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Il welfare animale nella campagna delle presidenziali USA

Negli Stati Uniti è tempo ormai di candidature per le elezioni presidenziali e tra le varie tematiche su cui si confrontano i politici democratici, tra di loro e con l’amministrazione Trump, fa capolino anche la questione del “welfare animale”. Bisogna innanzitutto fare presente come da un lato questo interesse per il benessere e la salute delle altre specie sia condizionato nel quadro di proposte politiche molto limitate e cautamente riformiste all’interno di un quadro, quello dell’industria agroalimentare, che di per sé persegue finalità di sfruttamento e di sterminio a scopo di profitto. Desta comunque interesse fare un ragionamento generale su come queste tematiche siano sempre più al centro dell’attenzione e del dibattito politico americano mentre in Europa sono ancora fuori dal confronto istituzionale se non per quanto riguarda alcune proposte dei partiti ecologisti. Un esempio lampante può essere quello dell’appena nominato governo cosiddetto “giallo-rosso” che da un lato ha annunciato una svolta in direzione di una “green economy” con investimenti a favore dell’ambiente fuori dai vincoli di deficit, mentre dall’altro ha nominato una ministra dell’agricoltura che ha rilasciato dichiarazioni inequivocabili sul tema. La politica renziana Teresa Bellanova, intervistata da Lilli Gruber nel talk show “In onda”, ha infatti affermato come le priorità del suo ministero siano relative al contrasto dei virus come la Xylella e alla certificazione di qualità dei prodotti alimentari. Gli animali praticamente non esistono se non come strumento di consumo e di espansione dell’industria made in Italy, così come nessun cenno è stato fatto alla disastrosa situazione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti nelle campagne, tra chi lavora senza documenti e senza casa a cottimo sotto il sole cocente della Puglia o della Calabria. Un esordio, quello della ex bracciante Bellanova, totalmente in linea con il suo predecessore leghista Centinaio. Tornando agli USA, il dibattito sulle cause dell’inquinamento e del relativo aumento del riscaldamento climatico ha finalmente messo in primo piano con dati inoppugnabili anche il ruolo degli allevamenti intensivi, per cui diventa difficile anche per i candidati democratici del paese dei mangiatori di cheesburger continuare a fare finta di niente. Nella sinistra USA ci sono politici come Bernie Sanders che hanno presentato per le primarie democratiche un programma di “animal welfare” piuttosto vago ma comunque abbastanza significativo: https://feelthebern.org/bernie-sanders-on-animal-welfare/ Si va dalla richiesta di una diminuzione della crudeltà sugli animali da allevamento fino alla protezione di alcune specie particolari e in via di estinzione. Altri programmi simili sono presenti nelle piattaforme per le primarie democratiche di altr* candidat*. La piattaforma più articolata è quella di Juliàn Castro https://veganista.co/2019/08/19/julian-castro-unveils-groundbreaking-animal-welfare-plan/ che si sofferma sui test animali per i cosmetici, sulla caccia così come sulla stessa riduzione degli allevamenti industriali. Cory Booker, senatore del New Jersey, è un vegano dichiarato (esempio abbastanza raro nel mondo della politica istituzionale) e ha una piattaforma simile a quella di Castro: https://corybooker.com/issues/animal-welfare/ Tra i pezzi grossi delle primarie c’è sicuramente Joe Biden: nella piattaforma dell’ex vicepresidente di Obama non c’è traccia di punti riguardanti il welfare animale ma abbiamo comunque alcuni suoi atti del passato che lo hanno visto battersi contro la macellazione equina, la caccia di animali esotici e dei delfini. Una delle sue principali concorrenti alla nomination è Elizabeth Warren: la candidata del partito democratico si contende con Bernie Sanders (sulle linee di politica generale) la palma del programma più radical e spostato a sinistra. Per quanto riguarda le politiche verso gli animali, invece, diversamente da Bernie, la Warren appare come una convinta nemica della liberazione animale, una specista di tutto tondo: ha infatti sponsorizzato una campagna a favore dell’industria casearia https://veganista.co/2019/07/09/the-dairy-pride-act-is-a-full-blown-attack-on-vegan-businesses-so-why-did-elizabeth-warren-back-it/ finanziata dalle lobby agroalimentari e si è pronunciata in modo nettamente negazionista rispetto al ruolo degli allevamenti nei cambiamenti climatici. Chiedete alla Warren di parlarvi del Green New Deal ma non ditele che il cheesburger che si sta mangiando è la causa dell’inquinamento che sta distruggendo il pianeta. Queste sono dunque le principali posizioni dei politici democrat. Il vincitore o la vincitrice delle primarie si troverà di fronte un avversario tradizionalmente collocato su posizioni speciste e di sterminio animale, nonché di un forsennato negazionismo climatico tout court. L’amministrazione di Donal Trump si è spesa infatti in questi anni attraverso il suo dipartimento per l’agricoltura per aumentare la velocità della macellazione dei suini nelle linee dei mattatoi, attualmente “limitate” a soli 1.106 maiali massacrati all’ora https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-12-06/usda-plan-to-speed-up-slaughter-line-is-challenged-as-flawed Inoltre, l’amministrazione Trump si è spesa contro la protezione delle specie in via di estinzione: https://eu.usatoday.com/story/news/politics/2019/08/12/donald-trump-administration-weaken-endangered-species-act/1985543001/ Insomma, chiunque affronterà Trump alle prossime elezioni presidenziali troverà un candidato ben agguerrito a difesa di tutti i privilegi specisti, anche quelli più odiosi e facilmente evitabili.

lino caetani

Foreste in fiamme e corpi da macello

Questa estate 2019 è stata disastrosa per il pianeta. Incendi in Siberia, ghiacciai che si sciolgono in Groenlandia, temperature record ovunque, fino ai roghi devastanti nella foresta amazzonica, che hanno dato il colpo di grazia a un ecosistema già ampiamente provato: gli incendi di quest’anno non sono infatti straordinari ma confermano una tendenza ventennale [1]. I negazionisti dei cambiamenti climatici sono ormai ridotti al silenzio e i capitalisti preparano la loro fuga verso bunker protetti dal disastro in isole lontane e al riparo dalla catastrofe. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite mette in fila le cause principali che sono alla base dei cambiamenti climatici: al primo posto (non è più soltanto qualche documentario girato da registi underground a dirlo) ci sono gli allevamenti animali [2].

Anche l’indignazione da social ha dovuto stavolta fare i conti con la realtà delle cause che hanno condotto agli incendi di Amazzonia, Congo, Angola: serve spazio per bestiame da macellare, e per la coltivazione dei mangimi con cui ingrassarlo. L’evidenza dell’impatto dell’industria della carne sull’ecosistema amazzonico ha potuto farsi spazio – principalmente a causa della coltre di fumo che ha avvolto San Paolo – nelle prime pagine dell’informazione di tutto il mondo; ormai insomma non è più possibile tergiversare richiamandosi alla complessità del fenomeno del riscaldamento globale. Le fiamme vengono appiccate, e primariamente per incrementare la produzione di carne.

Sono irrecuperabili i danni alla biodiversità, al clima, alle popolazioni indigene che sono conseguenza della strategia di deforestazione decennale di queste terre. Una immagine molto circolata in rete recita “non è fuoco, è il capitalismo”: un riassunto tanto lapidario quanto innegabile.

Se la grande mano del capitale muove processi economici, umani, ambientali incontrollabili in cosa consiste allora fare dell’anticapitalismo in tempi di crisi ecologica? C’è a nostro avviso una dissonanza che sorge quando si associa il consumo di animali allo sfruttamento del pianeta: anche se la nostra lotta è (crediamo) anticapitalista, qualcosa ci frena dal rifiutare l’uso della carne in toto, una nostalgia ci coglie ancor prima di fare qualsivoglia tentativo. Le coscienze si riempiono di voci che recitano “ne mangio solo due volte alla settimana”, “non si combatte il capitalismo con scelte di consumo”, “non c’è consumo etico sotto il capitalismo”.

Beh, siamo d’accordo, quello del consumo non è terreno per alcun tipo di conflitto, ma pare che si dimentichino diversi fattori in gioco, soprattutto per chi utilizza le categorie marxiane:

1) quello degli animali non è forse lavoro? Parliamo di corpi di fatto schiavizzati (quella animale è forza-lavoro non pagata e obbligata), esistenti solo in funzione della produzione di un valore sul mercato dei corpi-carne. Come sottolinea Jason Hribal “Consideriamo la ‘carne’. Carne, muscoli, ossa, grasso, questa è la sua forma fisica. Ma la carne non è questo. Piuttosto, la carne è la merce composta dalla forma fisica e creata attraverso la forza lavoro. I principali fornitori di forza lavoro sono polli, mucche e maiali. I fornitori secondari sono gli umani che gestiscono le operazioni e raccolgono i profitti. Se stai acquistando un maialino, stai acquistando la sua forza lavoro futura: sia per produrre beni o riprodurre più forza lavoro. Produrre carne è lavoro tanto quanto lo è guidare i non vedenti o tirare una carrozza. Adam Smith non ha scelto un cavallo come il suo esempio di lavoratore. Ha scelto una mucca.” [3]

2) La scelta vegana non è una scelta di consumo, è un posizionamento politico radicale contro tutti i tipi di oppressione: è il tentativo costante di disinnescare la postura antropocentrica e secolarizzata che respiriamo e riproduciamo quotidianamente. Tirare fuori la scusa dell’insufficienza del “consumo etico” nel capitalismo è semplicemente inaccettabile quando parliamo della libertà e della liberazione dei corpi animali, del rifiuto di ingabbiarli, torturarli, mangiarli. Gira molto nei social questo meme che ironizza sull’inefficacia delle pratiche individuali come andare in bici, riciclare e ridurre il consumo di carne, mentre enfatizza l’unica vera soluzione ovvero fare fuori fisicamente la “classe aziendale corrotta”. A parte il velleitarismo pseudo grillino (la kasta corrottah!1!1!!!) dell’immaginare che all’uccisione di un simbolico re crolli anche il castello ci sembra che manchi (da parte di chi usa il meme in maniera autoassolutoria) la volontà di scomodarsi verso un discorso davvero materialistico, che consideri cioè la catena dello sfruttamento attraverso cui il re ha fatto costruire il castello.

Il capitalismo ha goduto (e gode) dell’appoggio simbolico e materiale di sistemi oppressivi a esso precedenti. Questi sono tra gli altri patriarcato, razzismo, specismo. Non ci sogneremmo mai di dire che il nostro agire personale (aka politico) può essere esente dal tentativo costante di smantellare i sessismi e i razzismi di cui ci nutriamo e le oppressioni sessiste/razziste che esercitiamo o di cui siamo oggetto. Sebbene sappiamo che queste stesse oppressioni sono sistemiche e che sorreggono una complessa costruzione di poteri materiali, economici, ideologici, non ci sentiamo perciò esentat* dalla lotta continua, personale (e a volte per fortuna collettiva) contro le sue manifestazioni. Ecco, non si vede succedere lo stesso quando parliamo invece dello sfruttamento animale, le cui cause e dispositivi sembrano aleggiare in un iperuranio tanto lontano che l’oppressione che continuiamo a (letteralmente) masticare quotidianamente non ha alcun valore nella strategia politica.

Se non vediamo la responsabilità nello scegliere di nutrirsi di un corpo morto (che il capitale si è curato di depurare dalle implicazioni violente e dagli strascichi macabri rendendolo un semplice ‘pezzo di carne’, un prodotto come tanti) allora forse dovremmo davvero abbandonare tutte quelle micro-lotte che ingaggiamo ogni giorno nei confronti della normalizzazione della violenza sia essa patriarcale, razzista, abilista, adultista. O in alternativa potremmo accantonare lo sbeffeggio vegefobico o l’autoassoluzione e ammettere che quel gesto non deve avere necessariamente un peso determinante sull’economia dello sterminio animale mondiale, ma che ha senso innanzitutto perché rifiutiamo che la messa in vita, la messa a lavoro e la macellazione intenzionale e programmata di miliardi di esseri senzienti possa essere parte di un sistema accettabile (accettabile quanto una fetta di prosciutto nel panino).

Note

[1] https://news.mongabay.com/2019/08/satellite-images-from-planet-reveal-devastating-amazon-fires-in-near-real-time/)

[2] Alcuni dati da http://www.fao.org/3/a0701e/a0701e.pdf

Il settore dell’allevamento (diretto e indiretto) copre più del 30% della superficie terrestre, e oltre il 70% di quella coltivabile. Prima causa dell’emissioni climalteranti dei gas serra (18%), più dell’intero settore trasporti. Consumo dell’8% delle risorse idriche mondiali, principalmente per l’irrigazione delle colture destinate all’alimentazione degli animali da macello/produzione. Maggior fattore di inquinamento delle acque, della crezione dele cosiddette ‘zone morte’: suolo reso infertile dallo sversamento delle deiezioni dell’industria dell’allevamento. Nei soli USA l’industria della carne è responsabile del 55% erosione di suolo, 37% dei pesticidi, 50% antibiotici, e un terzo delle emissioni di azoto e fosforo nelle risorse d’acqua dolce.

[3] https://www.all-creatures.org/articles/ar-animals-working-class.pdf pag.19

 

Vegan: stile di consumo o azione politica?

di Marco Reggio
Intervento all’interno del percorso ‘Politicizzazione del dibattito ecologico’ del Borgofuturo Social Camp3

Veganismo ed ecologia
Le condizioni in cui sono costretti a vivere gli animali non umani vengono costantemente nascoste all’interno della società, in particolare all’interno del dibattito ecologico.
Il veganismo, come espressione più immediata della denuncia della violenza sistemica contro gli animali, è invisibilizzato anche all’interno del dibattito ecologico, e soprattutto di quello climatico.
Alcuni dati:
– il 20% delle emissioni di gas serra proviene dall’allevamento
– una parte sostanziale della deforestazione è dovuta alla creazione di aree coltivate a mangimi per l’allevamento intensivo
– la produzione di fertilizzanti sintetici per la coltivazione dei mangimi animali impiega grandi quantitativi di energia fossile (soprattutto CO2)
– L’allevamento produce il 37% del metano e il 65% del protossido di azoto mondiali

Veganismi individuali e veganismi politici
Quando il veganismo è concepito come uno stile di vita l’individuo è considerato primariamente come consumatore, e non come membro della società. Seguendo questo approccio il veganismo è una pratica individuale che mira a migliorare la salute di chi lo pratica, o che permette alle persone di ‘fare la propria parte’ nel contrasto all’inquinamento o alla malnutrizione.
Anche quando ha a che vedere coi diritti animali, non ci si spinge più in là del boicottaggio commerciale. Lo stile di vita vegano si basa sull’idea che lo sfruttamento animale può essere fermato attraverso un’opera di conversione uno-a-uno alla dieta cruelty-free.
Si può però partire dall’assunto per cui la violenza contro gli animali non è il frutto della crudeltà individuale, e quindi non può essere eliminata richiamandosi al buon cuore dei singoli.
Un problema sistemico richiede un intervento sistemico; ecco perché non è più l’azione individuale a essere al centro della questione. Al contrario essa costituisce l’espressione individuale di un posizionamento politico. Posizionamento che può perciò manifestarsi come solidarietà nei confronti degli animali prigionieri, o di quelli che ogni giorno tentano di ribellarsi, o come un’espressione di coerenza con le lotte di liberazione animale.

Veganismo Queer
Come scrive Rasmus R. Simonsen nel suo Manifesto Queer Vegan, “dichiarare il proprio veganismo può pertanto essere accostato al coming out di in-dividui queer. Ad esempio, quando informai i miei genitori che intendevo diventare vegano, mia madre scoppiò in lacrime e disse: ‘Come potrò ancora cucinare per te?!’. Nel mio contesto familiare, il perturbamento non intenzionale causato dalla mia scelta suonò, a dir poco, straniante [queer]: il ruolo di mia madre come nutrice veniva, a suo modo di vedere, messo a repentaglio, e ogni pasto che avrei consumato in famiglia avrebbe sfidato abitudini alimentari antropocentriche. Rifiutando non tanto il cibo animale quanto, peggio ancora, la modalità stessa dello stare insieme che si realizza intorno al desco familiare, sarei diventato un ‘guastafeste’ (killjoy), ‘quello che si mette di traverso nella solidarietà organica’ che si instaura nell’atto di mangiare (Ahmed, 2004, 213). La mia decisione aveva messo in dubbio la funzione della tavola, a cui Ahmed si riferisce come a un ‘oggetto parentale’ (Ivi, 46), al luogo della coesione familiare; il cameratismo, la forza affettiva che mi legava al resto della famiglia non poteva più essere data per scontata. Opponendosi all’uccisione di esseri di altre specie, i vegani possono effettivamente, e ironicamente, trasformarsi negli ‘assassini’ della ‘gioia familiare’ (Ivi, 49). Niente più pasti ‘felici’ insieme. Non solo: dato che in futuro mia madre non avrebbe più potuto continuare a svolgere lo stesso ‘lavoro di servizio’ femminile (Cudworth, 2010, 82) per me e per gli altri componenti della famiglia, la mia scelta metteva in discussione anche l’ordine eterocentrato dello spazio domestico.”

L’assimilazione non è un’opzione
“Invece di continuare a insistere su una presunta ‘norma’ del veganismo, mi preme sottolineare lo straniamento del veganismo, come ciò che, per citare Edelman, ‘stride contro la normalizzazione’ (2004, 6), problematizzando il ‘privilegio dell’eteronormatività’ che è, al tempo stesso, il privilegio dell’antroponormatività come ‘principio organizzatore delle relazioni comunitarie’ (Ivi, 2). Diventare vegan* significa allora diventare queer in tutta la sua ‘spregevole differenza’ (Ivi, 26). Se davvero vogliamo lanciare una sfida potente ed efficace al sistema che sta alla base dello sfruttamento animale è fondamentale esaminare ed esplicitare tutto l’insieme dei discorsi che lo costituiscono e comprendere che è necessario abbandonare l’idea secondo cui il veganismo possa entrare a far parte della prassi dominante senza essere ‘accolto’ all’interno di un progetto di normalizzazione. Dovremmo pertanto evitare di riferirci al veganismo come a uno stile di vita, dal momento che esso condivide l’etica queer ‘senza speranza’ proposta da Edelman ed entrambe queste posizioni si oppongono alla perpetuazione e alla riproduzione dell’ordine sociale antropo/eteronormativo.”

Vegefilia/vegefobia
La reazione rispetto al veganismo è duplice: da un lato il sistema tende a includerlo, assimilandolo come opzione di consumo, dall’altro mostra insofferenza e tende all’esclusione attraverso discriminazioni delle persone vegane.
La vegefobia, come altre espressioni che utilizzano il suffisso -fobia, è il rifiuto di un comportamento che porta con sé un contenuto politico. La vegefobia riguarda tanto il rifiuto del vegetarianismo per i diritti animali quanto la discriminazione verso le persone vegetariane. Sentimenti come la paura, il disprezzo e perfino l’odio possono far parte di questa discriminazione.
Se i vegetariani subiscono rifiuto è perché il loro agire mette in discussione il consumo di carne animale, anche senza bisogno di verbalizzare la propria opinione. Non consumare carne è un modo di mettere in discussione la dominazione umana, e questo interrogare i privilegi dominanti può portare a reazioni violente nei confronti delle persone vegetariane.
La vegefobia quindi non è semplicemente l’ostilità verso il vegetarianismo come stile di vita ma riguarda il fatto che quest’attitudine interroga l’idea della dominazione umana, rimandando quindi all’antispecismo.
La compresenza di assimilazione ed esclusione può sembrare schizofrenica ma non lo è. In effetti questo binarismo è un fenomeno classico delle modalità con cui il capitalismo tratta le forme di dissenso. Se guardiamo più da vicino ci accorgiamo che l’inclusione è in realtà una forma di inclusione condizionale: il veganismo è accettato se non disturba, se non sfida l’antropocentrismo, se non mette in dubbio l’attuale sistema di produzione e se non mostra solidarietà con altre lotte.

Perché alcuni tipi di veganismo sono ostracizzati o nascosti?
Ecco alcune risposte non-definitive:
– Le rivendicazioni per la liberazione animale o per i diritti radicali degli animali sono più difficili da portare avanti rispetto ad alcune correzioni legate all’impatto ecologico dello stile di vita occidentale
– questi veganismi interrogano il rapporto tra le specie, che è qualcosa di molto più profondamente radicato nel nostro immaginario collettivo rispetto a, per esempio, l’utilizzo di combustibili fossili o della plastica.
– questi veganismi sono connessi a un sistema, la norma sacrificale, che è necessario per mantenere l’ordine sociale capitalistico, e che costituisce lo schema fondamentale per altri sistemi (esempio emblematico è il modo in cui l’animalizzazione venga usata nelle politiche neocoloniali degli stati occidentali)

La Norma Sacrificale
Secondo la definizione di Federico Zappino la norma sacrificale è un processo di ‘naturalizzazione dell’uccisione di vite non-umane che assurge a produttrice di soggettività, desideri, relazioni e altre norme’.
La norma sacrificale produce due tipi di soggetti (umano/animale): soggetti sacrificabili (macellabili, ad esempio) e soggetti che non possono essere sacrificati. È grazie a questa norma che la precarietà e la vulnerabilità degli umani e dei non-umani è trattata in maniera diversa: la minor precarietà dell’umano rispetto all’animale è dovuta al fatto che il primo la attenua sulla base delle tecnologie e degli abusi di potere che servono a massimizzare quella del secondo.
La norma sacrificale, come altri dispositivi di oppressione (per esempio la norma eterosessuale), è pre-esistente al capitalismo, in senso storico e logico. Il modo di produzione capitalistico è caratterizzato precisamente dall’abilità di utilizzare sistemi che lo precedono a suo vantaggio. Inoltre, da un punto di vista strettamente materiale, non dobbiamo dimenticare che il modo di produzione capitalistico si basa sullo sfruttamento dei corpi animali e delle loro capacità riproduttive (non è una coincidenza che la parola capitalismo derivi dal latino ‘caput’, capo di bestiame).

È possibile un capitalismo vegano?
Se pensiamo al veganismo come uno stile di vita, la risposta è sì: le aziende multinazionali possono espandere i loro profitti soddisfacendo un nuovo settore commerciale.
Se pensiamo al veganismo come espressione della solidarietà intraspecie (o come una sfida politica alla strategia di predazione e distruzione del pianeta) è difficile pensare a un capitalismo che possa mai essere antispecista.
Ovviamente c’è una radicale differenza di visione tra la prospettiva ecologica (anche radicale) e quella dei diritti animali. Nel primo caso gli animali non sono pienamente soggetti, e quindi i rischi dell’allevamento intensivo possono essere corretti, anche drasticamente, ma senza rinunciare del tutto allo sfruttamento. Nel secondo caso è invece impossibile non esigere la totale abolizione dello sfruttamento.
Ad ogni modo, anche i movimenti ecologici di ispirazione umanista/antropocentrica dovrebbero seriamente considerare se l’esortazione a ridurre il consumo di carne sia una strategia realistica. Considerando quest’esortazione alla luce della norma sacrificale o suprematismo di specie, potremmo guardare al dibattito sull’uso di corpi animali come una questione binaria: o gli animali vengono mangiati, o non vengono mangiati. In questa prospettiva capiamo perché gli inviti alla riduzione del consumo di carne spesso non producono grandi effetti, anzi servono come scusa per continuare a supportare l’attuale sistema di produzione.

Veganismo e giustizia ambientale
Quale può essere il contributo fondamentale delle lotte per la liberazione animale alla giustizia ambientale (considerata come un’istanza politica, o come una questione da ri-politicizzare)?
Il movimento per la liberazione animale, anche attraverso un veganismo critico, può rendere evidente l’effetto che uno dei pilastri dell’economia globale (lo specismo) ha sulla distruzione del pianeta, tanto da un punto di vista simbolico quanto materiale. Ecco perché il suo contributo è essenziale per radicalizzare le richieste di giustizia ambientale.

Il presidio permanente a Huesca contro l’apertura del più grande mattatoio d’Europa

di Concha Lòpez

Presto, se nulla lo impedirà, entrerà in funzionamento a Binéfar (Huesca) il più grande mattatoio d’Europa, che avrà la capacità di uccidere 32.000 maiali al giorno. Uno dopo l’altro, entrando vivi, impauriti, cercando di proteggersi a vicenda, annusando il sangue, percependo la morte, incapaci di scappare, urlando disperatamente. Uno dopo l’altro fino a 32.000 al giorno. Quasi otto milioni all’anno. Una fabbrica di morte. La più grande in Europa. Alcuni diranno che sarà un orgoglio per Binéfar, per Huesca, per la Spagna.

A Huesca lo sfruttamento degli animali è in piena espansione. Il bestiame è diventato un mezzo per riempire la Spagna svuotata, sebbene sia piena di sofferenza, dolore, pestilenza, contaminazione. Perché quella discarica non sarà solo il sito di un autentico olocausto animale, ma sarà anche al centro di un degrado ambientale come pochi altri. Secondo il rapporto tecnico registrato nel municipio di Binéfar, questo macro-mattatoio emetterà 126 tonnellate di CO2 ogni giorno, l’equivalente di quello assorbito da 6.500 alberi all’anno e 1,3 milioni di metri cubi di rifiuti inquinanti ogni anno. Nella parte posteriore del macro-mattatoio c’è un grande serbatoio intorno a cui si può camminare. Quando inizierà a funzionare, il macro-mattatoio sarà l’equivalente di due piscine olimpioniche, 5.000 metri cubi di acqua ogni giorno, 60 litri al secondo.

Mentre l’ONU mette in guardia contro l’impatto dell’allevamento da bestiame sul riscaldamento globale e le purine delle fattorie si rivelano come un potente veleno contro l’ambiente, Binéfar è pronto a ospitare l’orrore.

Nel territorio circostante abbondano edifici industriali che sorgono in mezzo al nulla. Sembrano asettici in lontananza. Alcuni più piccoli, altri enormi. Dentro, migliaia, decine di migliaia di animali stipati, nati, malati, morenti, partoriscono. Sofferenza. Sono le fattorie che forniranno al macro-mattatoio la sua materia prima essenziale: i corpi di quegli animali. Il traffico di camion che trasporta quei corpi ancora vivi alla loro destinazione crudele è costante nella zona. Quando aprirà la megaindustria aumenterà considerevolmente.

Il responsabile di questo progetto è Piero Pini, un uomo d’affari italiano che è stato collegato alla mafia e che è stato recentemente incarcerato in Ungheria per frode fiscale. In precedenza era stato arrestato in Polonia con l’accusa di una presunta truffa che presenta elementi simili a quelli previsti a Binéfar, dicono gli attivisti. Secondo la stampa italiana, il macello dell’imprenditore nella Polonia centrale copriva una rete di dozzine di aziende dedicate alle attività criminali.

A Binéfar c’è già un altro macello, molto più piccolo di quello progettato, e già i suoi effetti fanno sì che molti vicini si oppongano a questo nuovo progetto. La città puzza di urina, feci, malattie e sporcizia, dicono. In estate è insopportabile, devi chiudere le finestre e accendere l’aria condizionata. Alcuni anni fa potevi vedere sangue e budella nelle fogne della città. In alcuni momenti di pausa del giorno il silenzio permette di sentire le urla dei maiali. Le prime vittime del nuovo macro-mattatoio, a soli due chilometri dal centro urbano, saranno le sue decine di migliaia di animali uccisi al giorno, ma anche i vicini ne pagheranno il prezzo. Lo stanno già pagando. Il degrado ambientale può essere irreparabile.

L’annuncio dell’apertura di questo macro-mattatoio e le informazioni sull’opacità e le possibili irregolarità che circondano quel progetto hanno portato a Binéfar da tutta la Spagna diversx attivistx della liberazione animale, che hanno allestito un campo antispecista permanente in un parco pubblico proprio di fronte a quell’inferno e hanno coordinato le mobilitazioni in diversi luoghi per informare su ciò che accadrà nella città di Huesca.

Si sentono, come fattorie, in mezzo al nulla, in un paesaggio dove non c’è riparo dalle intemperie del tempo. Il sole, il caldo, la pioggia o il freddo sono implacabili e le uniche protezioni sono i teloni e le tende dove si rifugiano ogni giorno, dove ricevono il sostegno di alcuni e anche gli attacchi di altri.

Circondatx da abusi e schiavitù, affermano questx attivistx, ha senso difendere la liberazione degli animali giorno dopo giorno, renderla visibile e farla volare davanti ai camion che quotidianamente attraversano queste strade piene di terrore verso la morte. Tra la strada e i binari del treno, ogni volta che passa un convoglio, esibiscono striscioni, intonano cori di protesta.

Dal campo è si è dispiegato un attivismo di sensibilizzazione nella città, con distribuzione di opuscoli, “frammenti di verità” in cui scoprire cosa si troverà all’interno del macello, degustazioni di cibo vegano e discussioni con i vicini interessati a saperne di più riguardo a quella forma di lotta che è il veganismo.

Due settimane dopo aver piantato il campo, lx attivistx hanno manifestato contro il macro-mattatoio per le strade della città. Il 5 marzo, il collettivo Vegancha ha organizzato una giornata con conferenze e workshop a cui hanno partecipato più di quaranta persone. Poi hanno interrotto i lavori di costruzione del macro-mattatoio per reclamarne l’interruzione.

Durante questo periodo moltx attivistx di diverse parti dello stato sono passatx attraverso il campo, incluse persone provenienti da altre parti d’Europa che hanno conosciuto la protesta dai social network. Quellx che rimangono lì apprezzano in modo permanente l’opportunità di condividere la lotta e tessere reti di attivismo, unendo la lotta antispecista.

Il 25 maggio diversi gruppi antispecisti e attivistx arrivati da Madrid, Barcellona, Huesca, Iruña, Malaga, Valladolid, Girona, Teruel, Lleida, Valencia, Gasteiz e villaggi vicino a Binéfar si sono concentratx in una marcia chiamata sui social network e conclusa alle porte del macro-mattatoio, dove hanno letto un manifesto che espone le ragioni contro la sua apertura e contro lo sfruttamento di altri animali.

Negli ultimi giorni, un ordine di sfratto che non è stato ancora eseguito pesa sul campo. Dubitano che possa essere eseguito, a parte lo smantellamento delle tende e dei teloni, perché il terreno su cui sono state installate è un parco pubblico. Ma la minaccia è lì. E se se ne vanno, lamentano, nessuno informerà su cosa diavolo sta succedendo.

Lx attivistx assicurano che i lavori proseguono e il macro-mattatoio si aprirà a breve se nulla lo impediràe. In effetti, c’è chi dice che nella seconda metà di questo mese inizieranno “i test con gli animali”. Per questo motivo, chiedono mobilitazione, non solo animalista ma anche ambientalista, per concentrarsi su Binéfar affinché questa grande fabbrica di orrore e sofferenza non possa mai aprire le sue porte. In effetti, si riscontra tristemente con una certa sorpresa come le più potenti organizzazioni per i diritti degli animali e in difesa dell’ambiente abbiano appena alzato la voce contro questo macro-mattatoio, anche se alcune di loro sono in una lotta frontale contro i grandi allevamenti, l’altra faccia della stessa moneta.

Deve essere una lotta globale, insistono, e con essa vogliono anche contribuire a un dibattito che considerano urgente su come gli umani vogliono rapportarsi agli altri animali, alla vita che ci circonda.

Fonte: https://www.eldiario.es/caballodenietzsche/Campamento-Huesca-matadero-grande-Europa_6_907169299.html

Il cambiamento climatico è diventato importante. È in Tv in prima serata

Fonte: https://peopleandnature.wordpress.com/2019/04/23/climate-change-must-be-a-thing-its-on-prime-time-tv/#more-2445

Gli effetti chiave del riscaldamento globale sono stati riportati senza mezzi termini davanti a milioni di telespettatori nel documentario “Climate Change: The Facts”, trasmesso su BBC One giovedì 18 aprile. “Può sembrare spaventoso”, ha detto il super-popolare naturalista e personaggio televisivo David Attenborough, presentando lo spettacolo, “ma le prove scientifiche dicono che se non avremo intrapreso un’azione drastica entro il prossimo decennio, potremmo avere danni irreversibili per la natura e il collasso delle nostre società “. La stampa ha adorato il documentario della BBC. “Una chiamata alle armi”, ha scritto il quotidiano “The Guardian”. “Bisogna che filantropi, investitori e governi si sveglino per agire?” Si è domandata la rivista “Forbes”.

Il gruppo teatrale “Renew Rebels”, in scena a Waterloo Bridge venerdì 19 agosto durante le proteste di “Extinction Rebellion”. Il petrolio (in nero) affronta il potere delle onde (in blu), il vento (in bianco) e il sole (in arancione)

Io mi sono chiesto: perché proprio adesso?

La BBC non ha mai avuto fretta di raccontare il riscaldamento globale. Nel 2011, due decenni dopo che i colloqui internazionali sul clima erano iniziati a Rio, gli scienziati stavano contestando la BBC per aver dato spazio ai negazionisti dei cambiamenti climatici. Nel 2014, una nota della BBC ha detto ai giornalisti di smettere di fingere che fosse necessario mostrare una “equidistanza” tra la scienza del clima e i suoi negazionisti – ma la pratica è continuata, portando a un altro comunicato nel settembre dello scorso anno. In quel periodo, i ricercatori avevano iniziato a rifiutarsi di entrare negli studi della BBC per discutere con i negazionisti.

Ma giornalisti di alto profilo della BBC si sentivano ancora obbligati a intervistare quei cospirazionisti antiscientifici che sono pagati dall’industria dei combustibili fossili per consigliare Donald Trump. Nell’ottobre dello scorso anno, quando il rapporto “Intergovernmental Panel on Climate Change” ha delineato le misure utili per limitare il riscaldamento a 1,5 gradi al di sopra del livello preindustriale, Evan Davies di “Newsnight” ha dato a Myron Ebell lo spazio per sminuirlo.

Secondo certi standard, la BBC sta andando anche bene. Dopotutto, ci sono voluti 359 anni al Vaticano per scusarsi di aver costretto Galileo Galilei a negare la sua scoperta che la terra girasse attorno al sole. La BBC ha messo in dubbio i cambiamenti climatici: il documentario “Climate Change. The Facts” arriva dopo soli 30 anni da quando gli scienziati hanno dimostrato il nesso causale della combustione dei fossili e di altre attività economiche nel riscaldamento globale. Molto bene.

Quindi, perché proprio adesso? Secondo me per due motivi principali.

1. La realtà del riscaldamento globale sta diventando palesemente ovvia. Venti degli anni più caldi mai registrati nella storia sono stati negli ultimi ventidue. Effetti come le inondazioni e la devastazione dell’agricoltura sono stati avvertiti nel sud globale per molti anni. Adesso anche i paesi ricchi vengono colpiti. Il documentario “Climate Change. The Fact” affronta molto bene questo problema, mostrando la devastazione causata dagli incendi e l’innalzamento del livello del mare negli Stati Uniti.

2. È emerso un movimento di protesta completamente nuovo, diretto essenzialmente contro l’incapacità dei politici di agire sul riscaldamento globale, con scioperi degli studenti e azioni dirette non violente su larga scala da parte di Extinction Rebellion (XR).

Gli scioperi scolastici si sono diffusi in apparenza completamente al di fuori dell’influenza, per non dire del controllo, delle organizzazioni politiche o ambientaliste esistenti. XR sembra politicamente simile ai precedenti gruppi ambientalisti – ma, certamente qui nel Regno Unito, nessun gruppo di questo tipo ha mai portato così tante persone a un potenziale scontro con le forze dell’ordine.

L’istinto dell’establishment politico, penso, è di usare una combinazione di dialogo, concessioni, cooptazione e retorica per domare, limitare e controllare questi movimenti. Questo non vuol dire che la repressione non avrà alcun ruolo: la polizia potrebbe abbandonare, almeno in parte, il suo approccio morbido nei confronti di XR. Ma il controllo sociale nel capitalismo riguarda tanto l’ideologia e le opinioni quanto la violenza e la repressione (sto pensando al Regno Unito, anche se alcuni di questi punti si applicano più ampiamente).

Il potere (e la ricchezza che esso rappresenta) può convivere con un “movimento per il clima” che non minacci il suo controllo dell’economia e della società. Alle narrazioni che presumono che strutture e partiti politici esistenti possano e debbano “risolvere” il problema del riscaldamento globale sarà permesso di riecheggiare attraverso i media mainstream. Il potere ha interesse a convincere le persone che sta ascoltando – e, dal momento che sa che le persone non sono stupide, parte della sua strategia è farlo veramente.

Gli ultimi 20 minuti di “Climate Change: The Facts” hanno raccontato la solita storiella di come i governi si occupino del riscaldamento globale. Il documentario ha messo in evidenza l’accordo di Parigi del 2015 – ma non il fatto che esso abbia semplicemente prolungato un quarto di secolo di negoziati, durante i quali l’uso globale di combustibili fossili è aumentato della metà. Ha riconosciuto che le compagnie petrolifere e del carbone resistono ai cambiamenti, ma non ha menzionato come i governi li sostengono con centinaia di miliardi di dollari di sussidi.

Un vero dibattito su come affrontare il riscaldamento globale inizierà non con i colloqui internazionali sul clima ma con il riconoscimento del loro disastroso fallimento.

Non sono un folle teorico della cospirazione che pensa che David Attenborough sia uno strumento di alcuni oscuri manipolatori. Chiaramente, però, egli è un portavoce adatto a presentare “soluzioni” al riscaldamento globale, che sono state discusse per anni tra piccoli gruppi di diplomatici, politici e ONG durante i colloqui sul clima, ad un pubblico più ampio. Perché, come dice il Daily Telegraph, “tutti ci fidiamo di Attenborough”.

La discussione sui media mainstream, di cui fa parte “Climate Change: The Facts”, presuppone che non solo le strutture politiche esistenti, ma anche le strutture economiche e sociali, possano affrontare il problema.

La possibilità di maggiori trasformazioni sociali dirette a ribaltare le relazioni di potere e ricchezza – e il pensiero che queste possano essere il modo più efficace, o anche l’unico modo, in cui l’inarrestabile dominio del combustibile fossile possa essere fermato – viene preso poco o in nessuna considerazione. L’idea che, nel mondo ricco, la gente possa vivere più felicemente al di fuori dei sistemi tecnologici controllati dalle aziende e basati sui combustibili fossili, è quasi completamente assente. Così come sono assenti le ipotesi che il sud globale non sia condannato a seguire questo cosiddetto “percorso di sviluppo”.

Ammetto che l’appello di George Monbiot di “rovesciare questo sistema che sta mangiando il pianeta” sia arrivato fino allo show televisivo di Frankie Boyle. I media sanno come emarginarci o pubblicizzarci.

Spero che i nuovi movimenti climatici diventeranno forum aperti in cui verranno discusse le idee su cambiamenti sociali, politici e tecnologici radicali. Resistiamo alle pressioni che vogliono restringere il dibattito all’interno delle recinzioni ideologiche del mainstream.

Prendiamo ad esempio la principale richiesta politica di XR nel Regno Unito – che l’economia del paese dovrebbe essere “carbon neutral” entro il 2025. Facile da dire, difficile da raggiungere.

Una delle prime domande a cui XR dovrà rispondere è quella posta in Francia: che dire degli attacchi agli standard di vita dei lavoratori confezionati e presentati come misure per affrontare i cambiamenti climatici? Come la tassa sul diesel proposta che ha innescato la rivolta dei “gilet gialli” nel dicembre dello scorso anno.

Le persone appartenenti alla classe operaia in Francia hanno visto la tassa come una misura di austerità neoliberista, vestita con abiti “ambientalisti”, e si sono rivoltate contro di essa di conseguenza. “Le élite parlano della fine del mondo, mentre noi parliamo della fine del mese”, era (a quanto pare) un tema ricorrente.

Un “movimento per il clima” nel nord del mondo, separato dalla rabbia giustificata contro il neo-liberismo manifestata da molti “gilet gialli”, è destinato a fallire a livello sociale ed è fatalmente imperfetto a livello politico.

L’intento delle politiche di “austerità” neoliberale, praticate dal presidente Emmanuel Macron in Francia oggi e dai governi britannici dagli anni ’80, è quello di proteggere e sostenere l’economia capitalista in costante espansione – e il modo in cui è strutturata per beneficiare l’1% della popolazione mondiale – che, a sua volta, è la causa principale del riscaldamento globale.

I “gilet gialli”, gli altri movimenti anti-austerità, gli studenti in sciopero e i “ribelli” di XR sono tutti contro lo stesso sistema. Tutti abbiamo bisogno di un linguaggio comune e di una politica comune (per proposte pratiche, si vedano i link alla fine).

Le questioni su cui dovremmo concentrarci, credo, sono “come possiamo unire questi movimenti?” e “come possiamo sviluppare una vera democrazia, indipendente dallo stato, attraverso la quale elaborare misure adeguate per prevenire pericolosi cambiamenti climatici?”, piuttosto che “quale consiglio possiamo dare alle strutture politiche esistenti – a chi ha saputo per anni come il cambiamento climatico si sarebbe potuto evitare e si è rifiutato di agire?”.

Se pensate che stia esagerando sul pericolo che le proteste climatiche vengano cooptate e controllate, pensate alla lotta contro il razzismo.

Nei primi anni ’80, quando il consenso sociale del dopoguerra stava crollando e Margaret Thatcher divenne primo ministro, quella lotta fu caratterizzata dai riot del 1981. I britannici neri e altri nelle loro comunità hanno messo a soqquadro i quartieri popolari delle città e hanno chiesto un miglioramento delle loro condizioni di vita.

Negli anni ’90, quando il “New Labour” di Tony Blair prese il posto dei Tories, le narrazioni antirazziste furono sempre più cooptate e controllate. Il rapporto Macpherson del 1999 sull’uccisione di Stephen Lawrence, un adolescente nero, fu una svolta: mise in luce che l’inchiesta sull’omicidio (notoriamente pasticciata) mostrava che le forze di polizia erano “istituzionalmente razziste”.

L’adozione dell’antirazzismo da parte dell’establishment ha prodotto molti risultati positivi. Le vittime hanno affrontato meno frequentemente il muro di ostilità che la famiglia Lawrence si era trovata davanti. Nelle scuole, nelle strade e nei campi di calcio, sono state messe in discussione le espressioni aperte di razzismo. La stampa popolare cambiò, barcamenandosi tra forme sottili e subliminali di razzismo e una condanna ipocrita esclusivamente “morale” di singoli individui razzisti. Ma le strutture sociali ed economiche che moltiplicano e incoraggiano il razzismo non sono state toccate. Il governo Blair ha proseguito con le sanzioni e l’invasione del 2003 in Iraq con il risultato dell’omicidio di massa fondamentalmente razzista di centinaia di migliaia di civili. Le politiche di immigrazione intrinsecamente razziste furono rafforzate.

Studentx in Uganda durante lo sciopero per il clima. Foto di Fridays for Future Uganda

La conseguenza di questo processo è l’attuale rinascita del razzismo. Le basi strutturali sono il sostegno del Regno Unito a nuove guerre in Medio Oriente, in primis l’attacco genocida dei Sauditi allo Yemen e il preoccupante “ambiente ostile” per i migranti. I risultati ideologici sono la subdola islamofobia presente in tutta la società e il recente aumento di azioni razziste di strada.

Il cambiamento climatico, come il razzismo, è un problema grande e sfaccettato che sfida semplicistiche “soluzioni”. Occuparsene significa avere a che fare con il sistema sociale ed economico che l’ha prodotto. Non lasciamo che l’élite politica e i suoi media stabiliscano i termini del nostro dibattito su come farlo. GL, 23 April 2019.

Alcuni articoli pubblicati su “People & Nature” sulle misure necessarie per combattere i cambiamenti climatici:

Heathrow: “jobs vs climate action” is a false choice (June 2018)

The Red Green Study Group on social justice and ecological disaster (June 2018)

Memo to Labour: let’s have energy systems integration for the many (May 2018)

Will Labour’s climate policy rely on monstrous techno-fixes like BECCS? (March 2018)

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Politica per tempi impossibili

di Peter Frase

Attenzione all’ambientalismo pragmatico sul clima

Nuovi studi pubblicati all’inizio del 2019 riportano che il continente dell’Antartide si sta sciogliendo più rapidamente e più estensivamente del previsto. Questo processo è in corso da decenni, ma recentemente ha preso velocità. Dal 2009 al 2017, la calotta antartica si è sciolta ad un ritmo sei volte superiore a quello osservato negli anni ’80. Dal momento che il Polo Sud contiene quasi il 90% dell’acqua dolce sulla Terra, una fusione più rapida porterà ad aumenti più rapidi nel livello del mare, con conseguenze distruttive per la civiltà umana. Allo stesso tempo, sembra che l’interesse sul tema sia improvvisamente esploso, anche negli arretrati Stati Uniti, nel tentativo di affrontare seriamente il cambiamento climatico con il tradizionale progetto egualitario della sinistra socialista. Negli Stati Uniti ciò assume la forma del cosiddetto Green New Deal, che coniuga il messaggio di investimenti e creazione di posti di lavoro (che riecheggia quello di Roosvelt degli anni ’30) ad un moderno programma di sistemi energetici a zero emissioni. La bandiera di questo Green New Deal è stata recentemente raccolta dalla figura politica emergente di Alexandria Ocasio-Cortez, che lo ha collegato ad altre idee un tempo radicali ma recentemente diventate accettabili, come le aliquote fiscali notevolmente aumentate per i più ricchi.

Si è tentato di seguire gli avvertimenti sul rapido cambiamento climatico con un appello pragmatico a proposte politiche realistiche sulla falsariga del Green New Deal. Dopo tutto, qual è l’alternativa, oltre a rinunciare? Come vedremo, tuttavia, questo modo di procedere ci presenta quello che sembra un divario spaventoso e demoralizzante tra la portata e l’immediatezza dei nostri problemi e la debolezza delle forze sociali e politiche attualmente disponibili ad affrontarli. Questo risulta chiaro quando esaminiamo il documento che, solo pochi mesi fa, ha influenzato il giornalismo climatico più diffuso: il rapporto dell’ottobre 2018 del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, che descrive i potenziali impatti del riscaldamento globale in un scala di 1,5 gradi Celsius. Questa è una pubblicazione dettagliata e completa, e poche persone hanno la pazienza o le conoscenze per leggere a fatica pagine su pagine e grafici su grafici. Ma il messaggio di fondo del rapporto è tanto radicale quanto terrificante. Persino il titolo del rapporto, “Riscaldamento globale di 1,5°”, è fuorviante nel suo basso profilo. Il rapporto osserva che la Terra è già quasi un grado più calda rispetto ad un punto di partenza precedente al XX secolo. Inoltre, 1,5 gradi di riscaldamento rappresentano il livello inferiore ottimistico, ottenibile solo nel contesto di “azioni di mitigazione ambiziose”. Il punto della relazione, quindi, non è di sostenere che 1,5 gradi di riscaldamento sono possibili, ma che probabilmente sono inevitabili, e l’unica domanda è se davvero sperimenteremo un riscaldamento significativamente maggiore di quella base. Il capitolo di riferimento della relazione conclude minacciosamente che, in effetti, “non esiste una risposta unica alla domanda se sia possibile limitare il riscaldamento a 1,5° C e adattarsi alle conseguenze”, nonostante l’impegno formale dei firmatari degli accordi di Parigi sul clima su questa cifra.

Se il rapporto dell’IPCC è una sorta di punto di riferimento, è perché mette fine a un dibattito fondamentalmente fittizio sulla realtà empirica dei cambiamenti climatici prodotti dall’uomo e focalizza invece la discussione su risultati probabili e possibili strategie adattive. Il dibattito è fittizio perché una parte suppone, in modo poco comprensibile, di basare le proprie argomentazioni sull’incertezza riguardo alle scienze del clima, piuttosto che ammettersi partigiana di un progetto politico e di classe volto a garantire che i costi del caos ecologico siano sostenuti esclusivamente da chi è senza potere. In gran parte del mondo questo è ovvio da tempo, ma negli Stati Uniti la persistenza di una forte destra negazionista rende necessario chiarire brevemente questo punto. Utili idioti a parte, non è saggio presumere che coloro che negano la realtà dei cambiamenti climatici causati dall’uomo siano sinceramente preoccupatx per l’accuratezza scientifica dei dati.

È più utile esaminare le fantasie apocalittiche dei super-ricchi, che hanno iniziato a investire in vari progetti per ripararsi da ciò che vedono come l’incombente collasso della civiltà. Nel caso del miliardario della Silicon Valley Peter Thiel, questa idea si è incarnata nelle fantasie sul “seasteading”, una città galleggiante indipendente, e negli investimenti terrieri fatti al sicuro in Nuova Zelanda, insieme ai suoi colleghi super ricchi.

L’amministrazione Trump, con il suo fare tipicamente maldestro, ha chiarito la vera posta in gioco nel dibattito sui cambiamenti climatici nel corso della sua recente battaglia contro le rigorose restrizioni delle emissioni automobilistiche della California. Nell’ambito di queste manovre per restare in una posizione di vantaggio, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha pubblicato un rapporto con una scioccante rivelazione del punto di vista dell’amministrazione del futuro, prevedendo che non solo il riscaldamento sarebbe stato inevitabile, ma che probabilmente sarebbe stato dell’ordine di quattro gradi entro il 2100, non il relativamente modesto 1.5 del rapporto IPCC e degli accordi di Parigi. Lo scopo di questa dichiarazione allarmante, nel contesto del rapporto NHTSA, era di affermare che è improbabile che standard di emissione rigorosi come quelli della California abbiano un impatto notevole rispetto alla scala del riscaldamento globale e che tali standard siano quindi economicamente ingiustificabili. Ma nonostante sia enorme nella sua grossolanità, questo atteggiamento da “smoke ’em if you got ’em”[espressione americana che si può tradurre come “tanto vale che ti fumi una sigaretta” di fronte ad un evento inevitabile, NdT] è in linea con la prospettiva delle élite capitaliste, in particolare nelle industrie estrattive, il cui obiettivo principale è evitare di pagare il costo della mitigazione del clima sotto forma di nuovi regolamenti o tasse.

Qui il collegamento dell’amministrazione Trump con il prepararsi al giorno del giudizio come Thiel [Peter Thiel è un miliardario che sta preparando un piano di sopravvivenza alla catastrofe ambientale costruendosi un rifugio in Nuova Zelanda, NdR] diventa significativo, in quanto evidenzia la menzogna della confortante e anestetizzante narrazione eco-liberal che vuole che siamo tutti sulla stessa barca e abbiamo lo stesso interesse nel proteggere la Terra. È chiaro che non tuttx lo credono, e alcunx sono convintx invece che possono nascondersi nelle loro mura fortificate, protetti dai loro droni assassini, mentre il resto di noi lotta per ciò che resta di una Terra in rovina. Potrebbero rimanere illusi da questa idea che è prigioniera dell’ideologia borghese che vede i capitalisti come creatori di ricchezza piuttosto che come individui che sfruttano il lavoro di milioni di persone. Ma non possiamo aspettare che lo capiscano prima che ci trascinino tuttx a fondo assieme a loro. Questo ci riconduce al rapporto dell’IPCC e al suo catalogo di orrori ambientali. Il documento è una risorsa preziosa, se non altro per la sua ampiezza, che descrive una crisi che può essere solo sinteticamente definita come “riscaldamento”. Il collasso degli ecosistemi marini, delle barriere coralline e delle attività di pesca, l’inondazione di aree costiere densamente abitate, la caduta dei raccolti, compaiono tra le varie calamità. Altre ricerche hanno esaminato l’impatto delle temperature sostenute del “bulbo umido” (pensate al calore e all’umidità) che superano i 32 gradi Celsius (circa 90 gradi Fahrenheit). A tali temperature diventa impossibile svolgere attività ordinarie all’esterno, poiché il corpo umano diventa fisicamente incapace di raffreddarsi. Il risultato è la morte di massa causata dal surriscaldamento e, infine, il possibile abbandono di alcune regioni, comprese le zone densamente popolate del Sud America, dell’India e della Cina.

Si potrebbe continuare a lungo su questo e sugli altri disastri previsti nei modelli IPCC, ma per molti aspetti tutto ciò risulta ormai assodato. La lezione generale è trasmessa efficacemente da una serie di semplici grafici contenuti nella relazione dell’ottobre 2018. Si tratta di scale che mostrano l’effetto dei diversi gradi di riscaldamento su una varietà di sistemi che includono tra l’altro “inondazioni costiere”, “ecosistemi terrestri”, “raccolti”, “morbilità e mortalità legate al calore” e “capacità di raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile”. “La gravità degli impatti è mostrata per incrementi che vanno da uno a oltre due gradi. Per la maggior parte di queste aree, la scala colorata raggiunge rapidamente il rosso, per “impatti/rischi gravi e diffusi”, e verso il viola, con “rischi molto elevati di impatti gravi e la presenza di irreversibilità significativa…combinata con capacità limitata di adattarsi a causa della natura del pericolo”.

Ricordiamo che questi sono essenzialmente gli scenari migliori per ciò che potrebbe essere possibile se il rapido adattamento in linea con gli accordi di Parigi si rivelasse fattibile. Tocca a malapena i gravi livelli di riscaldamento immaginati dal NHTSA di Trump, per non parlare degli scenari ancora più estremi immaginati nell’eventualità che vari circuiti di feedback dell’ecosistema vengano attivati, come il rapido rilascio del metano del permafrost artico. Lo scenario più estremo ipotizzato dall’IPCC è quello di un riscaldamento che arriva fino a 3° C, che è abbastanza terrificante. Ci vengono dati terribili avvertimenti sulle foreste pluviali (“potenziale punto di svolta che porta al pronunciato declino della foresta”), calore (“notevole aumento di ondate di calore potenzialmente mortali molto probabili”) e agricoltura (“drastiche riduzioni del raccolto di mais a livello globale e in Africa”), tra gli altri.

Torniamo così, infine, al Green New Deal, o a qualunque altro pacchetto di plausibili riforme socialdemocratiche si preferisca. Siamo di nuovo nel regno di idee moderate come la rete elettrica “intelligente”, il rinnovamento degli edifici per l’efficienza energetica, e mulini a vento e pannelli solari per tutti. Tutti gli obiettivi sono leciti, eppure sono una pessima e deprimente pappa dopo il tempo trascorso a rimpinzare le vivide proiezioni degli scienziati. C’è anche il problema che tende a sorgere quando più obiettivi politici separati sono raggruppati in un unico grande disegno che è destinato a comprendere tutto. Nel caso del Green New Deal, questo problema deriva in particolare dal rapporto tra i compiti redistributivi e quelli ecologici che deve assumere. Come previsto da Ocasio-Cortez, ad esempio, il Green New Deal è pensato per essere un programma per la creazione di posti di lavoro, con il recentemente di moda “lavoro garantito” che assume un ruolo centrale.

È facile immaginare in anticipo che posti di lavoro per tuttx e investimenti infrastrutturali camminino di pari passo in armonia. Ma in pratica è impossibile garantire che la quantità del lavoro offerto e le particolari abilità necessarie richieste siano allineate con la richiesta di reddito che viene da parte delle masse. E ogni volta che tali progetti di “duplice mandato” entrano in conflitto con se stessi, uno dei mandati tenderà a prevalere sull’altro. Se la politica di “lavoro garantito” si riduce in gran parte ad un programma di lavori pubblici, è difficile capire come possa esserci anche l’aspetto ambientalista. Altre idee, non del tutto mainstream, come la riduzione dell’orario di lavoro e il Reddito Universale di Base, potrebbero aver bisogno di essere aggiunte quando l’idea di Green New Deal si avvicinerà alla realizzazione. Ma così sembra ancora di camminare sopra un filo. La Terra è in fiamme mentre litighiamo su che tipo di estintori comprare. L’assoluta urgenza della questione climatica richiama fortemente, per la mente pragmatica, una qualsivoglia forma di “fare qualcosa” che si getti a capofitto in qualunque progetto possa raggiungere la maggioranza delle persone, per quanto inadeguato possa essere. Ovviamente, non c’è nulla di veramente pragmatico nel trovare un compromesso che non risolva il problema che affronta. Ma l’alternativa altrettanto insoddisfacente è una specie di massimalismo intransigente, insurrezionale, che urla presagi di sventura dai tetti. Si è tentati di andare su Twitter, o sulle pagine di Commune, per deridere coloro che non riescono a vedere la necessità di un’azione immediata e di una rivoluzione, con ogni mezzo necessario.

Quindi torniamo alla vecchia domanda: che fare? Una risposta insoddisfacente, ma probabilmente l’unica possibile, ovviamente, è: tutto. Il Green New Deal va avanti, ma c’è qualcosa da dire a coloro che preferiscono il lavoro di costruzione di progetti locali di autosufficienza e aiuto reciproco. Sebbene non si possa sostituire la competizione nelle alte sfere dell’economia, questi progetti possono gradualmente costruire la fiducia e la capacità collettiva, per il tipo di azione di massa veramente militante che alla fine è richiesta. Poi, naturalmente, c’è la lenta costruzione di collegamenti transnazionali; il capitale e il clima sono implacabilmente globali, mentre la sinistra che gradualmente si rianima resta parrocchiale in modo deprimente, specialmente nei paesi ricchi.

Quindi, forse, l’unico modo per lavorare per un mondo post-carbonio sostenibile non è quello di focalizzarsi principalmente su di esso. Forse dobbiamo tatticamente guardare oltre questo abisso impossibile da colmare tra la nostra politica e i bisogni del nostro pianeta. Se la forza sociale necessaria per creare un mondo migliore non esiste ancora, possiamo solo provare a crearla. Ciò potrebbe significare raccogliersi dietro il Green New Deal, o costruire la nostra rete locale di comunità, o entrambe le cose. Significherà anche azioni drammatiche occasionali di azione diretta, attaccando direttamente le infrastrutture e le istituzioni del capitale fossile, dimostrando che i loro sogni di nascondersi dalle masse disperate nei palazzi fortificati sono condannati a fallire.

Questo non può essere compito di tuttx, né dovrebbe esserlo se vogliamo evitare di degenerare nell’avventurismo. Ma sarà compito di qualcunx. Se ci mettiamo tuttx dalla stessa parte della barricata in una sola fazione, qualcunx verrà ricordato come il Frederick Douglass [1818-1895, ex-schiavo afro-americano diventato un importante politico riformatore, NdR] dei cambiamenti climatici. Ma così qualcunx sarà anche il nuovo John Brown [1800-1859, sosteneva l’insurrezione armata come l’unico modo per rovesciare la schiavitù negli USA, NdR]. In questo senso, almeno, siamo davvero tuttx sulla stessa barca.

Fonte: https://communemag.com/politics-for-impossible-times/

 

What the Health

What the Health è un documentario (o come si dice più precisamente, un docu-film) del 2017 scritto e prodotto da Kip Andersen e Keegan Kuhn, gli stessi autori del fortunato Cowspiracy. Se la prima opera si soffermava sul disastroso inquinamento provocato su scala globale dagli allevamenti animali, What the Healt prosegue idealmente questa ricerca analizzando i danni provocati alla salute dal consumo di carne, uova e latticini. Il metodo narrativo e d’indagine usato da Kip Andersen durante le scene del documentario è lo stesso di Cowspiracy: il protagonista si interroga all’inizio in maniera generica su quali siano le cause di malattie molto diffuse (soprattutto negli USA) come il diabete e quali siano gli alimenti maggiormente cancerogeni assunti quotidianamente nella dieta dell’americano medio. I risultati di questa ricerca smentiscono i principali luoghi comuni sull’alimentazione, ad esempio sul ruolo principale giocato dagli zuccheri riguardo il diabete, e portano Kip Andersen a cominciare un giro di telefonate e richieste di incontro con diverse organizzazioni che tutelano la salute dei consumatori, dalle fondazioni contro il diabete a quelle per la ricerca sul cancro. Proprio come in Cowspiracy, l’effetto di semplici richieste di incontro è spiazzante e a tratti esilarante: i responsabili di organizzazioni che tutelano i consumatori si rifiutano di parlare di alimentazione, di rispondere a domande sugli effetti cancerogeni della carne (Andersen cita sempre la fonte di queste ricerche, spesso provenienti da organismi internazionali ampiamente riconosciuti) e svicolano in maniera goffa e a volte anche aggressiva. Il perché di questo rifiuto di confrontarsi è presto svelato: i produttori delle sostanze indicate come rischiose per la salute sono gli stessi che finanziano lautamente le organizzazioni a tutela della salute. Per cui, nonostante i derivati della carne, latticini e uova siano sconsigliati soprattutto per chi ha determinate malattie, nella dieta proposta sui siti web di queste organizzazioni li troveremo indicati senza problemi. Facile fare due più due e capire il nesso. L’industria degli allevamenti animali, come spiegato bene in Cowspiracy, è un gigante del sistema produttivo americano e mondiale e finanzia a pioggia le ONG e gli stessi governi, per cui è difficile (è proprio il caso di dire) sputare nel piatto in cui si mangia. Fatta questa prima parte di decostruzione e denuncia, What the Health prosegue nella proposta di un’alternativa radicale a questo sistema, perorando la sostituzione della dieta onnivora con quella vegana. Vari medici, consumatori e attivisti vengono dunque intervistati per spiegare i benefici che comporta l’assunzione di soli prodotti vegetali. Anche qui vengono smascherati un bel po’ di luoghi comuni, come quello della mancanza di proteine nella dieta vegana: le proteine, si spiega nel documentario, sono tutte di origine vegetale, mentre quelle provenienti dagli animali lo sono solo in seconda battuta perché filtrate da quelle assunte ed elaborate dal loro organismo. Il docu-film (finanziato dal basso attraverso le donazioni sulla piattaforma indiegogo) ha avuto una buona diffusione online su Vimeo e Netflix, ma è stato oggetto anche di critiche e accuse di anti-scientificità e cospirazionismo. Non si capisce però perché gran parte delle istituzioni contattate da Andersen si siano completamente sottratte al confronto che, pur mediato dal punto di vista dell’autore, sarebbe stato comunque interessante conoscere. Non si può certo farne una colpa al regista se i responsabili della comunicazione di questi enti (governativi e non) sono scappati a gambe levate di fronte a semplici dati provenienti da rapporti delle Nazioni Unite. Così, per quanto riguarda un’altra accusa fatta al lavoro di Andersen, ovvero quella di aver costruito un prodotto confezionato per propagandare un’idea partigiana e settaria (che sarebbe quella della promozione di una dieta vegana) bisognerebbe pure ammettere da parte onnivora che il documentario espone un punto di vista senza scadere nel sensazionalismo o portando dati taroccati e controversi. What the Healt ha infatti il pregio di essere un’opera caratterizzata da un tono leggero e a tratti divertente, che rovescia uno dei principali pregiudizi anti-vegani: il concetto di buon senso auto-proclamato da parte onnivora resta difficilmente in piedi quando si mettono a confronto gli effetti delle due diete, con la grandissima differenza che emerge non solo da un punto di vista etico ma anche ecologista e di tutela della salute. Alla fine della visione del documentario resta dunque allo spettatore il benefico dubbio su cosa sia effettivamente questo cosiddetto buon senso ispirato dalla moderazione e dove sia il vero estremismo.

Lino Caetani

I giovani guidano la resistenza in Sudan

Di Rabah Omer

tradotto da https://africasacountry.com/2018/11/youth-revive-resistance-in-sudan

La repressione statale non può competere con le forme innovative di attivismo tra i giovani del paese.

Quando parliamo della crisi della governance in Sudan, l’attenzione è solitamente limitata all’incompetenza e alla corruzione del partito al governo. Tuttavia, l’opposizione del National Umma Party (NUP) è vista con altrettanta sfiducia, a causa delle sue regolari alleanze con il regime, e inoltre, per la sua mancanza di visione, di un piano per affrontare i problemi del paese e per guidare un cambiamento significativo.

Dal momento in cui il National Congress Party (NCP) del presidente Omar el-Bashir ha preso il potere con un colpo di stato nel 1989 (dopo una scissione con i suoi partner del partito islamico), ha lavorato diligentemente per attuare un piano globale per eliminare tutte le forme di resistenza.

Bashir introdusse la politica di Altamkeen (potenziamento e consolidamento) e lanciò una serie di iniziative per assicurarsi la presa sulle risorse economiche e politiche del paese. Bashir ha iniziato mettendo al bando tutti i partiti politici, le associazioni professionali, i sindacati degli studenti e le attività civiche. Ha poi licenziato migliaia di persone non allineate al partito di governo dal servizio pubblico, compresi esercito e polizia. Per quanto riguarda la politica, il PCN ha annunciato la liberalizzazione degli scambi, le misure di privatizzazione, la revoca delle sovvenzioni sociali e i tagli alla spesa pubblica per i servizi.

L’obiettivo era quello di simulare le condizioni economiche che l’hanno avvantaggiato (assieme al Movimento Islamico) a metà degli anni ’70 -’80, quando ha beneficiato enormemente della corruzione e della speculazione derivante dalle politiche di liberalizzazione del Fondo Monetario Internazionale e di altri sostenitori occidentali. La liberalizzazione economica secondo il disegno del FMI è stata attuata rapidamente, determinando la privatizzazione dei principali nodi produttivi del paese. Il governo ha venduto imprese e società di proprietà pubblica in tutti i settori, come i trasporti, le comunicazioni e l’agricoltura, attraverso procedure corrotte che hanno favorito gli affiliati del partito.

La trasparenza e la responsabilità erano quasi assenti; il governo controllava il sistema bancario, limitando i prestiti ai soli fedelissimi del partito.

L’impatto sociale di queste politiche negli ultimi tre decenni è stato devastante. Come ogni paese che applica la liberalizzazione economica senza alcun accompagnamento e una pianificazione strategica, la polarizzazione della società sudanese – dove l’opulenta ricchezza dei pochi contraddice la povertà della maggioranza, insieme ai tagli alle spese mediche e scolastiche – è desolante. Inoltre, le guerre civili che hanno avuto inizio nel sud del Sudan e nel Darfur nei primi anni del 2000 hanno causato centinaia di migliaia di sfollati interni e un esodo di persone nella povertà a Khartoum e nei dintorni. Migliaia di cittadini sudanesi sono fuggiti dal paese.

I giovani in Sudan, quelli di età compresa tra i 15 e i 35 anni che costituiscono il 41% della popolazione, sono stati particolarmente colpiti. Coloro che non hanno sostenuto il partito al governo hanno trovato difficoltà a esprimere il loro potenziale. La disoccupazione giovanile era alta e la resistenza studentesca, per esempio, non era tollerata. Sindacati studenteschi, associazioni professionali e organizzazioni comunitarie/culturali sono stati infiltrati da quadri del governo, per assicurarsi che stessero seguendo la linea del partito. Il governo ha capito, attraverso l’esperienza, che questi ambienti erano terreno fertile per la resistenza e l’organizzazione della comunità. Ci sono voluti ulteriori passi per sopprimere le sfide lanciate al suo potere, introducendo restrizioni su dove gli studenti registrati potevano vivere (confinati nei campus), riducendo gli aiuti finanziari e limitando i trasporti nei campus. Il regime ha lanciato “Il progetto studentesco generatore di reddito” e ha promosso una campagna per “lavorare duramente”. L’accesso all’espressione sociale, culturale e politica era limitato, al di là di ciò che era controllato dal governo. E le sanzioni imposte dalla comunità internazionale hanno ulteriormente isolato il paese e i suoi giovani.

Attualmente, un problema centrale nel panorama politico è la mancanza di alternative. Il popolo sudanese diffida dell’opposizione e il regime sfrutta questa sfiducia dell’opinione pubblica per sopprimere gli sforzi dell’opposizione per mobilitarsi per il cambiamento; la gente guarda a modelli di cambiamento dal passato, ai movimenti rivoluzionari che hanno rovesciato due dittature e combattuto contro il colonialismo. In tal modo trascurano il fatto che nonostante tre decenni di repressione sotto el-Bashir, diverse forme di attivismo sono comunque emerse nel Sudan contemporaneo.

Storicamente, la grande potenzialità sociale del Sudan non è stata mai presa sul serio, o tanto meno considerata una fonte di forza. Generazioni di leader politici in Sudan furono educate e addestrate secondo il metodo del sistema coloniale, che mirava a creare élite e ad allontanare ulteriormente la politica dal quotidiano della maggioranza sudanese. La resistenza giovanile a queste divisioni imposte non è nuova, anzi ha precedenti storici risalenti agli anni ’80 presso l’Università di Khartoum. I tentativi della dittatura di infiltrarsi e di minare gli sforzi di chi affrontava l’autorità politica, attraverso gruppi di studenti, affiliati e attività, sono stati neutralizzati con successo da un gruppo di studenti che ha lanciato il movimento molto diffuso Alheyad (Neutralism), che chiedeva di trasformare la politica in Sudan. Il movimento ebbe successo politicamente ed economicamente; ha vinto le elezioni sindacali studentesche e prodotto un corpus significativo di pratica militante che ha cambiato significativamente il linguaggio dell’attivismo studentesco presso l’Università di Khartoum.

Il movimento Alheyad aveva molto in comune con le iniziative di strada contemporanee. Si basava sul social networking, aveva un’organizzazione fluida, rispondeva alle reali esigenze della società e forniva soluzioni pratiche. Ha finanziato le sue attività raccogliendo denaro da studenti, neolaureati e da reti più ampie della società civile. Cosa più importante, ha prodotto una profonda critica della politica in Sudan e ha incarnato ciò che la politica dovrebbe rappresentare nella società nel suo complesso. La dipendenza dal social networking facilitò le iniziative del movimento e proteggeva i suoi membri dalle vessazioni degli agenti di sicurezza governativi; ha reso facile raccogliere informazioni.

Il crollo di tre decenni di regole repressive e politiche di aggiustamento strutturale ha creato una crisi in Sudan che richiede una risposta adeguata. I giovani del paese si stanno mobilitando. Ad esempio, la privatizzazione dell’assistenza sanitaria significa che la cura di determinate malattie è un lusso piuttosto che un diritto. In risposta, un’iniziativa denominata Shar’i Alhawadith (Emergency Street) – per la strada di Khartoum da dove è iniziata – censisce i malati della comunità che non possono permettersi le loro medicine. Il gruppo raccoglie fondi attraverso i social media e le collette di strada, per aiutare a pagare questi farmaci. Un altro movimento, Adeel Almadares (Doing Good for Schools), raccoglie denaro per le rette scolastiche degli studenti e la manutenzione delle infrastrutture, nel caso di scuole che sono cadute in rovina. I gruppi sono mobilitati per rispondere alle crisi non appena si presentano. L’iniziativa Nafeer salva e sostiene le persone che sono state colpite dalle inondazioni. Fornisce riparo, cibo e manodopera per riparare le case danneggiate, mentre partecipa anche alla costruzione di un’infrastruttura di prevenzione delle alluvioni. Sadagat (denaro donato per aiutare gli altri) lavora durante il Ramadan per assicurare il pasto principale della giornata alle famiglie bisognose. Viene anche riconosciuta l’importanza di far rivivere la vivacità culturale e intellettuale della comunità. Mafroosh (Laid Out in the Open) organizza una fiera/scambio di libri mensili. È un popolare luogo di incontro per i giovani. Un’altra iniziativa è volta a riunire poeti e persone interessate nelle strade per recitare e celebrare la poesia.

Tutte queste iniziative hanno obiettivi distinti, ma anche caratteristiche chiave in comune. Innanzitutto, fanno affidamento su valori molto celebrati della società sudanese: rispondere prontamente alle esigenze degli altri, ad esempio. Se guardiamo al significato dei loro nomi, scopriamo che sono tutte parole tradizionali sudanesi usate per organizzarsi ad aiutare gli altri, che evidenziano l’altruismo e la dedizione ai membri della comunità. In secondo luogo, queste iniziative non hanno strutture sistematiche o un’organizzazione rigorosa; sono reti spontanee che si basano sulla volontà e sull’interesse delle persone che vogliono dedicarvisi volontariamente mettendo a disposizione il loro tempo e le loro energie. Ogni giovane sudanese che è mosso dall’urgenza dei bisogni degli altri è una potenziale risorsa per tali gruppi. Terzo, operano senza una posizione fissa. Si incontrano per strada, di solito tra le bancarelle dei venditori di tè, seduti sul banber (sgabelli tradizionali), che è un modo comune di socializzare e passare il tempo in Sudan. Fanno affidamento sulla natura radicata dei social network nella società sudanese. La sovrapposizione di famiglie allargate, vicini, parenti di vicini, amici e colleghi crea vari aggregati di conoscenze e facilita la condivisione delle informazioni. Questo è diventato ancora più efficiente con l’avvento della tecnologia e dei social media in particolare.

Queste iniziative giovanili sono potenti atti di resistenza e resilienza dato l’enorme stress e la mancanza di risorse con cui la maggior parte dei giovani sudanesi vive quotidianamente. Il fatto che siano spesso molestati e persino arrestati dalla polizia parla del loro coraggio e impegno. Coloro che vogliono immaginare un cambiamento e pensare il futuro del Sudan dovrebbero prendere in considerazione tali ricchezze presenti nella società.

Usi della catastrofe

Di Jocine Velasco

tradotto da https://communemag.com/the-uses-of-disaster/

Il cambiamento climatico è qui. Nel mezzo della tempesta, si presenta l’opportunità di rompere con il capitalismo e la sua spietata disuguaglianza. Cogliamo al volo l’occasione finché possiamo. Le alternative sono impensabili.

“Qual è questa sensazione che si manifesta durante così tanti disastri?” si chiede Rebecca Solnit nel suo libro del 2009 “A Paradise Built in Hell”. Esaminando le risposte umane a terremoti, incendi, esplosioni, attacchi terroristici e uragani nel corso dell’ultimo secolo, Solnit afferma che l’idea comune che i disastri rivelino il lato peggiore della natura umana è fuorviante. Invece, l’autrice dimostra come possiamo vedere in molti di questi eventi “una sensazione più profonda della felicità, ma intensamente positiva”, una speranza propositiva che galvanizza quelle che lei chiama “comunità della catastrofe”. Quando l’ordine sociale prestabilito viene temporaneamente sospeso, una miriade di “comunità d’eccezione” costituite attraverso la collettività e l’aiuto reciproco, nascono in risposta. Gli esempi di Solnit includono l’uragano Katrina, l’11 settembre e il terremoto di Città del Messico del 1985. Per momenti fugaci, dimentichiamo le differenze sociali e ci aiutiamo a vicenda. Ahimè, quando il disastro è passato, queste comunità svaniscono. Con le parole di A.Paradise, il “grande compito contemporaneo” che affrontiamo è la prevenzione di tale smottamento, “il recupero di questa comunanza di intenti senza crisi o pressioni”. Data la calamità del riscaldamento globale, questo compito diventa sempre più urgente. Come smantellare gli ordini sociali che rendono così catastrofici i disastri, mentre allo stesso tempo rendono ordinario lo straordinario comportamento umano che provocano?

L’argomentazione di Solnit suona vera anche se si è meno ottimisti di lei sul valore intrinseco della comunità. Negli inferni del presente, troviamo gli strumenti di cui abbiamo bisogno per costruire altri mondi, nonché scorci allettanti di qualcosa che spesso si ritiene impossibile. Questo non è motivo di giubilo, né di ottimismo. Ma è motivo di speranza.

Affinché questa speranza si realizzi, tuttavia, dobbiamo andare al di là dell’analisi empirica di Solnit su ciò che accade in risposta a specifici eventi disastrosi e cogliere il carattere generale della catastrofe capitalista. Questa non è semplicemente una serie di eventi singoli – gli uragani Katrina, Harvey e Irma – ma una condizione permanente. Per molti, l’ordinario è una catastrofe. Allo stesso modo, qualsiasi risposta coerente a tale catastrofe permanente dovrà essere diffusa e duratura per avere successo. Costruire il paradiso all’inferno non è abbastanza: dobbiamo lavorare contro l’inferno e andare oltre. Più che di comunità della catastrofe, abbiamo bisogno del comunismo della catastrofe.

Ovviamente, nel richiamare il comunismo della catastrofe, non stiamo suggerendo che il verificarsi di sempre più frequenti incubi eco-sociali in qualche modo inevitabilmente produrrà condizioni sempre più mature per il comunismo. Non possiamo adottare il fatalismo perverso del “tanto peggio, tanto meglio” né aspettare un ultimo uragano per spazzare via il vecchio ordine. Piuttosto, stiamo osservando che anche il più grande e terrificante di questi disastri straordinari può interrompere il disastro ordinario che è, per la maggior parte del tempo, troppo grande per essere compreso appieno. Ci sono momenti di interruzione che, sebbene siano terribili per la vita umana, potrebbero anche significare una catastrofe per il capitalismo.

Il comunismo della catastrofe non è separato dalle lotte esistenti. Piuttosto, enfatizza il processo rivoluzionario che sviluppa la nostra capacità collettiva di resistere e prosperare: un movimento all’interno, contro e al di là di questo disastro capitalista in corso. Come possono i numerosi progetti che creano mini-paradisi nell’inferno essere coerenti con qualcosa di più di comunità effimere? Il comunismo della catastrofe aggiunge una definizione chiarificatrice al longevo progetto politico che si contrappone allo Stato e al Capitale e trabocca i loro confini. Orienta il movimento di un potere collettivo che, pur essendo palpabile durante i disastri straordinari, resta sempre presente, specialmente nei luoghi e tra i gruppi che hanno vissuto la situazione di un disastro ordinario per centinaia di anni. Il cambiamento climatico fa diventare centrali le competenze esistenti in quelle lotte per la sopravvivenza.

IL CAPITALISMO DELLA CATASTROFE, IL CAPITALE COME CATASTROFE

Il geografo Neil Smith ha sostenuto in modo convincente che non esiste una catastrofe naturale. Denominare i disastri come “naturali” occlude il fatto che essi sono tanto il prodotto di divisioni politiche e sociali quanto di forze climatiche o geologiche. Se un terremoto distrugge le abitazioni a basso reddito mal costruite e mal mantenute in una città, ma lascia le case ben costruite dei ricchi, incolpare la natura significa semplicemente assolvere gli Stati, i costruttori e i padroni, per non parlare dell’economia capitalista che produce tali disuguaglianze in primo luogo. I disastri sono sempre co-produzioni in cui forze naturali come le placche tettoniche e i sistemi meteorologici lavorano insieme con le forze sociali, politiche ed economiche.

Il modo in cui si svolgono i disastri straordinari, quindi, non può essere separato dalle normali condizioni di catastrofe in cui si verificano. Era la categoria 4 dell’uragano Maria che ha devastato la colonia statunitense di Porto Rico, lasciando i residenti senza acqua potabile: un evento disastroso. Ma questa narrazione oscura il fatto che, prima dell’uragano, “il 99,5% della popolazione di Porto Rico era servita da sistemi idrici comunitari in violazione del Safe Drinking Water Act”, mentre “il 69,4% delle persone sull’isola era servito da fonti d’acqua che violavano gli standard sanitari di SDWA “, secondo un rapporto del Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Né tali eventi devastanti possono eclissare disastri più lenti come quello di Flint, nel Michigan, dove decenni di abbandono e inquinamento industriale del fiume Flint e dei Grandi Laghi hanno lasciato la comunità operaia, la maggioranza nera e latina senza acqua pulita. Facilmente trascurati perché mancano del potere spettacolare di un uragano o di un terremoto, disastri così estesi sfociano il confine tra disastro come evento e disastro come condizione. Ciò che per alcuni è una scossa improvvisa e inaspettata è per gli altri una questione di realtà quotidiana intensificata.

I cambiamenti climatici aumentano significativamente la frequenza e la gravità dei disastri sia lenti che veloci. Il riscaldamento globale significa una maggiore quantità di energia che circola nell’atmosfera e nelle superfici oceaniche. Ad esempio, quando gli oceani caldi creano celle a bassa pressione, l’energia termica, sotto l’influenza della rotazione terrestre, viene convertita nell’energia cinetica caratteristica degli uragani roteanti e delle tempeste tropicali. Le temperature più calde danno origine a più energia, che deve essere espressa in qualche modo (l’energia non può essere distrutta: può solo cambiare forma). La fisica di questo processo è diabolicamente complessa e difficile da studiare, tuttavia è possibile fare delle previsioni. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite suggerisce che il cambiamento climatico distruggerà cibo e acqua, danneggerà case e infrastrutture e porterà siccità e inondazioni, ondate di calore e uragani, mareggiate e incendi. I progressi delle scienze dell’attribuzione e delle conoscenze raccolte dal singolo grado Celsius del riscaldamento globale già in atto hanno reso possibile quantificare il contributo del cambiamento climatico agli eventi meteorologici estremi. Ora possiamo collegare il riscaldamento globale a calamità come l’ondata di caldo europeo del 2003 e l’ondata di calore russa del 2010, che ha ucciso decine di migliaia di persone, senza contare innumerevoli tempeste, inondazioni e altri eventi meteorologici.

Il fatto che il cambiamento climatico sia esso stesso creato dall’uomo (o meglio, provocato dal capitalismo) sottolinea ulteriormente l’impossibilità di separare eventi disastrosi da condizioni disastrose. La relazione tra le due corre in entrambe le direzioni: le condizioni danno luogo a eventi che, a loro volta, comportano ulteriori condizioni di radicamento. L’obiettivo dello stato-nazione durante e immediatamente dopo i disastri straordinari è di solito imporre l’ordine piuttosto che aiutare i sopravvissuti, e per questo motivo gli eventi catastrofici generalmente esacerbano il sottostante disastro del capitalismo. Nel terremoto di San Francisco del 1906, fu inviato l’esercito. Tra 50 e 500 sopravvissuti furono uccisi, e gli sforzi di ricerca, soccorso e spegnimento degli incendi auto-organizzati furono interrotti. I tentativi dello stato di gestire il disastro si sono dimostrati una forza disordinata, che ha distrutto le forme di auto-organizzazione dal basso. Una simile attenzione repressiva ai “saccheggiatori” (ad esempio i sopravvissuti) ha segnato la risposta dello stato americano all’uragano Katrina a New Orleans. Il 4 settembre 2005, sul ponte di Danziger, sette agenti di polizia hanno aperto il fuoco su un gruppo di neri che tentava di fuggire dalla città allagata, uccidendone due e ferendone gravemente altri quattro. L’assassinio di sopravvissuti neri in cerca di sicurezza illustra i mezzi con cui lo stato cerca di precludere le possibilità emancipatorie che potrebbero apparire durante tali disastri. In tali situazioni, lo stato non cerca altro che un ritorno alla normalità catastrofica per i poveri, i migranti e i neri. Tali azioni sono contrarie alle raccomandazioni anche dei sociologi mainstream della catastrofe. Nel 1960, ad esempio, il sociologo-militare Charles Fritz ha sostenuto incisivamente come lo stereotipo di un diffuso individualismo antisociale e di aggressività fiorente durante i disastri non fosse radicato nella realtà. Ha anche notato con acutezza che la distinzione tra disastri e normalità può “trascurare convenientemente le molte fonti di stress, tensione, conflitto e insoddisfazione che sono incorporate [sic] nella natura della vita quotidiana”.

Le disastrose macchinazioni di Stato e Capitale non si fermano comunque a eventi localizzati e puntuali, ma vanno dal locale al globale. Come hanno dimostrato scrittori come Naomi Klein e Todd Miller, disastri straordinari sono usati per prolungare, rinnovare ed estendere i comuni disastri di austerità, privatizzazioni, militarizzazione, polizia e confini. Questo è il capitalismo della catastrofe: un circolo vizioso in cui le normali condizioni di disastro esacerbano eventi di disastro straordinari, a loro volta intensificandone le condizioni originali. Eventi disastrosi permettono allo stato di implementare ciò che Klein chiama la “dottrina degli shock”. Questo processo implica la riqualificazione delle infrastrutture distrutte, dell’energia e delle infrastrutture di distribuzione agli standard neoliberali; lasciare i poveri senza elettricità o acqua potabile, costringendoli a trasferirsi in luoghi ancora più vulnerabili ai cambiamenti climatici; e incarcerandoli quando resistono o cercano di attraversare i confini per sfuggire a questa situazione insostenibile. Nei mesi successivi all’uragano Maria, Porto Rico ha sperimentato ulteriori privatizzazioni, peggioramento delle condizioni di lavoro e l’arrivo di colonialisti verdi: presunti filantropi come Elon Musk che nascondono le loro imprese iper-capitaliste dietro il paravento del recupero ambientale. La storia di Flint è simile, con le offerte fatte da Musk di risolvere i problemi infrastrutturali.

Le forze che agiscono nell’interesse dello Stato e del Capitale si presentano in un certo numero di forme, ovviamente. Gli attivisti del “Common Ground Collective” che fornivano aiuti d’emergenza all’indomani dell’uragano Katrina sono stati intensamente molestati non solo dai poliziotti razzisti ma anche da gente bianca armata che ha colto l’occasione per recitare in uno scenario post-apocalittico da fine-dei-tempi, con l’approvazione tacita e talvolta attiva facilitazione, della polizia.

SOPRAVVISSUTI IN ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Quello che lo studio degli eventi disastrosi e delle condizioni disastrose ci insegna è che il cambiamento climatico non è semplicemente una conseguenza involontaria della produzione capitalista, ma una crisi di riproduzione sociale (un termine che si riferisce alle strutture sociali auto-perpetuate che consentono la sopravvivenza quotidiana e generazionale e nello stesso tempo servono a mantenere intatte le disuguaglianze). Riconoscere questo non ci dà solo una nuova prospettiva sul problema, ma indica anche una fonte di speranza. È importante ricordare che le vite dei poveri, dei diseredati e dei colonizzati non sono modellate dal solo disastro. Coinvolgono, ad ogni cambiamento, forme di sopravvivenza e persistenza, spesso sotto forma di conoscenze e abilità trasmesse di generazione in generazione. Come insiste il filosofo Potawatomi Kyle Powys Whyte, mentre le popolazioni indigene conoscono bene la catastrofe sotto forma di centinaia di anni di tentativi di dominio coloniale, in quelle centinaia di anni hanno sviluppato le capacità per resistere e sopravvivere a disastri ordinari e straordinari. La studiosa femminista marxista Silvia Federici, nel frattempo, ha mostrato come il capitalismo abbia a lungo cercato, senza successo, di sradicare violentemente tutte le forme di sopravvivenza non capitalista. Nel suo saggio del 2001 “Women, Globalization, and the International Women’s Movement”, sostiene che “se la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza è indispensabile per la sopravvivenza dei rapporti capitalistici, questo deve essere il nostro terreno di lotta”.

Una lotta del genere avvenne all’indomani del terremoto di Città del Messico del 1985, quando i proprietari terrieri e gli speculatori immobiliari videro un’opportunità per sfrattare definitivamente le persone di cui volevano liberarsi da molto tempo. I loro tentativi di demolire abitazioni che offrivano bassi rendimenti da locazione e di sostituirle con costosissimi condomini sono un chiaro esempio di capitalismo della catastrofe al lavoro. Eppure gli abitanti della classe lavoratrice hanno combattuto con grande successo. Migliaia di inquilini hanno marciato sul Palazzo Nazionale, chiedendo al governo di prendere possesso delle case danneggiate dai loro proprietari terrieri per l’eventuale vendita ai loro inquilini. In risposta, sono state sequestrate circa 7.000 proprietà. Qui, quindi, vediamo che i disastri straordinari non creano semplicemente lo spazio allo Stato e il Capitale per consolidare il loro potere, ma anche per resistere a queste stesse forme: una “versione di sinistra della dottrina degli shock”, per adottare la frase di Graham Jones. Il disastro ordinario che è il capitalismo può infatti essere interrotto da questi incidenti che, sebbene orribili per la vita umana, rappresentano anche una momentanea rovina per il capitalismo. In un saggio del 1988 intitolato “The Uses of an Earthquake”, Harry Cleaver suggerisce che ciò è particolarmente probabile nel crollo della capacità amministrativa e delle autorità governative a seguito di disastri straordinari. Questo crollo è forse ancor più probabile in luoghi in cui la governance dipende dalla sorveglianza, dall’uso dei dati sensibili e dalle tecnologie dell’informazione.

Cleaver rileva inoltre l’importanza delle storie di organizzazione collettiva nei quartieri colpiti dal terremoto. I sopravvissuti avevano legami organizzativi, una cultura di mutuo aiuto e aspettative di solidarietà. Gli inquilini sapevano di avere le spalle coperte a vicenda a causa delle loro relazioni reciproche. Questo punto è cruciale, perché ci consente di comprendere la comunità della catastrofe, non semplicemente come una risposta spontanea a disastri straordinari, ma piuttosto come il venire alla ribalta delle lotte quotidiane per la sopravvivenza e le pratiche sotterranee di aiuto reciproco. La loro esperienza di organizzazione contro i comuni disastri del capitalismo ha lasciato i residenti ben equipaggiati per affrontare un disastro straordinario.

In effetti, le relazioni di sostegno preesistenti sono state più efficaci nel sostenere le comunità colpite dall’uragano Maria. Il “Centros de Apoyo Mutuo” è una rete di mutuo soccorso decentrata costituita da gruppi, centri e pratiche consolidati, che ha distribuito cibo, ripulito i detriti e ricostruito le infrastrutture dell’isola. Lo ha fatto più velocemente e con maggiore attenzione ai bisogni dei residenti, rispetto alle reti di assistenza e logistica internazionale. Attraverso una sorta di bricolage o “arte del fare con ciò che è a portata di mano”, i centri di assistenza reciproca dimostrano che i non specialisti possono rapidamente raccogliere e condividere strumenti e abilità per la sopravvivenza. In tal modo, creano anche nuove forme di solidarietà e vita collettiva che vanno oltre la sopravvivenza.

“Quelle tempeste sono passate, e hanno distrutto molte cose”, dice Ricchi, un membro della rete statunitense Mutual Aid Disaster Relief. “Eliminando la rete energetica e riducendo l’accesso al cibo e all’acqua, hanno lasciato al buio l’isola di Borikén [il nome indigeno di Taíno per Porto Rico]. Ma in quell’oscurità si sono svegliati innumerevoli Boricuas, restano svegli fino a tardi e si alzano presto, facendo il lavoro di riprodurre la vita”.

Quella vita non è solo banale: i gruppi organizzano feste, lezioni di ballo e sessioni di cucina collettiva, in modo che gli orizzonti comuni possano aprirsi oltre la disperazione.
In un senso convenzionale e strettamente economico, c’è scarsità in queste situazioni, sebbene la scarsità sia messa in discussione da un’abbondanza di legami sociali. Tuttavia, disastri straordinari possono anche spingerci a riconoscere che la scarsità è una relazione sociale piuttosto che un semplice fatto numerico: il modo in cui i beni e le risorse sono distribuiti determina chi può usarli. All’indomani dell’uragano Sandy, è stata superata una “scarsità” di strumenti, non attraverso la produzione o l’acquisizione di altro, ma attraverso una nuova organizzazione. Le raccolte di strumenti sono state impostate come alternative alle relazioni sociali individualizzate e mercificate che dominano la società capitalista. Ci mostrano che non dovremmo essere troppo frettolosi per associare il cambiamento climatico a una maggiore scarsità.

LA CATASTROFE DELLE MIGRAZIONI

Le comunità sono spesso definite dal loro contenimento all’interno di un determinato luogo geografico, e quelle citate sopra certamente si adattano a questo disegno: rispondono a disastri straordinari nei luoghi dove sono avvenuti quei disastri. Eppure il cambiamento climatico, naturalmente, costringe le persone a spostarsi da un luogo all’altro, così che l’organizzazione contro i suoi effetti disastrosi richiede anche più ampie comunità di solidarietà. Il numero di persone attualmente classificate come “migranti forzati” si trova attualmente, secondo le cifre dell’ONU, a 68,5 milioni. L’accelerazione di questa ondata di spostamenti è impossibile da ignorare. Entro il 2050 si prevede che ci saranno 200 milioni di persone che saranno “migranti climatici”: costrette a spostarsi a causa dei disastri, sia ordinari che straordinari, che il riscaldamento globale sta portando. Questo, per sottolineare bene il punto, riguarda una persona su cinquanta nel mondo.

Attualmente, molte persone sono sfollate internamente, con solo una piccola parte che viaggia verso l’Europa, il Nord America o l’Australia. Tuttavia, man mano che il clima si destabilizza e le condizioni peggiorano, molti dei luoghi che attualmente servono come rifugi diventeranno inabitabili. Viaggiare in zone di latitudine più elevata e attraversare i confini delle nazioni più ricche che le occupano diventerà così sempre più essenziale per le persone. Vivere lì rende uno meno vulnerabile agli eventi disastrosi, non ultimo perché gli stati-nazione ricchi restano meglio equipaggiati – almeno finanziariamente – per mitigarli. La tendenza di questo movimento globale verso nord probabilmente intensificherà gli sforzi per difendere queste zone: il “complesso militare-ambientale-industriale” sta già progettando nuove forme di violenza per difendere i confini. Gli sforzi comuni per combattere tale violenza costituiranno alcune delle più importanti lotte contro il disastro climatico.

Mentre scriviamo, diverse strutture per l’Immigrazione e le Forze Doganali negli Stati Uniti sono presidiate da un movimento di protesta che mira a interrompere le operazioni di rimpatrio e deportazione. Nel Regno Unito, gli attivisti hanno respinto con successo i tentativi del governo di estendere l’applicazione delle leggi restrittive sull’immigrazione anche nelle scuole. A Glasgow, negli anni ’90, un progetto solidale che univa i migranti con gli autoctoni ha avuto un tale successo che le comunità della classe lavoratrice si sono rivelate in grado di ostacolare i raid dell’alba che miravano a deportare i loro nuovi amici e vicini. A nostro parere, anche queste sono “comunità della catastrofe” e non sono meno importanti di quelle di Città del Messico post-85 e della New Orleans post-Katrina. Queste comunità della catastrofe, quindi, sono spiragli di speranza: i microcosmi di un mondo formato diversamente. La riproduzione sociale organizzata non attraverso il lavoro salariato, le merci, la proprietà privata e tutte le loro violenze associate, ma attraverso la cura, la solidarietà e la passione per la libertà. Dimostrano con la loro esistenza che l’esistente non è immodificabile.

PARADISO CONTRO INFERNO

Questa speranza è vitale, ma troppo spesso la speranza ci uccide. Abbiamo bisogno di qualcosa di più dei microcosmi, anche perché tali esperimenti possono essere preziosi anche per il capitale. Qui è importante notare che il capitale non è omogeneo: ciò che è buono per alcuni capitalisti è negativo per altri, e ciò che è male per i singoli capitalisti in un breve periodo di tempo può essere buono per il capitale nel lungo periodo. Quindi, mentre le comunità che nascono dai disastri potrebbero essere una cattiva notizia per alcuni capitalisti e attori statali, altri invece le guarderanno con interesse. Come ricorda Ashley Dawson, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha elogiato gli sforzi di soccorso influenzati dagli anarchici di Occupy Sandy dopo che l’uragano del 2012 ha travolto New York. Facendo così bene ciò che le forze statali e di mercato non potevano fare, i progetti di Occupy hanno mantenuto la vita sociale, dando a queste forze qualcosa da riconquistare una volta ripristinato lo status quo ante. E lo hanno fatto senza alcun costo diretto per lo stato.

Tale resoconto è parziale, ovviamente, e non considera il valore pedagogico delle comunità che nascono dai disastri. Al suo massimo, questo valore è allo stesso tempo negativo e positivo: il clamoroso “sì” a quegli altri modi di vivere urla contemporaneamente un “no” al comune disastro del capitale. La riproduzione sociale promossa è un cambio di direzione: un tentativo di riprodursi in altro modo e di resistere al ritorno del mercato che distruggerebbe i nostri corpi e il nostro ecosistema.

Lo vediamo chiaramente in molte delle “comunità della catastrofe” che nascono in risposta ai confini. Come Harsha Walia dimostra così brillantemente nel suo “Imperialismo di frontiera”, queste comunità non aiutano semplicemente le persone a mitigare la violenza del confine, ma resistono al concetto stesso di confine, come riassume bene lo slogan “No Borders”. In effetti, questa stessa frase evoca simultaneamente l’affermazione e la negazione su cui insistiamo: contrastare un aspetto di questo mondo mentre descrive le caratteristiche del prossimo. Questa è un’operazione politica dentro e contro l’inferno.

Tale negazione dovrà indubbiamente andare oltre la mitezza associata alle nozioni dominanti di comunità. Di fronte a quei poliziotti e vigilanti razzisti all’indomani dell’uragano Katrina, il Common Ground Collective si è impegnato in un’autodifesa armata ispirata alle Black Panthers e ad altri gruppi radicali. Né i conflitti esisteranno solo esternamente: il CGC ha anche dovuto trattare con i sostenitori che sembravano più interessati al “turismo della catastrofe” che ai loro sforzi di soccorso. Le comunità che nascono dalle catastrofi non saranno esenti dal gorgo della violenza che costituisce la catastrofe quotidiana: misoginia, supremazia bianca, classismo, abilismo, razzismo e numerose forme intersezionali di oppressione, sfortunatamente, si riverseranno nella loro organizzazione. Le comunità della catastrofe dovranno imparare come risolvere le cose altrimenti, mobilitando gli strumenti sociali e i processi di responsabilità che molti attivisti stanno già sviluppando oggi.

IL PARADISO OLTRE L’INFERNO

Il capitalismo è a proprio agio con il concetto di comunità. Troppo spesso, il termine è usato per etichettare la resilienza che il capitalismo stesso ha bisogno per sopravvivere al disastro ordinario e straordinario. Le comunità organizzate sono così svuotate da ogni potere trasformativo.
Non possiamo però abbandonare del tutto il concetto di comunità: una simile proposta sarebbe inutilmente idealistica, dato l’uso diffuso del termine. Ma riferirsi a comunità della catastrofe come quelle discusse sopra semplicemente come “comunità” significa negare il loro potenziale, legandole ad un presente in cui sono pur sempre ammirevoli e degne di attenzione, ma mai trasformative.
È per questo che insistiamo sul concetto di comunismo.

Laddove il comunismo è spesso presupposto dall’abbondanza materiale creata dalla produzione capitalista, il comunismo della catastrofe è radicato nell’abbondanza collettiva presente nelle comunità della catastrofe. Significa impossessarsi dei mezzi di riproduzione sociale. Non possiamo aspettarci, naturalmente, che ogni risultato sarà immediatamente comunista (la proprietà privata non è stata abolita in quelle comunità a Città del Messico nel 1985, per esempio). Il nostro uso del termine indica la vasta ambizione e il funzionamento di un movimento al di là di specifiche manifestazioni e risultati, la sua diffusione attraverso lo spazio e la sua esistenza continua al di là di disastri straordinari. Denomina l’ambizione di fondare niente meno che il mondo intero nell’abbondanza trovata nella riproduzione sociale della comunità disastrata. Come tale, soddisfa la definizione di comunismo che Marx ci dà: “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Il comunismo del comunismo della catastrofe, quindi, è una mobilitazione sovversiva e trasformativa senza la quale la catastrofe in corso del riscaldamento globale non può e non deve essere fermata. Allo stesso tempo è la rovina delle molteplici ingiustizie strutturali che perpetuano e traggono forza dalla catastrofe, e una promulgazione della diffusa capacità collettiva di resistere e prosperare su un pianeta che cambia rapidamente. È estremamente ambizioso e richiede una ridistribuzione delle risorse su più scale; riparazioni per il colonialismo e la schiavitù; espropriazione della proprietà privata per le popolazioni indigene; e l’abolizione dei combustibili fossili, tra gli altri progetti monumentali. Siamo, chiaramente, ben lontani da ciò. Ma come notava Ernst Bloch, quello che è il “non-ancora” è già vivo nel nostro presente. Nelle risposte collettive al disastro, troviamo che molti degli strumenti per costruire quel nuovo mondo esistono già. Quando Solnit parla di quell’emozione “più profonda della felicità” che anima le persone sulla scia del disastro, coglie “uno sguardo su chi altro potremmo essere noi stessi e su cosa potrebbe diventare la nostra società”. Tra le rovine, nella terribile apertura dell’interruzione, lanciata contro le condizioni che producono e cercano di capitalizzare su quell’interruzione, siamo vicini al completo cambiamento, alla generalizzazione della consapevolezza che tutto – e tutti – potrebbero ancora essere trasformati. In altre parole, nella risposta collettiva al disastro, intravediamo un movimento reale che potrebbe ancora abolire lo stato di cose presenti.

La Siria e l’imperialismo

Tradotto da http://m1aa.org/?p=1527

di KS of M1 Michigan Collective

Una rivoluzione contro il neoliberismo

Quando Bashar Al-Assad salì al potere in Siria nel 2000, qualsiasi illusione che il regime autoritario dinastico baathista fosse “socialista” in qualche modo avrebbe dovuto essere dissipata, se non fosse già accaduto quando Hafez Al-Assad prese il potere in un colpo di stato controrivoluzionario negli anni ’70. Il giovane Assad iniziò vigorosamente a liberalizzare i mercati siriani, in particolare il cibo e l’agricoltura, e ad aprire la Siria ai capitali stranieri. Nei successivi undici anni, insieme agli effetti dei cambiamenti climatici causati dal capitalismo globale, il programma neoliberista di Assad ha prodotto risultati devastanti: l’occupazione agricola è stata dimezzata, il costo delle merci è aumentato in modo significativo, i servizi pubblici sono stati tagliati, il reddito pro capite è diminuito drasticamente e la povertà crebbe dilagante. Mentre i centri urbani hanno lottato per assorbire il massiccio esodo rurale, le città rurali di piccole e medie dimensioni sono state decimate e si sono così poste le basi di classe della rivoluzione siriana. (1) (2).

Se il neoliberismo e decenni di violenta repressione furono il carburante per la rivoluzione siriana, la scintilla fu la primavera araba. L’ondata di rivolte rivoluzionarie pro-democratiche e anti-austerità iniziate in Tunisia e diffusesi in tutta la regione (che hanno colpito indiscriminatamente paesi allineati e contrari agli Stati Uniti) ha catturato l’immaginazione degli operai e degli studenti siriani, e nel 2011 il popolo siriano ha iniziato prendendosi le strade in segno di protesta contro il regime di Assad. Il regime di Assad ha “accolto” le richieste pacifiche dei manifestanti con proiettili e diversivi, similmente a come altri regimi mediorientali hanno risposto alle persone che resistevano all’austerità, all’autoritarismo e alla violenza di stato. Mentre i proiettili di Assad piovevano sulla sua opposizione, le proteste si trasformarono in una rivoluzione; rivolte spontanee e informali si sono trasformate in organizzazione rivoluzionaria. Influenzati dal lavoro dell’anarchico siriano Omar Aziz, oltre un centinaio di consigli di commissioni rivoluzionarie locali di diverse federazioni furono organizzati in tutta la Siria, a cominciare da Damasco e proliferando verso l’esterno. (3)

Mentre i giovani riempivano le strade chiedendo la fine del governo neoliberista e autoritario, lo stato baathista iniziò a perdere il suo decennale controllo del paese. La conseguente instabilità divenne un invito per l’intervento delle potenze imperiali e un’occasione di sviluppo delle correnti reazionarie. Mentre Assad rilasciava i jihadisti dalle carceri siriane (4) e uccideva i rivoluzionari di sinistra (5), Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e le altre potenze regionali che circondano la Siria iniziarono i loro tentativi di sviluppare approcci e strategie per approfittare dell’instabilità. Gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali offrirono assistenza limitata a una parte dell’opposizione siriana fin dall’inizio nel conflitto, allo scopo di proteggere la loro egemonia nella regione – ma presto concentrarono tutte le loro risorse sulla strategia di “combattere il terrore”. Russia e Iran intervennero militarmente, nel momento di maggiore difficoltà del regime di Assad, con la pretesa di “combattere il terrore” e di contrastare le manovre degli Stati Uniti. Mentre la rivoluzione offriva un’apertura alla lotta curda per l’autodeterminazione, lo stato turco intensificò la sua campagna di violenza per contrastare il progresso curdo*. All’interno di questo conflitto multiforme e multidimensionale, è emerso un tema comune tra gli interessi degli attori imperiali intervenienti: la priorità è “combattere il terrore”. Questo tema unificante in realtà non rende la situazione più facile da capire, ma espone strati di contraddizione e complessità nel modo in cui ciascun attore in questo conflitto si relaziona con gli altri. Il regime di Assad e le potenze del golfo hanno aiutato la nascita dell’ISIS e di altri gruppi jihadisti in Siria (6) (7) per ragioni opposte: per Assad era un capro espiatorio per screditare la rivoluzione; per gli stati del golfo, era quello di ottenere un punto d’appoggio in Siria. Gli Stati Uniti hanno armato i curdi (che erano soliti chiamare terroristi) per combattere l’ISIS e si sono messi in contrasto con la loro storica alleata Turchia. Il conflitto dei curdi con la Turchia e l’ISIS li ha messi in una posizione di collaborazione con il governo di Assad. Gli Stati Uniti, che chiedevano apertamente la fine del dominio di Assad, dichiararono una linea rossa invalicabile sull’uso di armi chimiche da parte del regime mentre eseguivano migliaia di attacchi aerei contro i nemici di Assad – e, a fini strategici e propagandistici, un paio di attacchi aerei contro obiettivi del regime mezzi vuoti (depositi di armi, capannoni, basi militari evacuate, Ndt), dopo essersi accordati con la Russia su quali fossero gli obiettivi accettabili e dando comunque un discreto preavviso prima delle incursioni (8) (9). Le complessità di come il conflitto si riproduce ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni, sono travolgenti. Tuttavia, chiaramente, implicito in questa decisione di dare la priorità al “combattere il terrore” c’è un solido consenso attorno al sostegno al regime di Assad, anche se questa posizione non è esplicitamente articolata. Sebbene non vi sia una sola tematica in grado di riassumere il conflitto, questo è un punto importante e una base per la discussione.

Più avanti in questo pezzo, vorrei collocare la discussione sulla geopolitica al suo posto precipuo, data la centralità di altre considerazioni: la tendenza a ridurre i conflitti e le rivoluzioni alle manovre degli Stati è orribilmente riduttiva, come lo è ridurre ogni causalità a considerazioni esclusivamente economiche – entrambe le tendenze sono espressione della (di una varietà di) analisi marxista-leninista dell’imperialismo e sono qualcosa che dobbiamo contrastare nell’ottica di un discorso finalmente umano sull’antimperialismo e sulla rivoluzione. Tuttavia, in primo luogo voglio criticare la concezione teorica esposta da molti marxisti-leninisti nei confronti dell’imperialismo e della Siria, per evidenziarne i suoi limiti. Sebbene le considerazioni economiche, geopolitiche e politiche non siano esclusivamente determinanti, sono comunque importanti e meritano qualche interrogativo.

Il Monopolio e il Mito del Capitalismo Multipolare

La complessità della presenza imperiale in Siria ha colto l’occidente alla sprovvista; è stato un momento in cui molti hanno finalmente realizzato che il mondo unipolare che sorgeva sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica dovesse essere messo in discussione, se non addirittura da considerare sulla via del tramonto. Direi che il mondo è ancora unipolare sotto diversi punti di vista, ma questo ordine sta effettivamente affrontando delle sfide. La politica post-seconda guerra mondiale di unire i rivali inter-capitalisti in tutto il mondo è diventata insostenibile, poiché l’emergere di Cina, Russia e altri mercati emergenti ha alterato il campo geopolitico. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Iran e anche la Siria sono tutti imperi di dimensioni e portata diverse, ma non si distinguono nella forma. Man mano che questi paesi si integrano ulteriormente nell’ordine capitalista globale, le loro tendenze verso l’espansione e l’ulteriore sfruttamento diventano più potenti. Lo stato imperiale nel capitalismo svolge il ruolo di facilitare la conquista e anche la difesa (proteggendo gli investimenti e gli interessi ad essi collegati). Il capitalismo non è storicamente l’unico motore dell’imperialismo, ma l’imperialismo è stato parte integrante del capitalismo sin dal suo inizio. (10)

L’idea che l’espansionismo imperiale sia inerente al capitalismo è un importante punto teorico, e non è una cosa che viene misconosciuta dai marxisti-leninisti. Tuttavia, c’è forse una strategia di elusione quando si parla di questo fatto. Una contraddizione all’interno della teoria marxista-leninista dell’imperialismo e del capitalismo monopolistico è che l’autodeterminazione capitalista ha come risultato l’impero. Il capitalismo è sostenuto solo dalla sua espansione. Riconoscere questo non implica che si sia contrari alla liberazione nazionale, ma piuttosto ci fornisce una lente anticapitalista critica per comprendere la liberazione nazionale. Con questa comprensione, possiamo andare avanti con il riconoscimento che la Russia e l’Iran, per esempio, non sono stati anti-imperialisti per definizione; sono imperi capitalisti emergenti, i cui interessi nello sfruttamento e nel territorio possono o non possono essere in conflitto con gli Stati Uniti (e l’un l’altro), ma non hanno forme diverse. Pertanto, i loro interventi in Siria sono interventi imperiali; e dato che Assad non avrebbe potuto sopravvivere alla rivoluzione popolare senza il sostegno russo e iraniano, crediamo che sia una farsa riferirsi al regime di Assad come espressione dell’autodeterminazione nazionale (11).

A parte la comoda abitudine di seguire la semplicistica logica binaria della guerra fredda, il sostegno geopoliticamente motivato a Bashar Al-Assad da parte di alcuni è il segno della generica aspirazione ad una multipolarità capitalista. I fondamenti teorici di questa idea possono essere trovati in Lenin, nella scuola della “Monthly Review” e nei teorici della “dipendenza” come Samir Amin – ed è fondamentale dire che questa aspirazione alla multipolarità capitalista si rivela allo stesso tempo come un’illusione e come una teoria controrivoluzionaria. Secondo questa teoria dell’imperialismo, l’imperialismo è guidato dagli interessi del capitale monopolistico, i cui interessi e istituzioni si sono fusi con la finanza e lo stato (12). Quindi l’imperialismo è un’espressione monopolistica del potere nel mercato globale, e la posizione antimperialista è impegnarsi in lotte di liberazione nazionale contro i capitalisti monopolistici del nucleo imperiale. In particolare, ciò che viene enfatizzato in questo contesto è la lotta tra gli stati che rappresentano i capitalisti, mentre la lotta tra lavoro e capitale viene relegata in un angolo. Abbiamo visto storicamente come questo di solito si sia tradotto nel “Frontismo popolare” e nella giustificazione di allearsi con la borghesia nazionale in quella che è essenzialmente una versione esagerata di una posizione favorevole alla piccola impresa; se ciò che è più importante è espellere i capitalisti monopolisti stranieri, allora un’alleanza con i capitalisti nazionali è giustificata. In effetti, questa strategia è ciò che spinse il regime baathista siriano inizialmente negli anni ’60, proprio come fu per gli ayatollah in Iran negli anni ’70. In entrambi i casi, la strategia ha lasciato le forze progressiste vulnerabili alle forze reazionarie all’interno del fronte, e il capitalismo e il conservatorismo sono stati rafforzati. (13) (14).

L’idea che sia assolutamente necessario prendere le parti all’interno delle rivalità inter-capitaliste per resistere al monopolio è un vicolo cieco fondato su due cruciali assunzioni economico-politiche borghesi: che la competizione capitalista assegna le risorse in modo efficiente e ottimale, e che il monopolio è il contrario della concorrenza (rimando al mio ultimo saggio sulla teoria del capitale monopolistico http://m1aa.org/?p=1486). In realtà, non vi è alcuna prova che la concorrenza capitalista assegni risorse migliori del monopolio capitalista, e tutto il monopolio che esiste è in realtà un’intensa competizione oligopolistica. I prezzi non sono determinati dal potere di mercato o dalla sua mancanza (come affermano gli economisti borghesi), ma sono determinati dalla intensità dello sfruttamento del lavoro (15). In effetti, ciò che conta per i lavoratori non sono *principalmente* le relazioni di potere tra capitalisti o nazioni capitaliste, ma le relazioni di potere tra lavoro e capitale. In effetti, uno studio del 2010 mostra che la disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti è cresciuta contemporaneamente a un calo delle grandi imprese; questo sviluppo contro-intuitivo comincia ad avere un senso quando consideriamo il fatto che questo aumento della disuguaglianza di reddito coincide con un declino del lavoro organizzato (16). La composizione di classe è ancora importante; i capitalisti nazionali tradiranno i lavoratori con la stessa rapidità dei capitalisti monopolistici e respingere i monopolisti senza rifiutare il capitalismo è un approccio limitato.

Ci opponiamo al monopolio e ai capitalisti monopolistici come chiunque altro, ma dobbiamo essere entrambi accurati su come il monopolio opera in relazione alla concorrenza capitalista, oltre che essere critici verso la strada che ha portato ripetutamente al Frontismo popolare e al capitalismo di stato. Un “mondo multipolare” di diversi imperi capitalisti concorrenti non può essere semplicemente assunto come “storicamente progressista”, poiché dice quasi nulla sulla relazione tra gli sfruttatori e gli sfruttati, non affronta i problemi di distribuzione delle risorse da solo, e in effetti, senza la componente di classe, può solo portare a maggiore sfruttamento e guerre a causa dell’aumentata concorrenza tra i capitali. L’egemonia degli Stati Uniti deve essere sfidata, ma sotto la direzione e nell’interesse dei lavoratori e dei popoli emarginati.

Nel caso del regime di Assad, le sembianze della multipolarità consentono all’intervento imperiale e al neoliberismo di essere equiparati all’anti-imperialismo e persino al socialismo. Trasformando il conflitto in un esercizio geopolitico ingannevole e borghese, la lotta di classe è lasciata sul versante della sinistra autoritaria. Il monopolio più grande e determinante che esiste è il monopolio che i capitalisti detengono sulle risorse produttive: sarebbe meglio se non lo ignorassimo.

Globalizzazione, inter-imperialismo e islamofobia

Sebbene l’era della tregua tra le potenze capitaliste sembri stia cadendo a pezzi in molti modi, ci sono relazioni significative e connessioni di reciproco interesse che legano insieme i rivali capitalisti. Queste relazioni sono generate dal sistema capitalista globale, in cui gli Stati Uniti sono in cima e pongono forti vincoli alla prospettiva dell’autodeterminazione. In un mondo in cui il profitto è definito dal grado di sfruttamento del lavoro e dall’estrazione delle risorse, l’integrazione nell’economia capitalista mondiale e l’adozione della forma merceologica occidentale pongono nuove domande e sfide per l’anti-imperialismo. Il modo in cui la sinistra autoritaria vuole definire potenze capitaliste come la Russia, l’Iran e la Siria come antimperialiste è inadeguato date le critiche qui fatte alla struttura del capitalismo monopolistico, ma ignora anche le implicazioni della globalizzazione neoliberista. Piuttosto che comprendere l’adozione della forma occidentale delle merci come propria forma di imperialismo occidentale – un risultato dell’egemonia mondiale occidentale, al servizio degli interessi capitalistici occidentali – molti a sinistra desiderano proteggere le élite neoliberiste nei paesi presumibilmente anti-imperialisti che stanno istituendo questa adozione. Putin, Assad, Khamenei non sono agenti insignificanti nella proliferazione del neoliberismo globale; e la loro supposta resistenza è sempre stata contraddetta dalla loro partecipazione al capitale globale. Le riforme neoliberali di Assad hanno scatenato la rivoluzione contro di lui, e sono stati Putin e Khamenei a venire in aiuto al neoliberismo in Siria.

Quando guardiamo al fatto che la Russia e la Cina hanno dei rilevanti investimenti negli Stati Uniti e quindi hanno un interesse per la crescita USA (17) (18), o che il giovane Assad ha aperto i mercati siriani all’occidente, vediamo che ci sono grandi aree di reciproco interesse tra le potenze capitaliste. Si potrebbe affermare che si tratta di rapporti di dipendenza dal nucleo imperiale occidentale: il mio interesse non è quello di esprimere giudizi su una situazione di dipendenza imperiale. Tuttavia, quando le classi emarginate che sono state impoverite da queste misure si innalzano in una rivoluzione contro il neoliberismo, non dovremmo avere esitazioni a scegliere da che parte stare. Quando le élite come Assad e la sua famiglia beneficiano di questo impoverimento, dovremmo sapere da che parte stiamo. Il regime di Assad e i suoi sostenitori non hanno schiacciato la rivoluzione per sconfiggere il capitalismo occidentale: in molti modi, lo hanno fatto per preservarlo.

Come accennato in precedenza, forse la più grande area di reciproco interesse tra le potenze capitaliste rivali in Siria e nel mondo si trova nella “guerra al terrore” islamofobica. Dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina, l’intera classe dirigente globale ha collaborato per anni alla campagna per sterminare i musulmani. Il jihadista è diventato il nemico archetipico dell’ordine e della stabilità per il sistema capitalista, e nessuna quantità di morti civili è considerata eccessiva in questa caccia portata avanti dagli imperialisti. Mentre la sinistra occidentale ha sollevato vigorosamente obiezioni a un paio di raid aerei contro obiettivi del regime di Assad (dei magazzini semivuoti) nel 2017 e nel 2018, non si è detto molto sui 273 civili siriani uccisi dalle forze di coalizione statunitensi nel maggio 2017 nella “lotta contro il terrore” (19) o delle migliaia di altri bombardamenti fatti dagli Stati Uniti in Siria. Il silenzio della sinistra occidentale quando gli imperialisti statunitensi uccidono i civili mentre cacciano i nemici di Assad ci aiuta a capire la natura totalizzante dell’egemonia culturale occidentale e dell’orientalismo: alcune cose sono diventate questioni risolte e quindi non più appartenenti al regno della politica – l’idea che le morti musulmane innocenti siano il sottoprodotto necessario della “Guerra al Terrore” è diventata così radicata che non vale più la pena parlarne per molti militanti di sinistra in occidente e altrove. Se invece dovessimo parlarne, la bancarotta intellettuale che sta nel sostegno ad Assad sarebbe evidente, poiché Assad sta usando il terrorismo come un comodo capro espiatorio e una giustificazione per la violenza nello stesso esatto modo in cui l’Occidente ha sempre fatto. E l’enorme quantità di civili innocenti che ha ucciso nel farlo è stata sbalorditiva. (20)

Un discorso eurocentrico e disumano

L’eurocentrismo dei sostenitori marxisti-leninisti di Assad è come una moneta dalle due facce. Privo di un sistema teorico che consenta chiaramente l’etica, la creatività e, in generale, la produzione del nuovo, si basa quasi esclusivamente su un calcolo storico riduttivo ed eurocentrico. Il materialismo storico ha un ruolo importante nella teoria sociale e rivoluzionaria, ma è limitato da standard eurocentrici di sviluppo e di potere; la vera autodeterminazione de-coloniale è elusa in questo quadro fintanto che ciò che è “storicamente progressista” è definito da criteri eurocentrici. Allo stesso tempo, i corpi delle persone dalla pelle scura sono reificati nella traiettoria rivoluzionaria marxista-leninista, con i Terzisti e altri che misurano il successo del marxismo da quanti corpi sono impegnati nella sua perpetuazione. Questa contraddizione in sostanza cerca di cancellare l’attività delle persone dalla pelle scura nella regione, con ogni atto di resistenza a un regime presuntamente “storicamente progressista” (nominalmente anti-americano) trasformato in un complotto della cospirazione della CIA. I sogni e le aspirazioni dei siriani che vivono nella povertà del neoliberismo sono meno importanti della posizione della Siria nello schema del capitale da monopolio difettoso, o delle presunte credenziali “laiche e secolari” del suo stato settario. Di fatto, ai siriani non è nemmeno permesso di sognare una vita migliore; sarebbe astorico. L’esistenza del regime è già giustificata come rivoluzionaria, e qualsiasi resistenza deve essere screditata come controrivoluzionaria, indipendentemente dallo scopo.

E quindi, quando dicono “storicamente progressista”, dovremmo chiedere “per chi?” – Il regime di Assad era “storicamente progressista” nei confronti degli innocenti musulmani detenuti nei siti segreti che la CIA ha costruito negli anni dopo l’11 settembre? (21) È “storicamente progressista” per le famiglie di coloro che furono uccisi quando assediò Aleppo? L’esercizio dell’universalizzazione di uno standard di progresso storico è un esercizio problematico che non si sposa bene con l’autodeterminazione – e ha sdoganato lo sviluppo capitalistico, le industrie estrattive, l’emarginazione di coloro che sono ai margini della società, così come l’imperialismo. È questa la rivoluzione che la sinistra autoritaria sostiene?

Crediamo che il popolo siriano, come tutte le persone, sia capace di una rivoluzione sociale; il disfattismo orientalista che ritrae il mondo al di fuori dell’Occidente come una massa monolitica di persone arretrate, che hanno bisogno di accontentarsi di ciò che hanno, deve essere respinto. La cancellazione di persone che hanno il sogno di vivere al di là della miseria neoliberista deve essere respinta. La presenza di manovre imperialiste e di elementi reazionari non esclude automaticamente ogni opposizione a regimi “storicamente progressisti”; questo è il mondo moderno, e l’impero e la reazione sono ovunque. Probabilmente, la totale sfiducia della sinistra occidentale nei confronti dei rivoluzionari siriani deriva da un’arroganza e un bigottismo profondamente radicati; perché non potevano fidarsi del fatto che i rivoluzionari siriani, che hanno vissuto con il jihadismo reazionario e l’imperialismo nelle loro stesse comunità per anni, sapessero meglio come affrontare questi elementi, in una sorta di paternalismo orientalista. (22) È legittimo criticare – è così che tutti miglioriamo – ma è tutt’altra cosa diffidare e screditare. Questo paternalismo parla dell’idea che il popolo siriano sia reificato agli occhi di alcuni della sinistra occidentale; non sono più esseri umani, ma ingranaggi in una macchina storica che hanno solo bisogno di svolgere il loro ruolo appropriato e utile nelle grandi narrazioni dell’imperialismo e della geopolitica.

Verso l’internazionalismo

Quindi, quali sono i modi in cui possiamo dimostrare la solidarietà internazionale ai nostri compagni in Siria e altrove? Come dovrebbe essere oggi un internazionalismo veramente antimperialista? In realtà, le risposte non sono ben definite; come con tutti gli sforzi organizzativi, dobbiamo imparare mentre andiamo avanti, mentre assorbiamo le critiche e le lezioni del passato. Tuttavia, la base minima che suggerirei di far passare è che gli internazionalisti e gli anti-imperialisti dovrebbero sostenere tutte le lotte per la giustizia sociale, la democrazia radicale e l’autodeterminazione in tutto il mondo. Ciò significa un rifiuto generale di tutti gli interventi imperialisti, che siano degli Stati Uniti o delle altre potenze imperiali. Ciò significa anche un rifiuto della globalizzazione neoliberista e il sostegno alle lotte contro l’austerità e la povertà.

Dobbiamo anche riconoscere che lo stato opera principalmente nell’interesse delle classi dominanti, siano essi capitalisti monopolistici o capitalisti nazionali o entrambi, e gli stati in generale sono istituzioni securitarie e di rapina, il cui interesse è distruggere i movimenti sociali o incanalare i movimenti sociali verso i propri fini. Uno stato non è un movimento, anche quando uno stato sostiene o è sostenuto da movimenti, e questa distinzione deve essere chiara quando si pensa alle lotte di liberazione nazionale. Come anarchici, dovremmo opporci a tutti gli stati, ma anche riconoscere i movimenti che stanno cercando di essere visti come legittimi e sostenerli nella misura in cui esigono giustizia sociale e autodeterminazione. Quindi, dobbiamo offrire un sostegno fondamentale alle lotte di liberazione nazionale contro l’impero, e riconoscere anche quando la facciata della liberazione nazionale e dell’anti-imperialismo vengono utilizzati esclusivamente per servire gli interessi imperialisti, capitalisti e statali – come nel caso di Assad.

Come antimperialisti, dobbiamo anche continuare a capire i problemi delle intersezioni. Le intersezioni di classe, razza, genere, orientamento sessuale e identità religiosa sono ancora importanti per le persone nella loro vita quotidiana, indipendentemente dal fatto che le oppressioni possano essere chiaramente rintracciate nell’impero o localmente. La nostra solidarietà ai popoli emarginati non deve essere limitata da stati apparentemente di sinistra o grandi narrazioni geopolitiche. Gli oppressi hanno il diritto di chiedere dignità a chiunque glielo neghi e abbiamo il dovere di sostenerli come compagni.

La tendenza degli attivisti a reificare le persone nella lotta rende ancora più chiaro che la cosa più importante che dobbiamo fare è costruire connessioni internazionali per la comunicazione e il supporto tangibile. In Occidente, l’anti-imperialismo non può rimanere entro i confini delle discussioni sui social network e dei meme di Stalin; le situazioni diventano astratte, gli argomenti diventano un mezzo per il capitale sociale. Le persone diventano semplici cose o dispositivi. È imperativo e urgente organizzare e agire in solidarietà con i nostri compagni oppressi e minacciati in Siria e in tutto il mondo. Come rivoluzionari e internazionalisti, abbiamo il dovere di rendere concreta la nostra solidarietà. Come può il movimento per la casa di Detroit riferirsi agli sfratti di massa in Cina? Come possono coloro che si trovano all’interno del movimento abolizionista carcerario degli Stati Uniti connettersi con coloro che vivono nella prigione a cielo aperto di Gaza? Come possono gli insegnanti iraniani e americani in sciopero lavorare insieme per la stessa causa? (23) Come può la nostra presenza nel cuore dell’impero contribuire a fermare le guerre di aggressione degli Stati Uniti? Queste sono le domande che dobbiamo porre e le connessioni che dobbiamo attivare, in dialogo con i nostri compagni nel mondo.

* Dato che questo pezzo doveva esporre il modo in cui dovremmo orientarci nei confronti della rivoluzione siriana, ho deciso di focalizzare la mia attenzione e non approfondire la lotta curda. Molto è stato scritto su Rojava dagli anarchici; non tanto è stato scritto in solidarietà con la rivoluzione siriana.

Note

(1)http://www.synaps.network/syria-trends#chapter-3699080

(2)https://syriafreedomforever.wordpress.com/2018/04/29/syria-is-not-exceptional-interview-with-joseph-daher-part-1/

(3)https://tahriricn.wordpress.com/2013/09/16/syria-the-struggle-continues-syrias-grass-roots-civil-opposition/

(4) https://syriafreedomforever.wordpress.com/2014/01/14/assad-and-isis-theyre-both-the-same

(5) https://isreview.org/issue/107/revolution-counterrevolution-and-imperialism-syria

(6) http://news.sky.com/story/is-files-reveal-assads-deals-with-militants-10267238

(7) https://www.thedailybeast.com/americas-allies-are-funding-isis

(8) https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/syria-air-strikes-us-russia-warn-ahead-airbase-donald-trump-putin-missile-attack-tomohawk-cruise-a7671736.html

(9) http://www.newsweek.com/now-russia-says-it-told-us-where-syria-it-was-allowed-bomb-895204

(10) https://antidotezine.com/2018/04/19/the-specter-of-slavery-still-stalks-the-land/

(11) https://www.sbs.com.au/news/russia-saved-syria-as-a-state-says-putin-during-assad-meeting

(12) https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1916/imp-hsc/ch07.htm

(13) http://www.marxist.com/in-defence-of-the-syrian-revolution-the-marxist-perspective-2.htm

(14) Moghadam, Valentine M. “Socialism or Anti-Imperialism? The Left and Revolution in Iran”

(15) Shaikh, Anwar. Capitalism: Competition, Crises, Conflict. 69

(16)https://thenextrecession.wordpress.com/2016/05/17/monopoly-or-competition-which-is-worse/

(17) http://money.cnn.com/2017/05/17/investing/russia-us-debt/index.html?iid=EL

(18) https://sputniknews.com/business/201608171044357006-russia-us-debt-investment/l

(19) http://sn4hr.org/wp-content/pdf/english/964_civilians_killed_in_May_2017_en.pdf

(20) https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-casualties/syrian-war-monitor-says-465000-killed-in-six-years-of-fighting-idUSKBN16K1Q1

(21) https://www.wired.com/2013/02/54-countries-rendition/

(22) https://socialistworker.org/better-off-red/12-save-kevin-cooper-the-crisis-in-syria-with-anand-gopal-and-yasser-munif @ 42:17

(23) https://www.allianceofmesocialists.org/what-can-u-s-teacher-protests-learn-from-iranian-teacher-protests/