla violenza di genere. In linea di massima, il femminismo carcerario considera le soluzioni alla violenza di genere attraverso la lente della classe media bianca, che ignora i modi in cui identità intersecanti, come razza, classe, identità di genere e status di immigrazione, rendono certe donne più vulnerabili alla violenza, inclusa la violenza di stato. Allo stesso tempo, l’incarcerazione delle donne è salita alle stelle. Nel 1980, le carceri e le prigioni della nazione detenevano 25.450 donne; 10 anni dopo, quel numero era quasi triplicato a 77.762. Nel 2000, quel numero era raddoppiato di nuovo a 156.044 e continua a crescere. A partire dal 2017, le prigioni e le carceri detengono 209.000 donne. (Questi numeri non includono donne detenute nelle prigioni per immigrate o nelle carceri minorili, o donne trans carceri maschili). Almeno la metà delle donne incarcerate ha denunciato violenze ancora prima dell’arresto. È anche vero che quasi il 90% delle persone incarcerate sono uomini (o identificati come uomini). Ma non tutte le attiviste femministe e anti-violenza adottano una soluzione carceraria. Per anni, attivisti e organizzazioni anti-violenza, come Beth Richie e INCITE! hanno sostenuto che l’aumento della criminalizzazione sostituisce l’abuso di un individuo con l’abuso da parte di forze dell’ordine, tribunali e prigioni mentre non fa nulla per affrontare le cause alla radice della violenza contro le donne. Lo abbiamo visto con Marisa Alexander, Ky Peterson e innumerevoli altre donne e persone transessuali. Nessuno sa quante migliaia di sopravvissute siano finite dietro le sbarre dopo che le forze dell’ordine non sono riuscite a garantire la loro sicurezza. Questo perché nessuna agenzia tiene traccia di questi dati. Le statistiche più recenti hanno quasi 20 anni, da un rapporto del Dipartimento di Giustizia del 1999 che affermava che quasi la metà delle donne nelle prigioni locali e nelle prigioni di stato erano state vittime di abusi prima del loro arresto. Ma, poiché le donne costituiscono circa il 10% della popolazione carceraria della nazione, molte delle analisi sull’incarcerazione di massa e sull’abolizione della prigione continuano a concentrarsi sugli uomini, un obiettivo che porta a un falso binario in cui gli uomini sono incarcerati e le donne sono vittime. È una divisione che esclude le persone (di qualsiasi genere) colpite sia dalla violenza interpersonale che da quella statale, e quindi non riesce a soddisfare i loro bisogni. Ho intervistato numerose sopravvissute alla violenza domestica imprigionate per essersi difese. Ancora e ancora, mi hanno detto che si sono rivolte alla polizia e al sistema legale, ed entrambi non sono riusciti a proteggerle. Forse la polizia ha portato via il loro aggressore per alcuni giorni, ma ciò non ha fermato la violenza. Forse i tribunali hanno emesso un ordine di protezione, un pezzo di carta che il loro abusatore ignorava in modo flagrante. Forse la polizia non ha fatto nulla. Forse il loro aggressore era la polizia. Lo stesso sistema legale che non è riuscito a proteggerle le ha poi punite per essere sopravvissute. In carcere, molte donne sono soggette a violenza, per mano di altre persone detenute, membri dello staff o per la stessa quotidianità carceraria. Allo stesso tempo, le organizzazioni per l’abolizione delle carceri continuano a riflettere l’incapacità della intera società di considerare i cambiamenti sociali e culturali come necessari per porre fine alla violenza di genere o sviluppare modi concreti per prevenire e affrontare la violenza domestica e sessuale nella vita quotidiana. “I due (piani, violenza di genere e violenza di stato ndr) non parlano davvero insieme”, dice Hyejin Shim. Shim lavora alle intersezioni tra violenza di genere e dello stato, sia come membro dello staff dell’Asian Women’s Shelter che come organizzatrice di Survived and Punished, un gruppo di base che sostiene sopravvissute alla violenza di genere criminalizzate e incarcerate. Sebbene gli sforzi per porre fine alla violenza di genere e all’abolizione del carcere siano spesso considerati incompatibili, Shim nota che “entrambi si concentrano sul porre fine alla violenza”, sia che la violenza provenga da un individuo, dallo stato o da entrambi.

Giustizia trasformativa

Un modo per affrontare la violenza interpersonale senza fare affidamento sulla violenza di stato è attraverso la giustizia trasformativa. La giustizia trasformativa si riferisce a un processo comunitario che affronta non solo i bisogni della persona che l’ha subita, ma anche le condizioni che hanno permesso questa violenza. In altre parole, invece di guardare l’atto (gli atti) di violenza in un contesto vuoto, i processi di giustizia trasformativa chiedono: “Cos’altro deve cambiare in modo che ciò non accada mai più? Che cosa deve accadere perché la sopravvissuta possa guarire?”. Non c’è una serie giusta o errata di passi da seguire nella giustizia trasformativa; invece, ogni processo dipende dalle persone e dalle circostanze. Shim osserva che le persone spesso si impegnano in processi di giustizia trasformativa, anche se non usano quel termine. Si uniscono per sostenere le persone sopravvissute nei loro ambienti, aiutandole a identificare ciò di cui hanno bisogno e come accedervi. Allo stesso tempo, Shim sottolinea che questi tipi di abilità sono spesso sottovalutate nelle cerchie organizzate. “Negli spazi di movimento, potresti avere una preparazione all’azione diretta o un corso di formazione per facilitatori, ma non uno per le capacità di lavorare attraverso i conflitti o sostenere le sopravvissute”, ha osservato. In questo momento #MeToo in cui più persone si fanno avanti con le loro esperienze di violenza sessuale e domestica, “il supporto necessario non c’è realmente o non è stato sviluppato”. Le organizzatrici anti-violenza hanno sviluppato risorse per contribuire a colmare queste lacune. Creative Interventions, un’organizzazione dedicata a fornire “risorse per le persone comuni per porre fine alla violenza”, ha sviluppato una guida online di 608 pagine sulle strategie per fermare la violenza interpersonale. Organizzatrici e sopravvissute agli abusi Ching-In Chen, Jai Dulani e Leah Lakshmi Piepnza-Samarasinha hanno compilato una zine di 111 pagine intitolata “The Revolution Starts at Home” (che più tardi è diventata un libro), che documenta i modi in cui le organizzatrici della giustizia sociale hanno affrontato i responsabili degli abusi. La guida di Creative Interventions, ad esempio, racconta come un centro di comunità culturale coreana di Oakland, in California, ha gestito un assalto sessuale, reso ancora più complicato da fattori interculturali. Nell’estate del 2006, il centro di Oakland ha invitato un insegnante di percussioni dalla Corea del Sud a insegnare in un laboratorio di batteria per una settimana. Una notte, ha aggredito sessualmente una degli studenti. Il centro di Oakland ha gestito il processo attraverso una serie di azioni, iniziando con una telefonata immediata al capo del centro di percussioni in Corea. Anche se “è stato culturalmente difficile per il gruppo coreano-americano fare richieste ai loro maggiori in Corea, tutti hanno deciso che era quello che doveva essere fatto”. Dopo che l’istituto coreano si è assunto la responsabilità e si è scusato, il centro di Oakland ha inviato una lista di richieste, tra cui l’impartizione di corsi di sensibilizzazione sull’assalto sessuale per tutti suoi membri, un impegno a mandare almeno una donna insegnante nei loro futuri scambi negli Stati Uniti, e una richiesta che l’insegnante scenda dalla sua posizione di comando per un periodo iniziale di sei mesi e partecipi alle sessioni di terapia femministe rivolte direttamente all’abuso. L’organizzazione di Oakland ha anche intrapreso azioni da parte sua, tra cui la fornitura di una serie di workshop sulla sensibilizzazione contro gli assalti sessuali per i membri del centro e membri di altri gruppi locali di percussioni, e dedicando il suo prossimo festival al tema della fuoriuscita dalla violenza sessuale. Con il consenso della vittima, i fatti relativi all’incidente sono stati stampati nel programma “come una sfida per la comunità ad assumersi la responsabilità collettiva per porre fine alle condizioni che perpetuano la violenza inclusa la collusione attraverso il silenzio”. La storia è lontana da un finale perfetto; la vittima (come preferiva essere chiamata, piuttosto che “sopravvissuta”) non è più ritornata nel centro culturale; il lungo processo sia di riflessione e di impegno istituzionale “ha indebolito l’energia e lo spirito dell’organizzazione e le amicizie che l’hanno tenuto insieme” e, quando l’insegnante di percussioni è tornato a partecipare ai festival in Corea del Sud, è stato visto con risentimento e sospetto dai visitatori americani coreani. Ma quando Liz, il presidente del centro, ha riflettuto in seguito sulla serie di eventi, ha detto: “Alcune persone ci hanno chiesto in seguito perché non abbiamo chiamato la polizia. Non era nemmeno un pensiero nella mente di nessuno. “Un altro capitolo di “The Revolution Starts at Home” (la fanzine) chiamato “assunzione di rischi: implementare strategie di responsabilità sociale di base” fornisce un altro esempio. Le autrici, un collettivo di donne di colore di Communities Against Rape and Abuse (CARA) – Alisa Bierria, Onion Carrillo, Eboni Colbert, Xandra Ibarra, Theryn Kigvamasud’Vashti e Shale Maulanaauthor – descrivono una serie di azioni intraprese da membri di un’alternativa comunità punk per affrontare le aggressioni sessuali di Lou, un uomo impiegato da un club popolare. Le autrici riportano che Lou “spingeva […] le donne a ubriacarsi e poi le costringeva a fare sesso contro la loro volontà”. Nelle loro discussioni su cosa fare, i membri della comunità “non riflettevano solo sulle esperienze dei sopravvissuti, ma anche su come la cultura locale abbia sostenuto un cattivo comportamento. “Ad esempio, il popolare settimanale alternativo spesso ha reso glamour la massiccia quantità di alcolici prevalenti nelle feste di Lou. Con il consenso delle sopravvissute, il gruppo ha progettato volantini che identificavano l’uomo e i suoi comportamenti, ha chiesto l’assunzione di responsabilità, ha criticato il giornale locale e suggerito di boicottare il club. In risposta, il giornale ha pubblicato un articolo in difesa dell’uomo, sottintendendo che, dal momento che le sopravvissute non avevano depositato accuse penali, le loro storie non erano credibili. Lou ha anche minacciato di denunciarle per diffamazione. Ma il gruppo ha continuato, lavorando con le sopravvissute a creare un documento che non solo condividesse le loro esperienze, ma articolasse anche un’analisi critica della violenza sessuale e della cultura dello stupro nella loro comunità e cosa intendessero per responsabilità della comunità. Hanno rilasciato la dichiarazione completa alla stampa e l’hanno pubblicata sul loro sito web, scatenando discussioni nella comunità musicale più ampia sulla violenza sessuale e la responsabilità. Lou ha smesso di essere invitato a feste ed eventi, i locali hanno iniziato a boicottare il club e le band fuori città evitato di suonare lì, spingendo Lou ad accettare di impegnarsi con il gruppo e negoziare un incontro faccia a faccia. Alla fine, comunque, non si è mai preso la responsabilità delle sue azioni. Il gruppo ha inoltre avviato un percorso per saperne di più sulla violenza sessuale, la sicurezza e la responsabilità, imparando a facilitare i propri seminari sulla sicurezza e la responsabilità e supportando il CARA e altre organizzazioni anti-violenza. “È un cambiamento fondamentale decidere di utilizzare le risorse per costruire la comunità che desideri [piuttosto] che spendere tutte le tue risorse combattendo il problema che vuoi eliminare”, hanno scritto gli organizzatori del CARA. Riflettendo di recente su questo scenario, Bierria, ora organizzatrce di Survived and Punished, ha osservato che “si è trattato di una potente contro-risposta a qualcosa di cui di solito non si parla”. Allo stesso tempo, ha sottolineato, “la responsabilità della comunità non è solo un processo di responsabilità. Sta creando condizioni all’interno della comunità che prevengono danni. “Può essere frustrante, ha riconosciuto. “Vogliamo [spesso] una soluzione più diretta. Ma le violenze sessuali e domestiche sono più complicate di così”. Negli ultimi due decenni, lei e altre hanno lavorato alle intersezioni della violenza di genere, della responsabilità della comunità e dell’abolizione del carcere, hanno documentato i loro processi, creando progetti e mappe stradali che lei e altre organizzatrici non avevano 20 anni fa. Questi esempi mostrano che i processi di responsabilità della comunità sono disordinati e raramente seguono un percorso uniforme. Spesso, tuttavia, mescolano e abbinano una serie diversa di strumenti alternativi che includono azioni sia per le organizzazioni che per gli individui. Consulenza per la persona che ha causato danni, rimozione dalle posizioni di comando, ammissione di colpa, scuse pubbliche e / o private, workshop e corsi di formazione e cambiamenti comportamentali specifici sono solo alcune delle richieste che le comunità possono fare. Indipendentemente dalle forme che assumono, continuare a esplorare alternative alla violenza di stato in risposta alla violenza di genere è un elemento essenziale dei movimenti per porre fine a entrambi.

[1] INCITE! has since changed its name to INCITE! Women, Gender Non-Conforming, and Trans people of Color Against Violence

Sulla nostra pelle

Riceviamo e pubblichiamo:

SULLA NOSTRA PELLE: Basta repressione, basta carcere!

Dopo anni di insabbiamenti e depistaggi, la morte di Stefano Cucchi ci ha rivelato, in tutta la sua tragica durezza, una verità che spesso viene sottaciuta: lo Stato uccide, le forze dell’ordine sono responsabili di vari crimini e la struttura repressiva statale, fatta di leggi, tribunali, chiese, psichiatria, carceri e CIE, è la causa di morte e sofferenza. Non solo Stefano, ma anche Aldo Bianzino, Serena Mollicone, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Francesco Mastrogiovanni e tante altre persone sono morte tra caserme, commissariati, ospedali o per la strada. Le carceri sono un vero e proprio inferno: oggi in Italia abbiamo circa 60.000 detenuti stipati in luoghi pericolosi e sovraffollati. Mai così tanti suicidi da cinque anni ad oggi. Il numero dei suicidi in carcere nel 2018 è un ulteriore segnale d’allarme che non va sottovalutato. Dall’inizio dell’anno, infatti, sono 55 le persone che si sono tolte la vita in diversi penitenziari. Ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza: lo Stato sta costruendo nel nostro paese un sistema repressivo sempre più spietato e capillare. I lager per migranti, chiusi nel corso degli anni in seguito alle lotte delle persone recluse, sono di nuovo al centro del progetto di controllo e gestione della vita di chi approda in Italia e si prevede a breve l’apertura di altri centri per la deportazione. I vari governi che si succedono, di destra e di sinistra, procedono sempre nella stessa direzione: sempre meno libertà, sempre più controllo e repressione. Anche nella nostra città, a Salerno, la situazione è allarmante: nel carcere di Fuorni si ripetono episodi tragici. Qualche giorno fa una detenuta dell’ala femminile del carcere si è suicidata, mentre negli ultimi mesi sono stati segnalati vari pestaggi, con detenuti condotti a processo apparsi davanti al giudice pieni di lividi e con evidenti segni di percosse. Proprio come è accaduto a Stefano Cucchi. Il carcere e il lavoro di magistratura e polizia fanno parte di un unico progetto rispetto al quale non chiediamo riforme e monitoraggio di meri “abusi”episodici: vogliamo invece lottare contro l’esistenza stessa di questi strumenti che servono solo a perfezionare il potere dello Stato sulle persone. Anche nella nostra città abbiamo bisogno di una maggiore solidarietà verso chi subisce la repressione e si trova suo malgrado costretto tra le maglie di questo sistema.

Collettiva contro il carcere

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