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NO ALLA LEGGE SICUREZZA! NESSUNA FRONTIERA, NESSUNA GALERA!

Riceviamo e pubblichiamo il testo del volantino distribuito durante il corteo contro la “legge sicurezza” svoltosi a Salerno.

Uno stato lasciato indisturbato nelle sue campagne d’odio razziale, nelle guerre coloniali, nei saccheggi dell’ambiente, nelle stragi de* lavorator* e nei suoi campi di tortura. Uno stato che continua ad armarsi per sostenere la guerra dentro e fuori i suoi confini. Uno stato che colpisce le persone escluse, sfruttate e chi sceglie di lottare. Nelle scuole, nelle strade, nelle case occupate, nei luoghi di ritrovo e di lavoro, le ricette delle istituzioni ancora una volta sono gli sgomberi, la militarizzazione, il pugno di ferro, l’intimidazione. Al fine di togliere agibilità politica alle lotte sociali, con l’approvazione della legge “sicurezza” vi è stato un ulteriore inasprimento delle misure repressive: per un blocco stradale, ad opera di student*, lavorator*, disoccupat*, migrant*, ora alle sanzioni amministrative si aggiungono condanne penali che vanno fino a sei anni di reclusione. Raddoppiano le pene inflitte a chi occupa uno stabile o un terreno e vi si aggiunge la sanzione amministrativa. La polizia locale viene dotata di micidiali armi elettriche (taser). Per le persone mendicanti e senza fissa dimora può essere attuato l’arresto immediato, misura che unita ai DASPO urbani ed all’uso di trattamenti psichiatrici obbligatori (TSO), rende la condizione di queste persone ancora più precaria e inumana. Viene introdotto il DASPO dai distretti sanitari, impedendo di fatto anche accesso a cure ed assistenza medica. Per le persone migranti le già esigue misure di protezione internazionale si riducono e viene aumentato il fondo rimpatri. Aumentano i tempi di trattenimento negli hotspot (o CARA) fino a 30 giorni e aumenta a 180 giorni il tempo all’interno di un CPR o in altre strutture ritenute idonee. Siamo solidali con le persone migranti che hanno lottato e continuano a lottare per poter decidere delle proprie vite, chiedendo libertà di movimento, case e documenti, mentre per il potere sono semplicemente dei corpi privi di autodeterminazione di cui disporre secondo le proprie necessità politiche e produttive. Rifiutiamo invece il sistema di “accoglienza” che relega le persone migranti ritenute “regolari” in spazi controllati, in cui i loro percorsi sono già tracciati da altr*, e contemporaneamente lascia quelle “irregolari” senza casa e documenti, nel costante timore di essere imprigionate e deportate. Di fronte ai soprusi del potere l’unica risposta sarà sempre e solo l’autogestione e l’azione diretta!

No to “safety” law! No border, no prison!

A state left undisturbed in its campaigns of racial hatred, in the colonial wars, in the looting of the earth, in the massacres of the workers and in its torture camps. A state that continues to arm itself to support the war inside and outside its own borders. A state that affects people who are excluded, exploited, and those who choose to fight. In the schools, in the streets, in the occupied houses, in the meeting places and at work, the institutions’ recipe is once again: the evictions, the militarization, the iron fist, the intimidation. In order to remove political agility for social struggles, with the approval of the “security” law there was a further tightening of the repressive measures: for a roadblock, by students, workers, unemployeds, migrants, now to the administrative sanctions are added penal sentences that goes up till six years of imprisonment.The penalties imposed on those who occupy a building or a land are doubled and an administrative sanction is added to it.Local police is equipped with lethal electric weapons (taser). For beggings and homeless people can be implemented an immediate arrest, a measure which, combined with urban DASPOs and the use of mandatory psychiatric treatments (TSO), makes the condition of these people even more precarious and inhumane. The DASPO by the health districts is introduced, preventing access to medical care and assistance. For the migrants, the already small measures of international protection are reduced and the repatriation fund is increased. Increase detention times in hotspots (or CARA) for up to 30 days and increase the time within a CPR or in other facilities deemed suitable for 180 days. We stand in solidarity with the migrant people who have fought and continue to struggle in order to decide their lives, asking for freedom of movement, houses and documents, while for power they are simply bodies without self-determination to be disposed according to their political and productive needs. Instead, we reject the system that relegates migrants considered “regular” in controlled spaces, where their paths are already tracked by others, and at the same time leaves the migrants considered “irregular” without home and documents, in constant fear of being imprisoned and deported. Faced with the abuses of power, the only answer will always be only self-government and direct action!

No à la loi sécurité!Pas de frontière, pas de prison!

Un état laissé tranquille de poursuivre ses campagnes de haine raciale, ses guerres coloniales, le pillage de l’environnement, les massacres des travailleurs et les campes de torture. Un état qui continue à s’armer pour soutenir la guerre à l’intérieur et au dehors de ses confins. Un état qui frappe les personnes sans pouvoir, marginalisès, et qui choisit de lutter. Dans les écoles, dans le rues, dans le maisons occupés, dans les lieux de rendez-vous ou de travail, les remèdes desinstitutions sont toujours les mêmes: les expulsions forcées, la militarisations, le poing de fer, l’intimidation. Pour enlever efficacitè politique aux luttes sociales, avec l’adoption du “décret sécurité”, il y a eu une ultérieur aggravation des mesures répressives: pour une simple manifestation, ou un barrage routier, des étudents, des travailleurs, des personnes sans emploi, des personnes immigrés, maintenant aux sanctions administratives on s’ajoutent des condamnationes pénales qui vont jusqu’à six années de reclusion. Les peines infligés a qui occupe un terrain ou un immeuble sont doublés et on s’ajoute la sanction administrative. La police municipale a obtenu en dotation des armes électriques mortelles (taser). Pour les mendiants et les personnes sans domicile fixe il est possible d’obtenir la détention immédiate qui, avec les DASPO urbains et les traitements psychiatriques obligatoires (TSO), rend la situation de ces personnes encore plus précaire et inhumaine. Il est introduit le DASPO des circonscriptions sanitaires, en empêchant l’accès aux traitements medicaux. Pour les immigrés les mesures de protection internationales, déjà modestes, se réduisent et le fonds pour les repatriements est augmenté. Les temps de detention dans les hotspot (ou CARA) augmentent jusqu’à 30 jours et le temp dans un CPR o dans une autre structure pensée apte jusqu’à 180 jours. Nous sommes solidaires des personnes immigrés qui ont lutté et continuent à lutter pour décider de leur propre vie, en demandant liberté de mouvement, habitations et papiers, alors que pour le pouvoir ils sont seulement des corps sans autodétermination à utiliser pour ses nécessités politiques et productives. Nous sommes solidaires de ces luttes. Au contraire nous refusons le système “d’accueil” qui relègue les personnes immigrés retenues réguliers dans des espaces contrôlès, oùleurs chemins sont dejà tracés par d’autres, et en même temps laisse celles irréguliers sans habitation et papiers, avec la peur constante d’être déportés. En face aux abus du pouvoir la seule réponse sera toujours et seulement l’autogestion et l’action directe!

Abolire l’ICE finanziandolo

Di Scott Jay

tradotto da https://libcom.org/news/abolishing-ice-funding-it-07012019

Nonostante le promesse fatte di “Abolire l’ICE”, Alexandria Ocasio-Cortez e altri hanno votato per finanziarlo fin dal loro primo giorno di mandato.

Alexandria Ocasio-Cortez ha suscitato molto scalpore con la sua vittoria a sorpresa nel quattordicesimo distretto congressuale di New York l’anno scorso. Ancora più clamorosa fu la sua dichiarazione radicale di volere “Abolire l’ICE”, ovvero l’agenzia per l’immigrazione e le autorità doganali incaricata di radunare e deportare gli immigrati privi di documenti.
A luglio, scrissi con un po’ di scetticismo riguardo questo slogan proveniente da Ocasio-Cortez e ripreso da molti altri democratici.

Adesso possiamo iniziare a giudicare esattamente cosa significa nella pratica questo slogan.
Si scopre che lei, insieme all’intero gruppo parlamentare del Partito democratico, alla Camera dei Rappresentanti ha votato per finanziare l’ICE nel suo primo giorno di mandato.

Non è stato un voto per finanziare le attività della pubblica amministrazione, sospese per settimane perché Trump si rifiuta di firmare il bilancio fino a quando non ottiene finanziamenti per il muro sul confine con il Messico. Quello era un altro voto. No, la presidente della Camera Nancy Pelosi ha programmato un voto completamente separato unicamente per finanziare il Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Questo è il dipartimento che sovrintende l’ICE e le protezioni doganali degli Stati Uniti. E questo disegno di legge è passato con il sostegno di tutti i membri del Congresso democratico, compresi i socialisti democratici Ocasio-Cortez e Rashida Talib, così come un certo numero di altri autoproclamati “abolizionisti” dell’ICE.

E sì, ci sono stati altri sostenitori della “abolizione dell’ICE” nel Partito Democratico negli ultimi mesi. Per alcuni mesi è sembrata esserci una crescente rinuncia a finanziare l’ICE nel partito, in quanto anche importanti politici democratici e probabili candidati alla presidenza come Elizabeth Warren e Kirsten Gillibrand hanno adottato lo slogan.

Ma è successa una cosa divertente. I democratici – e so che questo sarà uno shock per molti – si sono tirati indietro. Una proposta di legge fu presentata anche al Congresso, ma la Camera (allora dominata dai repubblicani) aveva già programmato un voto sul proprio disegno di legge, così i nostri aspiranti abolizionisti annunciarono che avrebbero votato contro la loro stessa proposta.

Erano tutte cazzate.

Sì, alla fine è venuto fuori che erano tutte cazzate.

Sfortunatamente, a questo giro non avremo nessuna analisi degli eventi da parte di Jacobin o The Nation, perché sono entrambi troppo impegnati a strombazzare questa falsa promessa per portare avanti l’interminabile campagna per far eleggere i loro compagni democratici. E così, purtroppo, siamo costretti ancora una volta a dover leggere la stampa capitalista per capire cosa stia realmente accadendo.

NBC News ha scritto poco prima delle elezioni di novembre che “Solo pochi giorni prima delle elezioni di medio termine, la questione”Abolire l’ICE” è quasi scomparsa dai radar”. Si è scoperto che quello che volevano fare era puntare il dito contro Trump – e quindi conquistare posti nelle prossime elezioni- piuttosto che trasformare il sistema del controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti in modo radicale o anche soltanto superficiale. Alla fine i democratici hanno scoperto che puntare il dito contro l’ICE significava attaccare le forze dell’ordine perché in realtà, sono gli agenti dell’ICE o i poliziotti a far rispettare le leggi contro i migranti? E nessuno (nella politica del Partito Democratico) vuole attaccare i poliziotti.

Così lo slogan è stato abbandonato e nel primo giorno di uno dei Congressi più eterogenei nella storia degli Stati Uniti, i democratici hanno votato per finanziare l’ICE, il pattugliamento dei confini e il resto del Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS). E se qualcuno volesse far notare come ICE e DHS non sono la stessa cosa, e che il DHS è più di un semplice ICE, è il benvenuto: spiegasse come il DHS ha contribuito così tanto al miglioramento dell’umanità. Attendiamo pazientemente.

Vale la pena notare quale sia stata l’efficace manovra di Nancy Pelosi, che ha messo fuori strada i suoi colleghi sia a destra che a sinistra. In particolare, il voto di riserva per il finanziamento del DHS – ma senza alcun finanziamento per il muro sul confine messicano – ha costretto molti repubblicani a votare no ai finanziamenti al DHS. Ha inoltre rafforzato le credenziali del suo partito come il miglior gestore della sicurezza nazionale, grazie al voto che sosteneva in maniera integrale la misura proposta. E chi avrebbe potuto votare no in questa situazione? Saresti dovuto essere davvero radicale per voler farlo. Meglio giocare in squadra e dare alla macchina contro l’immigrazione e la droga un giusto finanziamento.

Questo è il tipo di pensiero che venne fuori durante la disastrosa campagna di John Kerry nel 2004: candidandosi a presidente contro George W. Bush, dichiarò in un dibattito nazionale che avrebbe “dato la caccia e ucciso i terroristi”. Questo è il tipo di politica che si svolgerà nelle elezioni del 2020, con Pelosi in testa e il suo gruppo parlamentare che la segue diligentemente.

Ma forse questo era semplicemente un momento inopportuno per sollevare l’abolizione dell’ICE? Non proprio. Questo sarebbe stato un momento perfetto per i radicali (se volessero davvero essere radicali) per sabotare l’intera operazione e smascherare le politiche di Pelosi e del resto del Partito Democratico per quello che sono. Se solo lo avessero voluto fare davvero. Ma Ocasio-Cortez aveva già annunciato che non è quello che vuole fare in Parlamento, come ha dichiarato a Vanity Fair: “Ci sono alcune questioni in cui farò arrabbiare alcuni democratici se vedo che stanno cercando di restituire il proprio stipendio ai finanziatori di Wall Street. Ma questo non significa che sto andando a dare fuoco alla casa”. In altre parole, l’obiettivo è fare pressioni sui Democratici mentre sostengono le loro campagne elettorali e sostenere il loro continuo dominio sul movimento operaio e sulla Sinistra.

Alcuni potrebbero essere stati ispirati, o piuttosto ingannati, dal sit-in fatto da Ocasio-Cortez presso l’ufficio di Pelosi per chiedere un’azione rapida sul cambiamento climatico. Ma nemmeno questo è stato il colpo radicale alla leadership del Partito Democratico che sembrava. “Se Pelosi diventasse la prossima presidente della Camera”, ha detto Ocasio-Cortez ai manifestanti riuniti, “dobbiamo dirle che le abbiamo ridato la possibilità di mostrare e perseguire l’agenda più progressista che questo paese abbia mai visto riguardo l’ambiente”. Qualche giorno dopo, Ocasio-Cortez ha annunciato che avrebbe sostenuto Pelosi come prossimo presidente della Camera. La sua non era dunque una protesta contro Pelosi, anzi, era solo una mossa amichevole.

Raramente c’è stato un tale divario tra apparenza e sostanza, e non si vogliono qui denigrare le capacità di Alexandria Ocasio-Cortez. Può essere una grande comunicatrice delle idee socialiste quando lo vuole, ma diventa troppo deludente quando vuole essere una mediatrice, come accade troppo spesso. E mentre è bello sentirla parlare di un’aliquota massima del 70% sui ricchi, e che sarebbe ancora meglio vedere tali fondi andare verso programmi di assistenza sociale, spesso abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi che le rivolte non avvengono perché le persone sono convinte che sia possibile una migliore politica fiscale. Le rivolte si verificano quando la gente comune non può più tollerare la vita com’è, quando non ci sono alternative o speranza nei poteri esistenti, quando non c’è fiducia nei due partiti o nei riformatori sociali che fanno grandi promesse che non riescono a mantenere. Questo è qualcosa per cui vale ancora la pena sperare.

 

Salerno – Un altro suicidio di stato

Riceviamo e pubblichiamo.

Aziz Alhini, trentasettenne marocchino, era agli arresti domiciliari presso la “Domus Misericordiae”, struttura gestita dalla Caritas e sita a Salerno nella frazione collinare di Brignano, quando si è tolto la vita.
La sua storia è stata segnata da un clamoroso errore giudiziario: il 14 febbraio del 2016 Alhini viene denunciato per il furto di un portafogli (in seguito ritrovato) e condannato alla pena di tre anni di carcere, che inizia a scontare presso la casa circondariale di Fuorni a Salerno per poi proseguirla agli arresti domiciliari a Brignano, essendo senza fissa dimora. Alhini avrebbe finito di scontare la pena il 13 gennaio 2019, ma gli viene comunicato che avrebbe dovuto presentarsi in Questura perché sarebbero state avviate le procedure di espulsione. Dopo una condanna che viveva come un’ingiustizia e il carcere, sarebbe stato quindi deportato in Marocco. Così arriviamo alla tragica decisione di Alhini di togliersi la vita la notte di Natale.

Decine di migliaia di persone sono etichettate dalle leggi italiane come “irregolari”, sono costrette a vivere ai margini e in modi considerati sempre “illegali”: trovarsi un tetto in un edificio abbandonato, costruirsi un riparo, chiedere l’elemosina, lavorare in nero, rubare per sopravvivere. A guardia della società che li ha resi irregolari per meglio dominare e sfruttare, c’è il carcere, il CPR e la minaccia della deportazione. E così nelle stesse 24 ore si viene arrestati come Jabre e Boundaung per aver preso della legna in un bosco per costruirsi una capanna nella baraccopoli di San Ferdinando, si muore suicidi come Aziz Alhini, si muore assiderati come il 36enne marocchino Nassid Fouad, sotto una tettoia all’ex scalo merci alla stazione di Montebelluna, o travolti da un tir al quale si era aggrappato, come il giovane afgano, del quale non si conosce il nome, nella zona del porto di Ancona.

Tutto questo ha dei responsabili ben precisi e noti, gli stessi che garantiscono lo sfruttamento e l’apartheid, incarcerano e costruiscono lager, deportano e rendono un inferno la vita di tante persone migranti, le stesse istituzioni responsabili delle stragi nel Mediterraneo e della chiusura delle frontiere. Per ricordare Aziz e tantx come lui che sono finitx in questo circuito repressivo rinnoviamo l’invito a costruire e rafforzare sempre di più la solidarietà con le lotte che le persone migranti portano avanti ogni giorno dentro i lager, nei centri di accoglienza, nelle nostre città e nelle campagne.

laboratoria no confini

Usi della catastrofe

Di Jocine Velasco

tradotto da https://communemag.com/the-uses-of-disaster/

Il cambiamento climatico è qui. Nel mezzo della tempesta, si presenta l’opportunità di rompere con il capitalismo e la sua spietata disuguaglianza. Cogliamo al volo l’occasione finché possiamo. Le alternative sono impensabili.

“Qual è questa sensazione che si manifesta durante così tanti disastri?” si chiede Rebecca Solnit nel suo libro del 2009 “A Paradise Built in Hell”. Esaminando le risposte umane a terremoti, incendi, esplosioni, attacchi terroristici e uragani nel corso dell’ultimo secolo, Solnit afferma che l’idea comune che i disastri rivelino il lato peggiore della natura umana è fuorviante. Invece, l’autrice dimostra come possiamo vedere in molti di questi eventi “una sensazione più profonda della felicità, ma intensamente positiva”, una speranza propositiva che galvanizza quelle che lei chiama “comunità della catastrofe”. Quando l’ordine sociale prestabilito viene temporaneamente sospeso, una miriade di “comunità d’eccezione” costituite attraverso la collettività e l’aiuto reciproco, nascono in risposta. Gli esempi di Solnit includono l’uragano Katrina, l’11 settembre e il terremoto di Città del Messico del 1985. Per momenti fugaci, dimentichiamo le differenze sociali e ci aiutiamo a vicenda. Ahimè, quando il disastro è passato, queste comunità svaniscono. Con le parole di A.Paradise, il “grande compito contemporaneo” che affrontiamo è la prevenzione di tale smottamento, “il recupero di questa comunanza di intenti senza crisi o pressioni”. Data la calamità del riscaldamento globale, questo compito diventa sempre più urgente. Come smantellare gli ordini sociali che rendono così catastrofici i disastri, mentre allo stesso tempo rendono ordinario lo straordinario comportamento umano che provocano?

L’argomentazione di Solnit suona vera anche se si è meno ottimisti di lei sul valore intrinseco della comunità. Negli inferni del presente, troviamo gli strumenti di cui abbiamo bisogno per costruire altri mondi, nonché scorci allettanti di qualcosa che spesso si ritiene impossibile. Questo non è motivo di giubilo, né di ottimismo. Ma è motivo di speranza.

Affinché questa speranza si realizzi, tuttavia, dobbiamo andare al di là dell’analisi empirica di Solnit su ciò che accade in risposta a specifici eventi disastrosi e cogliere il carattere generale della catastrofe capitalista. Questa non è semplicemente una serie di eventi singoli – gli uragani Katrina, Harvey e Irma – ma una condizione permanente. Per molti, l’ordinario è una catastrofe. Allo stesso modo, qualsiasi risposta coerente a tale catastrofe permanente dovrà essere diffusa e duratura per avere successo. Costruire il paradiso all’inferno non è abbastanza: dobbiamo lavorare contro l’inferno e andare oltre. Più che di comunità della catastrofe, abbiamo bisogno del comunismo della catastrofe.

Ovviamente, nel richiamare il comunismo della catastrofe, non stiamo suggerendo che il verificarsi di sempre più frequenti incubi eco-sociali in qualche modo inevitabilmente produrrà condizioni sempre più mature per il comunismo. Non possiamo adottare il fatalismo perverso del “tanto peggio, tanto meglio” né aspettare un ultimo uragano per spazzare via il vecchio ordine. Piuttosto, stiamo osservando che anche il più grande e terrificante di questi disastri straordinari può interrompere il disastro ordinario che è, per la maggior parte del tempo, troppo grande per essere compreso appieno. Ci sono momenti di interruzione che, sebbene siano terribili per la vita umana, potrebbero anche significare una catastrofe per il capitalismo.

Il comunismo della catastrofe non è separato dalle lotte esistenti. Piuttosto, enfatizza il processo rivoluzionario che sviluppa la nostra capacità collettiva di resistere e prosperare: un movimento all’interno, contro e al di là di questo disastro capitalista in corso. Come possono i numerosi progetti che creano mini-paradisi nell’inferno essere coerenti con qualcosa di più di comunità effimere? Il comunismo della catastrofe aggiunge una definizione chiarificatrice al longevo progetto politico che si contrappone allo Stato e al Capitale e trabocca i loro confini. Orienta il movimento di un potere collettivo che, pur essendo palpabile durante i disastri straordinari, resta sempre presente, specialmente nei luoghi e tra i gruppi che hanno vissuto la situazione di un disastro ordinario per centinaia di anni. Il cambiamento climatico fa diventare centrali le competenze esistenti in quelle lotte per la sopravvivenza.

IL CAPITALISMO DELLA CATASTROFE, IL CAPITALE COME CATASTROFE

Il geografo Neil Smith ha sostenuto in modo convincente che non esiste una catastrofe naturale. Denominare i disastri come “naturali” occlude il fatto che essi sono tanto il prodotto di divisioni politiche e sociali quanto di forze climatiche o geologiche. Se un terremoto distrugge le abitazioni a basso reddito mal costruite e mal mantenute in una città, ma lascia le case ben costruite dei ricchi, incolpare la natura significa semplicemente assolvere gli Stati, i costruttori e i padroni, per non parlare dell’economia capitalista che produce tali disuguaglianze in primo luogo. I disastri sono sempre co-produzioni in cui forze naturali come le placche tettoniche e i sistemi meteorologici lavorano insieme con le forze sociali, politiche ed economiche.

Il modo in cui si svolgono i disastri straordinari, quindi, non può essere separato dalle normali condizioni di catastrofe in cui si verificano. Era la categoria 4 dell’uragano Maria che ha devastato la colonia statunitense di Porto Rico, lasciando i residenti senza acqua potabile: un evento disastroso. Ma questa narrazione oscura il fatto che, prima dell’uragano, “il 99,5% della popolazione di Porto Rico era servita da sistemi idrici comunitari in violazione del Safe Drinking Water Act”, mentre “il 69,4% delle persone sull’isola era servito da fonti d’acqua che violavano gli standard sanitari di SDWA “, secondo un rapporto del Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Né tali eventi devastanti possono eclissare disastri più lenti come quello di Flint, nel Michigan, dove decenni di abbandono e inquinamento industriale del fiume Flint e dei Grandi Laghi hanno lasciato la comunità operaia, la maggioranza nera e latina senza acqua pulita. Facilmente trascurati perché mancano del potere spettacolare di un uragano o di un terremoto, disastri così estesi sfociano il confine tra disastro come evento e disastro come condizione. Ciò che per alcuni è una scossa improvvisa e inaspettata è per gli altri una questione di realtà quotidiana intensificata.

I cambiamenti climatici aumentano significativamente la frequenza e la gravità dei disastri sia lenti che veloci. Il riscaldamento globale significa una maggiore quantità di energia che circola nell’atmosfera e nelle superfici oceaniche. Ad esempio, quando gli oceani caldi creano celle a bassa pressione, l’energia termica, sotto l’influenza della rotazione terrestre, viene convertita nell’energia cinetica caratteristica degli uragani roteanti e delle tempeste tropicali. Le temperature più calde danno origine a più energia, che deve essere espressa in qualche modo (l’energia non può essere distrutta: può solo cambiare forma). La fisica di questo processo è diabolicamente complessa e difficile da studiare, tuttavia è possibile fare delle previsioni. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite suggerisce che il cambiamento climatico distruggerà cibo e acqua, danneggerà case e infrastrutture e porterà siccità e inondazioni, ondate di calore e uragani, mareggiate e incendi. I progressi delle scienze dell’attribuzione e delle conoscenze raccolte dal singolo grado Celsius del riscaldamento globale già in atto hanno reso possibile quantificare il contributo del cambiamento climatico agli eventi meteorologici estremi. Ora possiamo collegare il riscaldamento globale a calamità come l’ondata di caldo europeo del 2003 e l’ondata di calore russa del 2010, che ha ucciso decine di migliaia di persone, senza contare innumerevoli tempeste, inondazioni e altri eventi meteorologici.

Il fatto che il cambiamento climatico sia esso stesso creato dall’uomo (o meglio, provocato dal capitalismo) sottolinea ulteriormente l’impossibilità di separare eventi disastrosi da condizioni disastrose. La relazione tra le due corre in entrambe le direzioni: le condizioni danno luogo a eventi che, a loro volta, comportano ulteriori condizioni di radicamento. L’obiettivo dello stato-nazione durante e immediatamente dopo i disastri straordinari è di solito imporre l’ordine piuttosto che aiutare i sopravvissuti, e per questo motivo gli eventi catastrofici generalmente esacerbano il sottostante disastro del capitalismo. Nel terremoto di San Francisco del 1906, fu inviato l’esercito. Tra 50 e 500 sopravvissuti furono uccisi, e gli sforzi di ricerca, soccorso e spegnimento degli incendi auto-organizzati furono interrotti. I tentativi dello stato di gestire il disastro si sono dimostrati una forza disordinata, che ha distrutto le forme di auto-organizzazione dal basso. Una simile attenzione repressiva ai “saccheggiatori” (ad esempio i sopravvissuti) ha segnato la risposta dello stato americano all’uragano Katrina a New Orleans. Il 4 settembre 2005, sul ponte di Danziger, sette agenti di polizia hanno aperto il fuoco su un gruppo di neri che tentava di fuggire dalla città allagata, uccidendone due e ferendone gravemente altri quattro. L’assassinio di sopravvissuti neri in cerca di sicurezza illustra i mezzi con cui lo stato cerca di precludere le possibilità emancipatorie che potrebbero apparire durante tali disastri. In tali situazioni, lo stato non cerca altro che un ritorno alla normalità catastrofica per i poveri, i migranti e i neri. Tali azioni sono contrarie alle raccomandazioni anche dei sociologi mainstream della catastrofe. Nel 1960, ad esempio, il sociologo-militare Charles Fritz ha sostenuto incisivamente come lo stereotipo di un diffuso individualismo antisociale e di aggressività fiorente durante i disastri non fosse radicato nella realtà. Ha anche notato con acutezza che la distinzione tra disastri e normalità può “trascurare convenientemente le molte fonti di stress, tensione, conflitto e insoddisfazione che sono incorporate [sic] nella natura della vita quotidiana”.

Le disastrose macchinazioni di Stato e Capitale non si fermano comunque a eventi localizzati e puntuali, ma vanno dal locale al globale. Come hanno dimostrato scrittori come Naomi Klein e Todd Miller, disastri straordinari sono usati per prolungare, rinnovare ed estendere i comuni disastri di austerità, privatizzazioni, militarizzazione, polizia e confini. Questo è il capitalismo della catastrofe: un circolo vizioso in cui le normali condizioni di disastro esacerbano eventi di disastro straordinari, a loro volta intensificandone le condizioni originali. Eventi disastrosi permettono allo stato di implementare ciò che Klein chiama la “dottrina degli shock”. Questo processo implica la riqualificazione delle infrastrutture distrutte, dell’energia e delle infrastrutture di distribuzione agli standard neoliberali; lasciare i poveri senza elettricità o acqua potabile, costringendoli a trasferirsi in luoghi ancora più vulnerabili ai cambiamenti climatici; e incarcerandoli quando resistono o cercano di attraversare i confini per sfuggire a questa situazione insostenibile. Nei mesi successivi all’uragano Maria, Porto Rico ha sperimentato ulteriori privatizzazioni, peggioramento delle condizioni di lavoro e l’arrivo di colonialisti verdi: presunti filantropi come Elon Musk che nascondono le loro imprese iper-capitaliste dietro il paravento del recupero ambientale. La storia di Flint è simile, con le offerte fatte da Musk di risolvere i problemi infrastrutturali.

Le forze che agiscono nell’interesse dello Stato e del Capitale si presentano in un certo numero di forme, ovviamente. Gli attivisti del “Common Ground Collective” che fornivano aiuti d’emergenza all’indomani dell’uragano Katrina sono stati intensamente molestati non solo dai poliziotti razzisti ma anche da gente bianca armata che ha colto l’occasione per recitare in uno scenario post-apocalittico da fine-dei-tempi, con l’approvazione tacita e talvolta attiva facilitazione, della polizia.

SOPRAVVISSUTI IN ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Quello che lo studio degli eventi disastrosi e delle condizioni disastrose ci insegna è che il cambiamento climatico non è semplicemente una conseguenza involontaria della produzione capitalista, ma una crisi di riproduzione sociale (un termine che si riferisce alle strutture sociali auto-perpetuate che consentono la sopravvivenza quotidiana e generazionale e nello stesso tempo servono a mantenere intatte le disuguaglianze). Riconoscere questo non ci dà solo una nuova prospettiva sul problema, ma indica anche una fonte di speranza. È importante ricordare che le vite dei poveri, dei diseredati e dei colonizzati non sono modellate dal solo disastro. Coinvolgono, ad ogni cambiamento, forme di sopravvivenza e persistenza, spesso sotto forma di conoscenze e abilità trasmesse di generazione in generazione. Come insiste il filosofo Potawatomi Kyle Powys Whyte, mentre le popolazioni indigene conoscono bene la catastrofe sotto forma di centinaia di anni di tentativi di dominio coloniale, in quelle centinaia di anni hanno sviluppato le capacità per resistere e sopravvivere a disastri ordinari e straordinari. La studiosa femminista marxista Silvia Federici, nel frattempo, ha mostrato come il capitalismo abbia a lungo cercato, senza successo, di sradicare violentemente tutte le forme di sopravvivenza non capitalista. Nel suo saggio del 2001 “Women, Globalization, and the International Women’s Movement”, sostiene che “se la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza è indispensabile per la sopravvivenza dei rapporti capitalistici, questo deve essere il nostro terreno di lotta”.

Una lotta del genere avvenne all’indomani del terremoto di Città del Messico del 1985, quando i proprietari terrieri e gli speculatori immobiliari videro un’opportunità per sfrattare definitivamente le persone di cui volevano liberarsi da molto tempo. I loro tentativi di demolire abitazioni che offrivano bassi rendimenti da locazione e di sostituirle con costosissimi condomini sono un chiaro esempio di capitalismo della catastrofe al lavoro. Eppure gli abitanti della classe lavoratrice hanno combattuto con grande successo. Migliaia di inquilini hanno marciato sul Palazzo Nazionale, chiedendo al governo di prendere possesso delle case danneggiate dai loro proprietari terrieri per l’eventuale vendita ai loro inquilini. In risposta, sono state sequestrate circa 7.000 proprietà. Qui, quindi, vediamo che i disastri straordinari non creano semplicemente lo spazio allo Stato e il Capitale per consolidare il loro potere, ma anche per resistere a queste stesse forme: una “versione di sinistra della dottrina degli shock”, per adottare la frase di Graham Jones. Il disastro ordinario che è il capitalismo può infatti essere interrotto da questi incidenti che, sebbene orribili per la vita umana, rappresentano anche una momentanea rovina per il capitalismo. In un saggio del 1988 intitolato “The Uses of an Earthquake”, Harry Cleaver suggerisce che ciò è particolarmente probabile nel crollo della capacità amministrativa e delle autorità governative a seguito di disastri straordinari. Questo crollo è forse ancor più probabile in luoghi in cui la governance dipende dalla sorveglianza, dall’uso dei dati sensibili e dalle tecnologie dell’informazione.

Cleaver rileva inoltre l’importanza delle storie di organizzazione collettiva nei quartieri colpiti dal terremoto. I sopravvissuti avevano legami organizzativi, una cultura di mutuo aiuto e aspettative di solidarietà. Gli inquilini sapevano di avere le spalle coperte a vicenda a causa delle loro relazioni reciproche. Questo punto è cruciale, perché ci consente di comprendere la comunità della catastrofe, non semplicemente come una risposta spontanea a disastri straordinari, ma piuttosto come il venire alla ribalta delle lotte quotidiane per la sopravvivenza e le pratiche sotterranee di aiuto reciproco. La loro esperienza di organizzazione contro i comuni disastri del capitalismo ha lasciato i residenti ben equipaggiati per affrontare un disastro straordinario.

In effetti, le relazioni di sostegno preesistenti sono state più efficaci nel sostenere le comunità colpite dall’uragano Maria. Il “Centros de Apoyo Mutuo” è una rete di mutuo soccorso decentrata costituita da gruppi, centri e pratiche consolidati, che ha distribuito cibo, ripulito i detriti e ricostruito le infrastrutture dell’isola. Lo ha fatto più velocemente e con maggiore attenzione ai bisogni dei residenti, rispetto alle reti di assistenza e logistica internazionale. Attraverso una sorta di bricolage o “arte del fare con ciò che è a portata di mano”, i centri di assistenza reciproca dimostrano che i non specialisti possono rapidamente raccogliere e condividere strumenti e abilità per la sopravvivenza. In tal modo, creano anche nuove forme di solidarietà e vita collettiva che vanno oltre la sopravvivenza.

“Quelle tempeste sono passate, e hanno distrutto molte cose”, dice Ricchi, un membro della rete statunitense Mutual Aid Disaster Relief. “Eliminando la rete energetica e riducendo l’accesso al cibo e all’acqua, hanno lasciato al buio l’isola di Borikén [il nome indigeno di Taíno per Porto Rico]. Ma in quell’oscurità si sono svegliati innumerevoli Boricuas, restano svegli fino a tardi e si alzano presto, facendo il lavoro di riprodurre la vita”.

Quella vita non è solo banale: i gruppi organizzano feste, lezioni di ballo e sessioni di cucina collettiva, in modo che gli orizzonti comuni possano aprirsi oltre la disperazione.
In un senso convenzionale e strettamente economico, c’è scarsità in queste situazioni, sebbene la scarsità sia messa in discussione da un’abbondanza di legami sociali. Tuttavia, disastri straordinari possono anche spingerci a riconoscere che la scarsità è una relazione sociale piuttosto che un semplice fatto numerico: il modo in cui i beni e le risorse sono distribuiti determina chi può usarli. All’indomani dell’uragano Sandy, è stata superata una “scarsità” di strumenti, non attraverso la produzione o l’acquisizione di altro, ma attraverso una nuova organizzazione. Le raccolte di strumenti sono state impostate come alternative alle relazioni sociali individualizzate e mercificate che dominano la società capitalista. Ci mostrano che non dovremmo essere troppo frettolosi per associare il cambiamento climatico a una maggiore scarsità.

LA CATASTROFE DELLE MIGRAZIONI

Le comunità sono spesso definite dal loro contenimento all’interno di un determinato luogo geografico, e quelle citate sopra certamente si adattano a questo disegno: rispondono a disastri straordinari nei luoghi dove sono avvenuti quei disastri. Eppure il cambiamento climatico, naturalmente, costringe le persone a spostarsi da un luogo all’altro, così che l’organizzazione contro i suoi effetti disastrosi richiede anche più ampie comunità di solidarietà. Il numero di persone attualmente classificate come “migranti forzati” si trova attualmente, secondo le cifre dell’ONU, a 68,5 milioni. L’accelerazione di questa ondata di spostamenti è impossibile da ignorare. Entro il 2050 si prevede che ci saranno 200 milioni di persone che saranno “migranti climatici”: costrette a spostarsi a causa dei disastri, sia ordinari che straordinari, che il riscaldamento globale sta portando. Questo, per sottolineare bene il punto, riguarda una persona su cinquanta nel mondo.

Attualmente, molte persone sono sfollate internamente, con solo una piccola parte che viaggia verso l’Europa, il Nord America o l’Australia. Tuttavia, man mano che il clima si destabilizza e le condizioni peggiorano, molti dei luoghi che attualmente servono come rifugi diventeranno inabitabili. Viaggiare in zone di latitudine più elevata e attraversare i confini delle nazioni più ricche che le occupano diventerà così sempre più essenziale per le persone. Vivere lì rende uno meno vulnerabile agli eventi disastrosi, non ultimo perché gli stati-nazione ricchi restano meglio equipaggiati – almeno finanziariamente – per mitigarli. La tendenza di questo movimento globale verso nord probabilmente intensificherà gli sforzi per difendere queste zone: il “complesso militare-ambientale-industriale” sta già progettando nuove forme di violenza per difendere i confini. Gli sforzi comuni per combattere tale violenza costituiranno alcune delle più importanti lotte contro il disastro climatico.

Mentre scriviamo, diverse strutture per l’Immigrazione e le Forze Doganali negli Stati Uniti sono presidiate da un movimento di protesta che mira a interrompere le operazioni di rimpatrio e deportazione. Nel Regno Unito, gli attivisti hanno respinto con successo i tentativi del governo di estendere l’applicazione delle leggi restrittive sull’immigrazione anche nelle scuole. A Glasgow, negli anni ’90, un progetto solidale che univa i migranti con gli autoctoni ha avuto un tale successo che le comunità della classe lavoratrice si sono rivelate in grado di ostacolare i raid dell’alba che miravano a deportare i loro nuovi amici e vicini. A nostro parere, anche queste sono “comunità della catastrofe” e non sono meno importanti di quelle di Città del Messico post-85 e della New Orleans post-Katrina. Queste comunità della catastrofe, quindi, sono spiragli di speranza: i microcosmi di un mondo formato diversamente. La riproduzione sociale organizzata non attraverso il lavoro salariato, le merci, la proprietà privata e tutte le loro violenze associate, ma attraverso la cura, la solidarietà e la passione per la libertà. Dimostrano con la loro esistenza che l’esistente non è immodificabile.

PARADISO CONTRO INFERNO

Questa speranza è vitale, ma troppo spesso la speranza ci uccide. Abbiamo bisogno di qualcosa di più dei microcosmi, anche perché tali esperimenti possono essere preziosi anche per il capitale. Qui è importante notare che il capitale non è omogeneo: ciò che è buono per alcuni capitalisti è negativo per altri, e ciò che è male per i singoli capitalisti in un breve periodo di tempo può essere buono per il capitale nel lungo periodo. Quindi, mentre le comunità che nascono dai disastri potrebbero essere una cattiva notizia per alcuni capitalisti e attori statali, altri invece le guarderanno con interesse. Come ricorda Ashley Dawson, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha elogiato gli sforzi di soccorso influenzati dagli anarchici di Occupy Sandy dopo che l’uragano del 2012 ha travolto New York. Facendo così bene ciò che le forze statali e di mercato non potevano fare, i progetti di Occupy hanno mantenuto la vita sociale, dando a queste forze qualcosa da riconquistare una volta ripristinato lo status quo ante. E lo hanno fatto senza alcun costo diretto per lo stato.

Tale resoconto è parziale, ovviamente, e non considera il valore pedagogico delle comunità che nascono dai disastri. Al suo massimo, questo valore è allo stesso tempo negativo e positivo: il clamoroso “sì” a quegli altri modi di vivere urla contemporaneamente un “no” al comune disastro del capitale. La riproduzione sociale promossa è un cambio di direzione: un tentativo di riprodursi in altro modo e di resistere al ritorno del mercato che distruggerebbe i nostri corpi e il nostro ecosistema.

Lo vediamo chiaramente in molte delle “comunità della catastrofe” che nascono in risposta ai confini. Come Harsha Walia dimostra così brillantemente nel suo “Imperialismo di frontiera”, queste comunità non aiutano semplicemente le persone a mitigare la violenza del confine, ma resistono al concetto stesso di confine, come riassume bene lo slogan “No Borders”. In effetti, questa stessa frase evoca simultaneamente l’affermazione e la negazione su cui insistiamo: contrastare un aspetto di questo mondo mentre descrive le caratteristiche del prossimo. Questa è un’operazione politica dentro e contro l’inferno.

Tale negazione dovrà indubbiamente andare oltre la mitezza associata alle nozioni dominanti di comunità. Di fronte a quei poliziotti e vigilanti razzisti all’indomani dell’uragano Katrina, il Common Ground Collective si è impegnato in un’autodifesa armata ispirata alle Black Panthers e ad altri gruppi radicali. Né i conflitti esisteranno solo esternamente: il CGC ha anche dovuto trattare con i sostenitori che sembravano più interessati al “turismo della catastrofe” che ai loro sforzi di soccorso. Le comunità che nascono dalle catastrofi non saranno esenti dal gorgo della violenza che costituisce la catastrofe quotidiana: misoginia, supremazia bianca, classismo, abilismo, razzismo e numerose forme intersezionali di oppressione, sfortunatamente, si riverseranno nella loro organizzazione. Le comunità della catastrofe dovranno imparare come risolvere le cose altrimenti, mobilitando gli strumenti sociali e i processi di responsabilità che molti attivisti stanno già sviluppando oggi.

IL PARADISO OLTRE L’INFERNO

Il capitalismo è a proprio agio con il concetto di comunità. Troppo spesso, il termine è usato per etichettare la resilienza che il capitalismo stesso ha bisogno per sopravvivere al disastro ordinario e straordinario. Le comunità organizzate sono così svuotate da ogni potere trasformativo.
Non possiamo però abbandonare del tutto il concetto di comunità: una simile proposta sarebbe inutilmente idealistica, dato l’uso diffuso del termine. Ma riferirsi a comunità della catastrofe come quelle discusse sopra semplicemente come “comunità” significa negare il loro potenziale, legandole ad un presente in cui sono pur sempre ammirevoli e degne di attenzione, ma mai trasformative.
È per questo che insistiamo sul concetto di comunismo.

Laddove il comunismo è spesso presupposto dall’abbondanza materiale creata dalla produzione capitalista, il comunismo della catastrofe è radicato nell’abbondanza collettiva presente nelle comunità della catastrofe. Significa impossessarsi dei mezzi di riproduzione sociale. Non possiamo aspettarci, naturalmente, che ogni risultato sarà immediatamente comunista (la proprietà privata non è stata abolita in quelle comunità a Città del Messico nel 1985, per esempio). Il nostro uso del termine indica la vasta ambizione e il funzionamento di un movimento al di là di specifiche manifestazioni e risultati, la sua diffusione attraverso lo spazio e la sua esistenza continua al di là di disastri straordinari. Denomina l’ambizione di fondare niente meno che il mondo intero nell’abbondanza trovata nella riproduzione sociale della comunità disastrata. Come tale, soddisfa la definizione di comunismo che Marx ci dà: “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Il comunismo del comunismo della catastrofe, quindi, è una mobilitazione sovversiva e trasformativa senza la quale la catastrofe in corso del riscaldamento globale non può e non deve essere fermata. Allo stesso tempo è la rovina delle molteplici ingiustizie strutturali che perpetuano e traggono forza dalla catastrofe, e una promulgazione della diffusa capacità collettiva di resistere e prosperare su un pianeta che cambia rapidamente. È estremamente ambizioso e richiede una ridistribuzione delle risorse su più scale; riparazioni per il colonialismo e la schiavitù; espropriazione della proprietà privata per le popolazioni indigene; e l’abolizione dei combustibili fossili, tra gli altri progetti monumentali. Siamo, chiaramente, ben lontani da ciò. Ma come notava Ernst Bloch, quello che è il “non-ancora” è già vivo nel nostro presente. Nelle risposte collettive al disastro, troviamo che molti degli strumenti per costruire quel nuovo mondo esistono già. Quando Solnit parla di quell’emozione “più profonda della felicità” che anima le persone sulla scia del disastro, coglie “uno sguardo su chi altro potremmo essere noi stessi e su cosa potrebbe diventare la nostra società”. Tra le rovine, nella terribile apertura dell’interruzione, lanciata contro le condizioni che producono e cercano di capitalizzare su quell’interruzione, siamo vicini al completo cambiamento, alla generalizzazione della consapevolezza che tutto – e tutti – potrebbero ancora essere trasformati. In altre parole, nella risposta collettiva al disastro, intravediamo un movimento reale che potrebbe ancora abolire lo stato di cose presenti.

Opuscolo – Migrazione e detenzione delle donne nel CPR di Ponte Galeria

riceviamo e diffondiamo:

Migrazione e detenzione delle donne nel CPR di Ponte Galeria – Alcuni spunti di riflessione

Quanto scritto è frutto di una stesura collettiva, il tentativo di rendere fruibili su carta alcuni dei ragionamenti che hanno costruito il percorso di lotta contro le frontiere che portiamo avanti in città, e che hanno contribuito a decostruire alcuni dei pregiudizi e costrutti sessisti e suprematisti che ognuna di noi ha dentro. Ci auguriamo che apra a ragionamenti più approfonditi e condivisi sulle oppressioni multiple di genere, razza e classe.
Lungi dal voler essere esaustivo, ci auguriamo che quanto qui riportato possa aver fornito qualche strumento di riflessione in più sui meccanismi che operano all’interno dei centri di detenzione per migranti e sugli svariati dispositivi di controllo che vi ruotano intorno; che gli spunti per la discussione proposti siano una parte di una riflessione più ampia che ragioni sulle molteplici facce di un’oppressione che sistematicamente garantisce e nega privilegi per nascita.
Speriamo con ciò di veder allargarsi le fila di quelle solidali che si ritrovano fuori da un CPR o che lottano contro una frontiera, sia essa fatta di filo spinato o di idee stigmatizzanti.

Nemiche e nemici delle frontiere

Stampa e diffondi l’opuscolo migrazione e detenzione PG

Benefit per “La lima”

Sabato 21 luglio 2018 – presso Murotorto a Eboli (Sa)

Evento benefit per “La lima”, cassa di solidarietà

http://www.informa-azione.info/nasce_la_cassa_di_solidariet%C3%A0_la_lima

h.20.00
Discussione: situazione specifica del Cpr di Roma, contro frontiere e oppressioni multiple, approccio intersezionale alla lotta
h.22.00
Cena vegan di autofinanziamento
h.22.30
Concerti: Maybe i’m…(afro/punk – Salerno), Monobanda71 (onemanband garage/blues – Napoli), Amphist (Death-Crust, Campania)

Dj set a seguire

Per un’estate di lotta, a fianco di chi vive nelle campagne foggiane

Giriamo e condividiamo l’appello del Comitato dei lavoratori delle campagne:

Appello a Volontarie e Volontari:
PER UN’ESTATE DI #LOTTA, A FIANCO DI CHI VIVE NELLE #CAMPAGNE FOGGIANE

In Capitanata, la vasta pianura attorno a #Foggia, vivono migliaia di #migranti. Abitano in casolari abbandonati, in accampamenti auto-costruiti senza acqua né luce, o in veri e propri campi di lavoro, voluti e controllati dalle istituzioni. Tra queste, molte sono le persone espulse o fuoriuscite dal sistema dell’accoglienza, che non hanno altre alternative. Lavorano nei campi di pomodoro e non solo, pagati-e a cottimo o comunque a giornata, per 20 o 30 euro di schiena spaccata.
Lo sfruttamento lavorativo e le condizioni di vita sono legate a doppio filo al loro status giuridico: non tutti e tutte hanno i documenti, molti e molte hanno #permessidisoggiorno precari, e la questura compie su di loro abusi costanti.
Tutto ciò li e le rende ancora più ricattabili, per il solo profitto della grande distribuzione organizzata che fa utili milionari con la produzione agricola.

Ricattabili, ma non vinti-e. I lavoratori e le lavoratrici delle campagne infatti lottano da anni, con cortei, scioperi e blocchi, chiedendo a gran voce Documenti, Case e Contratti di lavoro. È una lotta auto-organizzata, contro lo sfruttamento e contro il razzismo, una lotta difficile di fronte alla quale non possiamo stare a guardare. La Rete Campagne in Lotta nasce proprio per questo: dare solidarietà concreta a queste esperienze, essere al fianco dei e delle diretti-e interessati-e nelle loro rivendicazioni.

Il periodo estivo è quello della stagione del #pomodoro, quando è massimo l’afflusso di lavoratori e lavoratrici e le condizioni di sfruttamento toccano l’apice. È per questo che anche quest’anno daremo una presenza costante sul territorio e facciamo appello a chi vuole unirsi a questa lotta.
In particolare, invitiamo chiunque sia interessato-a a impegnarsi al fianco di chi vive nelle campagne a raggiungerci a Foggia per contribuire con varie modalità:

• supporto alle assemblee auto-organizzate negli accampamenti
• sportello legale e contro lo sfruttamento
• lavoro di inchiesta sulla filiera agro-industriale e il governo della mobilità
• scuola di italiano

L’intervento estivo comincerà a inizio luglio e terminerà a settembre (ma l’attività della Rete e la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici prosegue tutto l’anno).

Per informazioni e contatti:

Sito: www.campagneinlotta.org
Mail: campagneinlotta@gmail.com
Telefono: 3511033277; 3511960376
Facebook: Comitato Lavoratori delle Campagne
Twitter: @campagneinlotta

Vi aspettiamo in tanti e tante! Meglio se automuniti-e!

Fonte: https://www.facebook.com/comitatolavoratoridellecampagne/posts/1983605781705537

Las moras delle fragole contro il razzismo e il sessismo

Di Fatiha El Mouali e Salma Amzian

In questi giorni, il livello di vittimizzazione e paternalismo che abbiamo potuto osservare, ascoltare e leggere sulle proteste e le denunce delle donne marocchine, lavoratrici stagionali delle fragole nella provincia di Huelva, ha raggiunto livelli insopportabili. La Spagna sembra essere sorpresa da situazioni che vanno avanti da anni e che denunciamo da un decennio. Nadia Messaoudi aveva già denunciato, nel 2008, la situazione delle donne marocchine nei campi di Huelva pubblicando su un sito internet francese un articolo intitolato: “12000 donne marocchine per le fragole spagnole”. Anche Jaouad Midech faceva la stessa denuncia nello stesso anno. In seguito a una vasta indagine nei campi spagnoli, francesi e italiani, Chadia Arab pubblicava “Le marocchine a Huelva con il ‘contratto in origine’. Partire per tornare meglio”, un lavoro che attraverso delle interviste con delle lavoratrici stagionali e attraverso un ampio lavoro sul campo riportava in luce la stessa situazione nel 2009. Il lavoro è diventato un libro lo scorso febbraio con il titolo “Signore delle Fragole, dita fatate, le invisibili della migrazione stagionale marocchina in Spagna”. In Marocco, la rivista Bladi.net parlava di questa realtà nel 2010. Nel 2016, Fatiha el Mouali, coautrice di questo articolo, faceva la stessa denuncia in una giornata su femminismo e violenza a Barcellona. Prima di tutto, bisogna mettere in chiaro quello che alla maggior parte delle persone sembra non essere molto importate. Chi sono queste donne? Si tratta di donne lavoratrici migranti in situazione di sfruttamento e sotto molteplici violenze nei campi andalusi; donne marocchine provenienti da una ex colonia spagnola. Tutte loro provengono da zone impoverite del Marocco, terre abbandonate dai governi locali e saccheggiate dai poteri coloniali. Molti marocchini, soprattutto uomini giovani, venivano a lavorare nei campi andalusi prima della chiusura delle frontiere. Venivano a fare il lavoro stagionale e se ne andavano, senza nessuna intenzione o necessità di fermarsi in Spagna. Tutto è cambiato quando il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato il Marocco, nel 1984, ad applicare un piano di austerità che forzava il Governo ad abbassare gli investimenti in educazione, sanità, infrastrutture e servizi sociali. Questo piano toccò in maniera molto acuta il nord del Marocco. Non è una casualità che, un anno dopo, lo Stato spagnolo chiuderà le frontiere con l’approvazione della Legge sull’Immigrazione. Tutto faceva parte dello stesso piano: impoverire il Marocco creando nel suo territorio la necessità di migrare mentre si sviluppava tutto il macchinario conforme ai dispositivi di controllo ed espulsione dei migranti che risulta essere tanto redditizio per l’Europa.

Capitalismo e patriarcato razziale: l’orrore nei campi di Huelva

Dobbiamo comprendere la forma attraverso cui alcuni lavori si razzializzano e si genderizzano. Le donne marocchine fanno il lavoro che la popolazione bianca spagnola non vuole fare. Sono loro che raccolgono le fragole, non gli uomini, dal momento che l’immaginario coloniale spagnolo ci ha costruito come esseri sottomessi e obbedienti. È necessario tenere conto che, per questi lavori, si assumano principalmente donne che non hanno ricevuto un’educazione formale, provenienti dalle aree rurali e impoverite, donne con meno di 45 anni che lasciano figli/e minori in Marocco. Questa è la cruda realtà. Tutto questo per poterle sottomettere, sfruttarle e abusarne con maggior facilità e assicurarsi che non fuggano quando le rimandano indietro. Ma non è tutto. Cosa sta veramente succedendo a Heulva? Teresa Palomo, fotogiornalista che si è trasferita nella provincia di Huelva, racconta delle condizioni nelle quali le donne marocchine lavorano, da anni, nei campi andalusi. Molte di queste donne non conoscono nemmeno il nome dell’azienda che le ingaggia e nemmeno come formalizzare un reclamo. Non si permette che lavoratrici sociali o attivistx entrino nelle aziende agricole e se, per casualità, una di queste lavoratrici riesce a mettersi in contatto con questx, succede quanto segue. I capisquadra godono del favore di alcune delle donne – le più anziane nelle campagne stagionali – che sono usate come “spie”. Quando i rappresentati politici, per esempio, stanno per scoprire quello che sta succedendo, queste “spie”, alleate dei capisquadra, sono utilizzate per negare tutte le denunce e confermare la posizione degli imprenditori. Se questi scoprono che esiste la possibilità di una denuncia pubblica, i proprietari delle imprese puniscono le responsabili. Come? Con una o due settimane senza lavoro e raccolta, o inviandole direttamente indietro in Marocco. Inoltre sono da aggiungere le difficoltà linguistiche. La stragrande maggioranza di loro non legge lo spagnolo, quindi avrebbero anche bisogno di interpreti per formalizzare i reclami. Molte delle donne che sono arrivate a Huelga hanno dovuto fare un enorme investimento per pagare i propri visti e viaggiare anche se, secondo gli accordi, i viaggi dovrebbero essere pagati dalle imprese. In tanti casi, non arrivano nemmeno a guadagnare soldi sufficienti per recuperare tali spese, dal momento che in nessun momento è garantito che lavoreranno per i tre mesi che dura la stagione. Inoltre, devono pagare il loro mantenimento e in alcuni casi anche pagare l’affitto della casa. Nella busta paga che hanno firmato non viene pagato quanto stipulato per il lavoro per il quale furono contattate. I capisquadra le assicurano che il resto sarà inviato loro quando torneranno in Marocco, però si tratta di accordi sulla parola che non compaiono in nessuno dei documenti legali. In molte occasioni, il denaro che manca, senza alcun consenso, è usato per pagare il prezzo del viaggio di ritorno. A causa del fatto che la maggior parte delle donne non sa leggere è impossibile per loro rendersi conto di essere state ingannate. Molte di loro non sono a conoscenza di quanto debbano riscuotere, quindi vengono pagate meno o direttamente vengono derubate senza alcun lamento. Teresa riferisce che in caso di malattia o di qualsiasi disturbo non vengono portate dal medico. Se non sanno come muoversi o non hanno alcuna persona che le aiuta, la situazione diventa dura, e se fanno domande, le puniscono non facendole lavorare. Inoltre, vivono in cortijos o baracche che sono a chilometri di distanza dal centro urbano, mal collegate, così che se devono comprare da mangiare o andare dal medico debbono camminare per delle ore. Il numero degli aborti in questa zona è estremamente alto, specialmente tra le donne migranti. Gli abusi sessuali e gli stupri sono costanti e rimangono impuniti nelle aziende che si perdono in mezzo ai campi. In effetti a molte delle lavoratrici succede quanto segue. Quando arrivano in Spagna, i capisquadra prendono i loro passaporti fino a quando non vengono espulse in Marocco. Per restituire i passaporti, i capisquadra chiedono enormi somme di denaro o favori sessuali. Il visto delle lavoratrici dura fino alla fine della stagione. Tuttavia, a causa delle denunce pubbliche, i capisquadra hanno deciso che la stagione è finita. Il fine è di rimandarle tutte in Marocco, anche se i campi sono pieni di fragole. Ad Almonte, dove lavorano le donne che hanno cominciato a denunciare – il giorno 16 del mese di Ramadan – non è rimasta nessuna donna, sono state tutte rimpatriate in Marocco.

L’eredità coloniale e la raccolta della fragola

Non si tratta di un tema astratto. Solo la comprensione della maniera in cui razza, classe e genere si intrecciano nell’ordine coloniale moderno ci aiuterà a capire le violenze strutturali che si verificano nei campi andalusi, esercitate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Quando le donne marocchine si trasferiscono (o vengono trasferite) dal Marocco alla Spagna sono ancora intrappolate, bloccate in queste relazioni coloniali di dominazione. Pertanto, è sufficiente denunciare l’impresa Doñana 1998 o i membri de la Manada diventati capisquadra delle piantagioni? No, non lo è. È sufficiente denunciare gli abusi sessuali e le violazioni degli accordi? No, non lo è. È necessario sottolineare cosa si intende per “razzismo, sessismo, pratiche del capitalismo razziale e imperialista dello Stato in quanto gerarchie collegate tra loro (come abbiamo già detto prima)”. L’eredità coloniale spagnola non può essere compresa senza tener conto della realtà del prelievo economico praticato da secoli dalle imprese spagnole in Marocco per sfruttare le materie prime e arricchire le casse della potenza straniera. Attualmente, oltre a quanto detto, si estraggono persone, attraverso diverse strategie, per fare i lavori che gli/le spagnolx non sono disposti a fare. I territori dello Stato spagnolo sono teatro di molteplici crociate contro “il moro” e, anche, sono gli incaricati del controllo dei confini dell’Europa. La legge sull’immigrazione è stata creata in modo che lo Stato spagnolo potesse disporre dei corpi delle popolazioni delle ex colonie mentre si riservava il diritto a disporre di loro quando non fossero più necessari, un obiettivo che è stato raggiunto. La cosiddetta legge sugli stranieri è stata promulgata, tra gli altri motivi, per “stranierizzare” la popolazione marocchina delle attuali colonie africane spagnole, Ceuta e Melilla, obbligandole a sottomettersi a un processo di “regolarizzazione o espulsione”. È attraverso questa legge che si inizia a costruire la categoria del migrante lavoratore (sempre) stagionale. Che le esperienze dei/delle morx sotto questa legge razzista e coloniale non abbiano alcun impatto mediatico e discorsivo, ha a che fare, appunto, con la forma specifica di razzismo che colpisce la popolazione marocchina. Non possiamo capire la situazione dei/delle lavoratrici stagionali marocchine a Huelva senza prestare attenzione alle relazioni di potere che sono state inaugurate con il colonialismo. Queste relazioni di potere continuano oggi e, soprattutto, attraverso i processi di disumanizzazione vissuti dalle persone provenienti dai territori colonizzati, adesso convertiti in “territori di origine migratoria”. Lo ripetiamo perché sembra che non sia stato ancora ben assunto: è il sistema razzista, sessista e coloniale che converte le donne marocchine lavoratrici stagionali a Huelva in soggetti superflui che possono essere sfruttate, lavorativamente e sessualmente. Il discorso coloniale sulle donne marocchine, che le costringe a essere sottomesse, oppresse e prive di mezzi politici, è diventato ancora più sofisticato nel tempo. Durante l’epoca coloniale, le storie di viaggiatori, antropologi e cronisti coloniali hanno costruito impunemente “la donna marocchina”. Attualmente, in un mondo globalizzato che continua a produrre gli stessi discorsi e schemi, sono necessari dispositivi di controllo più sofisticati. Questa immagine cade a pezzi nel momento in cui noi diventiamo carne in questi territori e soprattutto quando diventiamo una voce. Pertanto, bisognava disegnare nuove e migliori forme per renderci invisibili e renderci mute. La forma più efficace per realizzare ciò fu la Legge sull’emigrazione, dispositivo disumanizzante, razzista e patriarcale. Da una parte si vieta alle donne marocchine emigrate nello stato spagnolo, attraverso il ricongiungimento familiare di lavorare, relegandole così ad un ruolo eterno di cura non retribuita. Così allo stesso tempo l’unica maniera che permette a una donna marocchina di lavorare è nell’ambito domestico. Ossia, occupando sempre lo stesso ruolo di cura, questa volta pagato, ma senza alcun diritto. Infine, ci sono le lavoratrici dei campi di Huelva, che hanno un permesso di lavoro. Di fatto la sola cosa che possiedono. Le ONG della zona, come Cruz Roja o Cepaim, sostengono di non avere prove di quello che sta accadendo. È importante notare che nessuna delle due è presente nei campi e cortijos in cui lavorano e vivono le donne per provare le denunce. Non avere la prova di un segreto di Pulcinella significa solo che si è complici. Non chiederemo a queste istituzioni una radicalità antirazzista che non fa parte, né mai farà parte, dei loro programmi. Però, se sono interessate a occuparsi dell’assistenza primaria, bisogna dire che, nel caso della situazione delle lavoratrici migranti nel campi andalusi, stanno evitando di occuparsi di questo compito in maniera allarmante. Dall’altra parte, vengono prodotte delle narrazioni e strategie femministe che non sono capaci di percepire la loro bianchezza e superare i limiti insiti nelle loro denunce e analisi ben intenzionate. Ignorare costantemente le questioni razziali e coloniali ha un prezzo che va ben oltre la teoria. Queste strategie non sono sufficienti e, quando queste omissioni si ripetono, diventano complici del capitalismo razziale e del patriarcato, oltre che dell’imperialismo. Questo è il motivo per cui è così necessario e urgente fare appello alle femministe, in modo che possano distaccarsi dalle loro esperienze particolari e locali, al fine di unirsi alla lotta delle donne marocchine senza imporre delle letture e strategie che lungi dall’aiutarle a liberarle finiscono per legittimare e radicare la violenza strutturale che le opprime. Dobbiamo anche allargare l’appello alle organizzazioni che combattono in questo territorio per i diritti umani e chiedere loro lo stesso esercizio di decentramento al fine di sviluppare strumenti efficaci tra tutti.

La donna marocchina esprime dignità e resistenza

I popoli marocchini manifestano resistenza e dignità. Il Rif, Yerada e il boicottaggio di Danone, Sidi Ali e Afriquia lo stanno ricordando. Le donne marocchine esprimono resistenza e dignità. Noi lo sappiamo, le nostre nonne e le nostre madri ce l’hanno insegnato. Le stagionali della fragola di Heulva ce lo stanno ricordando. Per noi, le denunce e le proteste a Huelva fanno parte di un momento politico della popolazione marocchina che non sta avendo l’attenzione che merita e che non è riducibile alla retorica che tiene come unico soggetto politico la classe operaia e “le donne”. Questo momento politico ci porta a farci illusioni con il risveglio di una consapevolezza che non è altro che quella che motivò Abdel Krim contro il colonialismo spagnolo. Le donne marocchine che oggi protestano contro il potere coloniale e razzista spagnolo sono mosse dallo stesso spirito di dignità. Quando ci uniremo ai/alle marocchinx della diaspora in Spagna? E le/gli altrx? Non dimentichiamo le centinaia di uomini razzializzati, soprattutto mori e neri, che lavorano nella stessa situazione e ricevono le stesse violenze nelle serre andaluse. Fratelli, anche a voi crediamo.

Tradotto da: https://www.elsaltodiario.com/explotacion-laboral/las-moras-de-la-fresa-contra-el-racismo-y-el-sexismo

25 aprile – Presidio al C.P.R. di Palazzo San Gervasio

fonte: Collettivo Anzacresa

Da alcuni anni sentiamo la necessità di ribadire che il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza ma uno tra i tanti giorni di lotta contro l’oppressione esistente.
Del fascismo e del suo carico di autoritarismo, sessismo e razzismo non ci siamo ancora liberati, non c’è molto di cui gioire né da festeggiare.
La lotta dei partigiani, degli antifascisti durante tutto il ventennio ha avuto un ruolo fondamentale per la caduta del regime di Mussolini, purtroppo però discriminazione, odio per il diverso, e imposizioni autoritarie e patriarcali sono ancora presenti e dilaganti nella società odierna.

In continuità con la lotta intrapresa lo scorso anno, quando scendemmo in strada insieme ai fratelli e alle sorelle migranti per le strade di Potenza per ribadire che l’antifascismo è antirazzismo, riteniamo fondamentale indirizzare la nostra rabbia contro i moderni lager di stato: i C.P.R. (Centri di Permanenza per i Rimpatri), prigioni per innocenti; campi di internamento per stranieri senza documenti, un orrore di cui non ci siamo affatto liberati e che manifesta, con tutto il suo carico di violenza fisica e psicologica ai danni dei reclusi, il volto intollerante, intransigente e ottusamente legalista del potere.

Invitiamo tutte e tutti coloro avvertono nel proprio animo la necessità di non sentirsi complici del governo italiano e dei governi europei nel portare avanti questa guerra contro lo straniero, tutte le persone che desiderano un mondo senza frontiere e senza discriminazioni, ad unirsi a noi in presidio il 25 Aprile alle ore 11:00 di fronte al C.P.R. di Palazzo San Gervasio.

Non possiamo restare in silenzio di fronte a tanto orrore, vogliamo solidarizzare con chi vi si trova rinchiuso, portargli un po’ del nostro calore, supportare la loro lotta per la libertà, essergli vicini nonostante reti e mura provino a separarci.

No alle frontiere, no ai CPR, libertà di movimento per tutte e tutti!