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Tutto l’amore che ho lasciato in tenda

“Buongiorno, e allora? Le uniche difficoltà ad entrare nel giovane nuovo mondo possono essere di carattere personale. Ingenuità sensibilità fantasia sono finalmente tollerate, potenziamento del bagaglio emotivo, up-gradazione della vostra libertà individuale, estensione delle facoltà sensitive: tutto può dipendere ora dalla vostra volontà. Me chiudo tutta ‘a rrobba mia, ccà sulo smanio e me ne ascì, muto e torturato, ‘mbastardisco ‘ncatenato tengo a collera e chi è stato troppo tiempo a se capì. Se-se-putesse, se-me-ne-jesse, quando-partesse, comme-cantasse: fosse pe’mme nnun turnasse maje cchiù, fosse pe’mme nun turnasse maje cchiù” [24 Grana, Nel Metaverso, Metaversus, 1999]

La Calabria la raggiungo dopo un lungo viaggio stipato in un regionale delle ferrovie dello Stato pieno zeppo di gente che va a mare nel periodo di ferragosto, villeggianti che scendono per lo più alle fermate del treno nei paesini sulla costa più turistici rispetto a quelli interni. Non lo nego, sono terrorizzato, anche se non credo di darlo a vedere agli altri, in questo probabilmente sono bravo. L’ultimo ricordo di un corteo fatto per solidarietà ai migranti lavoratori nelle campagne mi ha lasciato ancora addosso la paura delle manganellate della polizia a fine manifestazione. Poi non mi sono più mosso in giro lontano da casa per ragioni politiche, diciamo che la Calabria la conosco per aver seguito le partite in trasferta della squadra di calcio della mia città. Poi sono arrivati i profughi, i morti nel mediterraneo, la chiusura militare delle frontiere e il sistema di accoglienza che tratta i migranti come oggetti da spostare e occasione di lucro nel business dei centri temporanei. Insomma, quello che mi ha mosso è la necessità di prendere una posizione, non semplicemente di avere un’opinione sulla questione: non è un corteo e non necessita di una persona in più nella sfilata, però è giusto stare qui con le persone in questo momento e magari dare una mano per quanto possibile. Non si tratta di organizzare un servizio umanitario o di fare volontariato o cose simili, avallando così l’infernale sistema di accoglienza e deportazione dei migranti, ma forse nemmeno di fare militanza politica di quella classica, assieme a un gruppo organizzato ben definito, che sia un centro sociale o un’area di movimento. Una presenza in solidarietà e nel rispetto delle decisioni dei lavoratori qui delle campagne, radunati in una tendopoli provvisoria ormai da anni, è una cosa ben diversa: quanto, me ne accorgerò purtroppo ben presto, una volta che avrò visto il comportamento in tendopoli delle associazioni umanitarie e dei militanti dei gruppi del movimento. La Calabria non è poi tanto diversa da casa mia, lo stesso sole cocente e gli stessi posti meravigliosi sul mare, gli stessi scheletri di cemento delle case abusive mai finite che costellano il paesaggio, la stessa violenta e criminale brutalità della borghesia al potere, sia dello stato che della società civile o mafiosa. I migranti, come dicevo, sono stipati in questa tendopoli perché vanno a lavorare nelle campagne qui vicino: la mattina presto arrivano i pullman affittati stesso da loro per potersi guadagnare la giornata alle condizioni di uno sfruttamento che tutti possono immaginare quanto sia terribile. La novità è che le istituzioni hanno deciso di costruire un altro campo sostitutivo a pochi km da qui e stanno cercando da giorni di spostare le persone convincendole che la nuova sistemazione sarà bella, bellissima, un paradiso: i volontari delle associazioni umanitarie girano in coppia tra le tende consegnando i volantini in più lingue che spiegano perché sia necessario e conveniente spostarsi. Il problema, però, è che i migranti pare che non abbiano intenzione di muoversi. Seppure vivere in queste tende abbandonate sotto al sole dopo ore di lavoro durissimo nei campi, con servizi igienici praticamente assenti e con pochissimi comfort, sia un’impresa per chiunque, nel campo si è sviluppata anche una vita intensa fatta di relazioni e di solidarietà tra i vari gruppi che lo popolano, con le cucine comuni, la tenda che funge da moschea, con i ragazzi con le maglie del Real Madrid e della Juventus che confrontano le scommesse sul calcio internazionale fatte alle ricevitorie del paese più vicino. Mentre associazioni e qualche sindacato cerca di spacciare la nuova tendopoli alla stessa stregua di quello che racconta il questore, arrivano però le prime smentite e le prime voci che parlano di un posto decisamente diverso da quello presentato: nella nuova tendopoli si potrà entrare e uscire solo dopo essere stati schedati e controllati, in orari precisi della giornata, pagando i pasti di una mensa non controllata più dagli stessi migranti ma bensì da qualche associazione che ha vinto l’appalto milionario. Inoltre le tende continuerebbero a ospitare tredici-quattordici abitanti, con una sola brandina militare senza praticamente più nulla: eppure la struttura pare sia costata centinaia di migliaia di euro! Insomma, tira e molla, tra lusinghe e minacce, alla fine lo stato ha deciso di procedere ad uno sgombero soft della tendopoli, non potendo certo deportare con la forza centinaia di persone in un solo giorno in un posto che viene spacciato come un paradiso, stabilendo il giorno del trasferimento ma senza calcare la mano, almeno all’inizio: chi rimane nella vecchia tendopoli deve sapere, però, che verrà assediato e gli verrà fatta terra bruciata intorno. Detto questo, eccomi qui, il giorno precedente allo sgombero minacciato dalla questura, che ha convocato per l’indomani una conferenza stampa da tenersi nella nuova tendopoli, sperando di riuscire a portare davanti alle telecamere qualche migrante da mostrare come trofeo e prova dell’avvenuto trasferimento. Arrivo nella tendopoli sotto un sole e un caldo atroce. Il primo impatto è comunque impressionante, si provano una serie di sentimenti contrastanti, tutti vividissimi, dalla simpatia che comunicano le persone che abitano questo posto alla tensione per quanto sta per accadere, un giorno che comunque vada cambierà le loro esistenze. Le persone però sono abbastanza tranquille e determinate, quasi nessuno ha intenzione di muoversi nonostante le pressioni ricevute; durante l’assemblea in cui parlano gli esponenti delle varie comunità africane la decisione pare unanime, non si vuole fare casino all’arrivo della polizia la mattina dopo, però si vogliono continuare a fare le proprie richieste. Documenti, possibilità di essere indipendenti e autonomi, magari anche per andarsene via di qua. Qualcuno mette in risalto l’aspetto importante di poter continuare a mangiare nella mensa comunitaria senza dover pagare la retta giornaliera, altri lamentano dei controlli e delle schedature previsti nella nuova struttura o del fatto che ci sono troppi letti per tende non molto grandi e che la situazione in breve diventerà la stessa di quella attuale, solo con più controllo di adesso. Parlando con le persone che abitano la tendopoli si accennano a varie questioni: tanto la loro vita è dura e complicata, tanto sembrano forti nel resistere in condizioni così avverse. Vedo l’Imam della moschea, ha una camicia gialla e un aspetto sereno, molto pacato: è deciso a sostenere la lotta comune senza volerla capeggiare o strumentalizzare, il suo atteggiamento è molto laico e posato, con pochi fronzoli. Intanto il cerchio si stringe, ma questo lo vedremo domani mattina. Per ora faccio un’altra scoperta, i ragazzi sotto le tende al riparo dal sole fortissimo con un caldo mai visto prima in vita mia, mi offrono una bevanda bollente che però risulta gradevole e incredibilmente ritemprante. Per la notte decidiamo di rimanere assieme nella tendopoli, ci portano la cena e ci preparano una tenda per gli ospiti. Comincio a sentire un po’ di freddo e decido di tentare di dormire qualche ora prima dell’alba, in attesa del primo appuntamento: in realtà, come ampiamente prevedibile, non chiudo occhio e sono in piedi quando i primi ragazzi vanno verso la moschea per la preghiera mattutina. Da quando sono arrivato adesso ho meno paura di quando ero sul treno, anche se mi resta addosso una grande preoccupazione, unita al grandissimo amore per i fratelli e le sorelle africane che resistono e per le persone che mi accompagnano in quelle che sono le mie vacanze di ferragosto. D’estate non spendo mai niente per viaggi, mi conservo qualche spiccio per quando i voli low cost potranno portarmi in Inghilterra in bassa stagione. Arrivano i primi raggi di sole e la gente comincia ad affollarsi davanti le tende, aspettando l’arrivo di polizia, politici, prefetto etc. Non sono neanche le otto di mattina e il sole è già cocente, non basta il cappello e ogni tanto occorre ripararsi. Davanti al cancello si affollano i gruppi di migranti, hanno in mano uno striscione con cui chiedono i documenti, quando dalla strada arrivano le associazioni di volontariato e qualche militante di qualche gruppo politico o dei sindacati. L’atmosfera comincia a farsi tesa, non sono chiare le intenzioni di tutti. Quando arrivano in blocco le istituzioni e la polizia, ci troviamo su due sponde opposte: noi dietro i migranti perché semplicemente in solidarietà con le loro richieste, i “compagni” dei gruppi e dei sindacati, invece, dal lato delle istituzioni. Facciamo presto a capire che stanno cercando di trovare una mediazione per iniziare lo sgombero in maniera concordata. Nonostante i tentativi della mattinata, però, i migranti rispondono negativamente a tutto lo schieramento dello Stato che vuole cominciare a riempire la nuova struttura. È un momento importante, gli abitanti della tendopoli si sono fatti sentire e stanno resistendo. Dopo poche ore, però, arrivano le prime voci di una lista di persone pronta a trasferirsi: sappiamo che alcuni esponenti dei sindacati stanno corrompendo e convincendo la gente a spostarsi, rompendo così il fronte dell’unità della lotta. Qualcuno in effetti si sposta, trovando però una realtà nella nuova struttura che non lo soddisfa. Altri invece rimangono nella nuova tendopoli, consentendo ai rappresentanti delle istituzioni di inscenare il teatrino mediatico secondo cui l’operazione è riuscita. Le persone però sono determinate a restare ferme nella vecchia tendopoli, continuando la lotta. In molti è fortissima la delusione per quanto è avvenuto, per quello che considerano un tradimento fatto da alcuni loro amici. Passano le ore e il precario allaccio dell’acqua nella tendopoli viene chiuso: assediati e senza più acqua la situazione precipita, ci affanniamo a chiamare il sindaco del comune che contiene anche questo posto così bene illuminato dal sole per chiedere spiegazioni, ma lui addirittura sostiene che i migranti si siano già tutti trasferiti nella nuova tendopoli, poi si fa negare e non risponde più al telefono. Dopo poche ore, comunque, torna l’acqua. Mentre ci apprestiamo a tornarcene a casa sullo stesso regionale affollato, questa volta in direzione nord, i nostri smartphone pare debbano esplodere per le polemiche che impazzano sui social network: mentre i media cercano di attaccare i migranti e i pochi solidali che sostengono la loro lotta, i gruppi politici e sindacali della sinistra per l’accoglienza schiumano rabbia contro chi invece ha deciso come noi di non autoproclamarsi mediatore nel conflitto. Fioccano le solite accuse indecenti di estremismo, avventurismo, irresponsabilità etc. con tutto il campionario fraseologico a cui la sinistra ci ha sempre abituati. Ripreso il treno, penso a tutto quello che ho imparato in pochissimi giorni, in ore così intense, quasi dilatate nel tempo e nello spazio. Tornando a casa riascolto le battute razziste in mezzo alla via, oppure leggo le polemiche su internet contro gli immigrati, contro l’invasione, con Salvini sempre in onda su La7. Insomma il solito schifo. Però sento di avere dei fratelli e delle sorelle in più, che l’amore ancora mi spinge a rivivere al più presto un’esperienza del genere.

Kigen

Rompete le gabbie, non innamoratevi del potere!

Riceviamo e pubblichiamo:

Appena sciolte le camere e chiusa la legislatura, il governo ha deciso di inviare l’esercito in Niger per fermare le rotte dei migranti e tutelare gli interessi economici nazionali; dopo pochi giorni sono stati inviati in Tunisia sessanta militari per aiutare la polizia locale a sedare la rivolta scoppiata contro il carovita, l’austerity e la corruzione. Oltre la figura formale della rappresentanza politica, gli interessi del capitale devono continuare ad essere tutelati dallo Stato, che prosegue la sua pratica stragista e colonialista in Africa come nel nostro paese. Migliaia di morti uccisi nel canale di Sicilia, apertura di lager per migranti sia in Italia che in Libia, un sistema di “accoglienza” infernale che tiene le persone recluse e sottomesse, in balìa di ogni violenza e sopruso. Ogni giorno il carattere repressivo di questo sistema ci pone di fronte ad una scelta: collaborare con il potere fornendogli una copertura di solidarietà “dal basso” oppure essere solidali con le persone chiuse in queste gabbie e aiutarle a uscirne fuori. Tertium non datur. In queste settimane siamo richiamat* a fare il nostro dovere di brav* cittadin* in una campagna elettorale completamente slegata dalle urgenze reali che dobbiamo affrontare. La sinistra (partiti, movimenti, centri sociali etc.) ci invita addirittura alla difesa e all’attuazione della Costituzione del 1948. Questa carta, nata come un debolissimo tentativo di compromesso tra la resistenza del movimento operaio e la violenza senza freni del capitalismo, in realtà ha sempre funzionato: è servita a tutelare gli interessi del dominio capitalista sul lavoro salariato nella forma democratica che dal secondo dopoguerra ha assunto questo sistema di sfruttamento; adesso che gli spazi formali di rappresentanza parlamentare vengono ritenuti dal capitalismo un orpello inutile e facilmente aggirabile, non starà certo a noi tentare di riportarli in vita per un uso conflittuale assolutamente impensabile. Anche la necessaria pratica antifascista, a cui siamo chiamat* ogni giorno, visto che le formazioni fasciste si rafforzano e diventano sempre più pericolose, non significa in nessun modo per noi difendere le istituzioni democratiche che consentono la stessa ascesa della violenza fascista: solo combattendo entrambe potremo essere efficaci nella nostra lotta. In questi mesi di campagna elettorale, mentre le organizzazioni della sinistra cercano di aprirsi uno spazio nel teatrino della rappresentanza istituzionale, abbiamo la necessità di continuare a lottare contro ogni oppressione senza farci irretire da questo ritornello che ci invita alla disciplina democratica e alla difesa del lavoro, dell’accoglienza, delle briciole di mutualismo non conflittuale perfettamente compatibili con la linearità del dominio. Non abbiamo nessuna voglia e nessun entusiasmo militante da mettere in questo inutile giochino, anzi, invitiamo tutt* a uscire da questa tentazione: non fatevi prendere dal potere, non innamoratevi del potere, non perdiamo tempo a rincorrere le scadenze elettorali, restiamo sulle strade a combattere per la libertà e contro ogni forma di oppressione. La nostra alternativa non è di governo, non abbiamo bisogno che ci venga affidata la chiave di nessuno strumento di dominio, non abbiamo bisogno di aggiornare il curriculum della nostra partecipazione alle lotte per poi spendercelo a fini elettorali, vogliamo invece rompere queste gabbie e inseguire il nostro desiderio di libertà.

NON VOTARE!

alcunu disertoru delle urne

La vostra guerra, i nostri morti

Riceviamo e pubblichiamo:
La vostra guerra, i nostri morti
La notizia della morte di 26 donne nigeriane, i cui corpi senza vita sono stati trasportati su una nave che è sbarcata oggi nel porto di Salerno insieme a 400 migranti, ci lascia senza fiato in gola e con una fortissima sensazione di rabbia, dolore e tristezza. I responsabili delle istituzioni che gestiscono la chiusura delle frontiere e il circuito di “accoglienza”, detenzione e rimpatrio delle persone migranti si interrogano se la morte di queste 26 donne sia stata causata da un omicidio: in realtà, pur non essendo ancora a conoscenza della dinamica che ha causato direttamente il loro decesso, siamo in grado di affermare che un responsabile di questa strage c’è già, ed è proprio questo sistema che impedisce la libera circolazione delle persone attraverso i confini. Queste donne sono vittime di una guerra che ogni giorno produce una catena infinita di lutti e violenze, la stessa guerra che il governo italiano sta combattendo contro le/i migranti in Libia, finanziando bande di criminali per evitare che le persone si spostino dall’Africa in Europa, incarcerando migliaia di migranti dentro dei campi di concentramento nel deserto libico. Siamo consapevoli del nostro privilegio occidentale di poterci spostare facilmente in vari paesi del mondo, mentre i governi europei impediscono il movimento di donne e uomini che migrano nelle città in cui abitiamo. La politica piange i morti imputando responsabilità “contro ignoti”, indicando gli scafisti come unici colpevoli delle stragi, assolvendosi in gran fretta: il sistema di accoglienza e detenzione nei centri riprende il suo percorso come se niente fosse accaduto. Ricordiamo che i/le migranti che sono stati smistati nel centro di accoglienza di Salerno (zona Fuorni) hanno recentemente protestato per le condizioni in cui vivono e di fronte alle loro ripetute richieste il sindaco della città ha addirittura minacciato la chiusura della struttura. Per questo motivo pensiamo che sia prioritaria oggi più che mai la lotta contro le frontiere, perché di “accoglienza” si muore: ascoltare le richieste di autonomia delle/dei migranti ed essere solidali con loro è il modo migliore per ricordare le 26 donne nigeriane.
Laboratoria “no confini”

Roma – Contro gli accordi Italia-Libia

Riceviamo e pubblichiamo:
Oggi, 9 settembre, un gruppo di nemiche e nemici delle frontiere, ha esposto uno striscione davanti al Ministero della Difesa, sede della Marina Militare, per evidenziare il ruolo dell’Italia nella strage di migranti in atto nel Mediterraneo. Sullo striscione era scritto “Le persone respinte in mare finiscono nei lager in Libia. Stato complice e assassino”. Lo striscione è stato poi appeso in un altro punto visibile della città. Abbiamo scelto di esplicitare la nostra posizione contro uno dei luoghi simbolo della guerra ai/alle migranti che l’Italia conduce anche in mare: questo per rendere chiaro che non c’è nessuna “Italia accogliente che salva i migranti” ma solo un cinico disegno di sterminio. Non vogliamo continuare a tacere rendendoci complici di simili nefandezze.

nemiche e nemici delle frontiere

La guerra contro i/le migranti e il colonialismo della sinistra

“Con il nemico si parla dopo averlo combattuto e mai prima. Ma questo è ciò che tutti i riformisti fanno finta di non capire. Per questo il primo avversario dei rivoluzionari è sempre la socialdemocrazia, quello che bisogna disattivare per poter affrontare il vero nemico ontologico-esistenziale: il capitalismo e il suo mondo” [Vicente Barbarroja, “Gentry, Odio, Metropoli”, in “Qui e ora” n.3]

La stretta repressiva operata dal governo italiano negli ultimi mesi in materia di immigrazione è stata spettacolare e particolarmente efficace: una volta registrata l’indisponibilità europea a rivedere gli accordi di Dublino rispetto alla suddivisione tra gli stati membri dell’Unione delle persone sbarcate nel primo paese-approdo del vecchio continente, ecco che l’esecutivo guidato da Gentiloni ha realizzato in poche settimane un blocco quasi completo della rotta libica. Senza scrupoli di sorta, guidato dal desiderio del ministro Minniti di passare alla storia come l’uomo che ha risolto “il problema dei migranti”, il governo italiano ha di fatto chiuso la missione Triton, bloccato i soccorsi in mare di stato e organizzazioni non governative, appaltando il controllo delle coste libiche alle stesse bande criminali che gestiscono parte del percorso che va dai lager libici all’approdo a Lampedusa. La spettacolare riduzione degli approdi in Italia, diminuiti del 50% a luglio (mese di maggiore frequenza di sbarchi) e ancora di più in questo mese di agosto, ha portato sempre più in auge nel teatrino politico la figura di Minniti, il comunista cresciuto con il culto dello stato e dei servizi segreti, l’uomo che non si fa scrupolo di portare le navi militari nel porto di Tripoli o di stringere accordi coi peggiori criminali degli stati sub–sahariani pur di non far approdare gli africani in Italia. Missione compiuta, dunque? Di certo questa operazione militare, una vera e propria operazione di guerra neo-colonialista, ha raggiunto parte del suo scopo, con il piccolo “danno collaterale” della reclusione nel deserto di migliaia di persone, con l’aumento del rischio di morti nel Mediterraneo e con la distruzione di centinaia e centinaia di vite umane. Poco importa, l’opinione pubblica italiana è grata a Minniti, convinta che “non ci sia posto” per gli africani nel nostro paese, con l’Europa che preme alle frontiere per non farli circolare negli altri stati confinanti, con relativa chiusura a Ventimiglia e al Brennero. Una strage vera e propria, concepita e realizzata con l’idea che la sicurezza del controllo dei confini sia un’idea di sinistra, ugualmente spendibile insieme al discorso di accogliere e gestire le vite di quei pochi fortunati che sono riusciti miracolosamente a entrare nel nostro paese. Che vita fanno queste persone mentre gli altri dannati della terra sono bloccati nei lager libici o nel deserto del Ciad o sono morti nel fondo del mar mediterraneo? Qui entra in gioco l’altro aspetto della faccenda: mentre il fronte esterno della guerra ai migranti dispiega navi militari e bande criminali senza scrupoli, il volto buono dell’accoglienza in Europa spende milioni di euro per controllare, gestire, infantilizzare migliaia di vite umane, inserendole in un circuito di sfruttamento lavorativo e di disperazione. Nessun documento, niente libera circolazione, respingimenti, deportazioni, vite di merda in tendopoli sovraffollate, in centri di accoglienza straordinaria simili a carceri: un vero e proprio inferno, molto più simile alle condizioni dei lager libici che alle promesse del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e altre belle cose scritte solo sulla carta. Di fronte a questo scenario così complesso e terrificante, qual è la reazione del movimento antirazzista italiano? A parte poche lodevoli eccezioni di autorganizzazione dei lavoratori migranti nelle campagne o nel settore della logistica, lo scenario è decisamente sconfortante. Sindacati di base che spacciano per “sindacalizzazione” il corrompere pochi migranti per far spegnere le lotte in corso nelle tendopoli o nei luoghi di lavoro, associazioni che si pongono come mediatori immaginari tra la volontà dello stato di reprimere e i desideri dei/delle migranti di avere documenti e una vita decente. La sinistra italiana, nelle sue espressioni politiche, associative e sindacali, fino alle sue espressioni più radicali nei centri sociali e nei collettivi di solidarietà ai migranti, sta attraversando questo passaggio storico drammatico in cui migliaia di vite umane vengono massacrate e altre vengono gestite in un sistema di controllo e repressione senza porsi alcun problema, anzi partecipando al funzionamento di questo sistema prendendo fondi, aiutando lo stato a reprimere, piazzando clientele di lavoratori del settore, operando divisione e delazione tra i migranti che lottano. Forse oggi non è ancora completamente chiara questa dinamica vergognosa, complice il racconto interessato dei media subalterni alla politica, complice pure la volontà di questi gruppi di sinistra di auto-rappresentarsi con “selfie” e vagonate di pagine Facebook come buoni amici dei migranti: ogni giorno che passa, però, aumenta la visibilità del marchio di infamia della partecipazione a un sistema che ha una doppia faccia ma il medesimo obiettivo, ossia controllo e repressione, gestione e genocidio, colonialismo dal volto umano e massacro nel mar mediterraneo. La sinistra italiana pagherà in futuro la sua mancanza completa di coraggio, ma già oggi gli spazi elettorali e istituzionali che vorrebbe ritagliarsi sono praticamente ridotti al lumicino, mentre tutto il discorso politico generale si sposta sempre più a destra, con il Pontefice della chiesa cattolica che viene visto come un difensore dei migranti e l’Avvenire come foglio antifascista, in un declino sempre più veloce e pericoloso nella normalizzazione e nell’accettazione di pratiche discriminatorie, fasciste e criminali. Se la sinistra ha introiettato questo “colonialismo 2.0”, oggi i migranti che riescono a entrare in Italia sono sempre più soli, mentre una quota esorbitante di cittadini italiani è a sua volta parte di quell’esercito di “migranti economici” in viaggio verso altri lidi europei o internazionali, una quota di emigrazione massiccia, agli stessi livelli del secondo dopoguerra o della fine dell’ottocento. L’Italia si svuota sempre di più, lo stivale diventa una prigione, i padroni sono sempre più in grado di sfruttare la classe lavoratrice perché tutte le colpe e lo stigma sociale vengono scaricati sugli immigrati. Uno scenario veramente disastroso all’interno del quale qualche centro sociale “comunista” riesce addirittura ad accreditarsi e ad attribuirsi come vittoria qualche permesso di soggiorno rilasciato con il contagocce dalla questura. Nonostante questo, lontano da questo atteggiamento paternalista e autoreferenziale, le lotte dei migranti continueranno e saranno sempre di più le uniche lotte in grado di contrapporsi veramente al sistema di sfruttamento del capitalismo nazionale. I/le solidali che stringeranno legami con queste lotte avranno la possibilità di apprendere come ci si oppone al potere in maniera efficace.

Centro di accoglienza a Sicignano degli Alburni: rompiamo l’isolamento, documenti per tutti

Percorrendo l’autostrada Salerno-Reggio, in un giorno segnato dal terribile caldo umido di agosto, abbiamo raggiunto Sicignano degli Alburni per renderci conto di persona delle condizioni dei 35 migranti che da mesi risiedono nel centro di accoglienza nel comune salernitano, frazione Galdo. Siamo stati spinti a cercare questo incontro dal fatto che ormai più volte, negli ultimi mesi, queste persone stanno mettendo in campo una serie di atti di protesta per reclamare documenti, una migliore condizione di vita e l’uscita dall’isolamento. Arrivati sul posto infatti la prima cosa che colpisce è proprio la sensazione di isolamento: il centro di accoglienza è lontano 8 km dal centro abitato di Sicignano ed è, come ci ha detto un migrante, “in the middle of the forrest”. Il “centro” in realtà sarebbero due capannoni prefabbricati in lamiera (immaginiamo come si possa stare in questi giorni di calura là dentro…), uno per la mensa e uno per i letti. Un gruppo di musulmani è costretto a pregare fuori sul cemento, nel frattempo un altro migrante si bagna con una pompa messa fuori sempre alla buona. La cucina è ripetitiva e non sempre tiene conto dell’alimentazione a cui sono abituate le differenti persone, che vengono da vari paesi africani e asiatici. Il centro di Sicignano fa parte del circuito ufficiale dell’accoglienza: i finanziamenti ci sono ma, considerando la situazione e le innumerevoli proteste, nascono forti dubbi riguardo il loro utilizzo e il rispetto di tutti gli obblighi cui sono tenuti i gestori di queste strutture. L’atmosfera di tensione era comunque palpabile, anche rispetto agli effetti della recente protesta: c’è chi è ormai da nove mesi in Italia e non ha ottenuto ancora risposte e vorrebbe costruirsi una vita in autonomia, non essere recluso in un prefabbricato in una frazione di un piccolo paese senza possibilità alcuna di migliorare la propria condizione. Inoltre, a seguito di tale protesta,10 migranti tra quelli coinvolti sono stati denunciati, con la conseguente espulsione dal centro accoglienza e dunque l’impossibilità di ottenere il diritto d’asilo, tornando così in una situazione di irregolarità che mette ancora più a rischio le loro esistenze. Ci sembra fondamentale e mai scontato ribadire che la situazione che questi migranti vivono nel centro di Sicignano non si discosta affatto da quella di chi è costrett* in altri centri di accoglienza, strutture nate per favorire gli affari di pochi, regalare manodopera a basso costo o totalmente gratuita con la scusa dell’integrazione, infantilizzando, controllando e privando della libertà migliaia di persone prigioniere per anni di questo sistema dal quale solo una misera percentuale riesce a uscire con il tanto agognato documento che permetterà la permanenza in Italia. In definitiva, siamo molto preoccupat* per quanto stanno vivendo le persone in questo centro a Sicignano: l’appello che facciamo è che si ascolti la loro voce, si supporti la loro lotta, rompendo l’isolamento, si diano subito risposte alle loro richieste: documenti per tutti e una possibilità di vita indipendente e autonoma in questo paese.