Category Archives: migranti

Per un’estate di lotta, a fianco di chi vive nelle campagne foggiane

Giriamo e condividiamo l’appello del Comitato dei lavoratori delle campagne:

Appello a Volontarie e Volontari:
PER UN’ESTATE DI #LOTTA, A FIANCO DI CHI VIVE NELLE #CAMPAGNE FOGGIANE

In Capitanata, la vasta pianura attorno a #Foggia, vivono migliaia di #migranti. Abitano in casolari abbandonati, in accampamenti auto-costruiti senza acqua né luce, o in veri e propri campi di lavoro, voluti e controllati dalle istituzioni. Tra queste, molte sono le persone espulse o fuoriuscite dal sistema dell’accoglienza, che non hanno altre alternative. Lavorano nei campi di pomodoro e non solo, pagati-e a cottimo o comunque a giornata, per 20 o 30 euro di schiena spaccata.
Lo sfruttamento lavorativo e le condizioni di vita sono legate a doppio filo al loro status giuridico: non tutti e tutte hanno i documenti, molti e molte hanno #permessidisoggiorno precari, e la questura compie su di loro abusi costanti.
Tutto ciò li e le rende ancora più ricattabili, per il solo profitto della grande distribuzione organizzata che fa utili milionari con la produzione agricola.

Ricattabili, ma non vinti-e. I lavoratori e le lavoratrici delle campagne infatti lottano da anni, con cortei, scioperi e blocchi, chiedendo a gran voce Documenti, Case e Contratti di lavoro. È una lotta auto-organizzata, contro lo sfruttamento e contro il razzismo, una lotta difficile di fronte alla quale non possiamo stare a guardare. La Rete Campagne in Lotta nasce proprio per questo: dare solidarietà concreta a queste esperienze, essere al fianco dei e delle diretti-e interessati-e nelle loro rivendicazioni.

Il periodo estivo è quello della stagione del #pomodoro, quando è massimo l’afflusso di lavoratori e lavoratrici e le condizioni di sfruttamento toccano l’apice. È per questo che anche quest’anno daremo una presenza costante sul territorio e facciamo appello a chi vuole unirsi a questa lotta.
In particolare, invitiamo chiunque sia interessato-a a impegnarsi al fianco di chi vive nelle campagne a raggiungerci a Foggia per contribuire con varie modalità:

• supporto alle assemblee auto-organizzate negli accampamenti
• sportello legale e contro lo sfruttamento
• lavoro di inchiesta sulla filiera agro-industriale e il governo della mobilità
• scuola di italiano

L’intervento estivo comincerà a inizio luglio e terminerà a settembre (ma l’attività della Rete e la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici prosegue tutto l’anno).

Per informazioni e contatti:

Sito: www.campagneinlotta.org
Mail: campagneinlotta@gmail.com
Telefono: 3511033277; 3511960376
Facebook: Comitato Lavoratori delle Campagne
Twitter: @campagneinlotta

Vi aspettiamo in tanti e tante! Meglio se automuniti-e!

Fonte: https://www.facebook.com/comitatolavoratoridellecampagne/posts/1983605781705537

Las moras delle fragole contro il razzismo e il sessismo

Di Fatiha El Mouali e Salma Amzian

In questi giorni, il livello di vittimizzazione e paternalismo che abbiamo potuto osservare, ascoltare e leggere sulle proteste e le denunce delle donne marocchine, lavoratrici stagionali delle fragole nella provincia di Huelva, ha raggiunto livelli insopportabili. La Spagna sembra essere sorpresa da situazioni che vanno avanti da anni e che denunciamo da un decennio. Nadia Messaoudi aveva già denunciato, nel 2008, la situazione delle donne marocchine nei campi di Huelva pubblicando su un sito internet francese un articolo intitolato: “12000 donne marocchine per le fragole spagnole”. Anche Jaouad Midech faceva la stessa denuncia nello stesso anno. In seguito a una vasta indagine nei campi spagnoli, francesi e italiani, Chadia Arab pubblicava “Le marocchine a Huelva con il ‘contratto in origine’. Partire per tornare meglio”, un lavoro che attraverso delle interviste con delle lavoratrici stagionali e attraverso un ampio lavoro sul campo riportava in luce la stessa situazione nel 2009. Il lavoro è diventato un libro lo scorso febbraio con il titolo “Signore delle Fragole, dita fatate, le invisibili della migrazione stagionale marocchina in Spagna”. In Marocco, la rivista Bladi.net parlava di questa realtà nel 2010. Nel 2016, Fatiha el Mouali, coautrice di questo articolo, faceva la stessa denuncia in una giornata su femminismo e violenza a Barcellona. Prima di tutto, bisogna mettere in chiaro quello che alla maggior parte delle persone sembra non essere molto importate. Chi sono queste donne? Si tratta di donne lavoratrici migranti in situazione di sfruttamento e sotto molteplici violenze nei campi andalusi; donne marocchine provenienti da una ex colonia spagnola. Tutte loro provengono da zone impoverite del Marocco, terre abbandonate dai governi locali e saccheggiate dai poteri coloniali. Molti marocchini, soprattutto uomini giovani, venivano a lavorare nei campi andalusi prima della chiusura delle frontiere. Venivano a fare il lavoro stagionale e se ne andavano, senza nessuna intenzione o necessità di fermarsi in Spagna. Tutto è cambiato quando il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato il Marocco, nel 1984, ad applicare un piano di austerità che forzava il Governo ad abbassare gli investimenti in educazione, sanità, infrastrutture e servizi sociali. Questo piano toccò in maniera molto acuta il nord del Marocco. Non è una casualità che, un anno dopo, lo Stato spagnolo chiuderà le frontiere con l’approvazione della Legge sull’Immigrazione. Tutto faceva parte dello stesso piano: impoverire il Marocco creando nel suo territorio la necessità di migrare mentre si sviluppava tutto il macchinario conforme ai dispositivi di controllo ed espulsione dei migranti che risulta essere tanto redditizio per l’Europa.

Capitalismo e patriarcato razziale: l’orrore nei campi di Huelva

Dobbiamo comprendere la forma attraverso cui alcuni lavori si razzializzano e si genderizzano. Le donne marocchine fanno il lavoro che la popolazione bianca spagnola non vuole fare. Sono loro che raccolgono le fragole, non gli uomini, dal momento che l’immaginario coloniale spagnolo ci ha costruito come esseri sottomessi e obbedienti. È necessario tenere conto che, per questi lavori, si assumano principalmente donne che non hanno ricevuto un’educazione formale, provenienti dalle aree rurali e impoverite, donne con meno di 45 anni che lasciano figli/e minori in Marocco. Questa è la cruda realtà. Tutto questo per poterle sottomettere, sfruttarle e abusarne con maggior facilità e assicurarsi che non fuggano quando le rimandano indietro. Ma non è tutto. Cosa sta veramente succedendo a Heulva? Teresa Palomo, fotogiornalista che si è trasferita nella provincia di Huelva, racconta delle condizioni nelle quali le donne marocchine lavorano, da anni, nei campi andalusi. Molte di queste donne non conoscono nemmeno il nome dell’azienda che le ingaggia e nemmeno come formalizzare un reclamo. Non si permette che lavoratrici sociali o attivistx entrino nelle aziende agricole e se, per casualità, una di queste lavoratrici riesce a mettersi in contatto con questx, succede quanto segue. I capisquadra godono del favore di alcune delle donne – le più anziane nelle campagne stagionali – che sono usate come “spie”. Quando i rappresentati politici, per esempio, stanno per scoprire quello che sta succedendo, queste “spie”, alleate dei capisquadra, sono utilizzate per negare tutte le denunce e confermare la posizione degli imprenditori. Se questi scoprono che esiste la possibilità di una denuncia pubblica, i proprietari delle imprese puniscono le responsabili. Come? Con una o due settimane senza lavoro e raccolta, o inviandole direttamente indietro in Marocco. Inoltre sono da aggiungere le difficoltà linguistiche. La stragrande maggioranza di loro non legge lo spagnolo, quindi avrebbero anche bisogno di interpreti per formalizzare i reclami. Molte delle donne che sono arrivate a Huelga hanno dovuto fare un enorme investimento per pagare i propri visti e viaggiare anche se, secondo gli accordi, i viaggi dovrebbero essere pagati dalle imprese. In tanti casi, non arrivano nemmeno a guadagnare soldi sufficienti per recuperare tali spese, dal momento che in nessun momento è garantito che lavoreranno per i tre mesi che dura la stagione. Inoltre, devono pagare il loro mantenimento e in alcuni casi anche pagare l’affitto della casa. Nella busta paga che hanno firmato non viene pagato quanto stipulato per il lavoro per il quale furono contattate. I capisquadra le assicurano che il resto sarà inviato loro quando torneranno in Marocco, però si tratta di accordi sulla parola che non compaiono in nessuno dei documenti legali. In molte occasioni, il denaro che manca, senza alcun consenso, è usato per pagare il prezzo del viaggio di ritorno. A causa del fatto che la maggior parte delle donne non sa leggere è impossibile per loro rendersi conto di essere state ingannate. Molte di loro non sono a conoscenza di quanto debbano riscuotere, quindi vengono pagate meno o direttamente vengono derubate senza alcun lamento. Teresa riferisce che in caso di malattia o di qualsiasi disturbo non vengono portate dal medico. Se non sanno come muoversi o non hanno alcuna persona che le aiuta, la situazione diventa dura, e se fanno domande, le puniscono non facendole lavorare. Inoltre, vivono in cortijos o baracche che sono a chilometri di distanza dal centro urbano, mal collegate, così che se devono comprare da mangiare o andare dal medico debbono camminare per delle ore. Il numero degli aborti in questa zona è estremamente alto, specialmente tra le donne migranti. Gli abusi sessuali e gli stupri sono costanti e rimangono impuniti nelle aziende che si perdono in mezzo ai campi. In effetti a molte delle lavoratrici succede quanto segue. Quando arrivano in Spagna, i capisquadra prendono i loro passaporti fino a quando non vengono espulse in Marocco. Per restituire i passaporti, i capisquadra chiedono enormi somme di denaro o favori sessuali. Il visto delle lavoratrici dura fino alla fine della stagione. Tuttavia, a causa delle denunce pubbliche, i capisquadra hanno deciso che la stagione è finita. Il fine è di rimandarle tutte in Marocco, anche se i campi sono pieni di fragole. Ad Almonte, dove lavorano le donne che hanno cominciato a denunciare – il giorno 16 del mese di Ramadan – non è rimasta nessuna donna, sono state tutte rimpatriate in Marocco.

L’eredità coloniale e la raccolta della fragola

Non si tratta di un tema astratto. Solo la comprensione della maniera in cui razza, classe e genere si intrecciano nell’ordine coloniale moderno ci aiuterà a capire le violenze strutturali che si verificano nei campi andalusi, esercitate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Quando le donne marocchine si trasferiscono (o vengono trasferite) dal Marocco alla Spagna sono ancora intrappolate, bloccate in queste relazioni coloniali di dominazione. Pertanto, è sufficiente denunciare l’impresa Doñana 1998 o i membri de la Manada diventati capisquadra delle piantagioni? No, non lo è. È sufficiente denunciare gli abusi sessuali e le violazioni degli accordi? No, non lo è. È necessario sottolineare cosa si intende per “razzismo, sessismo, pratiche del capitalismo razziale e imperialista dello Stato in quanto gerarchie collegate tra loro (come abbiamo già detto prima)”. L’eredità coloniale spagnola non può essere compresa senza tener conto della realtà del prelievo economico praticato da secoli dalle imprese spagnole in Marocco per sfruttare le materie prime e arricchire le casse della potenza straniera. Attualmente, oltre a quanto detto, si estraggono persone, attraverso diverse strategie, per fare i lavori che gli/le spagnolx non sono disposti a fare. I territori dello Stato spagnolo sono teatro di molteplici crociate contro “il moro” e, anche, sono gli incaricati del controllo dei confini dell’Europa. La legge sull’immigrazione è stata creata in modo che lo Stato spagnolo potesse disporre dei corpi delle popolazioni delle ex colonie mentre si riservava il diritto a disporre di loro quando non fossero più necessari, un obiettivo che è stato raggiunto. La cosiddetta legge sugli stranieri è stata promulgata, tra gli altri motivi, per “stranierizzare” la popolazione marocchina delle attuali colonie africane spagnole, Ceuta e Melilla, obbligandole a sottomettersi a un processo di “regolarizzazione o espulsione”. È attraverso questa legge che si inizia a costruire la categoria del migrante lavoratore (sempre) stagionale. Che le esperienze dei/delle morx sotto questa legge razzista e coloniale non abbiano alcun impatto mediatico e discorsivo, ha a che fare, appunto, con la forma specifica di razzismo che colpisce la popolazione marocchina. Non possiamo capire la situazione dei/delle lavoratrici stagionali marocchine a Huelva senza prestare attenzione alle relazioni di potere che sono state inaugurate con il colonialismo. Queste relazioni di potere continuano oggi e, soprattutto, attraverso i processi di disumanizzazione vissuti dalle persone provenienti dai territori colonizzati, adesso convertiti in “territori di origine migratoria”. Lo ripetiamo perché sembra che non sia stato ancora ben assunto: è il sistema razzista, sessista e coloniale che converte le donne marocchine lavoratrici stagionali a Huelva in soggetti superflui che possono essere sfruttate, lavorativamente e sessualmente. Il discorso coloniale sulle donne marocchine, che le costringe a essere sottomesse, oppresse e prive di mezzi politici, è diventato ancora più sofisticato nel tempo. Durante l’epoca coloniale, le storie di viaggiatori, antropologi e cronisti coloniali hanno costruito impunemente “la donna marocchina”. Attualmente, in un mondo globalizzato che continua a produrre gli stessi discorsi e schemi, sono necessari dispositivi di controllo più sofisticati. Questa immagine cade a pezzi nel momento in cui noi diventiamo carne in questi territori e soprattutto quando diventiamo una voce. Pertanto, bisognava disegnare nuove e migliori forme per renderci invisibili e renderci mute. La forma più efficace per realizzare ciò fu la Legge sull’emigrazione, dispositivo disumanizzante, razzista e patriarcale. Da una parte si vieta alle donne marocchine emigrate nello stato spagnolo, attraverso il ricongiungimento familiare di lavorare, relegandole così ad un ruolo eterno di cura non retribuita. Così allo stesso tempo l’unica maniera che permette a una donna marocchina di lavorare è nell’ambito domestico. Ossia, occupando sempre lo stesso ruolo di cura, questa volta pagato, ma senza alcun diritto. Infine, ci sono le lavoratrici dei campi di Huelva, che hanno un permesso di lavoro. Di fatto la sola cosa che possiedono. Le ONG della zona, come Cruz Roja o Cepaim, sostengono di non avere prove di quello che sta accadendo. È importante notare che nessuna delle due è presente nei campi e cortijos in cui lavorano e vivono le donne per provare le denunce. Non avere la prova di un segreto di Pulcinella significa solo che si è complici. Non chiederemo a queste istituzioni una radicalità antirazzista che non fa parte, né mai farà parte, dei loro programmi. Però, se sono interessate a occuparsi dell’assistenza primaria, bisogna dire che, nel caso della situazione delle lavoratrici migranti nel campi andalusi, stanno evitando di occuparsi di questo compito in maniera allarmante. Dall’altra parte, vengono prodotte delle narrazioni e strategie femministe che non sono capaci di percepire la loro bianchezza e superare i limiti insiti nelle loro denunce e analisi ben intenzionate. Ignorare costantemente le questioni razziali e coloniali ha un prezzo che va ben oltre la teoria. Queste strategie non sono sufficienti e, quando queste omissioni si ripetono, diventano complici del capitalismo razziale e del patriarcato, oltre che dell’imperialismo. Questo è il motivo per cui è così necessario e urgente fare appello alle femministe, in modo che possano distaccarsi dalle loro esperienze particolari e locali, al fine di unirsi alla lotta delle donne marocchine senza imporre delle letture e strategie che lungi dall’aiutarle a liberarle finiscono per legittimare e radicare la violenza strutturale che le opprime. Dobbiamo anche allargare l’appello alle organizzazioni che combattono in questo territorio per i diritti umani e chiedere loro lo stesso esercizio di decentramento al fine di sviluppare strumenti efficaci tra tutti.

La donna marocchina esprime dignità e resistenza

I popoli marocchini manifestano resistenza e dignità. Il Rif, Yerada e il boicottaggio di Danone, Sidi Ali e Afriquia lo stanno ricordando. Le donne marocchine esprimono resistenza e dignità. Noi lo sappiamo, le nostre nonne e le nostre madri ce l’hanno insegnato. Le stagionali della fragola di Heulva ce lo stanno ricordando. Per noi, le denunce e le proteste a Huelva fanno parte di un momento politico della popolazione marocchina che non sta avendo l’attenzione che merita e che non è riducibile alla retorica che tiene come unico soggetto politico la classe operaia e “le donne”. Questo momento politico ci porta a farci illusioni con il risveglio di una consapevolezza che non è altro che quella che motivò Abdel Krim contro il colonialismo spagnolo. Le donne marocchine che oggi protestano contro il potere coloniale e razzista spagnolo sono mosse dallo stesso spirito di dignità. Quando ci uniremo ai/alle marocchinx della diaspora in Spagna? E le/gli altrx? Non dimentichiamo le centinaia di uomini razzializzati, soprattutto mori e neri, che lavorano nella stessa situazione e ricevono le stesse violenze nelle serre andaluse. Fratelli, anche a voi crediamo.

Tradotto da: https://www.elsaltodiario.com/explotacion-laboral/las-moras-de-la-fresa-contra-el-racismo-y-el-sexismo

25 aprile – Presidio al C.P.R. di Palazzo San Gervasio

fonte: Collettivo Anzacresa

Da alcuni anni sentiamo la necessità di ribadire che il 25 Aprile non può e non deve essere una ricorrenza ma uno tra i tanti giorni di lotta contro l’oppressione esistente.
Del fascismo e del suo carico di autoritarismo, sessismo e razzismo non ci siamo ancora liberati, non c’è molto di cui gioire né da festeggiare.
La lotta dei partigiani, degli antifascisti durante tutto il ventennio ha avuto un ruolo fondamentale per la caduta del regime di Mussolini, purtroppo però discriminazione, odio per il diverso, e imposizioni autoritarie e patriarcali sono ancora presenti e dilaganti nella società odierna.

In continuità con la lotta intrapresa lo scorso anno, quando scendemmo in strada insieme ai fratelli e alle sorelle migranti per le strade di Potenza per ribadire che l’antifascismo è antirazzismo, riteniamo fondamentale indirizzare la nostra rabbia contro i moderni lager di stato: i C.P.R. (Centri di Permanenza per i Rimpatri), prigioni per innocenti; campi di internamento per stranieri senza documenti, un orrore di cui non ci siamo affatto liberati e che manifesta, con tutto il suo carico di violenza fisica e psicologica ai danni dei reclusi, il volto intollerante, intransigente e ottusamente legalista del potere.

Invitiamo tutte e tutti coloro avvertono nel proprio animo la necessità di non sentirsi complici del governo italiano e dei governi europei nel portare avanti questa guerra contro lo straniero, tutte le persone che desiderano un mondo senza frontiere e senza discriminazioni, ad unirsi a noi in presidio il 25 Aprile alle ore 11:00 di fronte al C.P.R. di Palazzo San Gervasio.

Non possiamo restare in silenzio di fronte a tanto orrore, vogliamo solidarizzare con chi vi si trova rinchiuso, portargli un po’ del nostro calore, supportare la loro lotta per la libertà, essergli vicini nonostante reti e mura provino a separarci.

No alle frontiere, no ai CPR, libertà di movimento per tutte e tutti!

Tutto l’amore che ho lasciato in tenda

“Buongiorno, e allora? Le uniche difficoltà ad entrare nel giovane nuovo mondo possono essere di carattere personale. Ingenuità sensibilità fantasia sono finalmente tollerate, potenziamento del bagaglio emotivo, up-gradazione della vostra libertà individuale, estensione delle facoltà sensitive: tutto può dipendere ora dalla vostra volontà. Me chiudo tutta ‘a rrobba mia, ccà sulo smanio e me ne ascì, muto e torturato, ‘mbastardisco ‘ncatenato tengo a collera e chi è stato troppo tiempo a se capì. Se-se-putesse, se-me-ne-jesse, quando-partesse, comme-cantasse: fosse pe’mme nnun turnasse maje cchiù, fosse pe’mme nun turnasse maje cchiù” [24 Grana, Nel Metaverso, Metaversus, 1999]

La Calabria la raggiungo dopo un lungo viaggio stipato in un regionale delle ferrovie dello Stato pieno zeppo di gente che va a mare nel periodo di ferragosto, villeggianti che scendono per lo più alle fermate del treno nei paesini sulla costa più turistici rispetto a quelli interni. Non lo nego, sono terrorizzato, anche se non credo di darlo a vedere agli altri, in questo probabilmente sono bravo. L’ultimo ricordo di un corteo fatto per solidarietà ai migranti lavoratori nelle campagne mi ha lasciato ancora addosso la paura delle manganellate della polizia a fine manifestazione. Poi non mi sono più mosso in giro lontano da casa per ragioni politiche, diciamo che la Calabria la conosco per aver seguito le partite in trasferta della squadra di calcio della mia città. Poi sono arrivati i profughi, i morti nel mediterraneo, la chiusura militare delle frontiere e il sistema di accoglienza che tratta i migranti come oggetti da spostare e occasione di lucro nel business dei centri temporanei. Insomma, quello che mi ha mosso è la necessità di prendere una posizione, non semplicemente di avere un’opinione sulla questione: non è un corteo e non necessita di una persona in più nella sfilata, però è giusto stare qui con le persone in questo momento e magari dare una mano per quanto possibile. Non si tratta di organizzare un servizio umanitario o di fare volontariato o cose simili, avallando così l’infernale sistema di accoglienza e deportazione dei migranti, ma forse nemmeno di fare militanza politica di quella classica, assieme a un gruppo organizzato ben definito, che sia un centro sociale o un’area di movimento. Una presenza in solidarietà e nel rispetto delle decisioni dei lavoratori qui delle campagne, radunati in una tendopoli provvisoria ormai da anni, è una cosa ben diversa: quanto, me ne accorgerò purtroppo ben presto, una volta che avrò visto il comportamento in tendopoli delle associazioni umanitarie e dei militanti dei gruppi del movimento. La Calabria non è poi tanto diversa da casa mia, lo stesso sole cocente e gli stessi posti meravigliosi sul mare, gli stessi scheletri di cemento delle case abusive mai finite che costellano il paesaggio, la stessa violenta e criminale brutalità della borghesia al potere, sia dello stato che della società civile o mafiosa. I migranti, come dicevo, sono stipati in questa tendopoli perché vanno a lavorare nelle campagne qui vicino: la mattina presto arrivano i pullman affittati stesso da loro per potersi guadagnare la giornata alle condizioni di uno sfruttamento che tutti possono immaginare quanto sia terribile. La novità è che le istituzioni hanno deciso di costruire un altro campo sostitutivo a pochi km da qui e stanno cercando da giorni di spostare le persone convincendole che la nuova sistemazione sarà bella, bellissima, un paradiso: i volontari delle associazioni umanitarie girano in coppia tra le tende consegnando i volantini in più lingue che spiegano perché sia necessario e conveniente spostarsi. Il problema, però, è che i migranti pare che non abbiano intenzione di muoversi. Seppure vivere in queste tende abbandonate sotto al sole dopo ore di lavoro durissimo nei campi, con servizi igienici praticamente assenti e con pochissimi comfort, sia un’impresa per chiunque, nel campo si è sviluppata anche una vita intensa fatta di relazioni e di solidarietà tra i vari gruppi che lo popolano, con le cucine comuni, la tenda che funge da moschea, con i ragazzi con le maglie del Real Madrid e della Juventus che confrontano le scommesse sul calcio internazionale fatte alle ricevitorie del paese più vicino. Mentre associazioni e qualche sindacato cerca di spacciare la nuova tendopoli alla stessa stregua di quello che racconta il questore, arrivano però le prime smentite e le prime voci che parlano di un posto decisamente diverso da quello presentato: nella nuova tendopoli si potrà entrare e uscire solo dopo essere stati schedati e controllati, in orari precisi della giornata, pagando i pasti di una mensa non controllata più dagli stessi migranti ma bensì da qualche associazione che ha vinto l’appalto milionario. Inoltre le tende continuerebbero a ospitare tredici-quattordici abitanti, con una sola brandina militare senza praticamente più nulla: eppure la struttura pare sia costata centinaia di migliaia di euro! Insomma, tira e molla, tra lusinghe e minacce, alla fine lo stato ha deciso di procedere ad uno sgombero soft della tendopoli, non potendo certo deportare con la forza centinaia di persone in un solo giorno in un posto che viene spacciato come un paradiso, stabilendo il giorno del trasferimento ma senza calcare la mano, almeno all’inizio: chi rimane nella vecchia tendopoli deve sapere, però, che verrà assediato e gli verrà fatta terra bruciata intorno. Detto questo, eccomi qui, il giorno precedente allo sgombero minacciato dalla questura, che ha convocato per l’indomani una conferenza stampa da tenersi nella nuova tendopoli, sperando di riuscire a portare davanti alle telecamere qualche migrante da mostrare come trofeo e prova dell’avvenuto trasferimento. Arrivo nella tendopoli sotto un sole e un caldo atroce. Il primo impatto è comunque impressionante, si provano una serie di sentimenti contrastanti, tutti vividissimi, dalla simpatia che comunicano le persone che abitano questo posto alla tensione per quanto sta per accadere, un giorno che comunque vada cambierà le loro esistenze. Le persone però sono abbastanza tranquille e determinate, quasi nessuno ha intenzione di muoversi nonostante le pressioni ricevute; durante l’assemblea in cui parlano gli esponenti delle varie comunità africane la decisione pare unanime, non si vuole fare casino all’arrivo della polizia la mattina dopo, però si vogliono continuare a fare le proprie richieste. Documenti, possibilità di essere indipendenti e autonomi, magari anche per andarsene via di qua. Qualcuno mette in risalto l’aspetto importante di poter continuare a mangiare nella mensa comunitaria senza dover pagare la retta giornaliera, altri lamentano dei controlli e delle schedature previsti nella nuova struttura o del fatto che ci sono troppi letti per tende non molto grandi e che la situazione in breve diventerà la stessa di quella attuale, solo con più controllo di adesso. Parlando con le persone che abitano la tendopoli si accennano a varie questioni: tanto la loro vita è dura e complicata, tanto sembrano forti nel resistere in condizioni così avverse. Vedo l’Imam della moschea, ha una camicia gialla e un aspetto sereno, molto pacato: è deciso a sostenere la lotta comune senza volerla capeggiare o strumentalizzare, il suo atteggiamento è molto laico e posato, con pochi fronzoli. Intanto il cerchio si stringe, ma questo lo vedremo domani mattina. Per ora faccio un’altra scoperta, i ragazzi sotto le tende al riparo dal sole fortissimo con un caldo mai visto prima in vita mia, mi offrono una bevanda bollente che però risulta gradevole e incredibilmente ritemprante. Per la notte decidiamo di rimanere assieme nella tendopoli, ci portano la cena e ci preparano una tenda per gli ospiti. Comincio a sentire un po’ di freddo e decido di tentare di dormire qualche ora prima dell’alba, in attesa del primo appuntamento: in realtà, come ampiamente prevedibile, non chiudo occhio e sono in piedi quando i primi ragazzi vanno verso la moschea per la preghiera mattutina. Da quando sono arrivato adesso ho meno paura di quando ero sul treno, anche se mi resta addosso una grande preoccupazione, unita al grandissimo amore per i fratelli e le sorelle africane che resistono e per le persone che mi accompagnano in quelle che sono le mie vacanze di ferragosto. D’estate non spendo mai niente per viaggi, mi conservo qualche spiccio per quando i voli low cost potranno portarmi in Inghilterra in bassa stagione. Arrivano i primi raggi di sole e la gente comincia ad affollarsi davanti le tende, aspettando l’arrivo di polizia, politici, prefetto etc. Non sono neanche le otto di mattina e il sole è già cocente, non basta il cappello e ogni tanto occorre ripararsi. Davanti al cancello si affollano i gruppi di migranti, hanno in mano uno striscione con cui chiedono i documenti, quando dalla strada arrivano le associazioni di volontariato e qualche militante di qualche gruppo politico o dei sindacati. L’atmosfera comincia a farsi tesa, non sono chiare le intenzioni di tutti. Quando arrivano in blocco le istituzioni e la polizia, ci troviamo su due sponde opposte: noi dietro i migranti perché semplicemente in solidarietà con le loro richieste, i “compagni” dei gruppi e dei sindacati, invece, dal lato delle istituzioni. Facciamo presto a capire che stanno cercando di trovare una mediazione per iniziare lo sgombero in maniera concordata. Nonostante i tentativi della mattinata, però, i migranti rispondono negativamente a tutto lo schieramento dello Stato che vuole cominciare a riempire la nuova struttura. È un momento importante, gli abitanti della tendopoli si sono fatti sentire e stanno resistendo. Dopo poche ore, però, arrivano le prime voci di una lista di persone pronta a trasferirsi: sappiamo che alcuni esponenti dei sindacati stanno corrompendo e convincendo la gente a spostarsi, rompendo così il fronte dell’unità della lotta. Qualcuno in effetti si sposta, trovando però una realtà nella nuova struttura che non lo soddisfa. Altri invece rimangono nella nuova tendopoli, consentendo ai rappresentanti delle istituzioni di inscenare il teatrino mediatico secondo cui l’operazione è riuscita. Le persone però sono determinate a restare ferme nella vecchia tendopoli, continuando la lotta. In molti è fortissima la delusione per quanto è avvenuto, per quello che considerano un tradimento fatto da alcuni loro amici. Passano le ore e il precario allaccio dell’acqua nella tendopoli viene chiuso: assediati e senza più acqua la situazione precipita, ci affanniamo a chiamare il sindaco del comune che contiene anche questo posto così bene illuminato dal sole per chiedere spiegazioni, ma lui addirittura sostiene che i migranti si siano già tutti trasferiti nella nuova tendopoli, poi si fa negare e non risponde più al telefono. Dopo poche ore, comunque, torna l’acqua. Mentre ci apprestiamo a tornarcene a casa sullo stesso regionale affollato, questa volta in direzione nord, i nostri smartphone pare debbano esplodere per le polemiche che impazzano sui social network: mentre i media cercano di attaccare i migranti e i pochi solidali che sostengono la loro lotta, i gruppi politici e sindacali della sinistra per l’accoglienza schiumano rabbia contro chi invece ha deciso come noi di non autoproclamarsi mediatore nel conflitto. Fioccano le solite accuse indecenti di estremismo, avventurismo, irresponsabilità etc. con tutto il campionario fraseologico a cui la sinistra ci ha sempre abituati. Ripreso il treno, penso a tutto quello che ho imparato in pochissimi giorni, in ore così intense, quasi dilatate nel tempo e nello spazio. Tornando a casa riascolto le battute razziste in mezzo alla via, oppure leggo le polemiche su internet contro gli immigrati, contro l’invasione, con Salvini sempre in onda su La7. Insomma il solito schifo. Però sento di avere dei fratelli e delle sorelle in più, che l’amore ancora mi spinge a rivivere al più presto un’esperienza del genere.

Kigen

Rompete le gabbie, non innamoratevi del potere!

Riceviamo e pubblichiamo:

Appena sciolte le camere e chiusa la legislatura, il governo ha deciso di inviare l’esercito in Niger per fermare le rotte dei migranti e tutelare gli interessi economici nazionali; dopo pochi giorni sono stati inviati in Tunisia sessanta militari per aiutare la polizia locale a sedare la rivolta scoppiata contro il carovita, l’austerity e la corruzione. Oltre la figura formale della rappresentanza politica, gli interessi del capitale devono continuare ad essere tutelati dallo Stato, che prosegue la sua pratica stragista e colonialista in Africa come nel nostro paese. Migliaia di morti uccisi nel canale di Sicilia, apertura di lager per migranti sia in Italia che in Libia, un sistema di “accoglienza” infernale che tiene le persone recluse e sottomesse, in balìa di ogni violenza e sopruso. Ogni giorno il carattere repressivo di questo sistema ci pone di fronte ad una scelta: collaborare con il potere fornendogli una copertura di solidarietà “dal basso” oppure essere solidali con le persone chiuse in queste gabbie e aiutarle a uscirne fuori. Tertium non datur. In queste settimane siamo richiamat* a fare il nostro dovere di brav* cittadin* in una campagna elettorale completamente slegata dalle urgenze reali che dobbiamo affrontare. La sinistra (partiti, movimenti, centri sociali etc.) ci invita addirittura alla difesa e all’attuazione della Costituzione del 1948. Questa carta, nata come un debolissimo tentativo di compromesso tra la resistenza del movimento operaio e la violenza senza freni del capitalismo, in realtà ha sempre funzionato: è servita a tutelare gli interessi del dominio capitalista sul lavoro salariato nella forma democratica che dal secondo dopoguerra ha assunto questo sistema di sfruttamento; adesso che gli spazi formali di rappresentanza parlamentare vengono ritenuti dal capitalismo un orpello inutile e facilmente aggirabile, non starà certo a noi tentare di riportarli in vita per un uso conflittuale assolutamente impensabile. Anche la necessaria pratica antifascista, a cui siamo chiamat* ogni giorno, visto che le formazioni fasciste si rafforzano e diventano sempre più pericolose, non significa in nessun modo per noi difendere le istituzioni democratiche che consentono la stessa ascesa della violenza fascista: solo combattendo entrambe potremo essere efficaci nella nostra lotta. In questi mesi di campagna elettorale, mentre le organizzazioni della sinistra cercano di aprirsi uno spazio nel teatrino della rappresentanza istituzionale, abbiamo la necessità di continuare a lottare contro ogni oppressione senza farci irretire da questo ritornello che ci invita alla disciplina democratica e alla difesa del lavoro, dell’accoglienza, delle briciole di mutualismo non conflittuale perfettamente compatibili con la linearità del dominio. Non abbiamo nessuna voglia e nessun entusiasmo militante da mettere in questo inutile giochino, anzi, invitiamo tutt* a uscire da questa tentazione: non fatevi prendere dal potere, non innamoratevi del potere, non perdiamo tempo a rincorrere le scadenze elettorali, restiamo sulle strade a combattere per la libertà e contro ogni forma di oppressione. La nostra alternativa non è di governo, non abbiamo bisogno che ci venga affidata la chiave di nessuno strumento di dominio, non abbiamo bisogno di aggiornare il curriculum della nostra partecipazione alle lotte per poi spendercelo a fini elettorali, vogliamo invece rompere queste gabbie e inseguire il nostro desiderio di libertà.

NON VOTARE!

alcunu disertoru delle urne

La vostra guerra, i nostri morti

Riceviamo e pubblichiamo:
La vostra guerra, i nostri morti
La notizia della morte di 26 donne nigeriane, i cui corpi senza vita sono stati trasportati su una nave che è sbarcata oggi nel porto di Salerno insieme a 400 migranti, ci lascia senza fiato in gola e con una fortissima sensazione di rabbia, dolore e tristezza. I responsabili delle istituzioni che gestiscono la chiusura delle frontiere e il circuito di “accoglienza”, detenzione e rimpatrio delle persone migranti si interrogano se la morte di queste 26 donne sia stata causata da un omicidio: in realtà, pur non essendo ancora a conoscenza della dinamica che ha causato direttamente il loro decesso, siamo in grado di affermare che un responsabile di questa strage c’è già, ed è proprio questo sistema che impedisce la libera circolazione delle persone attraverso i confini. Queste donne sono vittime di una guerra che ogni giorno produce una catena infinita di lutti e violenze, la stessa guerra che il governo italiano sta combattendo contro le/i migranti in Libia, finanziando bande di criminali per evitare che le persone si spostino dall’Africa in Europa, incarcerando migliaia di migranti dentro dei campi di concentramento nel deserto libico. Siamo consapevoli del nostro privilegio occidentale di poterci spostare facilmente in vari paesi del mondo, mentre i governi europei impediscono il movimento di donne e uomini che migrano nelle città in cui abitiamo. La politica piange i morti imputando responsabilità “contro ignoti”, indicando gli scafisti come unici colpevoli delle stragi, assolvendosi in gran fretta: il sistema di accoglienza e detenzione nei centri riprende il suo percorso come se niente fosse accaduto. Ricordiamo che i/le migranti che sono stati smistati nel centro di accoglienza di Salerno (zona Fuorni) hanno recentemente protestato per le condizioni in cui vivono e di fronte alle loro ripetute richieste il sindaco della città ha addirittura minacciato la chiusura della struttura. Per questo motivo pensiamo che sia prioritaria oggi più che mai la lotta contro le frontiere, perché di “accoglienza” si muore: ascoltare le richieste di autonomia delle/dei migranti ed essere solidali con loro è il modo migliore per ricordare le 26 donne nigeriane.
Laboratoria “no confini”

Roma – Contro gli accordi Italia-Libia

Riceviamo e pubblichiamo:
Oggi, 9 settembre, un gruppo di nemiche e nemici delle frontiere, ha esposto uno striscione davanti al Ministero della Difesa, sede della Marina Militare, per evidenziare il ruolo dell’Italia nella strage di migranti in atto nel Mediterraneo. Sullo striscione era scritto “Le persone respinte in mare finiscono nei lager in Libia. Stato complice e assassino”. Lo striscione è stato poi appeso in un altro punto visibile della città. Abbiamo scelto di esplicitare la nostra posizione contro uno dei luoghi simbolo della guerra ai/alle migranti che l’Italia conduce anche in mare: questo per rendere chiaro che non c’è nessuna “Italia accogliente che salva i migranti” ma solo un cinico disegno di sterminio. Non vogliamo continuare a tacere rendendoci complici di simili nefandezze.

nemiche e nemici delle frontiere

La guerra contro i/le migranti e il colonialismo della sinistra

“Con il nemico si parla dopo averlo combattuto e mai prima. Ma questo è ciò che tutti i riformisti fanno finta di non capire. Per questo il primo avversario dei rivoluzionari è sempre la socialdemocrazia, quello che bisogna disattivare per poter affrontare il vero nemico ontologico-esistenziale: il capitalismo e il suo mondo” [Vicente Barbarroja, “Gentry, Odio, Metropoli”, in “Qui e ora” n.3]

La stretta repressiva operata dal governo italiano negli ultimi mesi in materia di immigrazione è stata spettacolare e particolarmente efficace: una volta registrata l’indisponibilità europea a rivedere gli accordi di Dublino rispetto alla suddivisione tra gli stati membri dell’Unione delle persone sbarcate nel primo paese-approdo del vecchio continente, ecco che l’esecutivo guidato da Gentiloni ha realizzato in poche settimane un blocco quasi completo della rotta libica. Senza scrupoli di sorta, guidato dal desiderio del ministro Minniti di passare alla storia come l’uomo che ha risolto “il problema dei migranti”, il governo italiano ha di fatto chiuso la missione Triton, bloccato i soccorsi in mare di stato e organizzazioni non governative, appaltando il controllo delle coste libiche alle stesse bande criminali che gestiscono parte del percorso che va dai lager libici all’approdo a Lampedusa. La spettacolare riduzione degli approdi in Italia, diminuiti del 50% a luglio (mese di maggiore frequenza di sbarchi) e ancora di più in questo mese di agosto, ha portato sempre più in auge nel teatrino politico la figura di Minniti, il comunista cresciuto con il culto dello stato e dei servizi segreti, l’uomo che non si fa scrupolo di portare le navi militari nel porto di Tripoli o di stringere accordi coi peggiori criminali degli stati sub–sahariani pur di non far approdare gli africani in Italia. Missione compiuta, dunque? Di certo questa operazione militare, una vera e propria operazione di guerra neo-colonialista, ha raggiunto parte del suo scopo, con il piccolo “danno collaterale” della reclusione nel deserto di migliaia di persone, con l’aumento del rischio di morti nel Mediterraneo e con la distruzione di centinaia e centinaia di vite umane. Poco importa, l’opinione pubblica italiana è grata a Minniti, convinta che “non ci sia posto” per gli africani nel nostro paese, con l’Europa che preme alle frontiere per non farli circolare negli altri stati confinanti, con relativa chiusura a Ventimiglia e al Brennero. Una strage vera e propria, concepita e realizzata con l’idea che la sicurezza del controllo dei confini sia un’idea di sinistra, ugualmente spendibile insieme al discorso di accogliere e gestire le vite di quei pochi fortunati che sono riusciti miracolosamente a entrare nel nostro paese. Che vita fanno queste persone mentre gli altri dannati della terra sono bloccati nei lager libici o nel deserto del Ciad o sono morti nel fondo del mar mediterraneo? Qui entra in gioco l’altro aspetto della faccenda: mentre il fronte esterno della guerra ai migranti dispiega navi militari e bande criminali senza scrupoli, il volto buono dell’accoglienza in Europa spende milioni di euro per controllare, gestire, infantilizzare migliaia di vite umane, inserendole in un circuito di sfruttamento lavorativo e di disperazione. Nessun documento, niente libera circolazione, respingimenti, deportazioni, vite di merda in tendopoli sovraffollate, in centri di accoglienza straordinaria simili a carceri: un vero e proprio inferno, molto più simile alle condizioni dei lager libici che alle promesse del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e altre belle cose scritte solo sulla carta. Di fronte a questo scenario così complesso e terrificante, qual è la reazione del movimento antirazzista italiano? A parte poche lodevoli eccezioni di autorganizzazione dei lavoratori migranti nelle campagne o nel settore della logistica, lo scenario è decisamente sconfortante. Sindacati di base che spacciano per “sindacalizzazione” il corrompere pochi migranti per far spegnere le lotte in corso nelle tendopoli o nei luoghi di lavoro, associazioni che si pongono come mediatori immaginari tra la volontà dello stato di reprimere e i desideri dei/delle migranti di avere documenti e una vita decente. La sinistra italiana, nelle sue espressioni politiche, associative e sindacali, fino alle sue espressioni più radicali nei centri sociali e nei collettivi di solidarietà ai migranti, sta attraversando questo passaggio storico drammatico in cui migliaia di vite umane vengono massacrate e altre vengono gestite in un sistema di controllo e repressione senza porsi alcun problema, anzi partecipando al funzionamento di questo sistema prendendo fondi, aiutando lo stato a reprimere, piazzando clientele di lavoratori del settore, operando divisione e delazione tra i migranti che lottano. Forse oggi non è ancora completamente chiara questa dinamica vergognosa, complice il racconto interessato dei media subalterni alla politica, complice pure la volontà di questi gruppi di sinistra di auto-rappresentarsi con “selfie” e vagonate di pagine Facebook come buoni amici dei migranti: ogni giorno che passa, però, aumenta la visibilità del marchio di infamia della partecipazione a un sistema che ha una doppia faccia ma il medesimo obiettivo, ossia controllo e repressione, gestione e genocidio, colonialismo dal volto umano e massacro nel mar mediterraneo. La sinistra italiana pagherà in futuro la sua mancanza completa di coraggio, ma già oggi gli spazi elettorali e istituzionali che vorrebbe ritagliarsi sono praticamente ridotti al lumicino, mentre tutto il discorso politico generale si sposta sempre più a destra, con il Pontefice della chiesa cattolica che viene visto come un difensore dei migranti e l’Avvenire come foglio antifascista, in un declino sempre più veloce e pericoloso nella normalizzazione e nell’accettazione di pratiche discriminatorie, fasciste e criminali. Se la sinistra ha introiettato questo “colonialismo 2.0”, oggi i migranti che riescono a entrare in Italia sono sempre più soli, mentre una quota esorbitante di cittadini italiani è a sua volta parte di quell’esercito di “migranti economici” in viaggio verso altri lidi europei o internazionali, una quota di emigrazione massiccia, agli stessi livelli del secondo dopoguerra o della fine dell’ottocento. L’Italia si svuota sempre di più, lo stivale diventa una prigione, i padroni sono sempre più in grado di sfruttare la classe lavoratrice perché tutte le colpe e lo stigma sociale vengono scaricati sugli immigrati. Uno scenario veramente disastroso all’interno del quale qualche centro sociale “comunista” riesce addirittura ad accreditarsi e ad attribuirsi come vittoria qualche permesso di soggiorno rilasciato con il contagocce dalla questura. Nonostante questo, lontano da questo atteggiamento paternalista e autoreferenziale, le lotte dei migranti continueranno e saranno sempre di più le uniche lotte in grado di contrapporsi veramente al sistema di sfruttamento del capitalismo nazionale. I/le solidali che stringeranno legami con queste lotte avranno la possibilità di apprendere come ci si oppone al potere in maniera efficace.

Centro di accoglienza a Sicignano degli Alburni: rompiamo l’isolamento, documenti per tutti

Percorrendo l’autostrada Salerno-Reggio, in un giorno segnato dal terribile caldo umido di agosto, abbiamo raggiunto Sicignano degli Alburni per renderci conto di persona delle condizioni dei 35 migranti che da mesi risiedono nel centro di accoglienza nel comune salernitano, frazione Galdo. Siamo stati spinti a cercare questo incontro dal fatto che ormai più volte, negli ultimi mesi, queste persone stanno mettendo in campo una serie di atti di protesta per reclamare documenti, una migliore condizione di vita e l’uscita dall’isolamento. Arrivati sul posto infatti la prima cosa che colpisce è proprio la sensazione di isolamento: il centro di accoglienza è lontano 8 km dal centro abitato di Sicignano ed è, come ci ha detto un migrante, “in the middle of the forrest”. Il “centro” in realtà sarebbero due capannoni prefabbricati in lamiera (immaginiamo come si possa stare in questi giorni di calura là dentro…), uno per la mensa e uno per i letti. Un gruppo di musulmani è costretto a pregare fuori sul cemento, nel frattempo un altro migrante si bagna con una pompa messa fuori sempre alla buona. La cucina è ripetitiva e non sempre tiene conto dell’alimentazione a cui sono abituate le differenti persone, che vengono da vari paesi africani e asiatici. Il centro di Sicignano fa parte del circuito ufficiale dell’accoglienza: i finanziamenti ci sono ma, considerando la situazione e le innumerevoli proteste, nascono forti dubbi riguardo il loro utilizzo e il rispetto di tutti gli obblighi cui sono tenuti i gestori di queste strutture. L’atmosfera di tensione era comunque palpabile, anche rispetto agli effetti della recente protesta: c’è chi è ormai da nove mesi in Italia e non ha ottenuto ancora risposte e vorrebbe costruirsi una vita in autonomia, non essere recluso in un prefabbricato in una frazione di un piccolo paese senza possibilità alcuna di migliorare la propria condizione. Inoltre, a seguito di tale protesta,10 migranti tra quelli coinvolti sono stati denunciati, con la conseguente espulsione dal centro accoglienza e dunque l’impossibilità di ottenere il diritto d’asilo, tornando così in una situazione di irregolarità che mette ancora più a rischio le loro esistenze. Ci sembra fondamentale e mai scontato ribadire che la situazione che questi migranti vivono nel centro di Sicignano non si discosta affatto da quella di chi è costrett* in altri centri di accoglienza, strutture nate per favorire gli affari di pochi, regalare manodopera a basso costo o totalmente gratuita con la scusa dell’integrazione, infantilizzando, controllando e privando della libertà migliaia di persone prigioniere per anni di questo sistema dal quale solo una misera percentuale riesce a uscire con il tanto agognato documento che permetterà la permanenza in Italia. In definitiva, siamo molto preoccupat* per quanto stanno vivendo le persone in questo centro a Sicignano: l’appello che facciamo è che si ascolti la loro voce, si supporti la loro lotta, rompendo l’isolamento, si diano subito risposte alle loro richieste: documenti per tutti e una possibilità di vita indipendente e autonoma in questo paese.