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Il flop della sinistra sovranista

Contrariamente a quanto stava da tempo strombazzando tutto il mainstream politico mediatico globale, le ultime elezioni europee non hanno visto l’atteso trionfo delle forze politiche sovraniste, populiste e razziste, che hanno subito in alcuni casi pesanti sconfitte elettorali. L’Fpö austriaca, travolta dagli scandali, passa dal 26 al 17%. In Spagna a solo un mese dalle elezioni politiche, i fascisti di Vox scendono dal 10,2 al 6,2%. Lo stesso avviene con Veri, in Finlandia che si attesta al 13,8% (contro il 17,5% dello scorso 14 aprile), l’Afd tedesca perde due punti rispetto alle politiche del 2017 (dal 12,6 al 10,8%), così come Alba Dorata in Grecia (al 4,9% contro il 7%). Il Partito del popolo danese dimezza addirittura i suoi voti (dal 21,2 al 10,7%). Questo al netto del successo di Salvini (che raccoglie l’eredità dei voti del centrodestra in un quadro segnato da un’astensione che raggiunge quasi il 50%) e del sorpasso del nuovo partito di Le Pen rispetto a Macron.

Non va meglio quella parte di sinistra populista o sovranista che aveva strizzato l’occhio all’ascesa delle destre razziste sperando di raccogliere parte del consenso popolare che si immaginava dovesse comunque “sgocciolare” anche verso sinistra: questo spregiudicato azzardo si è risolto fortunatamente in un clamoroso flop. Vediamo le punte più evidenti di questo tracollo, che spazza finalmente dal campo tutte le inutili discussioni sul pensiero di Laclau, sull’interpretazione di Game of Thrones di Pablo Iglesias e sul colonialismo celodurista di Jean-Luc Mélenchon.

Partendo proprio dal partito rosso-marrone dell’ex senatore socialista francese, la “France Insoumise” passa dal 18% della candidatura del suo leader alle ultime presidenziali ad un modesto 6,3% alle europee. Non sono serviti gli appelli contro l’immigrazione che “abbasserebbe i salari” dei lavoratori francesi Doc, né la mancata adesione di Mélenchon al manifesto contro la xenofobia firmato da tutta la sinistra francese, PCF compreso. Anche in Spagna le ultime elezioni sono andate male per i populisti di sinistra: Podemos raggiunge il 10% dei consensi dimezzandosi rispetto alle politiche del 2016 e scendendo ulteriormente dal 14% delle recenti elezioni politiche. Hanno pesato in questo caso il ritorno dei voti verso il Partito Socialista e la posizione fermamente contraria all’indipendenza della Catalunya.

Anche altrove non va bene per le sinistre, che perdono consensi pure in Germania con la Linke che si ferma al 5,4%. In Italia fallisce la solita coalizione raffazzonata all’ultimo momento utile, con la lista de “La Sinistra” che arriva ad un misero 1,7% e con Potere al Popolo (formazione politica gemellata con Mélenchon per quanto riguarda il programma anti-europeista) che non riesce nemmeno a presentarsi alle urne.

Quale morale trarre di fronte a questi dati impietosi? Sicuramente il progetto del populismo di sinistra di sfruttare a suo vantaggio i movimenti di protesta nati dopo la crisi del 2008 subisce un forte ridimensionamento sul campo prescelto, ovvero quello meramente elettoralistico. Il ritorno in grande stile dell’autonomia del politico rispetto al sociale, spinto da una lettura interclassista (il “popolo” che si unisce contro i poteri forti, finanziari e globali) e nazionalista, si esaurisce quando viene meno la funzione parassitaria nei movimenti sociali che si contrappongono o si sono contrapposti agli stati nazione in questi ultimi anni.

Era troppo bella e facile l’idea di raccogliere consenso e diventare la voce istituzionale di lotte nelle quali le dirigenze di sinistra hanno avuto la solita funzione di pompieraggio e di delazione. D’altro lato, pur abbandonando la tradizione internazionalista che era propria del movimento operaio, strizzando l’occhio al nazionalismo razzista, questi partiti hanno comunque avuto il tempo di sostenere direttamente o indirettamente tutte le dittature che rientravano ancora nel vecchio schema campista dei blocchi contrapposti.

Il regime militare in Venezuela, il genocidio di Assad in Siria, quello di Afewerki in Eritrea, le milizie rossobrune del Donbass: i compagni non si sono fatti mancare nulla, qualsiasi crimine è stato occultato, difeso, sostenuto in ragione di un triste Risiko geopolitico fermo al 1989. Coerentemente con questo atteggiamento, le persone migranti che spesso approdavano in Europa perché fuggivano da questi paesi in fiamme, sono state viste come potenziali nemici, causa di “degrado” e di instabilità sociale, numeri da controllare, respingere o accogliere pietisticamente: mai compagni da affiancare nel loro percorso, nella loro fuga o nella loro lotta contro dittature spietate spesso appoggiate dalle stesse potenze imperialiste.

Non poteva che uscirne, dunque, che una caricatura della stessa idea di sinistra e di anti-imperialismo, declinata in uno spregiudicato gioco di ruolo in cui pur di avere dieci posti in più in parlamento si è accettato di tutto, dalla morte in carcere per tortura di centinaia di migliaia di persone fino al traffico di organi. Il flop di questa sinistra sovranista e, speriamo, la sua prossima scomparsa definitiva, non possono essere che una buona notizia per tutte le persone che hanno a cuore il bene prezioso della libertà.

lino caetani

I ghetti, le lotte autorganizzate e chi se ne appropria: cronistoria di fatti e misfatti dell’USB

Articolo tratto dal sito di Campagne in lotta: http://campagneinlotta.org/i-ghetti-le-lotte-autorganizzate-e-chi-se-ne-appropria-cronistoria-di-fatti-e-misfatti-dellusb/

Il 6 maggio 2019 circa 600 persone, residenti nella baraccopoli adiacente al CARA di Borgo Mezzanone (FG), insieme a decine di solidali hanno dato vita ad un corteo per dire no allo sgombero senza alternative che da mesi prosegue nel loro insediamento. Si tratta di uno sciopero dei braccianti, l’ultima di una lunga serie di mobilitazioni auto-organizzate che è iniziata nel settembre 2015. Da allora, sono sempre stati i braccianti africani (e più in generale chi vive nei ghetti) ad organizzare tutto, sono stati loro a portare le rivendicazioni davanti al prefetto, è con loro che le istituzioni e i rappresentanti degli agricoltori si sono dovuti confrontare.

Purtroppo però, come è già avvenuto in passato, questa mancanza di padrini politici non soltanto ha impedito alla loro lotta di trovare il sostegno che merita (a parte appunto i solidali che pur ci sono sempre stati). C’è anche chi ha cercato in tutti i modi di approfittare di questo ‘vuoto’, che in realtà è indice dell’unica possibile, reale forma di lotta, quella che vede protagonisti i diretti interessati. E così, come in passato, rendendosi conto dell’enorme potenziale che scaturisce dalla rabbia dei ghetti italiani, anche questa volta l’Unione Sindacale di Base (USB) ha indetto un corteo per il 6 giugno, usurpando le decisioni di un’assemblea autoconvocata in cui appunto si era deciso di fare un altro sciopero, prima che le ruspe tornassero a Borgo Mezzanone. Nessuno aveva chiesto l’intervento dell’USB, e in pochi erano d’accordo con la data del 6 giugno, ma questo all’USB e ai suoi dirigenti poco importa. Ciò che conta è incassare visibilità sulle spalle delle lotte faticosamente messe in piedi da altri.

Per noi che da anni seguiamo e sosteniamo le lotte autorganizzate di chi vive nei ghetti questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Siccome i fatti sono stati sistematicamente distorti nel rullo compressore della società dello spettacolo, sentiamo il bisogno di raccontare ancora una volta la nostra verità. Non si tratta di una guerra per il potere e la visibilità, ma semplicemente di pretendere che ciò che accade venga a galla, per evitare che le lotte vengano soffocate in uno squallido teatrino che le spoglia di tutta la loro potenza.

1. Tutto comincia in Basilicata: l’USB come meteora

Nel luglio 2015, a Venosa (PZ) apre uno ‘sportello migranti’ gestito da USB insieme alla Chiesa Evangelica Metodista. Nel corso del 2015 diverse compagne della rete Campagne in Lotta incontrano più volte Aboubakar Soumahoro, membro dell’esecutivo nazionale di USB e promotore dell’iniziativa a Venosa, per cercare un confronto. Aboubakar era un membro della mailing list che inizialmente faceva capo alla rete Campagne in Lotta, prima che, nel 2014, si verificasse una rottura riguardo all’accettabilità politica dei campi di lavoro progettati dalla Regione Puglia per la provincia di Foggia. Nonostante i tentativi di interlocuzione per arrivare a pratiche e lotte condivise, Soumahoro si dimostra sfuggente e il suo atteggiamento lascia intuire che non è intenzionato a collaborare.

Nell’aprile 2016, di concerto con la Regione Basilicata e il comune di Venosa, l’USB dice di voler attivare uno sportello anche a Boreano, un borgo abbandonato dove da anni sorge un insediamento informale di braccianti africani. Nel maggio dello stesso anno, un incendio distrugge parte dell’insediamento, già decimato da roghi precedenti. Sempre insieme alla Chiesa Metodista, dopo aver tenuto già un incontro in regione, l’USB organizza un corteo a Potenza che si conclude con un tavolo a cui partecipano la Regione stessa, il Comune di Venosa, la Questura e la Prefettura. Già in quella sede, i dirigenti USB (tra cui lo stesso Soumahoro) impediscono con uno stratagemma ad altri soggetti che negli anni si erano occupati della questione dei braccianti (Osservatorio Migranti Basilicata, Fuori dal Ghetto ed altri, con cui nell’estate del 2015 l’USB aveva fondato il coordinamento di associazioni) di partecipare al tavolo. Il 28 giugno, l’USB organizza un altro corteo, con relativo incontro, perché ritiene che gli accordi con la regione siano stati disattesi – è stato messo a disposizione un campo della Croce Rossa, ma non ci sono, a detta di USB, bagni e fornelli sufficienti, e sono vietate le visite. A fine luglio, le istituzioni procedono allo sgombero del ghetto di Boreano, a seguito della quale l’USB organizza un’altra protesta nel mese di agosto.

Dopo aver strappato al Comune di Venosa la promessa dell’iscrizione anagrafica per chi vive e lavora nelle campagne (ma solo a patto che viva nel centro di accoglienza), e dopo vari incontri senza nulla di fatto, una sedicente ‘assemblea nazionale dei lavoratori agricoli’ viene convocata proprio a Venosa. L’USB millanta la presenza di non meglio specificate delegazioni da tutta Italia. In quella sede, il verticismo ed il paternalismo del sindacato nei confronti dei braccianti migranti emergono chiaramente. L’ultimo atto dell’USB in questo territorio sarà l’ottenimento di una proroga di qualche mese della permanenza dei braccianti stagionali nel centro di accoglienza di Venosa, gestito dalla Croce Rossa, dove si erano verificati gravi abusi e carenze infrastrutturali (segnalate anche dall’USB). Dopodiché, Soumahoro e il suo sindacato scompaiono dalla scena, a parte un’unica assemblea ed un incontro al Comune di Palazzo San Gervasio nell’estate 2017, conclusosi con un nulla di fatto. In Basilicata ad oggi rimane aperto il solo campo di lavoro in stile carcerario di Palazzo San Gervasio, adiacente al CPR, nel silenzio generale. Nessun riferimento ovviamente alle donne che pur vivono nei ghetti, in Basilicata come in Puglia e in Calabria. Manco a dirlo, le promesse della Regione circa alloggio, trasporto e diritti contrattuali rimangono lettera morta, così come la possibilità per chi non ha un contratto di affitto di ottenere residenza fittizia.

2. Il silenzio di USB davanti alla protesta dei braccianti della provincia di Foggia e di Reggio Calabria

A partire da settembre 2015, in provincia di Foggia gli e le abitanti dei ghetti si organizzano e danno vita ad un importante ciclo di mobilitazioni, che include un blocco di 9 ore della più grande fabbrica di trasformazione del pomodoro in Europa. Era l’agosto 2016. Né l’USB né Aboubakar Soumahoro, che è anche una delle figure di punta della Coalizione Internazionale Sans Papiers e Migranti, mostreranno mai solidarietà con questa lotta auto-organizzata che ignorano sistematicamente nonostante ne siano palesemente a conoscenza, visti tutti i tentativi di interlocuzione portati avanti in quel periodo. Nell’ottobre 2016, dopo diversi cortei e presidi grazie ai quali sono state ottenute importanti vittorie riguardo l’iscrizione anagrafica e i permessi di soggiorno, gli e le abitanti dei ghetti della Puglia e della Calabria lanciano una mobilitazione nazionale contro confini e sfruttamento, che culminerà con un corteo auto-organizzato per le strade di Roma ed un incontro con il Capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno. Nonostante ripetuti inviti, Aboubakar Soumahoro non parteciperà né alle assemblee né al corteo, a cui aderiscono diverse realtà da tutta Italia, né si esprimerà in alcun modo a riguardo. Egli organizzerà però, proprio in quel periodo, un incontro ‘personale’ al Ministero dell’Interno, con gli stessi soggetti incontrati dalla delegazione del corteo autorganizzato.

3. …e il tentativo di usurpare e depotenziare il dissenso, in Puglia come in Calabria e in Piemonte

Pochi mesi più tardi, nel gennaio 2017, Aboubakar Soumahoro fa il suo primo ingresso nella Tendopoli di San Ferdinando (RC). Dimenticati i braccianti della lucania, si concentra su quelli di Puglia e Calabria, e poi della provincia di Cuneo, sempre con le stesse modalità.

 

i. La Calabria

Sin dal principio, nella Piana di Gioia Tauro l’USB si appoggia al Comune di San Ferdinando, che è responsabile della gestione delle tendopoli erette nell’Area Industriale a partire dal 2012 – gestione da sempre criticata dagli abitanti auto-organizzati, che attraverso le proteste hanno ottenuto piccole ma significative vittorie a partire dai primi mesi del 2013, sostenute dalla rete Campagne in Lotta e da altr* solidali. Mentre l’USB inizia le sue manovre, la mobilitazione auto-organizzata prosegue: il 6 febbraio e il 22 marzo gli abitanti della Tendopoli di San Ferdinando danno vita ad altri momenti di protesta, anche in coordinamento con altri territori. Ancora una volta, tristemente e prevedibilmente, USB tace e lavora per accaparrarsi il potenziale del dissenso, mentre Soumahoro si afferma progressivamente come protagonista indiscusso dei salotti televisivi italiani in quanto presunto portavoce dei ghetti. Come emergerà chiaramente nel corso dei mesi e degli anni successivi, la sua presenza e la sua azione risulteranno innocue quando non dannose alla causa di chi vive in condizioni di grave sfruttamento, violenza e segregazione.

È solo grazie alla determinazione degli abitanti della Tendopoli che si aprono tavoli di trattativa con Comune di San Ferdinando, Prefettura e Questura di Reggio Calabria. Ed è proprio in questo contesto favorevole che arriva l’USB. Prima intercettando le persone più abili a parlare offrendo loro soldi e in alcuni casi un alloggio altrove, come alcuni di loro raccontano. Successivamente, sostenuti dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni, i sindacalisti hanno iniziato a diffondere il ben noto teorema per cui fare le manifestazioni da soli è pericoloso poiché si rischia di perdere i documenti, i solidali sono dei criminali e quindi l’unica soluzione è farsi guidare da un sindacato. Da questo momento in poi inizierà un crudele gioco, per cui ai momenti di lotta autorganizzata degli abitanti della tendopoli seguiranno incursioni dell’USB volte a placare gli animi e spingere le persone dalla propria parte.

Ecco quello che è accaduto.

In seguito alla partecipatissima manifestazione del 6 febbraio, l’USB convoca un’assemblea domenica 26 febbraio nelle stanze del Comune di San Ferdinando. Scavalcando completamente la lotta autorganizzata degli abitanti della tendopoli, Aboubakar Soumahoro utilizza quello spazio per raccontare gli esiti del suo incontro “personale” avuto con il Ministero dell’Interno sulla condizione dei permessi di soggiorno delle persone che vivono nelle campagne. Saluta i presenti con la promessa di verificare insieme al sindaco di San Ferdinando la possibilità di soluzioni alternative a un ghetto. Sempre di domenica e nel Comune di San Ferdinando, il 19 marzo Soumahoro ripropone lo stesso format parlando di vaghe soluzioni abitative e permessi di soggiorno, e millantando di avere conquistato il rilascio della residenza per chi vive nelle tendopoli (quando questa in realtà era una conquista già assodata, ottenuta grazie alla tenacia degli abitanti e solidali). Viene dato ampio spazio al sindaco che promette case per tutti. Questa volta è sostenuto anche dai delegati della tendopoli che oltre a fare eco ai suoi discorsi hanno messo in piedi anche una rete di spie, pagate, pronte a riferire di ogni assemblea e incontro.

Tant’è che di lì a pochi giorni, il 22 marzo scendono di nuovo in strada per protestare contro i controlli, le identificazioni e le perquisizioni a tappeto eseguite nei giorni precedenti nella tendopoli e per le strade, e per continuare a chiedere documenti, case e contratti per tutti. Il giorno stesso ottengono un incontro con la Questura, presso il Commissariato di Gioia Tauro, per discutere nel dettaglio tutte le problematiche legate ai permessi di soggiorno. La lotta continua e il 13 aprile gli abitanti della tendopoli organizzano un altro corteo per i documenti, i contratti di lavoro e le case. Così come il 2 luglio, dopo che un grande incendio ha distrutto metà tendopoli, per fortuna senza vittime. Questa lotta rimane inascoltata dalle istituzioni e sedata dall’intervento congiunto delle forze dell’ordine e dall’USB.

In questo clima si arriva all’annunciato sgombero della tendopoli, rispetto a cui l’alternativa proposta è un’altra tendopoli per chi è regolare con i documenti, dotata di sistemi di riconoscimento biometrici, con regole severe circa ingressi, uscite, e autonomia personale – insomma un carcere per lavoratori, le cui condizioni l’USB ha il coraggio di definire ‘appena decenti’. Anche in questa occasione i diretti interessati sono molto chiari e determinati: se l’alternativa alla tendopoli è una prigione, loro da lì non si muovono. Il 18 agosto, il giorno dello sgombero, la posizione dell’USB, così come della CGIL, di SOS Rosarno e di altre associazioni accorse per l’occasione è altrettanto chiara: persone (italiane) che non si sono mai fatte vedere alla tendopoli, se non per qualche rara passerella, trascorreranno diverse ore a convincere le persone, con le promesse e con il ricatto (si minacciavano infatti gli abitanti che avrebbero perso il domicilio legale e quindi il permesso di soggiorno), a trasferirsi nella nuova tendopoli. Alla fine qualcuno andrà e qualcun altro rifiuterà, ma nessuno se la passerà meglio di prima, anzi le manovre delle istituzioni e delle sue braccia operative, come l’USB, hanno contributo a creare un clima di paura e diffidenza reciproche, a dividere le persone e distruggere le lotte e i percorsi di autorganizzazione. Aggiungendo a tutto questo il fatto che a tre solidali sono stati comminati altrettanti fogli di via e una ventina sono sotto processo per aver partecipato alle mobilitazioni. Ancora una volta, nessuna solidarietà per questi compagni e compagne – anzi, ci sarà chi gioisce (a mezzo stampa) dei fogli di via, calunniando le compagne, come alcuni esponenti di LasciateCIEntrare ed SOS Rosarno.

Il 2018 invece purtroppo verrà ricordato anche come l’anno dei morti negli incendi nella tendopoli e non solo. La prima è Becky Moses, il 27 gennaio. In quell’occasione l’USB, dopo un silenzio di mesi, convoca una manifestazione in sua memoria. Gli abitanti del ghetto intanto provano a riorganizzarsi, ma molti hanno paura, e chi non si arrende è sottoposto a diverse forme di intimidazione e ricatto. Il 2 giugno è Soumaila Sacko ad essere ucciso, questa volta da una fucilata, perché scoperto a “rubare delle lamiere”. Questa volta l’intervento dell’USB e in particolare di Soumahoro è una vera e propria operazione di marketing. Prima di tutto vengono immediatamente sedati e impediti i tentativi di rivolta degli abitanti del ghetto. In un attimo Soumaila diventa ‘il sindacalista dell’USB ucciso dalla malavita’ (cosa che si rivelerà essere falsa, per stessa ammissione di alcuni dirigenti dell’USB durante un incontro tenutosi qualche mese dopo con alcune compagne della rete Campagne in Lotta, per cercare di comprendere meglio ciò che sta accadendo nella Piana di Gioia Tauro e non solo) e la sua faccia, come un’icona, compare dovunque. In nome suo e per la sua famiglia viene attivata una raccolta fondi, e l’USB incontra il Presidente della Camera invitandolo a visitare le Tendopoli di San Ferdinando, cosa che farà l’11 giugno, accompagnato nella sua passerella dalla stessa USB. In quell’occasione, l’USB esulta per le promesse e le dichiarazioni di Fico, che, manco a dirlo, rimarranno lettera morta. Il 4 luglio sarà la volta di Luigi Di Maio, incontrato a Roma da Soumahoro ed altri, che lo definiscono un ‘incontro proficuo’. Anche qui, niente più che parole e accordi ambigui.

Nel frattempo, Soumahoro diventa il paladino dei diritti dei lavoratori e della sinistra italiana, e a quel punto tra la frenesia dei social e la lontananza, non solo geografica, di luoghi come il ghetto è facile il creare il mito. Ma se ci si ferma un attimo la farsa è evidente: il sindacalista “porta avanti la lotta” tra selfie, talk show, tweet, foto, strette di mano – dei lavoratori neanche l’ombra, nonostante questi continuino a scendere in strada. Il macabro teatrino non si ferma nemmeno con la morte di Suruwa Jaiteh, avvenuta il 2 dicembre perché anche la sua tenda è andata in fiamme. Anche questa volta l’USB non perde l’occasione di utilizzare l’ennesima tragedia per ribadire la sua presenza.

L’anno nuovo, il 2019, non vede cessare i tentativi di organizzarsi tra gli abitanti della tendopoli. La loro vera voce esce fuori, ma i controlli e i controllori sono tanti. Allo stesso tempo l’USB sta iniziando a perdere terreno, i lavoratori prendono le distanze perché non vedono nessun risultato e si sentono presi in giro anche rispetto ai soldi raccolti in seguito alla morte di Soumaila, che sembrano essere spariti nel nulla. Soltanto dopo le pressioni degli abitanti delle tendopoli la famiglia di Soumaila riceverà una parte (piuttosto esigua rispetto al totale) del denaro raccolto con il crowdfunding. Il 16 febbraio le fiamme si portano via Moussa Ba e l’USB condanna pubblicamente il sistema dei campi. Peccato che neanche sei mesi prima cercava di convincere le persone che era meglio vivere in una tendopoli nuova che in una vecchia. E per meglio ripulirsi la faccia si unisce al Comitato per il riutilizzo delle case nella Piana di Gioia Tauro, altro contenitore vuoto che si muoverà tra comizi ed eventi, che vedranno la partecipazione di altri ‘VIP’ della sinistra italiana, senza mai ascoltare e coinvolgere i diretti interessati che nel frattempo reclamano le case costruite per loro a Rosarno, completate e mai assegnate, su cui tutti tacciono.

Poche settimane dopo, il 6 marzo, avverrà il pluriannuciato sgombero della vecchia tendopoli. Il dispiegamento di forze dell’ordine è senza precedenti per un’operazione del genere, 1000 uomini, uno per ogni abitante, elicotteri, ruspe e altro ancora. In questo epilogo del ghetto quel che resta dell’USB sono le lacrime di coccodrillo insieme alle associazioni, la CGIL e il Comune: “non doveva andare così, poveri ragazzi”. Nei giorni e settimane precedenti lo sgombero, l’USB insieme ad altre associazioni aiutano le forze dell’ordine nelle operazioni di schedatura degli abitanti della vecchia tendopoli, propedeutiche alla loro deportazione (con tanto di numeri affissi ai loro indumenti). Ad oggi chi vive nell’unica tendopoli rimasta è ancor di più isolato e controllato. Chi ci ha guadagnato da tutto questo?

ii. La Puglia

Già nell’inverno del 2016 la locale sezione dell’USB di Foggia e provincia aveva contattato alcune compagne della rete Campagne in Lotta, chiedendo un confronto ed una collaborazione alla luce della loro esperienza sul campo, e stante la scarsa preparazione dei sindacalisti per loro stessa ammissione. Pur con le riserve del caso, un primo confronto era avvenuto nel mese di dicembre, e successivamente le compagne avevano fatto una serie di proposte al sindacato, senza trovare particolari sponde. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2017, durante le fasi finali dello sgombero del cosiddetto ‘Gran Ghetto’, a pochi chilometri da Foggia, un incendio uccide nelle loro baracche Mamadou Konate e Nouhou Doumbia. La mattina successiva, una protesta totalmente auto-organizzata porta diverse centinaia di persone dal ghetto fin davanti alla Prefettura del capoluogo. Da USB non una parola in solidarietà alla protesta. Pochi giorni dopo, però, i suoi dirigenti – tra cui ovviamente Soumahoro stesso – organizzano in quel che rimane del ghetto un’assemblea, e rilanciano una nuova data di mobilitazione per l’8 marzo, all’ombra delle bandiere dell’USB. Appresa la notizia, alcuni compagni della rete Campagne in Lotta tentano di persuadere i dirigenti locali del sindacato a non gettare all’aria un anno e mezzo di mobilitazioni e conquiste strappate da chi si è auto-organizzato, e a continuare su questa strada in maniera compatta. I dirigenti locali si mostrano favorevoli all’impostazione e alla proposta, e incoraggiati da questa apertura alcuni compagni e compagne (abitanti dei ghetti e solidali) partecipano al corteo dell’USB, dove però i dirigenti nazionali (Soumahoro e Guidarello) procedono ad ignorarli sistematicamente, escludendoli dal tavolo in prefettura nonostante gli accordi stretti in precedenza. Questo comportamento porterà il neo eletto responsabile agricoltura dell’USB Foggia alle dimissioni. Il corteo, peraltro, sfrutta la visibilità della mobilitazione internazionale delle donne esibendo in prima fila la compagine femminile del ghetto, di cui non si è mai curato né si curerà mai in futuro.

Da quel momento, in quel che rimane del Gran Ghetto comincia a circolare la voce secondo cui lo sgombero è responsabilità delle compagne e dei compagni della rete Campagne in Lotta, a cui verrà in questo modo negata l’agibilità in quello spazio, in cui erano presenti dall’estate del 2012 e dove avevano faticosamente costruito rapporti di fiducia e collaborazione, che vengono spazzati via dalle calunnie di alcuni, che sfruttano il comportamento di USB per togliere di mezzo persone a loro scomode e continuare a mantenere l’egemonia sul ghetto. Intanto, USB inizia un’aggressiva campagna di tesseramento nel ghetto stesso, ignorando chi dal ghetto è stato deportato verso i campi di lavoro di San Severo in cui persistono condizioni di precarietà estrema, anche relativamente all’ottenimento della residenza. Il 1 maggio, in contemporanea con Reggio Calabria, si terrà un corteo di braccianti anche a Foggia, ancora una volta guidato dall’USB e dalle sue bandiere. Ma le condizioni di vita degli abitanti dei ghetti rimangono drammatiche, e l’USB non sembra in grado di instaurare alcun tipo di trattativa efficace con le istituzioni, se non per rivendicazioni minime e decisamente al ribasso rispetto a quelle delle lotte auto-organizzate. Il 12 maggio l’USB partecipa ad un confronto con il sindaco di San Severo, comune su cui sorge il Gran Ghetto, senza che da questo scaturisca alcuna misura per sanare la condizione di chi vive in quel che resta della baraccopoli. Il 31 luglio, a seguito di un corteo tenutosi a Bari, l’USB strappa la concessione dell’acqua potabile da parte della Regione per chi ancora vive nel Gran Ghetto, la cui erogazione verrà interrotta già dal mese di settembre. Le contromisure di USB si fanno attendere fino ad ottobre inoltrato, quando viene annunciato che il caso verrà portato all’attenzione della FAO (sic!) e che verrà presentato un esposto contro il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano. Soltanto il 10 novembre USB organizza uno ‘sciopero’ dei braccianti del ghetto che si concluderà con l’occupazione simbolica della cattedrale di Foggia e con un appello al Papa. Il giorno successivo l’erogazione di acqua verrà nuovamente ripristinata, ma le condizioni di chi vive nel ghetto rimarranno sostanzialmente immutate. Nei mesi seguenti, l’USB invita europarlamentari, candidati alle elezioni politiche ed altre figure pubbliche a passerelle all’interno del ghetto, esponendo i suoi abitanti all’ennesima operazione di mediatizzazione sulla loro pelle.

Il 16 dicembre, Aboubakar Soumahoro e la Coalizione Internazionale Sans Papiers e Migranti organizzano a Roma un corteo ‘Fight/Right, Diritti Senza Confini’, a cui porta una delegazione da Foggia e dalla Piana di Gioia Tauro. Ancora una volta, il corteo non entra nel merito delle reali questioni legate ai documenti, nell’ottica di un miglioramento delle loro condizioni, ma si limita ad una serie di proclami.

L’8 marzo 2018, l’USB dichiara che le donne braccianti del ghetto aderiscono allo sciopero globale delle donne. Ancora una volta, la condizione femminile viene strumentalizzata e distorta: quelle che l’USB vuol far passare per braccianti sono donne impegnate soprattutto nel lavoro di cura, in molti casi incluso il lavoro sessuale, le cui specificità non vengono minimamente considerate. In che cosa consisterebbe il ‘femminismo’ dell’USB?

Il 12 aprile USB organizza un nuovo corteo a Foggia, con annesso incontro istituzionale. Ancora una volta, USB rivendica di aver ottenuto l’iscrizione anagrafica per chi vive nei ghetti, vittoria che in realtà risale alle lotte auto-organizzate del 2015-16. L’agosto 2018 è un mese tragico per i braccianti del foggiano: due incidenti stradali si portano via un totale di 16 lavoratori e ne feriscono molti altri, tutti residenti nei ghetti della provincia. Un corteo auto-organizzato attraversa le strade del capoluogo il 7 agosto, ignorato da compagn* e media a parte i soliti solidali. L’8 agosto, prima del corteo organizzato dalla CGIL per il tardo pomeriggio, l’USB indice una ‘marcia dei berretti rossi’. Con un atto che definire paternalista ed irrispettoso ci pare eufemistico, nei giorni precedenti ai braccianti erano stati regalati cappellini rossi sponsorizzati da una onlus (‘Rete Iside’) come misura per la loro sicurezza sul lavoro. La marcia vede la partecipazione di Michele Emiliano, quello stesso che USB aveva minacciato di denuncia perché aveva ripetutamente disatteso gli accordi presi in sede di incontro. Al Presidente della Regione Puglia viene lasciato ampio spazio di parola, che egli si prende volentieri compiendo un’operazione manipolatoria in piena regola. Il corteo, dichiara, è in continuità con quello della CGIL. Da USB nessuna presa di distanza. Ancora una volta le morti di chi vive sfruttato e segregato vengono strumentalizzate senza scrupolo alcuno.

Il 3 settembre, in occasione della visita di Luigi Di Maio a Foggia, un nuovo presidio auto-organizzato viene convocato sotto alla Prefettura, pesantemente osteggiato e contenuto dalle forze dell’ordine, mentre Aboubakar Soumahoro siede al tavolo insieme al Ministro e ne appoggia il discorso e le proposte, di cui peraltro rivendica la paternità. Com’è ovvio, nessun riferimento alla protesta, le cui urla nonostante tutto raggiungono il palazzo. Il 22 settembre, si tiene a Foggia ‘l’assemblea nazionale USB sul lavoro agricolo’, in cui viene presentata una ‘piattaforma dei diritti e un codice etico’. Nelle settimane precedenti, l’USB ha più volte rivendicato e sbandierato l’invito al ministro dell’Agricoltura Centinaio (Lega) e al Presidente della Regione Puglia Emiliano. Nonostante i fieri proclami, però, nessuno dei due si presenterà, mentre manterranno fede all’invito, tra gli altri, l’assessore al Lavoro della Regione Calabria, Angela Robbe, e il giornalista Gad Lerner. Dopo questo inutile circo, sulla provincia di Foggia calerà il silenzio dell’USB, che si guarderà bene dal pronunciarsi sulle manovre di sgombero cui il governo dà inizio nell’insediamento di Borgo Mezzanone a partire dal mese di gennaio 2019. Fino a quando non si ripresenta un’altra ‘ghiotta’ occasione: la morte in un altro rogo dell’ennesimo bracciante, il 25 aprile. Anche in questa occasione, un triste video di Aboubakar Soumahoro capitalizza e incamera consensi social davanti alle macerie della baracca dove ha trovato la morte Samara Saho. È questo l’ultimo atto dell’USB prima dello scippo della lotta auto-organizzata degli e delle abitanti di Borgo Mezzanone lo scorso 6 giugno, in un contesto in cui la popolarità di USB al ghetto è andata progressivamente riducendosi, visti i risultati delle mobilitazioni e le promesse disattese circa i problemi individuali di documenti di cui USB, e Soumahoro in prima persona, avevano detto che si sarebbero fatti carico.

iii. Il Piemonte

Sempre nel corso del 2017 l’ambiguo operato dell’USB e di Abou Soumahoro nello specifico arriva anche nella provincia di Cuneo, altro importante luogo di raccolta della frutta. Anche qui da anni i lavoratori e le lavoratrici portano avanti, in totale autonomia e con il sostegno dei solidali, una lotta per migliorare le proprie condizioni di lavoro e abitative. Durante quella stagione di raccolta l’intervento dell’USB si limita ad una serie di proclami e comunicati che non trovano alcun tipo di riscontro nella vita delle persone che lì vivono e lavorano.

L’anno successivo, il 10 luglio del 2018, non avendo un posto dove dormire i braccianti decidono in totale autonomia di occupare un’ex fabbrica, sita in Via Lattanzi a Saluzzo, anche perché in molti non avevano trovato posto nel dormitorio allestito dal Comune per la stagione di raccolta (ex caserma Filippi in zona Foro Boario, gestita dalla Caritas). Puntuale come un predatore arriva l’USB con il suo sindacalista Abou Soumahoro per mettersi alla guida di un corteo, che si terrà il 21 luglio per le strade di Cuneo e che, anche in questo caso, si concluderà con un nulla di fatto: un incontro in Prefettura del quale non si è mai saputo nulla. Ad oggi, dopo questo episodio l’USB non ha proferito parola su quanto accade a Saluzzo.

Eboli (SA) – I padroni sfruttano, lo stato sgombera

[Riceviamo e pubblichiamo]

Giovedì 4 aprile alle 5 di mattina, prima del sorgere dell’alba, su ordine della Procura di Salerno, è iniziata un’operazione di polizia in località Campolongo, nella zona litoranea del Comune di Eboli (Salerno). Con l’ormai consueto e sproporzionato dispiegamento di forze dell’ordine utilizzato in questi casi, circa 200 unità tra Polizia, Carabinieri, e Guardia di Finanza, affiancati da decine di mezzi, compreso un elicottero, hanno sgomberato un insediamento in cui vivevano un centinaio di persone immigrate, tra cui alcune famiglie con bambin*.

Gli agenti hanno prima circondato completamente l’insediamento e bloccato le strade adiacenti, deviando il traffico su strade interne. Hanno poi perquisito una per una tutte le strutture (casupole, roulotte, baracche, un vecchio bus) e identificato le persone che ci vivevano. L’operazione si è protratta fino al pomeriggio, per diverse ore: tutte le persone sono state cacciate via dai loro alloggi e buttate in strada, le strutture sono state sigillate e poste sotto sequestro. Il proprietario italiano dell’area è stato fermato con l’accusa di furto di corrente elettrica e sfruttamento della manodopera clandestina. Due bambin* sono stati sottratt* ai loro papà e, in assenza delle madri e di “verifiche”, affidat* ai servizi sociali.

I media locali riportano acriticamente la stessa velina (https://www.lacittadisalerno.it/cronaca/eboli-minori-nei-tuguri-scatta-il-blitz-all-alba-1.2192728) delle autorità, scrivendo del degrado in cui versavano gli alloggi, di presunti giri di prostituzione e spaccio che avvenivano nella zona, di 7/10 persone fermate sulle circa 100 presenti (quasi tutte africane) perché senza documenti in regola, le quali subiranno probabilmente l’espulsione. Difficile per ora trovare altre notizie sui media, e soprattutto difficile che siano riportate notizie veritiere. Soprattutto nessuno si è interrogato, nel pubblicare la notizia dello sgombero, sulla sorte delle persone sgomberate: cento persone rimaste all’improvviso senza un tetto è un evento che non merita riflessioni o domande (https://www.youtube.com/watch?v=cj0rsbtNHTg). Il perché è presto svelato potendo parlare, il giorno dopo lo sgombero, con alcune delle persone che lo hanno subito, a Campolongo, dove c’è ancora un via vai di braccianti che tornano dal lavoro e di auto dei Carabinieri a controllarle le casupole ormai vuote.

Sì, sono venuti in tanti e ci hanno controllato i documenti, noi ce li abbiamo tutti, siamo regolari, lavoriamo nelle campagne. Hanno controllato le nostre case, non so perché, ma non hanno trovato niente. Gli abbiamo dato anche i contratti di affitto, paghiamo ogni mese dai 200 ai 300 euro per vivere qui. Ma ci hanno mandato via lo stesso tutti, sotto la pioggia. Io ho potuto prendere solo un paio di borse, per fortuna sono riuscito a trovare un posto dove dormire qui vicino

Un’altra persona racconta: “Sono arrivati alle 5 di mattina, era buio, c’erano tutti, la polizia, i carabinieri, tutti. Ci hanno detto che il proprietario non pagava l’acqua e la luce, ma questo non dipende da noi, noi gli pagavamo l’affitto. Abbiamo avuto un’ora per lasciare le nostre case, solo un’ora, tutti sono dovuti andare via, abbiamo potuto prendere solo poche cose, siamo dovuti andare in strada. Ora ho paura che qualcuno rubi ciò che avevo lasciato, perciò sono ancora qui. Non so se hanno portato via altre persone senza documenti. Questo sgombero l’hanno fatto con noi perché siamo africani, con gli italiani non avrebbero fatto così. Nessuno ci aveva avvertiti prima, avremmo cercato un’altra casa. Adesso devo cercarmi una casa, qui è difficile trovarla, non vogliono affittarci le case. Qui sono tutti d’accordo, qui c’è la mafia e il razzismo.

Da queste parole emergono le testimonianze di uno sgombero quasi surreale: dopo aver controllato i contratti di affitto delle persone e dopo aver a lungo perquisito le loro abitazioni (evidentemente in cerca di elementi d’accusa), pur non avendo trovato nulla, hanno semplicemente apposto i sigilli alle case e costretto le persone ad allontanarsi. Nessun preavviso di sgombero, neppure la possibilità d’avere un po’ di tempo per trovare una nuova abitazione o di recuperare i propri oggetti personali all’interno delle case, in quella che sui giornali è stata definita come mini-baraccopoli; un centinaio di persone, bambin* compres*, sono stat* scacciat*, sotto una pioggia scrosciante e senza alcuna soluzione alternativa. Se pure sono stati scoperti allacci di energia elettrica ed acqua abusivi, ciò non implica nessuna responsabilità da parte delle persone che vi abitavano, che avevano un contratto e pagavano regolarmente l’esoso canone di affitto e che, però, hanno subito le durissime conseguenze di uno sgombero.

Un’altra cosa molto chiara sottolineata dai braccianti è che tutto quello che è accaduto è stato possibile solo perché le persone sgomberate sono africane e non italiane, dandoci così una spiegazione molto semplice del razzismo istituzionale che governa il territorio. Mentre le imprese fanno affari con lo sfruttamento lavorativo delle persone migranti e proprietari di alloggi si arricchiscono con gli affitti in nero c’è lo Stato che interviene nei fatti a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita delle persone immigrate e a perpetuare così ogni sorta di abuso e sopraffazione. Quando si parla di degrado pensiamo proprio a questo, alla costante repressione e alle varie forme che assume lo sfruttamento, alla estesa complicità delle istituzioni e delle varie forze politiche.

Qui sono tutti d’accordo, qui c’è la mafia e il razzismo” e viene da pensare alla recente inchiesta del mese scorso, partita dal 2015, su un giro di falsi permessi di soggiorno e sfruttamento lavorativo, e che vede gli indagati, tra gli altri, il capogruppo del PD al Comune di Eboli e il presidente di un comitato di quartiere e membro del direttivo della Lega Noi con Salvini a Eboli. (https://www.battipaglianews.it/cronaca/eboli-caporalato-lega-pd/)

A due giorni dallo sgombero, ancora non c’è nessuna dichiarazione o reazione della sinistra politica e sindacale ebolitana e salernitana, e ciò non sorprende. Non si vuole seriamente mettere in discussione il sistema di sfruttamento dell’agroindustria italiana, che tritura tante vite dalla piana di Gioia Tauro alla Piana del Sele: non è spendibile dal punto di vista elettorale o per far tessere.

 

Da un lager all’altro


È ampiamente risaputo che la rotta che attraversa il mar Mediterraneo dalla Libia all’Italia sia diventata negli ultimi mesi sempre più chiusa e controllata militarmente e che sempre meno persone riescano ad approdare in Europa partendo dalle coste libiche. Dal 1° gennaio sono infatti riuscite a raggiungere l’Italia solo 398 persone, il 93,54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Tra queste, le nazionalità più numerose sono quelle tunisine e algerine, 128 persone alle quali come prassi italiana ormai consolidata e contrariamente a quanto previsto da qualsiasi normativa comunitaria viene negata la possibilità di presentare domanda di asilo unicamente in ragione del paese di origine. La maggior parte de* magrebin* sono reclus* nei CPR in attesa dell’espulsione, o vengono rilasciat* con in mano un decreto di espulsione entro 7 giorni. Le persone rimanenti dovranno invece cominciare il percorso a ostacoli nel sistema di accoglienza italiano, trasferite da hotspot a hub e centri di accoglienza in giro per il paese, con la quasi certezza di vedersi alla fine sbattute per strada con un diniego della domanda d’asilo: a inizio anno la percentuale di dinieghi in prima istanza ha raggiunto l’82%.

Nei fatti, come certificato dai dati ufficiali pubblicizzati con enfasi dal ministero degli interni, nei primi tre mesi dell’anno le deportazioni sono state per la prima volta maggiori rispetto a nuovi arrivi: 1.354 (aggiornati al 13 marzo), di cui 1.248 forzati e 106 volontari assistiti [fonte http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_21-03-2019.pdf].

Gli effetti delle politiche di Minniti e Salvini cominciano dunque a diventare statistiche da sventolare per le propagande incrociate di governo e opposizione. Allargando un attimo la visuale dallo zoom imposto dal mainstream politico-mediatico-militare ci sarebbero però anche altre questioni di non poco conto da affrontare. Innanzitutto, su quella rotta si continua a morire, a decine e continuamente; nel mediterraneo le persone annegano ancora nel tentativo di fuggire dai lager libici. L’ultima strage è avvenuta solo pochi giorni fa, nel silenzio complice dei media che puntavano i riflettori sullo sbarco della nave “Mare Jonio” a Lampedusa. Secondo problema, pare che a nessuno importi niente dell’enorme apparato concentrazionario messo su in Libia con il contributo del precedente governo italiano e sotto la supervisione dei governi europei e delle agenzie delle Nazioni Unite. Ogni tanto qualche esponente del Partito Democratico in vena di vis polemica contro Salvini ricorda soltanto come “già con Minniti” fossero diminuiti gli sbarchi e come il leader della Lega sia troppo lento nell’effettuare le deportazioni promesse in campagna elettorale (certo, più di mezzo milione di deportazioni sono troppe anche per lo sceriffo leghista, evidentemente il Pd sogna di avere Adolf Hitler al Ministero dell’Interno). Saltuariamente esce qualche reportage giornalistico sui vari lager esistenti oggi sul territorio libico, ma la cosa finisce lì.

Altro problema che interessa davvero poco tutto il panorama politico e giornalistico sembra essere poi quello della sorte delle poche persone che riescono ad approdare ancora sulle coste europee, soccorse dalle navi delle ONG che tanto fanno arrabbiare Salvini. Le cronache degli ultimi mesi sono piene, anzi strapiene, di ogni dettaglio su qualsiasi aspetto di quanto accaduto, dalla nave Diciotti al processo a Salvini stoppato in Senato, alla natura e legittimità delle ONG, al ruolo di mediazione del presidente del consiglio Conte sulla ripartizione de* poch* “profugh*” portati in Europa, alle tiepide dichiarazioni del presidente della Camera, ai contrasti tra Lega e Cinque Stelle, etc.

Facciamo solo alcuni esempi tra i più recenti. Le 177 persone fatte sbarcare dalla nave Diciotti, l’imbarcazione bloccata al centro del Mediterraneo per giorni l’estate scorsa e diventata un caso politico eclatante, erano state ricollocate per lo più in alcuni centri di accoglienza gestiti dalla Chiesa italiana in varie diocesi. Delle cento persone di nazionalità eritrea, 92 uomini e 8 donne, che arrivarono la sera del 28 agosto 2018 nel centro d’accoglienza «Mondo Migliore» di Rocca di Papa, vicino Roma, non è rimasto più nessuno, e lo stesso è avvenuto in altre situazioni in giro per il paese dove erano state distribuite le altre persone provenienti dalla Diciotti. Si potrebbe dire, in questo caso, “tanto rumore per nulla”: se le persone migranti possono decidere liberamente e se hanno libertà di movimento, cercano semplicemente di farsi una vita autodeterminandosi, e non accettano di rimanere nella tanto acclamata “accoglienza” in strutture che loro definiscono “campi” e considerano più o meno simili a carceri e lager.

Altri casi, infatti, sono stati purtroppo diversi. Lo scorso 9 gennaio, 49 persone soccorse in mare dalle navi “Sea Watch” e “Sea Eye” dopo mille polemiche furono fatte sbarcare sulla terraferma europea a Malta solo dopo estenuanti trattative che portarono alla promessa di una ripartizione de* migranti in diversi stati europei. L’Italia avrebbe dovuto “accoglierne” ben dieci, ma solo grazie all’intervento della Chiesa Valdese, che l* avrebbe ospitat* a sue spese, permettendo così al ministro dell’Interno di poter dire che aveva comunque vinto la sua politica dei “porti chiusi”. Ebbene oggi, dopo tre mesi, quasi tutte 49 le persone che scesero dalla “Sea Watch” si trovano (assieme ad altre provenienti da sbarchi precedenti e successivi) in stato di prigionia presso il centro di detenzione per migranti di Marsa, vicino La Valletta, un “hotspot” in cui sono rinchiuse. Per tre giorni, dal 5 all’8 marzo, queste persone hanno portato avanti uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e per conoscere al più presto il loro futuro [https://www.timesofmalta.com/articles/view/20190313/local/hunger-strike-as-migrants-frustration-over-relocation-grows.704407]. Il 12 marzo, 15 persone sono riuscite a fuggire: 13 direttamente dal centro di detenzione e altre due dagli uffici della commissione per i rifugiati, dove erano state condotte per dei controlli. Dopo la caccia organizzata dalla polizia maltese, 5 persone sono state rintracciate e riportate nel centro di detenzione di Marsa [https://lovinmalta.com/news/15-migrants-escape-from-marsa-reception-centre-and-refugee-commissioner]. Ma la questione della “Sea Watch” era già stata archiviata e aveva fatto tutti contenti.

Veniamo infine agli ultimi giorni, quando la nave “Mare Jonio” è sbarcata a Lampedusa dopo un altro forte (ma ben più rapido rispetto al passato) scontro politico, con Salvini che strepitava contro la “nave dei centri sociali” e la sinistra che invocava a gran voce l’apertura del porto dell’isola siciliana. Alla fine * migranti sono sbarcat*, ma la nave è stata sequestrata e il comandante indagato. Salvini è rimasto soddisfatto, mentre il movimento che ha dato vita alla “Mare Jonio” ha organizzato delle manifestazioni in tutto il paese per chiedere il dissequestro della nave. E le 49 persone che sono sbarcate a Lampedusa? Che fine hanno fatto? Anche qui pare che nessuno abbia voglia di mantenere accesi i riflettori. Il governo ha ottenuto lo scalpo dell’imbarcazione della ONG e questa ha portato le persone migranti al sicuro. Talmente al sicuro che adesso si trovano nel lager di Lampedusa, un “hotspot” come quello di Malta e come i tanti che affollano il vecchio continente. Molte di queste persone fuggivano da altri lager in Libia e ora si ritrovano rinchiuse in territorio italiano, mettendo così in evidenza la continuità del sistema concentrazionario creato dall’Europa: il loro grido di esultanza “libertà, libertà” una volta scese dalla “Mare Jonio” è stato spezzato subito, ma non c’erano più le telecamere a documentarlo.

 

8 marzo, da una prospettiva decoloniale

La decolonialità non può essere l’ennesima retorica che ci dia una nicchia all’interno dei femminismi occidentalocentrici, un’identità che completi la ‘diversità’ di quel femminismo.

Di Salma Amzian e Natali Jesús

All’interno delle genealogie delle diverse comunità razzializzate esistono molte donne che hanno analizzato l’intreccio delle loro oppressioni, individuando come ostacolo la modernità occidentale e il suo falso universalismo. Quest’ultimo cerca costantemente e in forme sempre nuove di produrre astrazioni e essenzialismi per mantenere l’invisibilizzazione dei/delle disumanizzate della terra. Queste donne hanno riconosciuto rapidamente, in diversi linguaggi, la complessità delle oppressioni contro cui dovevano lottare; senza utilizzare i termini odierni la loro lotta era contro la colonizzazione dei propri corpi, delle loro menti, dei loro popoli e territori.

Violenza razzista istituzionale derivata dalla Ley de Extranjería

La ley de extranjería legittima il razzismo istituzionale e controlla i processi di regolarizzazione, ma soprattutto quelli di irregolarizzazione e di esclusione sociale delle comunità ‘altre’, non spagnole e bianche.

Nel contesto spagnolo Fatiha El Mouali, economista, ricercatrice e attivista antirazzista ha denunciato l’insieme di violenza istituzionale, economica e politica derivate dalla Ley de Extranjería che subiscono le donne marocchine migrate nello Stato spagnolo. Questa legge “subordina la situazione legale delle donne migranti marocchine (e tutte quelle provenienti dalle ex-colonie) alla situazione del marito, nel caso in cui per esempio una donna stia entrando nel paese per ricongiunzione familiare o abbia ottenuto i documenti sposandosi; ecco perché il sistema di controllo migratorio opera con una logica contemporaneamente razzista e patriarcale”.

Fatiha racconta che “veniamo in contatto con un numero molto alto di casi di ‘irregolarità sopraggiunta’, come la chiamano loro, che sarebbe il caso ad esempio di donne che non possono rinnovare i documenti perché il loro marito non l’ha potuto fare. E ciò generalmente succede perché sono disoccupati. Abbiamo anche casi di famiglie che non possono rinnovare perché hanno cambiato casa e la loro abitazione attuale non soddisfa le misure che lo Stato esige per regolarizzarti. La legge stessa crea queste violenze e la struttura che le riproduce e qui entrano in gioco tutte le politiche di immigrazione”.

Nel caso delle donne marocchine, Fatiha raccoglie molte storie, con questioni e posizioni molto diverse, e ciascuna ha a che vedere con la ley de estranjería e con le sue conseguenze dirette o indirette. La logica sottostante a tutte queste situazioni è collegata a ciò che chiamiamo colonialità, ovvero con il mantenere i soggetti provenienti dalle ex-colonie al di sotto della linea dell’umano; si creano vite usa e getta come quella del ‘moro disoccupato’. Tutto ciò si ripercuote nella costruzione della donna ‘mora’ alla quale concediamo documenti solo in qualità di “moglie di” un uomo usa e getta. Il sistema relega la donna marocchina a un ruolo esclusivamente di cura, mentre la costruisce come sottomessa e inutile proprio per il fatto di svolgere quel ruolo. L’apparato ideologico che mantiene quest’ordine perverso è stato e continua a essere analizzato anche nel nostro contesto, per chi lo voglia leggere/ascoltare.

Questa violenza razziale istituzionale fatta di effetti quotidiani, materiali, è prodotta in prima istanza dai/dalle lavoratrici delle istituzioni deputate a controllare, soccorrere, aiutare, integrare le donne razzializzate/migranti. L’intervento sociale è uno strumento dello stato razzista per controllare le popolazioni non bianche.

“Un femminismo per tutte le donne” e la questione del razzismo

“Non siamo noi a dividere i movimenti, è che i movimenti stessi sono nati divisi e frazionati per le nostre realtà e necessità. Questo ha ritardato soluzioni più radicali alla nostra problematica perché abbiamo perso molto tempo delegittimandoci l’un l’alto e facendo a gara per chi avesse la ragione storica”
Aura Cumes

La sinistra bianca inizia a parlare sempre più di razzismo, anche se fatica a comprendere gli effetti reali dell’esistenza delle razze sociali e la violenza strutturale del razzismo di stato nei confronti delle comunità razzializzate e immigrate. Con il femminismo bianco succede la stessa cosa. I femminismi bianchi perpetuano l’essenzializzazione della donna e depoliticizzano gli interessi specifici della liberazione delle donne razzializzate e immigrate.

La categoria di donna come genere è già di per sé un termine coloniale. Lo hanno fatto presente diverse pensatrici come Oyeronke Oyewumi, la quale ha mostrato che anche le femministe “hanno camminato su un sentiero imperiale, aperto dal colonialismo e dal razzismo. Invece di essere coscienti del proprio vantaggio razziale si comportano come se la questione riguardasse l’evoluzione della propria cultura e per questo pretendono di civilizzare e salvare le donne africane”.

Chela Sandoval segnala che le donne razzializzate, a causa dell’oppressione di classe, genere, per la loro cultura, ma soprattutto per la razza, percepiscono che si possa loro negare l’accesso a una categoria di genere legittimata come quella della donna. Queste riflessioni contraddicono l’unità che le femministe bianche cercano erroneamente, così come la costruzione costante dell’omogeneizzazione; si focalizzano in un’oppressione come donne e dissidenti sessuali ma ignorano la differenza di razza, spesso coprendola con termini come sorellanza. Su questo ci avvertiva Audre Lorde mettendo in evidenza come “ignorare le differenze di razza tra donne e le implicazioni di queste differenze rappresenta la minaccia più grave alla mobilitazione comune”. Ci sarebbe da chiedersi se basti riconoscere le differenze per impegnarsi in una lotta decoloniale di donne.

Anche se negli ultimi anni abbiamo osservato un interesse nell’individuare le differenze – anche facendo un uso ‘sbiancato’ dell’intersezionalità – le richieste delle donne razzializzate si sono trasformate in un insieme senza importanza, in qualcosa di secondario. Inoltre lo pseudo riconoscimento delle differenze, il discorso dell’inclusione di donne razzializzate e migranti e la strumentalizzazione dell’intersezionalità hanno generato una specie di legittimità della sinistra bianca, mentre le nostre rivendicazioni sembrano essere una costante interferenza per il movimento ‘unificato’ delle donne bianche.

Le donne provenienti dall’immigrazione post-coloniale e le donne razzializzate nello stato spagnolo si trovano in una situazione molto specifica dinanzi alla violenza strutturale del sistema razzista e patriarcale. Non possiamo dimenticare ciò dice che Aura Cumer, pensatrice maya Kaqchikel: “fu sempre la colonizzazione ad avvicinare le donne bianche agli uomini per mezzo di un patto razziale, perché sebbene li divide la differenza di genere, li unisce il privilegio di razza”. In questo contesto mettiamo perciò in discussione l’alleanza ‘naturalizzata’ con le donne bianche, mentre vogliamo imparare dai femminismi neri e terzomondisti, che si allearono per i propri posizionamenti politici affini in merito all’oppressione di razza e che hanno costruito la propria coalizione attraverso impegni continui.

La disparità coloniale e l’oppressione razziale insinuano che la nostra liberazione causerebbe anche la perdita di potere delle donne bianche. Invece sono loro che devono rompere quel patto tacito con un sistema coloniale e uno Stato razzista, dominato dagli interessi capitalisti e imperialisti di cui hanno storicamente beneficiato e farla finita con queste logiche coloniali di lotta all’interno dello stato nazione. E unirsi invece a un reale progetto antisistemico, perché questo sistema perpetua la distruzione di ogni vita, di altre forme di sapere e di stare al mondo.

Nello stato spagnolo il femminismo bianco eurocentrico non ha smesso di agire. Il razzismo esercitato anche dalle femministe ha associato le donne razzializzate e immigrate a un patriarcato meno civilizzato, più volgare: conseguentemente siamo state inferiorizzate da un immaginario coloniale e civilizzatore. In questo contesto le donne razzializzate hanno esperienze comuni e sono capaci di sfidare e comprendere l’intero sistema strutturale oppressivo dello Stato in una dialettica con i propri fratelli e padri. La nostra voce è vitale, nel senso più letterale possibile.

Una prassi femminista decoloniale dall’Europa?

Arrivate a questo punto serve domandarsi: quale approccio abbiamo, qui e ora, noi donne migranti/razzializzate?

In generale ci troviamo a chiedere quote di rappresentazione all’interno del femminismo bianco e delle sue organizzazioni. Stiamo cioè colorando le narrative di liberazione moderna, legittimando la colonialità; o meglio, sperando che i movimenti di donne bianche con le loro narrazioni vogliano inserire nella loro agenda le nostre esperienze e richieste; riproducendo e legittimando l’assistenzialismo, assumendo e invisibilizzando il razzismo; aspettando che la femminista bianca di turno ci dia il permesso di portare l’hijab, di vivere le nostre vite, che trovi un modo di modellare le nostre esperienze di oppressione ai suoi schemi. Quando ci dicono che c’è posto per noi, chi stanno lasciando fuori o in cosa ci hanno trasformato? Stiamo forse cercando un riconoscimento individuale, elemosinando l’approvazione del/della bianco/a? Coinvolte in questa dinamica continuiamo ad alimentare la fascinazione per il/la bianco/a pretendendo di apparire astrattamente nei discorsi e nei progetti di emancipazione costruiti senza di noi e quindi contro di noi. Chiedere quote di rappresentazione si è già dimostrato inutile.

La domanda per noi è: per cosa lottiamo nel contesto spagnolo? Come ci organizziamo politicamente e strategicamente contro le oppressioni sistemiche che ci riguardano? Sicuramente non ci aspettiamo di trasformarci in qualche versione della donna bianca, né ancor meno dell’uomo bianco dominante. Il femminismo bianco esige che lo rendiamo compatibile con le nostre lotte antirazziste, di genere misto o non misto. Ciò che non possiamo permetterci a questo punto è imitare i metodi di liberazione femminista occidentalocentrici.

Rompere col processo di integrazione come pratica politica antirazzista comporta anche che mettiamo in discussione le forme di liberazione che abbiamo interiorizzato.

Un altro aspetto importante è trovare una strategia politica per lottare come donne razzializzate e migranti. Houria Bouteldja sottolinea l’importanza di comprendere bene contro quale egemonia lottiamo, e da dove origina la violenza. Non possiamo agire dalla stessa posizione di enunciazione delle donne bianche. Attraverso un’analisi più materialista e tenendo presente che sebbene le donne bianche sono vittime di violenza sono anche loro a livello strutturale quelle che opprimono il resto del mondo, comprese altre donne.

Nella lotta per un antirazzismo politico dobbiamo intendere il razzismo, il sessismo, le pratiche del capitalismo razziale e quelle imperialiste dello Stato come gerarchie collegate tra loro. D’altro canto se la sinistra bianca non lo capisce non potrà nemmeno comprendere come si costruiscono i discorsi delle donne razzializzate – né delle loro comunità o popoli colonizzati – dai quali nascono i loro movimenti. Se realmente lottiamo per una liberazione dobbiamo finirla con la fascinazione per l’occidente, che ancora ci lega a quelle narrazioni eurocentriche, e per il sistema fondato dall’uomo bianco attraverso la colonizzazione. Non è questo ciò che ci insegnano le nostre genealogie?

Ripensare l’eurocentrismo che struttura molti dei nostri spazi di lotta, così come rompere il silenzio, sono atti decoloniali. Dobbiamo abbandonare, se la nostra azione vuole essere davvero decoloniale, le pratiche che ci conducono solo a colorare la modernità, e che hanno come risultato soltanto la sua legittimazione e radicazione. Non dimentichiamoci che non siamo soltanto donne razzializzate.

Viviamo in una geografia europea e pertanto beneficiamo di questa civiltà di morte, liberale e imperialista, che si fonda e si rigenera sulla dominazione e sullo sfruttamento dei popoli del Sud – delle sue donne, dei suoi uomini, dei suoi bambini e bambine – e abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri popoli di origine.

La nostra critica è più complessa perché è la colonialità a ucciderci. Un progetto decoloniale in relazione alla lotta delle donne deve sviluppare un’altra politica e un’altra metodologia di liberazione. Dobbiamo riconoscere quando la nostra pratica politica si rende funzionale ai movimenti nati in seno alla modernità occidentale, quando si rende funzionale insomma alla colonialità.

La decolonialità non può essere un’ulteriore retorica che ci conceda una nicchia all’interno dei femminismi occidentalocentrici, un’identità che completi la ‘diversità’ di quel femminismo. Se ci sentiamo a nostro agio con quelle posizioni, tanto vale essere sincere con noi stesse e coi movimenti di uomini e donne del Sud che stanno costruendo alternative reali a questa civiltà di morte e smetterla di ‘sbiancare’ le loro lotte, i loro discorsi, le loro epistemologie.

Abbiamo grossi dubbi che il fine della decolonialità nata in quei territori serva a che noi, donne razzializzate che viviamo a Nord, possiamo inserirci meglio negli spazi bianchi.

Frasi come “io sciopero per quelle che non possono, per le migranti precarie senza documenti” per le nostre madri che non hanno letto i manifesti dello sciopero perché non sanno leggere e scrivere, per le nostre sorelle che non scioperano perché nessuna le ha invitate né le aspetta. Andare noi, dalle nostre posizioni di privilegio nei loro confronti, significa celebrare quel privilegio. Ancora di più quando, come sappiamo, lo sciopero è una strategia di lotta di uno spazio politico che non pensa da (né pensa a) le esperienze di quelle (nostre) donne. Noi che per la maggior parte non siamo più in quella situazione (anche se le nostre famiglie e amiche si) decidiamo di andare a quello sciopero per loro in un esercizio di universalizzazione delle strategie femministe bianche reinventate e relegittimate sui nostri corpi e nelle nostre pratiche, stavolta col nostro beneplacito. Smettiamo di celebrare la colonialità?

Fonte: https://www.elsaltodiario.com/1492/8m-perspectiva-decolonial

 

NO ALLA LEGGE SICUREZZA! NESSUNA FRONTIERA, NESSUNA GALERA!

Riceviamo e pubblichiamo il testo del volantino distribuito durante il corteo contro la “legge sicurezza” svoltosi a Salerno.

Uno stato lasciato indisturbato nelle sue campagne d’odio razziale, nelle guerre coloniali, nei saccheggi dell’ambiente, nelle stragi de* lavorator* e nei suoi campi di tortura. Uno stato che continua ad armarsi per sostenere la guerra dentro e fuori i suoi confini. Uno stato che colpisce le persone escluse, sfruttate e chi sceglie di lottare. Nelle scuole, nelle strade, nelle case occupate, nei luoghi di ritrovo e di lavoro, le ricette delle istituzioni ancora una volta sono gli sgomberi, la militarizzazione, il pugno di ferro, l’intimidazione. Al fine di togliere agibilità politica alle lotte sociali, con l’approvazione della legge “sicurezza” vi è stato un ulteriore inasprimento delle misure repressive: per un blocco stradale, ad opera di student*, lavorator*, disoccupat*, migrant*, ora alle sanzioni amministrative si aggiungono condanne penali che vanno fino a sei anni di reclusione. Raddoppiano le pene inflitte a chi occupa uno stabile o un terreno e vi si aggiunge la sanzione amministrativa. La polizia locale viene dotata di micidiali armi elettriche (taser). Per le persone mendicanti e senza fissa dimora può essere attuato l’arresto immediato, misura che unita ai DASPO urbani ed all’uso di trattamenti psichiatrici obbligatori (TSO), rende la condizione di queste persone ancora più precaria e inumana. Viene introdotto il DASPO dai distretti sanitari, impedendo di fatto anche accesso a cure ed assistenza medica. Per le persone migranti le già esigue misure di protezione internazionale si riducono e viene aumentato il fondo rimpatri. Aumentano i tempi di trattenimento negli hotspot (o CARA) fino a 30 giorni e aumenta a 180 giorni il tempo all’interno di un CPR o in altre strutture ritenute idonee. Siamo solidali con le persone migranti che hanno lottato e continuano a lottare per poter decidere delle proprie vite, chiedendo libertà di movimento, case e documenti, mentre per il potere sono semplicemente dei corpi privi di autodeterminazione di cui disporre secondo le proprie necessità politiche e produttive. Rifiutiamo invece il sistema di “accoglienza” che relega le persone migranti ritenute “regolari” in spazi controllati, in cui i loro percorsi sono già tracciati da altr*, e contemporaneamente lascia quelle “irregolari” senza casa e documenti, nel costante timore di essere imprigionate e deportate. Di fronte ai soprusi del potere l’unica risposta sarà sempre e solo l’autogestione e l’azione diretta!

No to “safety” law! No border, no prison!

A state left undisturbed in its campaigns of racial hatred, in the colonial wars, in the looting of the earth, in the massacres of the workers and in its torture camps. A state that continues to arm itself to support the war inside and outside its own borders. A state that affects people who are excluded, exploited, and those who choose to fight. In the schools, in the streets, in the occupied houses, in the meeting places and at work, the institutions’ recipe is once again: the evictions, the militarization, the iron fist, the intimidation. In order to remove political agility for social struggles, with the approval of the “security” law there was a further tightening of the repressive measures: for a roadblock, by students, workers, unemployeds, migrants, now to the administrative sanctions are added penal sentences that goes up till six years of imprisonment.The penalties imposed on those who occupy a building or a land are doubled and an administrative sanction is added to it.Local police is equipped with lethal electric weapons (taser). For beggings and homeless people can be implemented an immediate arrest, a measure which, combined with urban DASPOs and the use of mandatory psychiatric treatments (TSO), makes the condition of these people even more precarious and inhumane. The DASPO by the health districts is introduced, preventing access to medical care and assistance. For the migrants, the already small measures of international protection are reduced and the repatriation fund is increased. Increase detention times in hotspots (or CARA) for up to 30 days and increase the time within a CPR or in other facilities deemed suitable for 180 days. We stand in solidarity with the migrant people who have fought and continue to struggle in order to decide their lives, asking for freedom of movement, houses and documents, while for power they are simply bodies without self-determination to be disposed according to their political and productive needs. Instead, we reject the system that relegates migrants considered “regular” in controlled spaces, where their paths are already tracked by others, and at the same time leaves the migrants considered “irregular” without home and documents, in constant fear of being imprisoned and deported. Faced with the abuses of power, the only answer will always be only self-government and direct action!

No à la loi sécurité!Pas de frontière, pas de prison!

Un état laissé tranquille de poursuivre ses campagnes de haine raciale, ses guerres coloniales, le pillage de l’environnement, les massacres des travailleurs et les campes de torture. Un état qui continue à s’armer pour soutenir la guerre à l’intérieur et au dehors de ses confins. Un état qui frappe les personnes sans pouvoir, marginalisès, et qui choisit de lutter. Dans les écoles, dans le rues, dans le maisons occupés, dans les lieux de rendez-vous ou de travail, les remèdes desinstitutions sont toujours les mêmes: les expulsions forcées, la militarisations, le poing de fer, l’intimidation. Pour enlever efficacitè politique aux luttes sociales, avec l’adoption du “décret sécurité”, il y a eu une ultérieur aggravation des mesures répressives: pour une simple manifestation, ou un barrage routier, des étudents, des travailleurs, des personnes sans emploi, des personnes immigrés, maintenant aux sanctions administratives on s’ajoutent des condamnationes pénales qui vont jusqu’à six années de reclusion. Les peines infligés a qui occupe un terrain ou un immeuble sont doublés et on s’ajoute la sanction administrative. La police municipale a obtenu en dotation des armes électriques mortelles (taser). Pour les mendiants et les personnes sans domicile fixe il est possible d’obtenir la détention immédiate qui, avec les DASPO urbains et les traitements psychiatriques obligatoires (TSO), rend la situation de ces personnes encore plus précaire et inhumaine. Il est introduit le DASPO des circonscriptions sanitaires, en empêchant l’accès aux traitements medicaux. Pour les immigrés les mesures de protection internationales, déjà modestes, se réduisent et le fonds pour les repatriements est augmenté. Les temps de detention dans les hotspot (ou CARA) augmentent jusqu’à 30 jours et le temp dans un CPR o dans une autre structure pensée apte jusqu’à 180 jours. Nous sommes solidaires des personnes immigrés qui ont lutté et continuent à lutter pour décider de leur propre vie, en demandant liberté de mouvement, habitations et papiers, alors que pour le pouvoir ils sont seulement des corps sans autodétermination à utiliser pour ses nécessités politiques et productives. Nous sommes solidaires de ces luttes. Au contraire nous refusons le système “d’accueil” qui relègue les personnes immigrés retenues réguliers dans des espaces contrôlès, oùleurs chemins sont dejà tracés par d’autres, et en même temps laisse celles irréguliers sans habitation et papiers, avec la peur constante d’être déportés. En face aux abus du pouvoir la seule réponse sera toujours et seulement l’autogestion et l’action directe!

Abolire l’ICE finanziandolo

Di Scott Jay

tradotto da https://libcom.org/news/abolishing-ice-funding-it-07012019

Nonostante le promesse fatte di “Abolire l’ICE”, Alexandria Ocasio-Cortez e altri hanno votato per finanziarlo fin dal loro primo giorno di mandato.

Alexandria Ocasio-Cortez ha suscitato molto scalpore con la sua vittoria a sorpresa nel quattordicesimo distretto congressuale di New York l’anno scorso. Ancora più clamorosa fu la sua dichiarazione radicale di volere “Abolire l’ICE”, ovvero l’agenzia per l’immigrazione e le autorità doganali incaricata di radunare e deportare gli immigrati privi di documenti.
A luglio, scrissi con un po’ di scetticismo riguardo questo slogan proveniente da Ocasio-Cortez e ripreso da molti altri democratici.

Adesso possiamo iniziare a giudicare esattamente cosa significa nella pratica questo slogan.
Si scopre che lei, insieme all’intero gruppo parlamentare del Partito democratico, alla Camera dei Rappresentanti ha votato per finanziare l’ICE nel suo primo giorno di mandato.

Non è stato un voto per finanziare le attività della pubblica amministrazione, sospese per settimane perché Trump si rifiuta di firmare il bilancio fino a quando non ottiene finanziamenti per il muro sul confine con il Messico. Quello era un altro voto. No, la presidente della Camera Nancy Pelosi ha programmato un voto completamente separato unicamente per finanziare il Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Questo è il dipartimento che sovrintende l’ICE e le protezioni doganali degli Stati Uniti. E questo disegno di legge è passato con il sostegno di tutti i membri del Congresso democratico, compresi i socialisti democratici Ocasio-Cortez e Rashida Talib, così come un certo numero di altri autoproclamati “abolizionisti” dell’ICE.

E sì, ci sono stati altri sostenitori della “abolizione dell’ICE” nel Partito Democratico negli ultimi mesi. Per alcuni mesi è sembrata esserci una crescente rinuncia a finanziare l’ICE nel partito, in quanto anche importanti politici democratici e probabili candidati alla presidenza come Elizabeth Warren e Kirsten Gillibrand hanno adottato lo slogan.

Ma è successa una cosa divertente. I democratici – e so che questo sarà uno shock per molti – si sono tirati indietro. Una proposta di legge fu presentata anche al Congresso, ma la Camera (allora dominata dai repubblicani) aveva già programmato un voto sul proprio disegno di legge, così i nostri aspiranti abolizionisti annunciarono che avrebbero votato contro la loro stessa proposta.

Erano tutte cazzate.

Sì, alla fine è venuto fuori che erano tutte cazzate.

Sfortunatamente, a questo giro non avremo nessuna analisi degli eventi da parte di Jacobin o The Nation, perché sono entrambi troppo impegnati a strombazzare questa falsa promessa per portare avanti l’interminabile campagna per far eleggere i loro compagni democratici. E così, purtroppo, siamo costretti ancora una volta a dover leggere la stampa capitalista per capire cosa stia realmente accadendo.

NBC News ha scritto poco prima delle elezioni di novembre che “Solo pochi giorni prima delle elezioni di medio termine, la questione”Abolire l’ICE” è quasi scomparsa dai radar”. Si è scoperto che quello che volevano fare era puntare il dito contro Trump – e quindi conquistare posti nelle prossime elezioni- piuttosto che trasformare il sistema del controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti in modo radicale o anche soltanto superficiale. Alla fine i democratici hanno scoperto che puntare il dito contro l’ICE significava attaccare le forze dell’ordine perché in realtà, sono gli agenti dell’ICE o i poliziotti a far rispettare le leggi contro i migranti? E nessuno (nella politica del Partito Democratico) vuole attaccare i poliziotti.

Così lo slogan è stato abbandonato e nel primo giorno di uno dei Congressi più eterogenei nella storia degli Stati Uniti, i democratici hanno votato per finanziare l’ICE, il pattugliamento dei confini e il resto del Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS). E se qualcuno volesse far notare come ICE e DHS non sono la stessa cosa, e che il DHS è più di un semplice ICE, è il benvenuto: spiegasse come il DHS ha contribuito così tanto al miglioramento dell’umanità. Attendiamo pazientemente.

Vale la pena notare quale sia stata l’efficace manovra di Nancy Pelosi, che ha messo fuori strada i suoi colleghi sia a destra che a sinistra. In particolare, il voto di riserva per il finanziamento del DHS – ma senza alcun finanziamento per il muro sul confine messicano – ha costretto molti repubblicani a votare no ai finanziamenti al DHS. Ha inoltre rafforzato le credenziali del suo partito come il miglior gestore della sicurezza nazionale, grazie al voto che sosteneva in maniera integrale la misura proposta. E chi avrebbe potuto votare no in questa situazione? Saresti dovuto essere davvero radicale per voler farlo. Meglio giocare in squadra e dare alla macchina contro l’immigrazione e la droga un giusto finanziamento.

Questo è il tipo di pensiero che venne fuori durante la disastrosa campagna di John Kerry nel 2004: candidandosi a presidente contro George W. Bush, dichiarò in un dibattito nazionale che avrebbe “dato la caccia e ucciso i terroristi”. Questo è il tipo di politica che si svolgerà nelle elezioni del 2020, con Pelosi in testa e il suo gruppo parlamentare che la segue diligentemente.

Ma forse questo era semplicemente un momento inopportuno per sollevare l’abolizione dell’ICE? Non proprio. Questo sarebbe stato un momento perfetto per i radicali (se volessero davvero essere radicali) per sabotare l’intera operazione e smascherare le politiche di Pelosi e del resto del Partito Democratico per quello che sono. Se solo lo avessero voluto fare davvero. Ma Ocasio-Cortez aveva già annunciato che non è quello che vuole fare in Parlamento, come ha dichiarato a Vanity Fair: “Ci sono alcune questioni in cui farò arrabbiare alcuni democratici se vedo che stanno cercando di restituire il proprio stipendio ai finanziatori di Wall Street. Ma questo non significa che sto andando a dare fuoco alla casa”. In altre parole, l’obiettivo è fare pressioni sui Democratici mentre sostengono le loro campagne elettorali e sostenere il loro continuo dominio sul movimento operaio e sulla Sinistra.

Alcuni potrebbero essere stati ispirati, o piuttosto ingannati, dal sit-in fatto da Ocasio-Cortez presso l’ufficio di Pelosi per chiedere un’azione rapida sul cambiamento climatico. Ma nemmeno questo è stato il colpo radicale alla leadership del Partito Democratico che sembrava. “Se Pelosi diventasse la prossima presidente della Camera”, ha detto Ocasio-Cortez ai manifestanti riuniti, “dobbiamo dirle che le abbiamo ridato la possibilità di mostrare e perseguire l’agenda più progressista che questo paese abbia mai visto riguardo l’ambiente”. Qualche giorno dopo, Ocasio-Cortez ha annunciato che avrebbe sostenuto Pelosi come prossimo presidente della Camera. La sua non era dunque una protesta contro Pelosi, anzi, era solo una mossa amichevole.

Raramente c’è stato un tale divario tra apparenza e sostanza, e non si vogliono qui denigrare le capacità di Alexandria Ocasio-Cortez. Può essere una grande comunicatrice delle idee socialiste quando lo vuole, ma diventa troppo deludente quando vuole essere una mediatrice, come accade troppo spesso. E mentre è bello sentirla parlare di un’aliquota massima del 70% sui ricchi, e che sarebbe ancora meglio vedere tali fondi andare verso programmi di assistenza sociale, spesso abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi che le rivolte non avvengono perché le persone sono convinte che sia possibile una migliore politica fiscale. Le rivolte si verificano quando la gente comune non può più tollerare la vita com’è, quando non ci sono alternative o speranza nei poteri esistenti, quando non c’è fiducia nei due partiti o nei riformatori sociali che fanno grandi promesse che non riescono a mantenere. Questo è qualcosa per cui vale ancora la pena sperare.

 

Salerno – Un altro suicidio di stato

Riceviamo e pubblichiamo.

Aziz Alhini, trentasettenne marocchino, era agli arresti domiciliari presso la “Domus Misericordiae”, struttura gestita dalla Caritas e sita a Salerno nella frazione collinare di Brignano, quando si è tolto la vita.
La sua storia è stata segnata da un clamoroso errore giudiziario: il 14 febbraio del 2016 Alhini viene denunciato per il furto di un portafogli (in seguito ritrovato) e condannato alla pena di tre anni di carcere, che inizia a scontare presso la casa circondariale di Fuorni a Salerno per poi proseguirla agli arresti domiciliari a Brignano, essendo senza fissa dimora. Alhini avrebbe finito di scontare la pena il 13 gennaio 2019, ma gli viene comunicato che avrebbe dovuto presentarsi in Questura perché sarebbero state avviate le procedure di espulsione. Dopo una condanna che viveva come un’ingiustizia e il carcere, sarebbe stato quindi deportato in Marocco. Così arriviamo alla tragica decisione di Alhini di togliersi la vita la notte di Natale.

Decine di migliaia di persone sono etichettate dalle leggi italiane come “irregolari”, sono costrette a vivere ai margini e in modi considerati sempre “illegali”: trovarsi un tetto in un edificio abbandonato, costruirsi un riparo, chiedere l’elemosina, lavorare in nero, rubare per sopravvivere. A guardia della società che li ha resi irregolari per meglio dominare e sfruttare, c’è il carcere, il CPR e la minaccia della deportazione. E così nelle stesse 24 ore si viene arrestati come Jabre e Boundaung per aver preso della legna in un bosco per costruirsi una capanna nella baraccopoli di San Ferdinando, si muore suicidi come Aziz Alhini, si muore assiderati come il 36enne marocchino Nassid Fouad, sotto una tettoia all’ex scalo merci alla stazione di Montebelluna, o travolti da un tir al quale si era aggrappato, come il giovane afgano, del quale non si conosce il nome, nella zona del porto di Ancona.

Tutto questo ha dei responsabili ben precisi e noti, gli stessi che garantiscono lo sfruttamento e l’apartheid, incarcerano e costruiscono lager, deportano e rendono un inferno la vita di tante persone migranti, le stesse istituzioni responsabili delle stragi nel Mediterraneo e della chiusura delle frontiere. Per ricordare Aziz e tantx come lui che sono finitx in questo circuito repressivo rinnoviamo l’invito a costruire e rafforzare sempre di più la solidarietà con le lotte che le persone migranti portano avanti ogni giorno dentro i lager, nei centri di accoglienza, nelle nostre città e nelle campagne.

laboratoria no confini

Usi della catastrofe

Di Jocine Velasco

tradotto da https://communemag.com/the-uses-of-disaster/

Il cambiamento climatico è qui. Nel mezzo della tempesta, si presenta l’opportunità di rompere con il capitalismo e la sua spietata disuguaglianza. Cogliamo al volo l’occasione finché possiamo. Le alternative sono impensabili.

“Qual è questa sensazione che si manifesta durante così tanti disastri?” si chiede Rebecca Solnit nel suo libro del 2009 “A Paradise Built in Hell”. Esaminando le risposte umane a terremoti, incendi, esplosioni, attacchi terroristici e uragani nel corso dell’ultimo secolo, Solnit afferma che l’idea comune che i disastri rivelino il lato peggiore della natura umana è fuorviante. Invece, l’autrice dimostra come possiamo vedere in molti di questi eventi “una sensazione più profonda della felicità, ma intensamente positiva”, una speranza propositiva che galvanizza quelle che lei chiama “comunità della catastrofe”. Quando l’ordine sociale prestabilito viene temporaneamente sospeso, una miriade di “comunità d’eccezione” costituite attraverso la collettività e l’aiuto reciproco, nascono in risposta. Gli esempi di Solnit includono l’uragano Katrina, l’11 settembre e il terremoto di Città del Messico del 1985. Per momenti fugaci, dimentichiamo le differenze sociali e ci aiutiamo a vicenda. Ahimè, quando il disastro è passato, queste comunità svaniscono. Con le parole di A.Paradise, il “grande compito contemporaneo” che affrontiamo è la prevenzione di tale smottamento, “il recupero di questa comunanza di intenti senza crisi o pressioni”. Data la calamità del riscaldamento globale, questo compito diventa sempre più urgente. Come smantellare gli ordini sociali che rendono così catastrofici i disastri, mentre allo stesso tempo rendono ordinario lo straordinario comportamento umano che provocano?

L’argomentazione di Solnit suona vera anche se si è meno ottimisti di lei sul valore intrinseco della comunità. Negli inferni del presente, troviamo gli strumenti di cui abbiamo bisogno per costruire altri mondi, nonché scorci allettanti di qualcosa che spesso si ritiene impossibile. Questo non è motivo di giubilo, né di ottimismo. Ma è motivo di speranza.

Affinché questa speranza si realizzi, tuttavia, dobbiamo andare al di là dell’analisi empirica di Solnit su ciò che accade in risposta a specifici eventi disastrosi e cogliere il carattere generale della catastrofe capitalista. Questa non è semplicemente una serie di eventi singoli – gli uragani Katrina, Harvey e Irma – ma una condizione permanente. Per molti, l’ordinario è una catastrofe. Allo stesso modo, qualsiasi risposta coerente a tale catastrofe permanente dovrà essere diffusa e duratura per avere successo. Costruire il paradiso all’inferno non è abbastanza: dobbiamo lavorare contro l’inferno e andare oltre. Più che di comunità della catastrofe, abbiamo bisogno del comunismo della catastrofe.

Ovviamente, nel richiamare il comunismo della catastrofe, non stiamo suggerendo che il verificarsi di sempre più frequenti incubi eco-sociali in qualche modo inevitabilmente produrrà condizioni sempre più mature per il comunismo. Non possiamo adottare il fatalismo perverso del “tanto peggio, tanto meglio” né aspettare un ultimo uragano per spazzare via il vecchio ordine. Piuttosto, stiamo osservando che anche il più grande e terrificante di questi disastri straordinari può interrompere il disastro ordinario che è, per la maggior parte del tempo, troppo grande per essere compreso appieno. Ci sono momenti di interruzione che, sebbene siano terribili per la vita umana, potrebbero anche significare una catastrofe per il capitalismo.

Il comunismo della catastrofe non è separato dalle lotte esistenti. Piuttosto, enfatizza il processo rivoluzionario che sviluppa la nostra capacità collettiva di resistere e prosperare: un movimento all’interno, contro e al di là di questo disastro capitalista in corso. Come possono i numerosi progetti che creano mini-paradisi nell’inferno essere coerenti con qualcosa di più di comunità effimere? Il comunismo della catastrofe aggiunge una definizione chiarificatrice al longevo progetto politico che si contrappone allo Stato e al Capitale e trabocca i loro confini. Orienta il movimento di un potere collettivo che, pur essendo palpabile durante i disastri straordinari, resta sempre presente, specialmente nei luoghi e tra i gruppi che hanno vissuto la situazione di un disastro ordinario per centinaia di anni. Il cambiamento climatico fa diventare centrali le competenze esistenti in quelle lotte per la sopravvivenza.

IL CAPITALISMO DELLA CATASTROFE, IL CAPITALE COME CATASTROFE

Il geografo Neil Smith ha sostenuto in modo convincente che non esiste una catastrofe naturale. Denominare i disastri come “naturali” occlude il fatto che essi sono tanto il prodotto di divisioni politiche e sociali quanto di forze climatiche o geologiche. Se un terremoto distrugge le abitazioni a basso reddito mal costruite e mal mantenute in una città, ma lascia le case ben costruite dei ricchi, incolpare la natura significa semplicemente assolvere gli Stati, i costruttori e i padroni, per non parlare dell’economia capitalista che produce tali disuguaglianze in primo luogo. I disastri sono sempre co-produzioni in cui forze naturali come le placche tettoniche e i sistemi meteorologici lavorano insieme con le forze sociali, politiche ed economiche.

Il modo in cui si svolgono i disastri straordinari, quindi, non può essere separato dalle normali condizioni di catastrofe in cui si verificano. Era la categoria 4 dell’uragano Maria che ha devastato la colonia statunitense di Porto Rico, lasciando i residenti senza acqua potabile: un evento disastroso. Ma questa narrazione oscura il fatto che, prima dell’uragano, “il 99,5% della popolazione di Porto Rico era servita da sistemi idrici comunitari in violazione del Safe Drinking Water Act”, mentre “il 69,4% delle persone sull’isola era servito da fonti d’acqua che violavano gli standard sanitari di SDWA “, secondo un rapporto del Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Né tali eventi devastanti possono eclissare disastri più lenti come quello di Flint, nel Michigan, dove decenni di abbandono e inquinamento industriale del fiume Flint e dei Grandi Laghi hanno lasciato la comunità operaia, la maggioranza nera e latina senza acqua pulita. Facilmente trascurati perché mancano del potere spettacolare di un uragano o di un terremoto, disastri così estesi sfociano il confine tra disastro come evento e disastro come condizione. Ciò che per alcuni è una scossa improvvisa e inaspettata è per gli altri una questione di realtà quotidiana intensificata.

I cambiamenti climatici aumentano significativamente la frequenza e la gravità dei disastri sia lenti che veloci. Il riscaldamento globale significa una maggiore quantità di energia che circola nell’atmosfera e nelle superfici oceaniche. Ad esempio, quando gli oceani caldi creano celle a bassa pressione, l’energia termica, sotto l’influenza della rotazione terrestre, viene convertita nell’energia cinetica caratteristica degli uragani roteanti e delle tempeste tropicali. Le temperature più calde danno origine a più energia, che deve essere espressa in qualche modo (l’energia non può essere distrutta: può solo cambiare forma). La fisica di questo processo è diabolicamente complessa e difficile da studiare, tuttavia è possibile fare delle previsioni. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite suggerisce che il cambiamento climatico distruggerà cibo e acqua, danneggerà case e infrastrutture e porterà siccità e inondazioni, ondate di calore e uragani, mareggiate e incendi. I progressi delle scienze dell’attribuzione e delle conoscenze raccolte dal singolo grado Celsius del riscaldamento globale già in atto hanno reso possibile quantificare il contributo del cambiamento climatico agli eventi meteorologici estremi. Ora possiamo collegare il riscaldamento globale a calamità come l’ondata di caldo europeo del 2003 e l’ondata di calore russa del 2010, che ha ucciso decine di migliaia di persone, senza contare innumerevoli tempeste, inondazioni e altri eventi meteorologici.

Il fatto che il cambiamento climatico sia esso stesso creato dall’uomo (o meglio, provocato dal capitalismo) sottolinea ulteriormente l’impossibilità di separare eventi disastrosi da condizioni disastrose. La relazione tra le due corre in entrambe le direzioni: le condizioni danno luogo a eventi che, a loro volta, comportano ulteriori condizioni di radicamento. L’obiettivo dello stato-nazione durante e immediatamente dopo i disastri straordinari è di solito imporre l’ordine piuttosto che aiutare i sopravvissuti, e per questo motivo gli eventi catastrofici generalmente esacerbano il sottostante disastro del capitalismo. Nel terremoto di San Francisco del 1906, fu inviato l’esercito. Tra 50 e 500 sopravvissuti furono uccisi, e gli sforzi di ricerca, soccorso e spegnimento degli incendi auto-organizzati furono interrotti. I tentativi dello stato di gestire il disastro si sono dimostrati una forza disordinata, che ha distrutto le forme di auto-organizzazione dal basso. Una simile attenzione repressiva ai “saccheggiatori” (ad esempio i sopravvissuti) ha segnato la risposta dello stato americano all’uragano Katrina a New Orleans. Il 4 settembre 2005, sul ponte di Danziger, sette agenti di polizia hanno aperto il fuoco su un gruppo di neri che tentava di fuggire dalla città allagata, uccidendone due e ferendone gravemente altri quattro. L’assassinio di sopravvissuti neri in cerca di sicurezza illustra i mezzi con cui lo stato cerca di precludere le possibilità emancipatorie che potrebbero apparire durante tali disastri. In tali situazioni, lo stato non cerca altro che un ritorno alla normalità catastrofica per i poveri, i migranti e i neri. Tali azioni sono contrarie alle raccomandazioni anche dei sociologi mainstream della catastrofe. Nel 1960, ad esempio, il sociologo-militare Charles Fritz ha sostenuto incisivamente come lo stereotipo di un diffuso individualismo antisociale e di aggressività fiorente durante i disastri non fosse radicato nella realtà. Ha anche notato con acutezza che la distinzione tra disastri e normalità può “trascurare convenientemente le molte fonti di stress, tensione, conflitto e insoddisfazione che sono incorporate [sic] nella natura della vita quotidiana”.

Le disastrose macchinazioni di Stato e Capitale non si fermano comunque a eventi localizzati e puntuali, ma vanno dal locale al globale. Come hanno dimostrato scrittori come Naomi Klein e Todd Miller, disastri straordinari sono usati per prolungare, rinnovare ed estendere i comuni disastri di austerità, privatizzazioni, militarizzazione, polizia e confini. Questo è il capitalismo della catastrofe: un circolo vizioso in cui le normali condizioni di disastro esacerbano eventi di disastro straordinari, a loro volta intensificandone le condizioni originali. Eventi disastrosi permettono allo stato di implementare ciò che Klein chiama la “dottrina degli shock”. Questo processo implica la riqualificazione delle infrastrutture distrutte, dell’energia e delle infrastrutture di distribuzione agli standard neoliberali; lasciare i poveri senza elettricità o acqua potabile, costringendoli a trasferirsi in luoghi ancora più vulnerabili ai cambiamenti climatici; e incarcerandoli quando resistono o cercano di attraversare i confini per sfuggire a questa situazione insostenibile. Nei mesi successivi all’uragano Maria, Porto Rico ha sperimentato ulteriori privatizzazioni, peggioramento delle condizioni di lavoro e l’arrivo di colonialisti verdi: presunti filantropi come Elon Musk che nascondono le loro imprese iper-capitaliste dietro il paravento del recupero ambientale. La storia di Flint è simile, con le offerte fatte da Musk di risolvere i problemi infrastrutturali.

Le forze che agiscono nell’interesse dello Stato e del Capitale si presentano in un certo numero di forme, ovviamente. Gli attivisti del “Common Ground Collective” che fornivano aiuti d’emergenza all’indomani dell’uragano Katrina sono stati intensamente molestati non solo dai poliziotti razzisti ma anche da gente bianca armata che ha colto l’occasione per recitare in uno scenario post-apocalittico da fine-dei-tempi, con l’approvazione tacita e talvolta attiva facilitazione, della polizia.

SOPRAVVISSUTI IN ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Quello che lo studio degli eventi disastrosi e delle condizioni disastrose ci insegna è che il cambiamento climatico non è semplicemente una conseguenza involontaria della produzione capitalista, ma una crisi di riproduzione sociale (un termine che si riferisce alle strutture sociali auto-perpetuate che consentono la sopravvivenza quotidiana e generazionale e nello stesso tempo servono a mantenere intatte le disuguaglianze). Riconoscere questo non ci dà solo una nuova prospettiva sul problema, ma indica anche una fonte di speranza. È importante ricordare che le vite dei poveri, dei diseredati e dei colonizzati non sono modellate dal solo disastro. Coinvolgono, ad ogni cambiamento, forme di sopravvivenza e persistenza, spesso sotto forma di conoscenze e abilità trasmesse di generazione in generazione. Come insiste il filosofo Potawatomi Kyle Powys Whyte, mentre le popolazioni indigene conoscono bene la catastrofe sotto forma di centinaia di anni di tentativi di dominio coloniale, in quelle centinaia di anni hanno sviluppato le capacità per resistere e sopravvivere a disastri ordinari e straordinari. La studiosa femminista marxista Silvia Federici, nel frattempo, ha mostrato come il capitalismo abbia a lungo cercato, senza successo, di sradicare violentemente tutte le forme di sopravvivenza non capitalista. Nel suo saggio del 2001 “Women, Globalization, and the International Women’s Movement”, sostiene che “se la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza è indispensabile per la sopravvivenza dei rapporti capitalistici, questo deve essere il nostro terreno di lotta”.

Una lotta del genere avvenne all’indomani del terremoto di Città del Messico del 1985, quando i proprietari terrieri e gli speculatori immobiliari videro un’opportunità per sfrattare definitivamente le persone di cui volevano liberarsi da molto tempo. I loro tentativi di demolire abitazioni che offrivano bassi rendimenti da locazione e di sostituirle con costosissimi condomini sono un chiaro esempio di capitalismo della catastrofe al lavoro. Eppure gli abitanti della classe lavoratrice hanno combattuto con grande successo. Migliaia di inquilini hanno marciato sul Palazzo Nazionale, chiedendo al governo di prendere possesso delle case danneggiate dai loro proprietari terrieri per l’eventuale vendita ai loro inquilini. In risposta, sono state sequestrate circa 7.000 proprietà. Qui, quindi, vediamo che i disastri straordinari non creano semplicemente lo spazio allo Stato e il Capitale per consolidare il loro potere, ma anche per resistere a queste stesse forme: una “versione di sinistra della dottrina degli shock”, per adottare la frase di Graham Jones. Il disastro ordinario che è il capitalismo può infatti essere interrotto da questi incidenti che, sebbene orribili per la vita umana, rappresentano anche una momentanea rovina per il capitalismo. In un saggio del 1988 intitolato “The Uses of an Earthquake”, Harry Cleaver suggerisce che ciò è particolarmente probabile nel crollo della capacità amministrativa e delle autorità governative a seguito di disastri straordinari. Questo crollo è forse ancor più probabile in luoghi in cui la governance dipende dalla sorveglianza, dall’uso dei dati sensibili e dalle tecnologie dell’informazione.

Cleaver rileva inoltre l’importanza delle storie di organizzazione collettiva nei quartieri colpiti dal terremoto. I sopravvissuti avevano legami organizzativi, una cultura di mutuo aiuto e aspettative di solidarietà. Gli inquilini sapevano di avere le spalle coperte a vicenda a causa delle loro relazioni reciproche. Questo punto è cruciale, perché ci consente di comprendere la comunità della catastrofe, non semplicemente come una risposta spontanea a disastri straordinari, ma piuttosto come il venire alla ribalta delle lotte quotidiane per la sopravvivenza e le pratiche sotterranee di aiuto reciproco. La loro esperienza di organizzazione contro i comuni disastri del capitalismo ha lasciato i residenti ben equipaggiati per affrontare un disastro straordinario.

In effetti, le relazioni di sostegno preesistenti sono state più efficaci nel sostenere le comunità colpite dall’uragano Maria. Il “Centros de Apoyo Mutuo” è una rete di mutuo soccorso decentrata costituita da gruppi, centri e pratiche consolidati, che ha distribuito cibo, ripulito i detriti e ricostruito le infrastrutture dell’isola. Lo ha fatto più velocemente e con maggiore attenzione ai bisogni dei residenti, rispetto alle reti di assistenza e logistica internazionale. Attraverso una sorta di bricolage o “arte del fare con ciò che è a portata di mano”, i centri di assistenza reciproca dimostrano che i non specialisti possono rapidamente raccogliere e condividere strumenti e abilità per la sopravvivenza. In tal modo, creano anche nuove forme di solidarietà e vita collettiva che vanno oltre la sopravvivenza.

“Quelle tempeste sono passate, e hanno distrutto molte cose”, dice Ricchi, un membro della rete statunitense Mutual Aid Disaster Relief. “Eliminando la rete energetica e riducendo l’accesso al cibo e all’acqua, hanno lasciato al buio l’isola di Borikén [il nome indigeno di Taíno per Porto Rico]. Ma in quell’oscurità si sono svegliati innumerevoli Boricuas, restano svegli fino a tardi e si alzano presto, facendo il lavoro di riprodurre la vita”.

Quella vita non è solo banale: i gruppi organizzano feste, lezioni di ballo e sessioni di cucina collettiva, in modo che gli orizzonti comuni possano aprirsi oltre la disperazione.
In un senso convenzionale e strettamente economico, c’è scarsità in queste situazioni, sebbene la scarsità sia messa in discussione da un’abbondanza di legami sociali. Tuttavia, disastri straordinari possono anche spingerci a riconoscere che la scarsità è una relazione sociale piuttosto che un semplice fatto numerico: il modo in cui i beni e le risorse sono distribuiti determina chi può usarli. All’indomani dell’uragano Sandy, è stata superata una “scarsità” di strumenti, non attraverso la produzione o l’acquisizione di altro, ma attraverso una nuova organizzazione. Le raccolte di strumenti sono state impostate come alternative alle relazioni sociali individualizzate e mercificate che dominano la società capitalista. Ci mostrano che non dovremmo essere troppo frettolosi per associare il cambiamento climatico a una maggiore scarsità.

LA CATASTROFE DELLE MIGRAZIONI

Le comunità sono spesso definite dal loro contenimento all’interno di un determinato luogo geografico, e quelle citate sopra certamente si adattano a questo disegno: rispondono a disastri straordinari nei luoghi dove sono avvenuti quei disastri. Eppure il cambiamento climatico, naturalmente, costringe le persone a spostarsi da un luogo all’altro, così che l’organizzazione contro i suoi effetti disastrosi richiede anche più ampie comunità di solidarietà. Il numero di persone attualmente classificate come “migranti forzati” si trova attualmente, secondo le cifre dell’ONU, a 68,5 milioni. L’accelerazione di questa ondata di spostamenti è impossibile da ignorare. Entro il 2050 si prevede che ci saranno 200 milioni di persone che saranno “migranti climatici”: costrette a spostarsi a causa dei disastri, sia ordinari che straordinari, che il riscaldamento globale sta portando. Questo, per sottolineare bene il punto, riguarda una persona su cinquanta nel mondo.

Attualmente, molte persone sono sfollate internamente, con solo una piccola parte che viaggia verso l’Europa, il Nord America o l’Australia. Tuttavia, man mano che il clima si destabilizza e le condizioni peggiorano, molti dei luoghi che attualmente servono come rifugi diventeranno inabitabili. Viaggiare in zone di latitudine più elevata e attraversare i confini delle nazioni più ricche che le occupano diventerà così sempre più essenziale per le persone. Vivere lì rende uno meno vulnerabile agli eventi disastrosi, non ultimo perché gli stati-nazione ricchi restano meglio equipaggiati – almeno finanziariamente – per mitigarli. La tendenza di questo movimento globale verso nord probabilmente intensificherà gli sforzi per difendere queste zone: il “complesso militare-ambientale-industriale” sta già progettando nuove forme di violenza per difendere i confini. Gli sforzi comuni per combattere tale violenza costituiranno alcune delle più importanti lotte contro il disastro climatico.

Mentre scriviamo, diverse strutture per l’Immigrazione e le Forze Doganali negli Stati Uniti sono presidiate da un movimento di protesta che mira a interrompere le operazioni di rimpatrio e deportazione. Nel Regno Unito, gli attivisti hanno respinto con successo i tentativi del governo di estendere l’applicazione delle leggi restrittive sull’immigrazione anche nelle scuole. A Glasgow, negli anni ’90, un progetto solidale che univa i migranti con gli autoctoni ha avuto un tale successo che le comunità della classe lavoratrice si sono rivelate in grado di ostacolare i raid dell’alba che miravano a deportare i loro nuovi amici e vicini. A nostro parere, anche queste sono “comunità della catastrofe” e non sono meno importanti di quelle di Città del Messico post-85 e della New Orleans post-Katrina. Queste comunità della catastrofe, quindi, sono spiragli di speranza: i microcosmi di un mondo formato diversamente. La riproduzione sociale organizzata non attraverso il lavoro salariato, le merci, la proprietà privata e tutte le loro violenze associate, ma attraverso la cura, la solidarietà e la passione per la libertà. Dimostrano con la loro esistenza che l’esistente non è immodificabile.

PARADISO CONTRO INFERNO

Questa speranza è vitale, ma troppo spesso la speranza ci uccide. Abbiamo bisogno di qualcosa di più dei microcosmi, anche perché tali esperimenti possono essere preziosi anche per il capitale. Qui è importante notare che il capitale non è omogeneo: ciò che è buono per alcuni capitalisti è negativo per altri, e ciò che è male per i singoli capitalisti in un breve periodo di tempo può essere buono per il capitale nel lungo periodo. Quindi, mentre le comunità che nascono dai disastri potrebbero essere una cattiva notizia per alcuni capitalisti e attori statali, altri invece le guarderanno con interesse. Come ricorda Ashley Dawson, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha elogiato gli sforzi di soccorso influenzati dagli anarchici di Occupy Sandy dopo che l’uragano del 2012 ha travolto New York. Facendo così bene ciò che le forze statali e di mercato non potevano fare, i progetti di Occupy hanno mantenuto la vita sociale, dando a queste forze qualcosa da riconquistare una volta ripristinato lo status quo ante. E lo hanno fatto senza alcun costo diretto per lo stato.

Tale resoconto è parziale, ovviamente, e non considera il valore pedagogico delle comunità che nascono dai disastri. Al suo massimo, questo valore è allo stesso tempo negativo e positivo: il clamoroso “sì” a quegli altri modi di vivere urla contemporaneamente un “no” al comune disastro del capitale. La riproduzione sociale promossa è un cambio di direzione: un tentativo di riprodursi in altro modo e di resistere al ritorno del mercato che distruggerebbe i nostri corpi e il nostro ecosistema.

Lo vediamo chiaramente in molte delle “comunità della catastrofe” che nascono in risposta ai confini. Come Harsha Walia dimostra così brillantemente nel suo “Imperialismo di frontiera”, queste comunità non aiutano semplicemente le persone a mitigare la violenza del confine, ma resistono al concetto stesso di confine, come riassume bene lo slogan “No Borders”. In effetti, questa stessa frase evoca simultaneamente l’affermazione e la negazione su cui insistiamo: contrastare un aspetto di questo mondo mentre descrive le caratteristiche del prossimo. Questa è un’operazione politica dentro e contro l’inferno.

Tale negazione dovrà indubbiamente andare oltre la mitezza associata alle nozioni dominanti di comunità. Di fronte a quei poliziotti e vigilanti razzisti all’indomani dell’uragano Katrina, il Common Ground Collective si è impegnato in un’autodifesa armata ispirata alle Black Panthers e ad altri gruppi radicali. Né i conflitti esisteranno solo esternamente: il CGC ha anche dovuto trattare con i sostenitori che sembravano più interessati al “turismo della catastrofe” che ai loro sforzi di soccorso. Le comunità che nascono dalle catastrofi non saranno esenti dal gorgo della violenza che costituisce la catastrofe quotidiana: misoginia, supremazia bianca, classismo, abilismo, razzismo e numerose forme intersezionali di oppressione, sfortunatamente, si riverseranno nella loro organizzazione. Le comunità della catastrofe dovranno imparare come risolvere le cose altrimenti, mobilitando gli strumenti sociali e i processi di responsabilità che molti attivisti stanno già sviluppando oggi.

IL PARADISO OLTRE L’INFERNO

Il capitalismo è a proprio agio con il concetto di comunità. Troppo spesso, il termine è usato per etichettare la resilienza che il capitalismo stesso ha bisogno per sopravvivere al disastro ordinario e straordinario. Le comunità organizzate sono così svuotate da ogni potere trasformativo.
Non possiamo però abbandonare del tutto il concetto di comunità: una simile proposta sarebbe inutilmente idealistica, dato l’uso diffuso del termine. Ma riferirsi a comunità della catastrofe come quelle discusse sopra semplicemente come “comunità” significa negare il loro potenziale, legandole ad un presente in cui sono pur sempre ammirevoli e degne di attenzione, ma mai trasformative.
È per questo che insistiamo sul concetto di comunismo.

Laddove il comunismo è spesso presupposto dall’abbondanza materiale creata dalla produzione capitalista, il comunismo della catastrofe è radicato nell’abbondanza collettiva presente nelle comunità della catastrofe. Significa impossessarsi dei mezzi di riproduzione sociale. Non possiamo aspettarci, naturalmente, che ogni risultato sarà immediatamente comunista (la proprietà privata non è stata abolita in quelle comunità a Città del Messico nel 1985, per esempio). Il nostro uso del termine indica la vasta ambizione e il funzionamento di un movimento al di là di specifiche manifestazioni e risultati, la sua diffusione attraverso lo spazio e la sua esistenza continua al di là di disastri straordinari. Denomina l’ambizione di fondare niente meno che il mondo intero nell’abbondanza trovata nella riproduzione sociale della comunità disastrata. Come tale, soddisfa la definizione di comunismo che Marx ci dà: “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Il comunismo del comunismo della catastrofe, quindi, è una mobilitazione sovversiva e trasformativa senza la quale la catastrofe in corso del riscaldamento globale non può e non deve essere fermata. Allo stesso tempo è la rovina delle molteplici ingiustizie strutturali che perpetuano e traggono forza dalla catastrofe, e una promulgazione della diffusa capacità collettiva di resistere e prosperare su un pianeta che cambia rapidamente. È estremamente ambizioso e richiede una ridistribuzione delle risorse su più scale; riparazioni per il colonialismo e la schiavitù; espropriazione della proprietà privata per le popolazioni indigene; e l’abolizione dei combustibili fossili, tra gli altri progetti monumentali. Siamo, chiaramente, ben lontani da ciò. Ma come notava Ernst Bloch, quello che è il “non-ancora” è già vivo nel nostro presente. Nelle risposte collettive al disastro, troviamo che molti degli strumenti per costruire quel nuovo mondo esistono già. Quando Solnit parla di quell’emozione “più profonda della felicità” che anima le persone sulla scia del disastro, coglie “uno sguardo su chi altro potremmo essere noi stessi e su cosa potrebbe diventare la nostra società”. Tra le rovine, nella terribile apertura dell’interruzione, lanciata contro le condizioni che producono e cercano di capitalizzare su quell’interruzione, siamo vicini al completo cambiamento, alla generalizzazione della consapevolezza che tutto – e tutti – potrebbero ancora essere trasformati. In altre parole, nella risposta collettiva al disastro, intravediamo un movimento reale che potrebbe ancora abolire lo stato di cose presenti.