Category Archives: rivolte

Da un lager all’altro


È ampiamente risaputo che la rotta che attraversa il mar Mediterraneo dalla Libia all’Italia sia diventata negli ultimi mesi sempre più chiusa e controllata militarmente e che sempre meno persone riescano ad approdare in Europa partendo dalle coste libiche. Dal 1° gennaio sono infatti riuscite a raggiungere l’Italia solo 398 persone, il 93,54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Tra queste, le nazionalità più numerose sono quelle tunisine e algerine, 128 persone alle quali come prassi italiana ormai consolidata e contrariamente a quanto previsto da qualsiasi normativa comunitaria viene negata la possibilità di presentare domanda di asilo unicamente in ragione del paese di origine. La maggior parte de* magrebin* sono reclus* nei CPR in attesa dell’espulsione, o vengono rilasciat* con in mano un decreto di espulsione entro 7 giorni. Le persone rimanenti dovranno invece cominciare il percorso a ostacoli nel sistema di accoglienza italiano, trasferite da hotspot a hub e centri di accoglienza in giro per il paese, con la quasi certezza di vedersi alla fine sbattute per strada con un diniego della domanda d’asilo: a inizio anno la percentuale di dinieghi in prima istanza ha raggiunto l’82%.

Nei fatti, come certificato dai dati ufficiali pubblicizzati con enfasi dal ministero degli interni, nei primi tre mesi dell’anno le deportazioni sono state per la prima volta maggiori rispetto a nuovi arrivi: 1.354 (aggiornati al 13 marzo), di cui 1.248 forzati e 106 volontari assistiti [fonte http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_21-03-2019.pdf].

Gli effetti delle politiche di Minniti e Salvini cominciano dunque a diventare statistiche da sventolare per le propagande incrociate di governo e opposizione. Allargando un attimo la visuale dallo zoom imposto dal mainstream politico-mediatico-militare ci sarebbero però anche altre questioni di non poco conto da affrontare. Innanzitutto, su quella rotta si continua a morire, a decine e continuamente; nel mediterraneo le persone annegano ancora nel tentativo di fuggire dai lager libici. L’ultima strage è avvenuta solo pochi giorni fa, nel silenzio complice dei media che puntavano i riflettori sullo sbarco della nave “Mare Jonio” a Lampedusa. Secondo problema, pare che a nessuno importi niente dell’enorme apparato concentrazionario messo su in Libia con il contributo del precedente governo italiano e sotto la supervisione dei governi europei e delle agenzie delle Nazioni Unite. Ogni tanto qualche esponente del Partito Democratico in vena di vis polemica contro Salvini ricorda soltanto come “già con Minniti” fossero diminuiti gli sbarchi e come il leader della Lega sia troppo lento nell’effettuare le deportazioni promesse in campagna elettorale (certo, più di mezzo milione di deportazioni sono troppe anche per lo sceriffo leghista, evidentemente il Pd sogna di avere Adolf Hitler al Ministero dell’Interno). Saltuariamente esce qualche reportage giornalistico sui vari lager esistenti oggi sul territorio libico, ma la cosa finisce lì.

Altro problema che interessa davvero poco tutto il panorama politico e giornalistico sembra essere poi quello della sorte delle poche persone che riescono ad approdare ancora sulle coste europee, soccorse dalle navi delle ONG che tanto fanno arrabbiare Salvini. Le cronache degli ultimi mesi sono piene, anzi strapiene, di ogni dettaglio su qualsiasi aspetto di quanto accaduto, dalla nave Diciotti al processo a Salvini stoppato in Senato, alla natura e legittimità delle ONG, al ruolo di mediazione del presidente del consiglio Conte sulla ripartizione de* poch* “profugh*” portati in Europa, alle tiepide dichiarazioni del presidente della Camera, ai contrasti tra Lega e Cinque Stelle, etc.

Facciamo solo alcuni esempi tra i più recenti. Le 177 persone fatte sbarcare dalla nave Diciotti, l’imbarcazione bloccata al centro del Mediterraneo per giorni l’estate scorsa e diventata un caso politico eclatante, erano state ricollocate per lo più in alcuni centri di accoglienza gestiti dalla Chiesa italiana in varie diocesi. Delle cento persone di nazionalità eritrea, 92 uomini e 8 donne, che arrivarono la sera del 28 agosto 2018 nel centro d’accoglienza «Mondo Migliore» di Rocca di Papa, vicino Roma, non è rimasto più nessuno, e lo stesso è avvenuto in altre situazioni in giro per il paese dove erano state distribuite le altre persone provenienti dalla Diciotti. Si potrebbe dire, in questo caso, “tanto rumore per nulla”: se le persone migranti possono decidere liberamente e se hanno libertà di movimento, cercano semplicemente di farsi una vita autodeterminandosi, e non accettano di rimanere nella tanto acclamata “accoglienza” in strutture che loro definiscono “campi” e considerano più o meno simili a carceri e lager.

Altri casi, infatti, sono stati purtroppo diversi. Lo scorso 9 gennaio, 49 persone soccorse in mare dalle navi “Sea Watch” e “Sea Eye” dopo mille polemiche furono fatte sbarcare sulla terraferma europea a Malta solo dopo estenuanti trattative che portarono alla promessa di una ripartizione de* migranti in diversi stati europei. L’Italia avrebbe dovuto “accoglierne” ben dieci, ma solo grazie all’intervento della Chiesa Valdese, che l* avrebbe ospitat* a sue spese, permettendo così al ministro dell’Interno di poter dire che aveva comunque vinto la sua politica dei “porti chiusi”. Ebbene oggi, dopo tre mesi, quasi tutte 49 le persone che scesero dalla “Sea Watch” si trovano (assieme ad altre provenienti da sbarchi precedenti e successivi) in stato di prigionia presso il centro di detenzione per migranti di Marsa, vicino La Valletta, un “hotspot” in cui sono rinchiuse. Per tre giorni, dal 5 all’8 marzo, queste persone hanno portato avanti uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e per conoscere al più presto il loro futuro [https://www.timesofmalta.com/articles/view/20190313/local/hunger-strike-as-migrants-frustration-over-relocation-grows.704407]. Il 12 marzo, 15 persone sono riuscite a fuggire: 13 direttamente dal centro di detenzione e altre due dagli uffici della commissione per i rifugiati, dove erano state condotte per dei controlli. Dopo la caccia organizzata dalla polizia maltese, 5 persone sono state rintracciate e riportate nel centro di detenzione di Marsa [https://lovinmalta.com/news/15-migrants-escape-from-marsa-reception-centre-and-refugee-commissioner]. Ma la questione della “Sea Watch” era già stata archiviata e aveva fatto tutti contenti.

Veniamo infine agli ultimi giorni, quando la nave “Mare Jonio” è sbarcata a Lampedusa dopo un altro forte (ma ben più rapido rispetto al passato) scontro politico, con Salvini che strepitava contro la “nave dei centri sociali” e la sinistra che invocava a gran voce l’apertura del porto dell’isola siciliana. Alla fine * migranti sono sbarcat*, ma la nave è stata sequestrata e il comandante indagato. Salvini è rimasto soddisfatto, mentre il movimento che ha dato vita alla “Mare Jonio” ha organizzato delle manifestazioni in tutto il paese per chiedere il dissequestro della nave. E le 49 persone che sono sbarcate a Lampedusa? Che fine hanno fatto? Anche qui pare che nessuno abbia voglia di mantenere accesi i riflettori. Il governo ha ottenuto lo scalpo dell’imbarcazione della ONG e questa ha portato le persone migranti al sicuro. Talmente al sicuro che adesso si trovano nel lager di Lampedusa, un “hotspot” come quello di Malta e come i tanti che affollano il vecchio continente. Molte di queste persone fuggivano da altri lager in Libia e ora si ritrovano rinchiuse in territorio italiano, mettendo così in evidenza la continuità del sistema concentrazionario creato dall’Europa: il loro grido di esultanza “libertà, libertà” una volta scese dalla “Mare Jonio” è stato spezzato subito, ma non c’erano più le telecamere a documentarlo.

 

Venezuela: di fronte agli inganni

Redazione di El Libertario

[Nota introduttiva: portavoce anarchici di diverse parti del mondo sono stati concordi nel sollecitarci un testo che riassumesse da un punto di vista libertario quello che sta accadendo in Venezuela, in particolare per smascherare tutte le menzogne che gli autoritari di ogni tipo stanno diffondendo a riguardo. In risposta, abbiamo preparato quanto segue, che è stato già tradotto e diffuso in varie lingue, con l’intenzione tanto di esporre la nostra prospettiva quanto di smascherare le posizioni ingannevoli che sono state diffuse massicciamente su quanto sta accadendo in questo paese]

Quelli che ci leggono di sicuro avranno familiarità con le due diverse letture della situazione venezuelana promosse dalle due fazioni statali in guerra, ed è proprio a queste e alla loro identica narrazione ingannevole che qui ci riferiamo, cercando di chiarire uno scenario che si è cercato di confondere con strenui sforzi. Da un lato i difensori del capitalismo liberale e delle pagliacciate della democrazia rappresentativa, che presentano la crisi venezuelana come il risultato inevitabile della ricerca di qualsiasi alternativa alle loro ricette economiche e politiche; dal versante opposto, i paladini del capitalismo di Stato e del suo caricaturale socialismo autoritario; entrambe le parti impegnate sia ad autoriconoscersi come le uniche opzioni possibili per comprendere e proporre percorsi utili alla società venezuelana, sia a nascondere le loro enormi somiglianze quando si tratta di definire e applicare le strategie di oppressione e sfruttamento imposte sulla collettività e a favore dello Stato e del Capitale. Parlare dell’identità di base che esiste tra queste due interpretazioni, che si dicono l’una “democratica” e l’altra di “sinistra socialista”, risulterà antipatico a chi coltiva rapporti con qualsiasi delle due, ma su “El Libertario” abbiamo insistito nel presentare prove che dimostrino l’evidenza di questa tesi, ed è quello che stiamo facendo da molti anni. Così, per esempio, gli uni e gli altri blaterano di anticapitalismo come di un modello che definisce l’essenza stessa del regime bolivariano, quando basta ricordare come i governi di Chàvez e Maduro hanno fatto ripetuti appelli e stretto accordi con il capitale internazionale affinché partecipasse allo sviluppo del modello di sfruttamento estrattivo delle risorse naturali del Venezuela, una politica che si realizza con la proposta ufficiale di sfruttamento dell’Arco Minero dell’Orinoco, alla sua totale svendita ecocida, contando sull’appoggio silenzioso di quell’opposizione parlamentare che tanto tuona su altri temi, ma che con la sua tacita approvazione chiarisce che, qualora arrivasse al potere, non modificherebbe questo modello di sfruttamento e di saccheggio. Un altro tema in cui si riscontra questa coincidenza lo ritroviamo quando si vuole silenziare la caratterizzazione militarista che il governo Chàvez ha avuto fin dall’inizio e che si è approfondita nel corso degli anni. Soprattutto adesso, quando si negozia con le forze armate la fine del loro sostegno a Maduro, si offre loro impunità (mascherata da “amnistia”) per tutta la responsabilità che ricade su di loro rispetto alla repressione e alla corruzione caratteristiche di un regime di cui sono state un elemento chiave. Da parte delle due interpretazioni dominanti della crisi nazionale c’è un enorme sforzo affinché si ignori che, a partire dalla sua ascesa alla presidenza nel 1999, Chàvez ha dato una priorità alla presenza militare nelle attività di governo in un modo che non si vedeva in Venezuela dalla dittatura militare degli anni ’50. Questo predominio dei militari non ha cessato di aumentare durante tutta la durata del suo mandato, rafforzandosi ancora sotto Nicolàs Maduro a partire dal 2013, tanto che questa preponderanza è diventata una delle caratteristiche dittatoriali più evidenti di questo regime. Con la proclamata “transizione” che si immagina avvenga al più presto, lo stato d’animo tra il ceto politico di opposizione pronto ad appropriarsi del potere statale è di lasciare che l’élite militare si goda il bottino più sostanzioso di cui hanno goduto negli ultimi decenni, in modo che tanto i “democratici” quanto i “socialisti” si arrendano alla triste realtà del ricatto militarista che è stato imposto e cresce nel XXI secolo.

Intervento dei poteri esterni: ora lo vedi, ora non lo vedi

I sostenitori di uno e dell’altro schieramento si risentiranno che stiamo tralasciando un aspetto essenziale del conflitto che li oppone tanto ferocemente, e cioè la clamorosa denuncia che la fazione rivale sia un servile agente di interessi stranieri. Per l’opposizione di destra e socialdemocratica la malvagia presenza straniera è rappresentata in primo luogo dal regime dittaroriale cubano, che non solo è stato un parassita privilegiato dei profitti provenienti dalla rendita oggi traballante del petrolio venezuelano, ma anche un fattore decisivo nell’imporre un modello autoritario che cerca di seguire i passi di quello che governa a L’Avana; poi si menziona la Cina e l’aumento della sua influenza come finanziatore e creditore del governo venezuelano, e la Russia, con meno peso economico però con un sostegno politico militare rilevante; inoltre si fa riferimento alla presenza -oggi in calo come i proventi petroliferi che la sostenevano- di governi che hanno ottenuto benefici economici e/o politici dalle relazioni con lo Stato venezuelano; la stessa cosa riguarda i gruppi parastatali come la guerriglia colombiana, prima delle FARC e ora dell’ELN. Dal punto di vista chavista la Bestia Nera per eccellenza è l’imperialismo nordamericano, che con l’impresentabile leadership di Trump svolge a meraviglia il ruolo del cattivo secondo i canoni classici della propaganda marxista. Poi ci sarebbe tutta la schiera di lacchè, servi e soci minori degli Yankee. È curioso scoprire che entrambe le prospettive si basano su fatti certi e verificabili, di fronte ai quali l’altra parte compie il massimo sforzo di ignorarli, così che, ad esempio, la incontrovertibile e talvolta anche ostentata presenza di funzionari cubani nelle istituzioni militari e di sicurezza dello Stato pare un dato invisibile per alcuni, attitudine simile a quella degli altri di fingere di non conoscere gli accordi a interessi usurai che il governo Maduro ha fatto con le banche internazionali, una pretesa di ignoranza nella quale di sicuro si nasconde un accordo furtivo con i propri “inconciliabili” nemici.

Nota finale: limiti di spazio impediscono lo sviluppo di altri aspetti di questo argomento. Rimandiamo al blog di El Libertario http://periodicoellibertario.blogspot.com per avere informazioni e dettagli che rafforzino una visione alternativa.

Fonte http://periodicoellibertario.blogspot.com/2019/02/venezuela-frente-los-fraudes.html?m=1

Abolire l’ICE finanziandolo

Di Scott Jay

tradotto da https://libcom.org/news/abolishing-ice-funding-it-07012019

Nonostante le promesse fatte di “Abolire l’ICE”, Alexandria Ocasio-Cortez e altri hanno votato per finanziarlo fin dal loro primo giorno di mandato.

Alexandria Ocasio-Cortez ha suscitato molto scalpore con la sua vittoria a sorpresa nel quattordicesimo distretto congressuale di New York l’anno scorso. Ancora più clamorosa fu la sua dichiarazione radicale di volere “Abolire l’ICE”, ovvero l’agenzia per l’immigrazione e le autorità doganali incaricata di radunare e deportare gli immigrati privi di documenti.
A luglio, scrissi con un po’ di scetticismo riguardo questo slogan proveniente da Ocasio-Cortez e ripreso da molti altri democratici.

Adesso possiamo iniziare a giudicare esattamente cosa significa nella pratica questo slogan.
Si scopre che lei, insieme all’intero gruppo parlamentare del Partito democratico, alla Camera dei Rappresentanti ha votato per finanziare l’ICE nel suo primo giorno di mandato.

Non è stato un voto per finanziare le attività della pubblica amministrazione, sospese per settimane perché Trump si rifiuta di firmare il bilancio fino a quando non ottiene finanziamenti per il muro sul confine con il Messico. Quello era un altro voto. No, la presidente della Camera Nancy Pelosi ha programmato un voto completamente separato unicamente per finanziare il Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Questo è il dipartimento che sovrintende l’ICE e le protezioni doganali degli Stati Uniti. E questo disegno di legge è passato con il sostegno di tutti i membri del Congresso democratico, compresi i socialisti democratici Ocasio-Cortez e Rashida Talib, così come un certo numero di altri autoproclamati “abolizionisti” dell’ICE.

E sì, ci sono stati altri sostenitori della “abolizione dell’ICE” nel Partito Democratico negli ultimi mesi. Per alcuni mesi è sembrata esserci una crescente rinuncia a finanziare l’ICE nel partito, in quanto anche importanti politici democratici e probabili candidati alla presidenza come Elizabeth Warren e Kirsten Gillibrand hanno adottato lo slogan.

Ma è successa una cosa divertente. I democratici – e so che questo sarà uno shock per molti – si sono tirati indietro. Una proposta di legge fu presentata anche al Congresso, ma la Camera (allora dominata dai repubblicani) aveva già programmato un voto sul proprio disegno di legge, così i nostri aspiranti abolizionisti annunciarono che avrebbero votato contro la loro stessa proposta.

Erano tutte cazzate.

Sì, alla fine è venuto fuori che erano tutte cazzate.

Sfortunatamente, a questo giro non avremo nessuna analisi degli eventi da parte di Jacobin o The Nation, perché sono entrambi troppo impegnati a strombazzare questa falsa promessa per portare avanti l’interminabile campagna per far eleggere i loro compagni democratici. E così, purtroppo, siamo costretti ancora una volta a dover leggere la stampa capitalista per capire cosa stia realmente accadendo.

NBC News ha scritto poco prima delle elezioni di novembre che “Solo pochi giorni prima delle elezioni di medio termine, la questione”Abolire l’ICE” è quasi scomparsa dai radar”. Si è scoperto che quello che volevano fare era puntare il dito contro Trump – e quindi conquistare posti nelle prossime elezioni- piuttosto che trasformare il sistema del controllo sull’immigrazione negli Stati Uniti in modo radicale o anche soltanto superficiale. Alla fine i democratici hanno scoperto che puntare il dito contro l’ICE significava attaccare le forze dell’ordine perché in realtà, sono gli agenti dell’ICE o i poliziotti a far rispettare le leggi contro i migranti? E nessuno (nella politica del Partito Democratico) vuole attaccare i poliziotti.

Così lo slogan è stato abbandonato e nel primo giorno di uno dei Congressi più eterogenei nella storia degli Stati Uniti, i democratici hanno votato per finanziare l’ICE, il pattugliamento dei confini e il resto del Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS). E se qualcuno volesse far notare come ICE e DHS non sono la stessa cosa, e che il DHS è più di un semplice ICE, è il benvenuto: spiegasse come il DHS ha contribuito così tanto al miglioramento dell’umanità. Attendiamo pazientemente.

Vale la pena notare quale sia stata l’efficace manovra di Nancy Pelosi, che ha messo fuori strada i suoi colleghi sia a destra che a sinistra. In particolare, il voto di riserva per il finanziamento del DHS – ma senza alcun finanziamento per il muro sul confine messicano – ha costretto molti repubblicani a votare no ai finanziamenti al DHS. Ha inoltre rafforzato le credenziali del suo partito come il miglior gestore della sicurezza nazionale, grazie al voto che sosteneva in maniera integrale la misura proposta. E chi avrebbe potuto votare no in questa situazione? Saresti dovuto essere davvero radicale per voler farlo. Meglio giocare in squadra e dare alla macchina contro l’immigrazione e la droga un giusto finanziamento.

Questo è il tipo di pensiero che venne fuori durante la disastrosa campagna di John Kerry nel 2004: candidandosi a presidente contro George W. Bush, dichiarò in un dibattito nazionale che avrebbe “dato la caccia e ucciso i terroristi”. Questo è il tipo di politica che si svolgerà nelle elezioni del 2020, con Pelosi in testa e il suo gruppo parlamentare che la segue diligentemente.

Ma forse questo era semplicemente un momento inopportuno per sollevare l’abolizione dell’ICE? Non proprio. Questo sarebbe stato un momento perfetto per i radicali (se volessero davvero essere radicali) per sabotare l’intera operazione e smascherare le politiche di Pelosi e del resto del Partito Democratico per quello che sono. Se solo lo avessero voluto fare davvero. Ma Ocasio-Cortez aveva già annunciato che non è quello che vuole fare in Parlamento, come ha dichiarato a Vanity Fair: “Ci sono alcune questioni in cui farò arrabbiare alcuni democratici se vedo che stanno cercando di restituire il proprio stipendio ai finanziatori di Wall Street. Ma questo non significa che sto andando a dare fuoco alla casa”. In altre parole, l’obiettivo è fare pressioni sui Democratici mentre sostengono le loro campagne elettorali e sostenere il loro continuo dominio sul movimento operaio e sulla Sinistra.

Alcuni potrebbero essere stati ispirati, o piuttosto ingannati, dal sit-in fatto da Ocasio-Cortez presso l’ufficio di Pelosi per chiedere un’azione rapida sul cambiamento climatico. Ma nemmeno questo è stato il colpo radicale alla leadership del Partito Democratico che sembrava. “Se Pelosi diventasse la prossima presidente della Camera”, ha detto Ocasio-Cortez ai manifestanti riuniti, “dobbiamo dirle che le abbiamo ridato la possibilità di mostrare e perseguire l’agenda più progressista che questo paese abbia mai visto riguardo l’ambiente”. Qualche giorno dopo, Ocasio-Cortez ha annunciato che avrebbe sostenuto Pelosi come prossimo presidente della Camera. La sua non era dunque una protesta contro Pelosi, anzi, era solo una mossa amichevole.

Raramente c’è stato un tale divario tra apparenza e sostanza, e non si vogliono qui denigrare le capacità di Alexandria Ocasio-Cortez. Può essere una grande comunicatrice delle idee socialiste quando lo vuole, ma diventa troppo deludente quando vuole essere una mediatrice, come accade troppo spesso. E mentre è bello sentirla parlare di un’aliquota massima del 70% sui ricchi, e che sarebbe ancora meglio vedere tali fondi andare verso programmi di assistenza sociale, spesso abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi che le rivolte non avvengono perché le persone sono convinte che sia possibile una migliore politica fiscale. Le rivolte si verificano quando la gente comune non può più tollerare la vita com’è, quando non ci sono alternative o speranza nei poteri esistenti, quando non c’è fiducia nei due partiti o nei riformatori sociali che fanno grandi promesse che non riescono a mantenere. Questo è qualcosa per cui vale ancora la pena sperare.

 

I giovani guidano la resistenza in Sudan

Di Rabah Omer

tradotto da https://africasacountry.com/2018/11/youth-revive-resistance-in-sudan

La repressione statale non può competere con le forme innovative di attivismo tra i giovani del paese.

Quando parliamo della crisi della governance in Sudan, l’attenzione è solitamente limitata all’incompetenza e alla corruzione del partito al governo. Tuttavia, l’opposizione del National Umma Party (NUP) è vista con altrettanta sfiducia, a causa delle sue regolari alleanze con il regime, e inoltre, per la sua mancanza di visione, di un piano per affrontare i problemi del paese e per guidare un cambiamento significativo.

Dal momento in cui il National Congress Party (NCP) del presidente Omar el-Bashir ha preso il potere con un colpo di stato nel 1989 (dopo una scissione con i suoi partner del partito islamico), ha lavorato diligentemente per attuare un piano globale per eliminare tutte le forme di resistenza.

Bashir introdusse la politica di Altamkeen (potenziamento e consolidamento) e lanciò una serie di iniziative per assicurarsi la presa sulle risorse economiche e politiche del paese. Bashir ha iniziato mettendo al bando tutti i partiti politici, le associazioni professionali, i sindacati degli studenti e le attività civiche. Ha poi licenziato migliaia di persone non allineate al partito di governo dal servizio pubblico, compresi esercito e polizia. Per quanto riguarda la politica, il PCN ha annunciato la liberalizzazione degli scambi, le misure di privatizzazione, la revoca delle sovvenzioni sociali e i tagli alla spesa pubblica per i servizi.

L’obiettivo era quello di simulare le condizioni economiche che l’hanno avvantaggiato (assieme al Movimento Islamico) a metà degli anni ’70 -’80, quando ha beneficiato enormemente della corruzione e della speculazione derivante dalle politiche di liberalizzazione del Fondo Monetario Internazionale e di altri sostenitori occidentali. La liberalizzazione economica secondo il disegno del FMI è stata attuata rapidamente, determinando la privatizzazione dei principali nodi produttivi del paese. Il governo ha venduto imprese e società di proprietà pubblica in tutti i settori, come i trasporti, le comunicazioni e l’agricoltura, attraverso procedure corrotte che hanno favorito gli affiliati del partito.

La trasparenza e la responsabilità erano quasi assenti; il governo controllava il sistema bancario, limitando i prestiti ai soli fedelissimi del partito.

L’impatto sociale di queste politiche negli ultimi tre decenni è stato devastante. Come ogni paese che applica la liberalizzazione economica senza alcun accompagnamento e una pianificazione strategica, la polarizzazione della società sudanese – dove l’opulenta ricchezza dei pochi contraddice la povertà della maggioranza, insieme ai tagli alle spese mediche e scolastiche – è desolante. Inoltre, le guerre civili che hanno avuto inizio nel sud del Sudan e nel Darfur nei primi anni del 2000 hanno causato centinaia di migliaia di sfollati interni e un esodo di persone nella povertà a Khartoum e nei dintorni. Migliaia di cittadini sudanesi sono fuggiti dal paese.

I giovani in Sudan, quelli di età compresa tra i 15 e i 35 anni che costituiscono il 41% della popolazione, sono stati particolarmente colpiti. Coloro che non hanno sostenuto il partito al governo hanno trovato difficoltà a esprimere il loro potenziale. La disoccupazione giovanile era alta e la resistenza studentesca, per esempio, non era tollerata. Sindacati studenteschi, associazioni professionali e organizzazioni comunitarie/culturali sono stati infiltrati da quadri del governo, per assicurarsi che stessero seguendo la linea del partito. Il governo ha capito, attraverso l’esperienza, che questi ambienti erano terreno fertile per la resistenza e l’organizzazione della comunità. Ci sono voluti ulteriori passi per sopprimere le sfide lanciate al suo potere, introducendo restrizioni su dove gli studenti registrati potevano vivere (confinati nei campus), riducendo gli aiuti finanziari e limitando i trasporti nei campus. Il regime ha lanciato “Il progetto studentesco generatore di reddito” e ha promosso una campagna per “lavorare duramente”. L’accesso all’espressione sociale, culturale e politica era limitato, al di là di ciò che era controllato dal governo. E le sanzioni imposte dalla comunità internazionale hanno ulteriormente isolato il paese e i suoi giovani.

Attualmente, un problema centrale nel panorama politico è la mancanza di alternative. Il popolo sudanese diffida dell’opposizione e il regime sfrutta questa sfiducia dell’opinione pubblica per sopprimere gli sforzi dell’opposizione per mobilitarsi per il cambiamento; la gente guarda a modelli di cambiamento dal passato, ai movimenti rivoluzionari che hanno rovesciato due dittature e combattuto contro il colonialismo. In tal modo trascurano il fatto che nonostante tre decenni di repressione sotto el-Bashir, diverse forme di attivismo sono comunque emerse nel Sudan contemporaneo.

Storicamente, la grande potenzialità sociale del Sudan non è stata mai presa sul serio, o tanto meno considerata una fonte di forza. Generazioni di leader politici in Sudan furono educate e addestrate secondo il metodo del sistema coloniale, che mirava a creare élite e ad allontanare ulteriormente la politica dal quotidiano della maggioranza sudanese. La resistenza giovanile a queste divisioni imposte non è nuova, anzi ha precedenti storici risalenti agli anni ’80 presso l’Università di Khartoum. I tentativi della dittatura di infiltrarsi e di minare gli sforzi di chi affrontava l’autorità politica, attraverso gruppi di studenti, affiliati e attività, sono stati neutralizzati con successo da un gruppo di studenti che ha lanciato il movimento molto diffuso Alheyad (Neutralism), che chiedeva di trasformare la politica in Sudan. Il movimento ebbe successo politicamente ed economicamente; ha vinto le elezioni sindacali studentesche e prodotto un corpus significativo di pratica militante che ha cambiato significativamente il linguaggio dell’attivismo studentesco presso l’Università di Khartoum.

Il movimento Alheyad aveva molto in comune con le iniziative di strada contemporanee. Si basava sul social networking, aveva un’organizzazione fluida, rispondeva alle reali esigenze della società e forniva soluzioni pratiche. Ha finanziato le sue attività raccogliendo denaro da studenti, neolaureati e da reti più ampie della società civile. Cosa più importante, ha prodotto una profonda critica della politica in Sudan e ha incarnato ciò che la politica dovrebbe rappresentare nella società nel suo complesso. La dipendenza dal social networking facilitò le iniziative del movimento e proteggeva i suoi membri dalle vessazioni degli agenti di sicurezza governativi; ha reso facile raccogliere informazioni.

Il crollo di tre decenni di regole repressive e politiche di aggiustamento strutturale ha creato una crisi in Sudan che richiede una risposta adeguata. I giovani del paese si stanno mobilitando. Ad esempio, la privatizzazione dell’assistenza sanitaria significa che la cura di determinate malattie è un lusso piuttosto che un diritto. In risposta, un’iniziativa denominata Shar’i Alhawadith (Emergency Street) – per la strada di Khartoum da dove è iniziata – censisce i malati della comunità che non possono permettersi le loro medicine. Il gruppo raccoglie fondi attraverso i social media e le collette di strada, per aiutare a pagare questi farmaci. Un altro movimento, Adeel Almadares (Doing Good for Schools), raccoglie denaro per le rette scolastiche degli studenti e la manutenzione delle infrastrutture, nel caso di scuole che sono cadute in rovina. I gruppi sono mobilitati per rispondere alle crisi non appena si presentano. L’iniziativa Nafeer salva e sostiene le persone che sono state colpite dalle inondazioni. Fornisce riparo, cibo e manodopera per riparare le case danneggiate, mentre partecipa anche alla costruzione di un’infrastruttura di prevenzione delle alluvioni. Sadagat (denaro donato per aiutare gli altri) lavora durante il Ramadan per assicurare il pasto principale della giornata alle famiglie bisognose. Viene anche riconosciuta l’importanza di far rivivere la vivacità culturale e intellettuale della comunità. Mafroosh (Laid Out in the Open) organizza una fiera/scambio di libri mensili. È un popolare luogo di incontro per i giovani. Un’altra iniziativa è volta a riunire poeti e persone interessate nelle strade per recitare e celebrare la poesia.

Tutte queste iniziative hanno obiettivi distinti, ma anche caratteristiche chiave in comune. Innanzitutto, fanno affidamento su valori molto celebrati della società sudanese: rispondere prontamente alle esigenze degli altri, ad esempio. Se guardiamo al significato dei loro nomi, scopriamo che sono tutte parole tradizionali sudanesi usate per organizzarsi ad aiutare gli altri, che evidenziano l’altruismo e la dedizione ai membri della comunità. In secondo luogo, queste iniziative non hanno strutture sistematiche o un’organizzazione rigorosa; sono reti spontanee che si basano sulla volontà e sull’interesse delle persone che vogliono dedicarvisi volontariamente mettendo a disposizione il loro tempo e le loro energie. Ogni giovane sudanese che è mosso dall’urgenza dei bisogni degli altri è una potenziale risorsa per tali gruppi. Terzo, operano senza una posizione fissa. Si incontrano per strada, di solito tra le bancarelle dei venditori di tè, seduti sul banber (sgabelli tradizionali), che è un modo comune di socializzare e passare il tempo in Sudan. Fanno affidamento sulla natura radicata dei social network nella società sudanese. La sovrapposizione di famiglie allargate, vicini, parenti di vicini, amici e colleghi crea vari aggregati di conoscenze e facilita la condivisione delle informazioni. Questo è diventato ancora più efficiente con l’avvento della tecnologia e dei social media in particolare.

Queste iniziative giovanili sono potenti atti di resistenza e resilienza dato l’enorme stress e la mancanza di risorse con cui la maggior parte dei giovani sudanesi vive quotidianamente. Il fatto che siano spesso molestati e persino arrestati dalla polizia parla del loro coraggio e impegno. Coloro che vogliono immaginare un cambiamento e pensare il futuro del Sudan dovrebbero prendere in considerazione tali ricchezze presenti nella società.

L’attivismo politico marocchino e le virtù di una visione a lungo termine

di Patrick Snyder

Tradotto da http://www.jadaliyya.com/Details/38095/Moroccan-Political-Activism-and-the-Virtues-of-Taking-the-Long-View

Le rappresentazioni convenzionali sulle questioni politiche in Medio Oriente e Nord Africa tendono sempre ad oscillare tra estremi. Preso in una sorta di “Paradosso del Comma 22” (di fronte alle numerose opportunità non è possibile effettuare alcuna scelta N.d.T), l’attivismo politico nella regione è, nelle parole dello studioso iraniano Asef Bayat – “dannato se fa e dannato se non lo fa”, o è “irrazionale” e “aggressivo”, oppure è “apatico” e “morto” -. Questa tendenza alla divisione binaria dell’attivismo politico è ancora più evidente quando si guarda alla produzione scientifica sulla “Primavera Araba” e, in particolare, alla spiegazione del perché la maggior parte dei regimi autoritari della regione sia riuscita a sopravvivere. Tanti articoli e libri sono stati scritti sull’argomento negli ultimi sette anni, ma la spiegazione più comune attribuisce una continuità autoritaria a una serie di fattori chiave: forze armate frammentate o leali al potere, aumento del protezionismo e del “rentierismo”, una parte di repressione, e nel caso del Marocco, della Giordania e dei regni del Golfo, la speciale “legittimità” della monarchia. Secondo queste analisi la “Primavera araba” è finita, i suoi risultati conosciuti e l’attivismo politico nella regione ripristinato ai livelli di inerzia “pre-Primavera Araba”.

Tale visione viene in parte da una predilezione dello studio delle élite e delle istituzioni politiche formali, tuttavia lascia poco spazio per catturare tutte le ampie sfaccettature della contestazione popolare, il flusso e il riflusso dell’attivismo politico al di fuori del cerchio della politica delle élite, dei partiti politici, e delle (imperfette) elezioni. In altre parole, la fretta di “etichettare” i casi e i “risultati” finali oscura tutti i più importanti cambiamenti nelle relazioni tra stato e società che gli eventi di sette anni fa hanno accelerato e impone una teleologia dei complessi processi sociali e politici non facilmente quantificabili e percepibili dalla superficie. Questi processi sono ancora in corso e non sono iniziati da zero nel 2011. Quindi, per studiosx e attivistx sensibili alla base della contestazione popolare nella regione, la cosiddetta “primavera araba” è un termine improprio – né interamente Arabo (come nel caso dell’attivismo Amazigh in Marocco e Algeria) – non limitato alla primavera del 2011. Allo stesso tempo in moltx hanno spiegato le mobilitazioni della “Primavera araba” attraverso il linguaggio razionalista delle proteste a cascata e dell’aggiornamento degli interessi, una lettura del tutto fuorviante. In effetti, come chiarisce lo studioso di scienze politiche Marc Lynch, “non si è trattato semplicemente della scoperta di alcuni limiti ma la trasformazione degli interessi soggiacenti e dell’ideale concernente la legittimità morale dei regimi” che spingeva gli attori ad unirsi alle proteste – qualcosa che rivela molto sul “cambiamento delle identità e dei valori, piuttosto che informare sul calcolo di rischi e opportunità”. In altre parole, per moltx, le proteste del 2011 hanno alterato le percezioni di ciò che è possibile, ciò che è legittimo e ciò che è moralmente giusto –un mutamento di identità e credenze normative che rimangono coerenti e generative del futuro attivismo politico, anche nel caso della presenza di un’autorità formale autoritaria.

Lo Hirak del Rif e il campo da gioco alterato dell’attivismo marocchino

La cosa positiva nel guardare sul lungo termine le analisi degli effetti della “Primavera araba” – o di quelle che potrebbero essere meglio definite come “le rivoluzioni della dignità” – forse è rappresentata meglio dal Marocco di oggi. Dal 2016, un movimento di protesta importante, significativo e con forme di protesta in evoluzione chiamato Hirak del Rif ha attanagliato il regno. Le richieste del Hirak per l’uguaglianza politica, economica e sociale hanno avuto una forte eco in un paese dove le molestie, le umiliazioni e l’impunità – o hogra – dei funzionari di stato è molto diffusa e la diseguaglianza economica persistente. Queste realtà attestano l’inefficacia di decenni di liberalizzazione economica, delle iniziative sostenute dall’Occidente, della liberalizzazione apparente e delle riforme politiche, come quelle attuate sulla scia delle proteste di sette anni fa. Mentre i leader del Hirak sono stati incarcerati e condannati a pene severe, e la portata delle proteste sembra essere diminuita, il movimento Hirak è solo una parte di un movimento che non mostra segni di indebolimento. Con le parole del giornalista marocchino Reda Zaireg, mentre i cittadini comuni si sentono disincantati dalla “democratizzazione” in stallo, dall’ampliamento delle diseguaglianze e dalla crescita dell’oppressione, “sempre più cose vengono chiamate adesso con il loro nome”. Ci sono altri segni di una maggiore volontà di sfidare lo status quo nonché dell’emergere di forme di attivismo politico difficili da cooptare o reprimere.  Ad esempio, il boicottaggio prolungato – e chiaramente efficace – di alcuni dei maggiori marchi commerciali del Marocco, ovvero l’acqua Sidi Ali, la Centrale Danone e la benzina Afriquia. Mentre in parte si basa sulla protesta per l’aumento dei prezzi, il boicottaggio ha anche una connotazione politica evidente, poiché una parte importante delle grandi imprese commerciali marocchine o è detenuta dal re attraverso i suoi fondi di partecipazione, o da uomini politici e delle élite rispettosi del Palazzo. Per esempio, nonostante alcune delle società prese di mira sono possedute dal re stesso, fino a qualche anno fa egli deteneva una partecipazione anche nella Centrale Danone, che cedette nel 2015. Inoltre, il conglomerato petrolifero e di gas Afriquia è posseduto da Aziz Akhnnouch, alleato del Palazzo e dall’attuale ministro dell’agricoltura il cui partito, l’Unione degli indipendenti nazionali (RNI)ha giocato un ruolo fondamentale nel blocco politico durato parecchi mesi che si è concluso con la fine del mandato di Benkirane, del partito islamista al potere (Partito della giustizia e dello sviluppo, o PJD). Una personalità, quest’ultima, dal carisma e dalla popolarità difficilmente tollerabile per il Palazzo. I boicottaggi sono ugualmente un modo di esprimere la collera di fronte all’aumento del costo della vita in un paese paese in cui, malgrado la crescita macroeconomica relativamente positiva, le ineguaglianze economiche persistono e rimangono tra le più elevate della regione. La campagna di boicottaggio si sta svolgendo contemporaneamente a un altro movimento di attivismo politico guidato dai social media: una campagna contro le violenze sessuali in Marocco. Chiamata “Masakatsh” (Io non sto zitta), la campagna si è diffusa tra la popolazione marocchina, rompendo con una cultura di tolleranza e di indifferenza verso coloro che sopravvivono alle molestie sessuali. Nel momento in cui una nuova legge contro le molestie sessuali è recentemente entrata in vigore, le critiche hanno messo in evidenza come questa non sia assolutamente sufficiente – per esempio, la sua formulazione resta vaga, è di difficile applicazione e non riesce a interdire completamente il matrimonio dei minori. La campagna è stata lanciata in parte al momento dell’arresto per stupro in Francia della pop star marocchina Saad Lamjarred – è la terza accusa del genere che gli viene rivolta – e i/le marocchinx hanno usato i social media per pressare le radio a non mandare più in onda le sue canzoni. Il caso di Khadija, una 17enne marocchina che è stata rapita e violentata psicologicamente e fisicamente da un gruppo di uomini, ha anche contribuito a mobilizzare i/le sostenitrici della campagna, con notizie e immagini della giovane ragazza diffuse nei social media nelle recenti settimane. Nonostante il fatto che “Masaktach” e il boicottaggio siano molto differenti nella loro origine e nei loro obbiettivi, rappresentano tutti e due la forza e il dinamismo della sfera della contestazione politica pubblica in Marocco, sette anni dopo gli appelli alla dignità e alla libertà scoppiati nella regione mediorientale e nordafricana. Queste nuove forme di attivismo politico si svolgono in un ambiente mediatico nazionale che si è considerevolmente evoluto nel corso di questi due ultimi decenni, in parte grazie a un più grande accesso a internet e ai deboli tentativi di liberalizzazione politica. I media indipendenti, come Le Journal e Lakome, si sono moltiplicati alla fine degli anni ’90 e negli anni 2000 e hanno aiutato a contribuire alla formazione dell’ambiente politico che ha lanciato il Movimento del 20 febbraio 2011. Tuttavia, all’interno di regimi autoritari ibridi come il Marocco, tali media indipendenti fanno difficoltà, con le parole della studiosa Fadma Ait Mous e dello studioso Driss Ksikes, a trascendere il “momento liberale” nel quale sono stati fondati, soccombendo all’intimidazione politica, alla repressione o alla cooptazione. Tuttavia, qualunque sia la fine di ogni giornale indipendente, è sempre più difficile per ogni regime autoritario censurare le informazioni non favorevoli online o bloccare delle campagne con connotazioni politiche. In effetti, il mese scorso, le informazioni diffuse in Marocco riguardo la morte di una studentessa di diritto, Hayat Belkacem (che viveva nel Rif in rivolta N.d.T), di 20 anni, assassinata dalla marina marocchina mentre cercava di scappare dal regno hanno generato una protesta importante durante una partita di calcio a Tetouan. Gli spettatori gridavano il loro desiderio di rinunciare alla cittadinanza marocchina. Più o meno nello stesso tempo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, la più grande organizzazione indipendente del paese, diffondeva la notizia di una manifestante uccisa dalla polizia durante un corteo per i diritti delle proprietà collettive. Così, mentre il governo sostiene che la vittima, Fadila, sia morta a causa di un attacco cardiaco, testimoni oculari e la stessa AMDH dicono che è morta strangolata da una bandiera marocchina, un evento tragico e inquietante dal forte simbolismo. Questi esempi, che sono solo quelli più recenti, non sono enumerati per indicare la preminenza del ruolo dei social media nella promozione della democrazia: queste situazioni suggeriscono che gli/le attivistx marocchinx continuano ad adattarsi a un ambiente mediatico alterato nel quale le informazioni sensibili sul piano politico possono essere condivise rapidamente e in maniera larga. Particolare molto importante per controllare la narrazione e fare nascere dei dubbi sui racconti ufficiali del regime. Nell’insieme, questi esempi si aggiungono al sentimento crescente che le strategie collaudate dal regime in materia di divisione e di repressione non bastano più a contenere lo scontento popolare e costituiscono un avvertimento per gli analisti politici concentrati in maniera ossessiva sui partiti politici, le élite e le classi dirigenti. La fine dei tentativi di liberalizzazione superficiale, a cominciare dalla nomina nel 1998 di un Primo ministro dell’opposizione, ha fatto ben poco alla “democratizzazione” del Marocco. La conseguenza di ciò, come scrive la scrittrice Mounia Bennabi-Chraibi, è la diminuzione del potere e della rilevanza dei partiti e delle istituzioni politiche e “l’estensione concomitante della scena della protesta, l’accumulazione delle competenze e di esperienza delle e dei manifestanti, lo sviluppo di crescenti capacità di coordinamento autonome che controbilanciano le tendenze repressive del regime”. Pertanto, lo Hirak, insieme ad altre forme emergenti di attivismo politico in Marocco rivela in una certa misura i pericoli di attuare riforme superficiali o fare promesse vuote. In effetti, le richieste che risuonano in tutto il Marocco oggi fanno eco a quelle di sette anni fa e mettono a nudo a un numero sempre crescente di marocchinx l’inconsistenza dei precedenti sforzi “di riforma”.

Usi della catastrofe

Di Jocine Velasco

tradotto da https://communemag.com/the-uses-of-disaster/

Il cambiamento climatico è qui. Nel mezzo della tempesta, si presenta l’opportunità di rompere con il capitalismo e la sua spietata disuguaglianza. Cogliamo al volo l’occasione finché possiamo. Le alternative sono impensabili.

“Qual è questa sensazione che si manifesta durante così tanti disastri?” si chiede Rebecca Solnit nel suo libro del 2009 “A Paradise Built in Hell”. Esaminando le risposte umane a terremoti, incendi, esplosioni, attacchi terroristici e uragani nel corso dell’ultimo secolo, Solnit afferma che l’idea comune che i disastri rivelino il lato peggiore della natura umana è fuorviante. Invece, l’autrice dimostra come possiamo vedere in molti di questi eventi “una sensazione più profonda della felicità, ma intensamente positiva”, una speranza propositiva che galvanizza quelle che lei chiama “comunità della catastrofe”. Quando l’ordine sociale prestabilito viene temporaneamente sospeso, una miriade di “comunità d’eccezione” costituite attraverso la collettività e l’aiuto reciproco, nascono in risposta. Gli esempi di Solnit includono l’uragano Katrina, l’11 settembre e il terremoto di Città del Messico del 1985. Per momenti fugaci, dimentichiamo le differenze sociali e ci aiutiamo a vicenda. Ahimè, quando il disastro è passato, queste comunità svaniscono. Con le parole di A.Paradise, il “grande compito contemporaneo” che affrontiamo è la prevenzione di tale smottamento, “il recupero di questa comunanza di intenti senza crisi o pressioni”. Data la calamità del riscaldamento globale, questo compito diventa sempre più urgente. Come smantellare gli ordini sociali che rendono così catastrofici i disastri, mentre allo stesso tempo rendono ordinario lo straordinario comportamento umano che provocano?

L’argomentazione di Solnit suona vera anche se si è meno ottimisti di lei sul valore intrinseco della comunità. Negli inferni del presente, troviamo gli strumenti di cui abbiamo bisogno per costruire altri mondi, nonché scorci allettanti di qualcosa che spesso si ritiene impossibile. Questo non è motivo di giubilo, né di ottimismo. Ma è motivo di speranza.

Affinché questa speranza si realizzi, tuttavia, dobbiamo andare al di là dell’analisi empirica di Solnit su ciò che accade in risposta a specifici eventi disastrosi e cogliere il carattere generale della catastrofe capitalista. Questa non è semplicemente una serie di eventi singoli – gli uragani Katrina, Harvey e Irma – ma una condizione permanente. Per molti, l’ordinario è una catastrofe. Allo stesso modo, qualsiasi risposta coerente a tale catastrofe permanente dovrà essere diffusa e duratura per avere successo. Costruire il paradiso all’inferno non è abbastanza: dobbiamo lavorare contro l’inferno e andare oltre. Più che di comunità della catastrofe, abbiamo bisogno del comunismo della catastrofe.

Ovviamente, nel richiamare il comunismo della catastrofe, non stiamo suggerendo che il verificarsi di sempre più frequenti incubi eco-sociali in qualche modo inevitabilmente produrrà condizioni sempre più mature per il comunismo. Non possiamo adottare il fatalismo perverso del “tanto peggio, tanto meglio” né aspettare un ultimo uragano per spazzare via il vecchio ordine. Piuttosto, stiamo osservando che anche il più grande e terrificante di questi disastri straordinari può interrompere il disastro ordinario che è, per la maggior parte del tempo, troppo grande per essere compreso appieno. Ci sono momenti di interruzione che, sebbene siano terribili per la vita umana, potrebbero anche significare una catastrofe per il capitalismo.

Il comunismo della catastrofe non è separato dalle lotte esistenti. Piuttosto, enfatizza il processo rivoluzionario che sviluppa la nostra capacità collettiva di resistere e prosperare: un movimento all’interno, contro e al di là di questo disastro capitalista in corso. Come possono i numerosi progetti che creano mini-paradisi nell’inferno essere coerenti con qualcosa di più di comunità effimere? Il comunismo della catastrofe aggiunge una definizione chiarificatrice al longevo progetto politico che si contrappone allo Stato e al Capitale e trabocca i loro confini. Orienta il movimento di un potere collettivo che, pur essendo palpabile durante i disastri straordinari, resta sempre presente, specialmente nei luoghi e tra i gruppi che hanno vissuto la situazione di un disastro ordinario per centinaia di anni. Il cambiamento climatico fa diventare centrali le competenze esistenti in quelle lotte per la sopravvivenza.

IL CAPITALISMO DELLA CATASTROFE, IL CAPITALE COME CATASTROFE

Il geografo Neil Smith ha sostenuto in modo convincente che non esiste una catastrofe naturale. Denominare i disastri come “naturali” occlude il fatto che essi sono tanto il prodotto di divisioni politiche e sociali quanto di forze climatiche o geologiche. Se un terremoto distrugge le abitazioni a basso reddito mal costruite e mal mantenute in una città, ma lascia le case ben costruite dei ricchi, incolpare la natura significa semplicemente assolvere gli Stati, i costruttori e i padroni, per non parlare dell’economia capitalista che produce tali disuguaglianze in primo luogo. I disastri sono sempre co-produzioni in cui forze naturali come le placche tettoniche e i sistemi meteorologici lavorano insieme con le forze sociali, politiche ed economiche.

Il modo in cui si svolgono i disastri straordinari, quindi, non può essere separato dalle normali condizioni di catastrofe in cui si verificano. Era la categoria 4 dell’uragano Maria che ha devastato la colonia statunitense di Porto Rico, lasciando i residenti senza acqua potabile: un evento disastroso. Ma questa narrazione oscura il fatto che, prima dell’uragano, “il 99,5% della popolazione di Porto Rico era servita da sistemi idrici comunitari in violazione del Safe Drinking Water Act”, mentre “il 69,4% delle persone sull’isola era servito da fonti d’acqua che violavano gli standard sanitari di SDWA “, secondo un rapporto del Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Né tali eventi devastanti possono eclissare disastri più lenti come quello di Flint, nel Michigan, dove decenni di abbandono e inquinamento industriale del fiume Flint e dei Grandi Laghi hanno lasciato la comunità operaia, la maggioranza nera e latina senza acqua pulita. Facilmente trascurati perché mancano del potere spettacolare di un uragano o di un terremoto, disastri così estesi sfociano il confine tra disastro come evento e disastro come condizione. Ciò che per alcuni è una scossa improvvisa e inaspettata è per gli altri una questione di realtà quotidiana intensificata.

I cambiamenti climatici aumentano significativamente la frequenza e la gravità dei disastri sia lenti che veloci. Il riscaldamento globale significa una maggiore quantità di energia che circola nell’atmosfera e nelle superfici oceaniche. Ad esempio, quando gli oceani caldi creano celle a bassa pressione, l’energia termica, sotto l’influenza della rotazione terrestre, viene convertita nell’energia cinetica caratteristica degli uragani roteanti e delle tempeste tropicali. Le temperature più calde danno origine a più energia, che deve essere espressa in qualche modo (l’energia non può essere distrutta: può solo cambiare forma). La fisica di questo processo è diabolicamente complessa e difficile da studiare, tuttavia è possibile fare delle previsioni. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite suggerisce che il cambiamento climatico distruggerà cibo e acqua, danneggerà case e infrastrutture e porterà siccità e inondazioni, ondate di calore e uragani, mareggiate e incendi. I progressi delle scienze dell’attribuzione e delle conoscenze raccolte dal singolo grado Celsius del riscaldamento globale già in atto hanno reso possibile quantificare il contributo del cambiamento climatico agli eventi meteorologici estremi. Ora possiamo collegare il riscaldamento globale a calamità come l’ondata di caldo europeo del 2003 e l’ondata di calore russa del 2010, che ha ucciso decine di migliaia di persone, senza contare innumerevoli tempeste, inondazioni e altri eventi meteorologici.

Il fatto che il cambiamento climatico sia esso stesso creato dall’uomo (o meglio, provocato dal capitalismo) sottolinea ulteriormente l’impossibilità di separare eventi disastrosi da condizioni disastrose. La relazione tra le due corre in entrambe le direzioni: le condizioni danno luogo a eventi che, a loro volta, comportano ulteriori condizioni di radicamento. L’obiettivo dello stato-nazione durante e immediatamente dopo i disastri straordinari è di solito imporre l’ordine piuttosto che aiutare i sopravvissuti, e per questo motivo gli eventi catastrofici generalmente esacerbano il sottostante disastro del capitalismo. Nel terremoto di San Francisco del 1906, fu inviato l’esercito. Tra 50 e 500 sopravvissuti furono uccisi, e gli sforzi di ricerca, soccorso e spegnimento degli incendi auto-organizzati furono interrotti. I tentativi dello stato di gestire il disastro si sono dimostrati una forza disordinata, che ha distrutto le forme di auto-organizzazione dal basso. Una simile attenzione repressiva ai “saccheggiatori” (ad esempio i sopravvissuti) ha segnato la risposta dello stato americano all’uragano Katrina a New Orleans. Il 4 settembre 2005, sul ponte di Danziger, sette agenti di polizia hanno aperto il fuoco su un gruppo di neri che tentava di fuggire dalla città allagata, uccidendone due e ferendone gravemente altri quattro. L’assassinio di sopravvissuti neri in cerca di sicurezza illustra i mezzi con cui lo stato cerca di precludere le possibilità emancipatorie che potrebbero apparire durante tali disastri. In tali situazioni, lo stato non cerca altro che un ritorno alla normalità catastrofica per i poveri, i migranti e i neri. Tali azioni sono contrarie alle raccomandazioni anche dei sociologi mainstream della catastrofe. Nel 1960, ad esempio, il sociologo-militare Charles Fritz ha sostenuto incisivamente come lo stereotipo di un diffuso individualismo antisociale e di aggressività fiorente durante i disastri non fosse radicato nella realtà. Ha anche notato con acutezza che la distinzione tra disastri e normalità può “trascurare convenientemente le molte fonti di stress, tensione, conflitto e insoddisfazione che sono incorporate [sic] nella natura della vita quotidiana”.

Le disastrose macchinazioni di Stato e Capitale non si fermano comunque a eventi localizzati e puntuali, ma vanno dal locale al globale. Come hanno dimostrato scrittori come Naomi Klein e Todd Miller, disastri straordinari sono usati per prolungare, rinnovare ed estendere i comuni disastri di austerità, privatizzazioni, militarizzazione, polizia e confini. Questo è il capitalismo della catastrofe: un circolo vizioso in cui le normali condizioni di disastro esacerbano eventi di disastro straordinari, a loro volta intensificandone le condizioni originali. Eventi disastrosi permettono allo stato di implementare ciò che Klein chiama la “dottrina degli shock”. Questo processo implica la riqualificazione delle infrastrutture distrutte, dell’energia e delle infrastrutture di distribuzione agli standard neoliberali; lasciare i poveri senza elettricità o acqua potabile, costringendoli a trasferirsi in luoghi ancora più vulnerabili ai cambiamenti climatici; e incarcerandoli quando resistono o cercano di attraversare i confini per sfuggire a questa situazione insostenibile. Nei mesi successivi all’uragano Maria, Porto Rico ha sperimentato ulteriori privatizzazioni, peggioramento delle condizioni di lavoro e l’arrivo di colonialisti verdi: presunti filantropi come Elon Musk che nascondono le loro imprese iper-capitaliste dietro il paravento del recupero ambientale. La storia di Flint è simile, con le offerte fatte da Musk di risolvere i problemi infrastrutturali.

Le forze che agiscono nell’interesse dello Stato e del Capitale si presentano in un certo numero di forme, ovviamente. Gli attivisti del “Common Ground Collective” che fornivano aiuti d’emergenza all’indomani dell’uragano Katrina sono stati intensamente molestati non solo dai poliziotti razzisti ma anche da gente bianca armata che ha colto l’occasione per recitare in uno scenario post-apocalittico da fine-dei-tempi, con l’approvazione tacita e talvolta attiva facilitazione, della polizia.

SOPRAVVISSUTI IN ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Quello che lo studio degli eventi disastrosi e delle condizioni disastrose ci insegna è che il cambiamento climatico non è semplicemente una conseguenza involontaria della produzione capitalista, ma una crisi di riproduzione sociale (un termine che si riferisce alle strutture sociali auto-perpetuate che consentono la sopravvivenza quotidiana e generazionale e nello stesso tempo servono a mantenere intatte le disuguaglianze). Riconoscere questo non ci dà solo una nuova prospettiva sul problema, ma indica anche una fonte di speranza. È importante ricordare che le vite dei poveri, dei diseredati e dei colonizzati non sono modellate dal solo disastro. Coinvolgono, ad ogni cambiamento, forme di sopravvivenza e persistenza, spesso sotto forma di conoscenze e abilità trasmesse di generazione in generazione. Come insiste il filosofo Potawatomi Kyle Powys Whyte, mentre le popolazioni indigene conoscono bene la catastrofe sotto forma di centinaia di anni di tentativi di dominio coloniale, in quelle centinaia di anni hanno sviluppato le capacità per resistere e sopravvivere a disastri ordinari e straordinari. La studiosa femminista marxista Silvia Federici, nel frattempo, ha mostrato come il capitalismo abbia a lungo cercato, senza successo, di sradicare violentemente tutte le forme di sopravvivenza non capitalista. Nel suo saggio del 2001 “Women, Globalization, and the International Women’s Movement”, sostiene che “se la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza è indispensabile per la sopravvivenza dei rapporti capitalistici, questo deve essere il nostro terreno di lotta”.

Una lotta del genere avvenne all’indomani del terremoto di Città del Messico del 1985, quando i proprietari terrieri e gli speculatori immobiliari videro un’opportunità per sfrattare definitivamente le persone di cui volevano liberarsi da molto tempo. I loro tentativi di demolire abitazioni che offrivano bassi rendimenti da locazione e di sostituirle con costosissimi condomini sono un chiaro esempio di capitalismo della catastrofe al lavoro. Eppure gli abitanti della classe lavoratrice hanno combattuto con grande successo. Migliaia di inquilini hanno marciato sul Palazzo Nazionale, chiedendo al governo di prendere possesso delle case danneggiate dai loro proprietari terrieri per l’eventuale vendita ai loro inquilini. In risposta, sono state sequestrate circa 7.000 proprietà. Qui, quindi, vediamo che i disastri straordinari non creano semplicemente lo spazio allo Stato e il Capitale per consolidare il loro potere, ma anche per resistere a queste stesse forme: una “versione di sinistra della dottrina degli shock”, per adottare la frase di Graham Jones. Il disastro ordinario che è il capitalismo può infatti essere interrotto da questi incidenti che, sebbene orribili per la vita umana, rappresentano anche una momentanea rovina per il capitalismo. In un saggio del 1988 intitolato “The Uses of an Earthquake”, Harry Cleaver suggerisce che ciò è particolarmente probabile nel crollo della capacità amministrativa e delle autorità governative a seguito di disastri straordinari. Questo crollo è forse ancor più probabile in luoghi in cui la governance dipende dalla sorveglianza, dall’uso dei dati sensibili e dalle tecnologie dell’informazione.

Cleaver rileva inoltre l’importanza delle storie di organizzazione collettiva nei quartieri colpiti dal terremoto. I sopravvissuti avevano legami organizzativi, una cultura di mutuo aiuto e aspettative di solidarietà. Gli inquilini sapevano di avere le spalle coperte a vicenda a causa delle loro relazioni reciproche. Questo punto è cruciale, perché ci consente di comprendere la comunità della catastrofe, non semplicemente come una risposta spontanea a disastri straordinari, ma piuttosto come il venire alla ribalta delle lotte quotidiane per la sopravvivenza e le pratiche sotterranee di aiuto reciproco. La loro esperienza di organizzazione contro i comuni disastri del capitalismo ha lasciato i residenti ben equipaggiati per affrontare un disastro straordinario.

In effetti, le relazioni di sostegno preesistenti sono state più efficaci nel sostenere le comunità colpite dall’uragano Maria. Il “Centros de Apoyo Mutuo” è una rete di mutuo soccorso decentrata costituita da gruppi, centri e pratiche consolidati, che ha distribuito cibo, ripulito i detriti e ricostruito le infrastrutture dell’isola. Lo ha fatto più velocemente e con maggiore attenzione ai bisogni dei residenti, rispetto alle reti di assistenza e logistica internazionale. Attraverso una sorta di bricolage o “arte del fare con ciò che è a portata di mano”, i centri di assistenza reciproca dimostrano che i non specialisti possono rapidamente raccogliere e condividere strumenti e abilità per la sopravvivenza. In tal modo, creano anche nuove forme di solidarietà e vita collettiva che vanno oltre la sopravvivenza.

“Quelle tempeste sono passate, e hanno distrutto molte cose”, dice Ricchi, un membro della rete statunitense Mutual Aid Disaster Relief. “Eliminando la rete energetica e riducendo l’accesso al cibo e all’acqua, hanno lasciato al buio l’isola di Borikén [il nome indigeno di Taíno per Porto Rico]. Ma in quell’oscurità si sono svegliati innumerevoli Boricuas, restano svegli fino a tardi e si alzano presto, facendo il lavoro di riprodurre la vita”.

Quella vita non è solo banale: i gruppi organizzano feste, lezioni di ballo e sessioni di cucina collettiva, in modo che gli orizzonti comuni possano aprirsi oltre la disperazione.
In un senso convenzionale e strettamente economico, c’è scarsità in queste situazioni, sebbene la scarsità sia messa in discussione da un’abbondanza di legami sociali. Tuttavia, disastri straordinari possono anche spingerci a riconoscere che la scarsità è una relazione sociale piuttosto che un semplice fatto numerico: il modo in cui i beni e le risorse sono distribuiti determina chi può usarli. All’indomani dell’uragano Sandy, è stata superata una “scarsità” di strumenti, non attraverso la produzione o l’acquisizione di altro, ma attraverso una nuova organizzazione. Le raccolte di strumenti sono state impostate come alternative alle relazioni sociali individualizzate e mercificate che dominano la società capitalista. Ci mostrano che non dovremmo essere troppo frettolosi per associare il cambiamento climatico a una maggiore scarsità.

LA CATASTROFE DELLE MIGRAZIONI

Le comunità sono spesso definite dal loro contenimento all’interno di un determinato luogo geografico, e quelle citate sopra certamente si adattano a questo disegno: rispondono a disastri straordinari nei luoghi dove sono avvenuti quei disastri. Eppure il cambiamento climatico, naturalmente, costringe le persone a spostarsi da un luogo all’altro, così che l’organizzazione contro i suoi effetti disastrosi richiede anche più ampie comunità di solidarietà. Il numero di persone attualmente classificate come “migranti forzati” si trova attualmente, secondo le cifre dell’ONU, a 68,5 milioni. L’accelerazione di questa ondata di spostamenti è impossibile da ignorare. Entro il 2050 si prevede che ci saranno 200 milioni di persone che saranno “migranti climatici”: costrette a spostarsi a causa dei disastri, sia ordinari che straordinari, che il riscaldamento globale sta portando. Questo, per sottolineare bene il punto, riguarda una persona su cinquanta nel mondo.

Attualmente, molte persone sono sfollate internamente, con solo una piccola parte che viaggia verso l’Europa, il Nord America o l’Australia. Tuttavia, man mano che il clima si destabilizza e le condizioni peggiorano, molti dei luoghi che attualmente servono come rifugi diventeranno inabitabili. Viaggiare in zone di latitudine più elevata e attraversare i confini delle nazioni più ricche che le occupano diventerà così sempre più essenziale per le persone. Vivere lì rende uno meno vulnerabile agli eventi disastrosi, non ultimo perché gli stati-nazione ricchi restano meglio equipaggiati – almeno finanziariamente – per mitigarli. La tendenza di questo movimento globale verso nord probabilmente intensificherà gli sforzi per difendere queste zone: il “complesso militare-ambientale-industriale” sta già progettando nuove forme di violenza per difendere i confini. Gli sforzi comuni per combattere tale violenza costituiranno alcune delle più importanti lotte contro il disastro climatico.

Mentre scriviamo, diverse strutture per l’Immigrazione e le Forze Doganali negli Stati Uniti sono presidiate da un movimento di protesta che mira a interrompere le operazioni di rimpatrio e deportazione. Nel Regno Unito, gli attivisti hanno respinto con successo i tentativi del governo di estendere l’applicazione delle leggi restrittive sull’immigrazione anche nelle scuole. A Glasgow, negli anni ’90, un progetto solidale che univa i migranti con gli autoctoni ha avuto un tale successo che le comunità della classe lavoratrice si sono rivelate in grado di ostacolare i raid dell’alba che miravano a deportare i loro nuovi amici e vicini. A nostro parere, anche queste sono “comunità della catastrofe” e non sono meno importanti di quelle di Città del Messico post-85 e della New Orleans post-Katrina. Queste comunità della catastrofe, quindi, sono spiragli di speranza: i microcosmi di un mondo formato diversamente. La riproduzione sociale organizzata non attraverso il lavoro salariato, le merci, la proprietà privata e tutte le loro violenze associate, ma attraverso la cura, la solidarietà e la passione per la libertà. Dimostrano con la loro esistenza che l’esistente non è immodificabile.

PARADISO CONTRO INFERNO

Questa speranza è vitale, ma troppo spesso la speranza ci uccide. Abbiamo bisogno di qualcosa di più dei microcosmi, anche perché tali esperimenti possono essere preziosi anche per il capitale. Qui è importante notare che il capitale non è omogeneo: ciò che è buono per alcuni capitalisti è negativo per altri, e ciò che è male per i singoli capitalisti in un breve periodo di tempo può essere buono per il capitale nel lungo periodo. Quindi, mentre le comunità che nascono dai disastri potrebbero essere una cattiva notizia per alcuni capitalisti e attori statali, altri invece le guarderanno con interesse. Come ricorda Ashley Dawson, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha elogiato gli sforzi di soccorso influenzati dagli anarchici di Occupy Sandy dopo che l’uragano del 2012 ha travolto New York. Facendo così bene ciò che le forze statali e di mercato non potevano fare, i progetti di Occupy hanno mantenuto la vita sociale, dando a queste forze qualcosa da riconquistare una volta ripristinato lo status quo ante. E lo hanno fatto senza alcun costo diretto per lo stato.

Tale resoconto è parziale, ovviamente, e non considera il valore pedagogico delle comunità che nascono dai disastri. Al suo massimo, questo valore è allo stesso tempo negativo e positivo: il clamoroso “sì” a quegli altri modi di vivere urla contemporaneamente un “no” al comune disastro del capitale. La riproduzione sociale promossa è un cambio di direzione: un tentativo di riprodursi in altro modo e di resistere al ritorno del mercato che distruggerebbe i nostri corpi e il nostro ecosistema.

Lo vediamo chiaramente in molte delle “comunità della catastrofe” che nascono in risposta ai confini. Come Harsha Walia dimostra così brillantemente nel suo “Imperialismo di frontiera”, queste comunità non aiutano semplicemente le persone a mitigare la violenza del confine, ma resistono al concetto stesso di confine, come riassume bene lo slogan “No Borders”. In effetti, questa stessa frase evoca simultaneamente l’affermazione e la negazione su cui insistiamo: contrastare un aspetto di questo mondo mentre descrive le caratteristiche del prossimo. Questa è un’operazione politica dentro e contro l’inferno.

Tale negazione dovrà indubbiamente andare oltre la mitezza associata alle nozioni dominanti di comunità. Di fronte a quei poliziotti e vigilanti razzisti all’indomani dell’uragano Katrina, il Common Ground Collective si è impegnato in un’autodifesa armata ispirata alle Black Panthers e ad altri gruppi radicali. Né i conflitti esisteranno solo esternamente: il CGC ha anche dovuto trattare con i sostenitori che sembravano più interessati al “turismo della catastrofe” che ai loro sforzi di soccorso. Le comunità che nascono dalle catastrofi non saranno esenti dal gorgo della violenza che costituisce la catastrofe quotidiana: misoginia, supremazia bianca, classismo, abilismo, razzismo e numerose forme intersezionali di oppressione, sfortunatamente, si riverseranno nella loro organizzazione. Le comunità della catastrofe dovranno imparare come risolvere le cose altrimenti, mobilitando gli strumenti sociali e i processi di responsabilità che molti attivisti stanno già sviluppando oggi.

IL PARADISO OLTRE L’INFERNO

Il capitalismo è a proprio agio con il concetto di comunità. Troppo spesso, il termine è usato per etichettare la resilienza che il capitalismo stesso ha bisogno per sopravvivere al disastro ordinario e straordinario. Le comunità organizzate sono così svuotate da ogni potere trasformativo.
Non possiamo però abbandonare del tutto il concetto di comunità: una simile proposta sarebbe inutilmente idealistica, dato l’uso diffuso del termine. Ma riferirsi a comunità della catastrofe come quelle discusse sopra semplicemente come “comunità” significa negare il loro potenziale, legandole ad un presente in cui sono pur sempre ammirevoli e degne di attenzione, ma mai trasformative.
È per questo che insistiamo sul concetto di comunismo.

Laddove il comunismo è spesso presupposto dall’abbondanza materiale creata dalla produzione capitalista, il comunismo della catastrofe è radicato nell’abbondanza collettiva presente nelle comunità della catastrofe. Significa impossessarsi dei mezzi di riproduzione sociale. Non possiamo aspettarci, naturalmente, che ogni risultato sarà immediatamente comunista (la proprietà privata non è stata abolita in quelle comunità a Città del Messico nel 1985, per esempio). Il nostro uso del termine indica la vasta ambizione e il funzionamento di un movimento al di là di specifiche manifestazioni e risultati, la sua diffusione attraverso lo spazio e la sua esistenza continua al di là di disastri straordinari. Denomina l’ambizione di fondare niente meno che il mondo intero nell’abbondanza trovata nella riproduzione sociale della comunità disastrata. Come tale, soddisfa la definizione di comunismo che Marx ci dà: “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Il comunismo del comunismo della catastrofe, quindi, è una mobilitazione sovversiva e trasformativa senza la quale la catastrofe in corso del riscaldamento globale non può e non deve essere fermata. Allo stesso tempo è la rovina delle molteplici ingiustizie strutturali che perpetuano e traggono forza dalla catastrofe, e una promulgazione della diffusa capacità collettiva di resistere e prosperare su un pianeta che cambia rapidamente. È estremamente ambizioso e richiede una ridistribuzione delle risorse su più scale; riparazioni per il colonialismo e la schiavitù; espropriazione della proprietà privata per le popolazioni indigene; e l’abolizione dei combustibili fossili, tra gli altri progetti monumentali. Siamo, chiaramente, ben lontani da ciò. Ma come notava Ernst Bloch, quello che è il “non-ancora” è già vivo nel nostro presente. Nelle risposte collettive al disastro, troviamo che molti degli strumenti per costruire quel nuovo mondo esistono già. Quando Solnit parla di quell’emozione “più profonda della felicità” che anima le persone sulla scia del disastro, coglie “uno sguardo su chi altro potremmo essere noi stessi e su cosa potrebbe diventare la nostra società”. Tra le rovine, nella terribile apertura dell’interruzione, lanciata contro le condizioni che producono e cercano di capitalizzare su quell’interruzione, siamo vicini al completo cambiamento, alla generalizzazione della consapevolezza che tutto – e tutti – potrebbero ancora essere trasformati. In altre parole, nella risposta collettiva al disastro, intravediamo un movimento reale che potrebbe ancora abolire lo stato di cose presenti.

Le proteste svelano la nuova faglia del conflitto in Iraq: il popolo contro la classe dirigente

La polizia antisommossa irachena impedisce ai manifestanti di prendere d’assalto l’edificio del consiglio provinciale durante una manifestazione a Bassora, in Iraq, il 15 luglio 2018 (foto AP).

di Renad Mansour

da https://www.worldpoliticsreview.com/articles/25161/protests-reveal-iraq-s-new-fault-line-the-people-vs-the-ruling-class

In quello che sta diventando un rituale estivo nel sud dell’Iraq, nel corso delle ultime settimane i/le manifestanti sono scesx in strada per esprimere le loro rimostranze in un caldo torrido. L’incapacità del governo di fornire i servizi di base, vale a dire l’elettricità e l’acqua, rende l’estate insopportabile a moltx irachenx. L’alto tasso di disoccupazione significa che in moltx non possono permettersi uno standard di vita minimo. Rispecchiando l’alto livello di disperazione, l’ultima ondata di proteste è diventata più violenta rispetto agli anni precedenti. In nove province irachene, i manifestanti hanno preso d’assalto gli edifici governativi e le infrastrutture, nonché gli uffici dei partiti politici, a volte incendiandoli. Nessun leader o partito politico è stato risparmiato. I manifestanti hanno attaccato persino gli uffici del religioso populista diventato politico Muqtada al-Sadr, che in passato era un leader delle proteste.

Anche se le ultime dimostrazioni non possono portare a cambiamenti immediati e significativi, segnalano l’instabilità del conflitto in Iraq. Per la prima volta, il governo di Baghdad ha preso di mira esplicitamente i manifestanti nel sud, portando a un numero senza precedenti i morti e i feriti; almeno otto dimostranti sono stati uccisi a partire da questa settimana (20 luglio N.d.T). Questa recente ondata di violenza suggerisce che la prossima faglia del conflitto in Iraq non sarà tra sciiti, sunniti e curdi, ma tra il popolo e la classe dirigente, che non è riuscita a governare negli ultimi 15 anni.

Anche se le proteste di quest’estate sono state sporadiche e senza una chiara leadership, e sebbene non porteranno a cambiamenti drastici, riflettono un substrato di disillusione popolare che mette in discussione la convivenza sociale in Iraq. A partire dall’estate del 2015, questo movimento di protesta è emerso per la prima volta a Bassora e si è diffuso in tutto il sud prima di arrivare nella capitale Baghdad. Nel settembre 2015 la folla è passata da poche centinaia di migliaia di persone a oltre un milione. Da allora, in diverse occasioni, in milioni hanno di nuovo marciato nelle strade di Baghdad e nel sud dell’Iraq per chiedere un cambiamento. Le proteste di questa estate segnalano che le rivendicazioni di questo movimento non sono svanite.

Un fattore importante che spiega l’aumento del movimento di protesta è il miglioramento della sicurezza in Iraq. La maggior parte delle città, tra cui Bassora e Baghdad, non sono testimoni di violenze estreme ormai da diversi anni. Gli iracheni sciiti ora protestano contro i loro stessi leader sciiti perché, al di là della sicurezza, lo stato non soddisfa i loro bisogni primari.

Ciò che chiariscono le attuali proteste, inoltre, è che non è più sufficiente per un aspirante leader politico iracheno mobilitare identità etnico-settarie per garantirsi un collegio elettorale e ottenere legittimità. Il movimento di protesta è emerso nel 2015 all’apice del dominio territoriale dello Stato islamico rispetto ad altre zone prevalentemente sunnite dell’Iraq, in un momento in cui i leader politici stavano ancora tentando di ottenere il consenso della popolazione utilizzando la logica etno-settaria. Molti manifestanti, tuttavia, hanno equiparato i loro leader allo Stato islamico, sostenendo che “il funzionario corrotto è simile al terrorista”.

Le principali rimostranze del movimento, allora come adesso, ruotano attorno all’incapacità del governo, fin dal 2003, di fornire servizi essenziali e occupazione. Ad esempio, Bassora si trova al centro della ricchezza petrolifera irachena. Un particolare che ha provocato l’ironia dei/delle suoi/sue abitanti. Le compagnie petrolifere internazionali e l’élite irachena hanno giovato dei miliardi di dollari di proventi in tutta la provincia, mentre solo una percentuale molto bassa è arrivata ai suoi residenti. Così, un manifestante ha scritto su uno striscione, “2.500.000 barili di petrolio al giorno; $ 70 USD al barile; 2500000×70 = 0”.

Moltx irachenx hanno deciso che il cambiamento può venire solo fuori dal sistema

La leadership irachena post-2003 è detenuta da manifestanti, molti dei quali continuano a governare oggi, responsabili del fallimento dello Stato nel provvedere per o rappresentare i suoi cittadini. Questo fallimento è stato evidenziato negli ultimi anni dall’incapacità di Baghdad di soddisfare le richieste dei manifestanti o colmare il divario tra i cittadini e l’élite politica. In diverse occasioni, il Primo Ministro Haider al-Abadi ha tentato di sedare le proteste apportando modifiche personali al suo Gabinetto. Nel 2016, ad esempio, ha rimescolato sei ministri come gesto simbolico di pacificazione dopo che i dimostranti, guidati da Sadr (politico e religioso sciita N.d.T), hanno preso d’assalto la Zona Verde e occupato il Parlamento. Tuttavia, per molti manifestanti, questi cambiamenti di facciata non affrontano i problemi sistemici del paese.

Piuttosto che un cambiamento nella leadership simile a quella delle rivolte arabe del 2011, il movimento di protesta iracheno sta richiedendo un cambiamento sistematico nell’ordine politico post-2003, e in particolare nel sistema di condivisione del potere delle quote noto come muhassasa. Sotto l’apparenza di inclusività, questo sistema ha potenziato e arricchito i leader sciiti, curdi e sunniti, che però non hanno condiviso il potere o la ricchezza con la popolazione irachena.

A peggiorare ulteriormente la situazione, le istituzioni statali rimangono deboli e sono lottizzate dai vecchi partiti politici. Ciò è stato evidente durante le recenti elezioni, che hanno registrato la più bassa affluenza dal 2003. A Baghdad, Bassora e in altre aree dove il movimento di protesta è stato più forte, l’affluenza è stata inferiore alla media nazionale. Moltx cittadinx di queste zone hanno deciso di boicottare il voto, sostenendo che il cambiamento non sarebbe arrivato grazie alle elezioni che al contrario rafforzano le stesse leadership corrotte.

In larga misura, chi ha boicottato aveva ragione. Sebbene il voto abbia comportato il fatto che circa il 65 per cento dei membri del parlamento sia formato da volti nuovi, i leader e i partiti che governeranno per i prossimi quattro anni sono rimasti gli stessi. Il processo di formazione del governo dopo le elezioni è stato caratterizzato dal negoziato tra i soliti volti noti della politica, tutti disposti a scendere a compromessi per ottenere un pezzo del bottino governativo. Persino Sadr, che ha conquistato la maggioranza dei seggi con una campagna anti-establishment, ha trattato con le figure del sistema che aveva attaccato durante la la campagna, alleandosi con il capo dell’Organizzazione Badr e la Lista di Fateh, Hadi al-Ameri; l’attuale vicepresidente Ayad Allawi; e il capo di Hikam, Ammar al-Hakim. Inoltre, ha trattative in corso con Abadi, l’attuale primo ministro. Per molti iracheni, queste trattative hanno rivelato che le elezioni servono a rafforzare l’élite piuttosto che fornire un mezzo per il cambiamento del sistema.

Allo stesso tempo, gli altri meccanismi istituzionali per determinare il cambiamento – la magistratura, le commissioni indipendenti e gli organi di governo locali – sono compromessi, deboli e politicizzati. Di conseguenza, moltx irachenx stanno concludendo che il cambiamento può venire solo dall’esterno del sistema, perché lo status quo diventerà insostenibile a lungo termine: continueranno a usare proteste e sollevazioni per esprimere le loro frustrazioni. E poiché l’ultima serie di proteste con ogni probabilità non porterà a un vero cambiamento, il senso di disillusione, segnato dal divario tra governanti e governati, continuerà a peggiorare.

Il 19 luglio in Nicaragua

Da http://www.alasbarricadas.org/noticias/node/40403

Oggi è il 19 luglio e nel mondo anarchico si celebra l’impresa della CNT a Barcellona avvenuta nel 1936. Ma visto che quel giorno stavo cercando funghi nella Loira (avevo intuito che stava per succedere qualcosa), preferisco ricordare come il 19 luglio 1979 il Fronte di liberazione nazionale sandinista abbia travolto la dittatura di Somoza in Nicaragua.

Sono stati degli anni, per me, pieni di ottimismo. L’anarchismo era in crisi, ovviamente. Quasi morto. Il marxismo trionfava ovunque. E vai! So che ora nei circoli di sinistra si dice che “quello non era il marxismo”, o che “il marxismo non era quello”. Però se vi immedesimate un attimo in quel periodo, dagli anni ‘70 ai successivi, il marxismo egemonizzava tantissimi movimenti di liberazione e guerriglieri, persino la Chiesa cattolica con la sua teologia della liberazione. Tantissimi sacerdoti hanno abbracciato la causa dei poveri e hanno mischiato Cristo a Marx, in un film che non ho capito bene, ma non fa niente (1).

Bisogna anche tenere a mente che a quel tempo non c’era internet né alcun sito di informazione di sinistra. Per scoprire cosa stava succedendo nel mondo, non c’era nient’altro da fare che leggere la stampa convenzionale o la stampa estera, o ascoltare le emittenti radio a onde corte che trasmettevano propaganda. Le riviste di sinistra, una volta caduta la dittatura di Franco, uscivano una volta al mese. E quando leggevi gli articoli, tra le poche cose scritte dai ben informati e la propaganda tossica che le persone ripetevano come pappagalli, puff. Dovevi immaginare tutto. Sto per dire, quindi, soltanto quello di cui mi sono fatto un’idea per come ho percepito i fatti.

L’anarchismo era un disastro nel ‘79, siamo d’accordo. Quattro gatti. I marxisti ti guardavano dall’alto verso il basso e se fossero entrati in un autobus con tutti i posti occupati, con assoluta sicumera si sarebbero seduti sopra di te, senza nemmeno chiedere il permesso. Hanno avuto l’Unione Sovietica, hanno avuto la Cina, il Vietnam, la Cambogia, una catena infinita di paesi governati da economie non di mercato. Gli anarchici non avevano nulla. Solo i vessilli del 1936. I marxisti avevano resistito agli Stati Uniti, e nella mappa del pianeta il posto occupato dai loro paesi stava diventando sempre più esteso. Il Nicaragua stava nella lista. Dal 1978, più o meno, erano notizie all’ordine del giorno “i colpi di mano del Fronte sandinista”, “gli omicidi commessi dal dittatore”, ecc. Eden Pastora, “il Comandante Zero”, organizzò un sorprendente assalto al congresso assieme ai suoi uomini e, cosa più importante, lo lasciarono vivo e accolsero tutte le loro richieste. E questo e quell’altro ancora…

Ed ecco, che cosa va a succedere? Una guerriglia povera, aiutata da varie circostanze, riesce a sconfiggere la Guardia Nazionale in Nicaragua. E il 19 luglio 1979, i sandinisti entrano vittoriosi a Managua. E dicono che faranno la rivoluzione: espropriazione delle famiglie di oligarchi e somozisti, riforma agraria, campagna di alfabetizzazione, diritti per i lavoratori. Il governo di transizione era composto da diverse tendenze, tutte con ottime intenzioni. Parte della Chiesa cattolica sosteneva la rivoluzione. In Spagna, la musica di Carlos Mejía Godoy veniva ascoltata ogni giorno nelle radio commerciali e le sue canzoni sulle masse contadine venivano vendute come ciambelle. Ne ho qualcuna conservata da qualche parte.

Per contestualizzare meglio le cose, quando i sandinisti hanno vinto, negli Stati Uniti governavano i democratici. Un tale Jimmy Carter. Certo, essere presidente degli Stati Uniti ti rende uno dei cattivi. Ma, più o meno, Carter ha gestito la questione sandinista cercando un compromesso. Poi succede tutto quello che accade dopo il 1979: nel 1980, fu eletto Ronald Reagan. E questo fatto ha scatenato tutte le peggiori forze provenienti dell’inferno, Satana e Attila, insieme a Papa Giovanni Paolo II.

Reagan, presidente dal novembre 1980, dichiarò guerra al Nicaragua. Non ci fu una dichiarazione formale, ma finanziò un esercito mercenario, i Contras, che armò fino ai denti offrendogli anche consulenti e operazioni segrete, armi, elicotteri. Gli Stati Uniti, la Patria dei Liberi, la più grande democrazia del pianeta, cominciarono una campagna terroristica contro il popolo del Nicaragua. Tutto dimostrato: gli USA hanno minato i porti del Nicaragua; compiuto operazioni di sterminio contro la popolazione, liquidando completamente le organizzazioni dei lavoratori agricoli; sabotato il trasporto, le comunicazioni, l’energia, tutte le forniture. Non vedendo altra possibilità, il governo sandinista firmò accordi con l’Unione Sovietica e Cuba, venendo così ascritto al mondo sovietico.

Come può essere sviluppata una rivoluzione, che dia terre ai contadini, diritti ai lavoratori, cibo, salute, cultura etc, mentre migliaia di uomini armati mettono bombe, sequestrano sindacalisti, assaltano le fabbriche, minano le strade, macellano i funzionari, lanciano missili da elicotteri, spiano con i satelliti? Non si può. Anche per dire una messa, dovevi mettere una scorta con le mitragliatrici.

Questa dinamica produce anche un altro effetto. I tipi ben intenzionati vengono messi da parte, perché tutto si concentra sulla difesa e sull’esercito: servizio militare, addestramento, logistica. E questo fa prevalere quella gente che, se non ha una cattiva disposizione, se la crea in un percorso accelerato. La discussione non è consentita, né lo scambio di opinioni, né la dissidenza, né la critica all’interno del Fronte, perché siamo in guerra e dobbiamo rimanere uniti. Inoltre, l’informazione è controllata, dosata, tutto diventa scuro, sinistro.

Aggiungiamo questo a quello che succede con qualsiasi nuovo governo: che i militanti diventano funzionari, che arrivano dozzine, centinaia, migliaia di individui il cui più grande desiderio è quello di mantenersi ben stretto il posto, fino all’arrivo della Fine del Mondo. E i dirigenti si corrompono, se non lo erano già. Daniel Ortega, che era un ragazzo per me sconosciuto, era Il Presidente. Pensavo che avrebbero messo Eden Pastora, invece no. Apparentemente il comandante Zero era un buon capo guerrigliero, ma per comandare il paese era necessario l’uomo della provvidenza, l’uomo forte: Ortega. In breve tempo si è scoperto che Eden Pastora era un nemico della rivoluzione, che era finita a pesci in faccia con Ortega. Non ricordo perché. Ci sono stati anche problemi con le comunità indigene dei miskito, che avrebbero ucciso dei sandinisti, o almeno così si diceva, e una serie di storie…che quando mi venivano raccontate dai sostenitori del governo, io non dicevo una parola, perché mi sembravano un così grande cumulo di bugie che non sapevo nemmeno da dove cominciare. Dico solo una cosa: i dirigenti, i leader, i capi e i “grandi uomini” sono cattivi. Ma intorno a loro c’è tutta una schiera di uomini grigi che si prendono cura di loro, li coccolano e li proteggono, perché è grazie alla loro esistenza, al loro benessere, al loro carisma indiscutibile e alle loro straordinarie qualità coltivate e protette con pazienza, che dipende lo stipendio che li fa arrivare a fine mese. Se i capi sono crudeli, quelli lo sono ancora di più. I grigi funzionari che fanno da attendenti al potere sono e saranno sempre la peste. E i sandinisti che andavano e venivano, nemmeno ti dicevano molto, magari qualche aneddoto, perché li mettevano in cooperative e comuni a occuparsi di qualsiasi cosa, ma non avevano una visione globale. In breve: non mi fidavo di nessuno. Lo stesso di adesso.

Risultato: nel 1990 il Fronte sandinista perde le elezioni. La gente era stufa della guerra, della corruzione, della violenza, della povertà, o qualunque cosa fosse, e fu eletta Violeta Chamorro che, siccome era neoliberista, ha messo il paese nicaraguense agli ultimi posti nella classifica della povertà mondiale. Amen. Tutto ciò è accaduto sotto il controllo dell’URSS. Siamo passati dall’arroganza marxista-leninista alla sconfitta assoluta. Il mondo dei due blocchi è passato alla storia. L’ho guardato stoicamente, perché sono un anarchico e sono abituato alla sconfitta. I leninisti, invece, fecero finta di niente. Come se non fosse successo nulla. Cercando di darsi un tono. E intanto il tempo passava.

Nel 1998 accadde qualcosa che mi colpì davvero: Daniel Ortega, il ragazzo del ’79, il comandante della rivoluzione, fu denunciato dalla figliastra Zoilamérica Narváez Murillo. In quel periodo ricordo Zoilamerica da una foto, come una ragazza sulla trentina. Bene, la ragazza testimonia davanti ai tribunali e alla stampa che il suo patrigno, Daniel Ortega, l’aveva stuprata ripetutamente tra il 1978 e il 1982, più o meno. Lei aveva 12 anni. La denuncia che ho letto faceva rizzare i capelli (2). Ma la cosa peggiore era la difesa di Ortega. Affermò che aveva l’immunità essendo un deputato, che tutto era caduto in prescrizione e che negava i fatti. La causa non è andata in giudizio “perché è prescritta”. E i fan di Ortega con cui ho parlato, mi risposero che la ragazza era pazza, che aveva del risentimento contro il patrigno, che era una “contras” e cose simili e peggiori. Quando ho risposto che la testimonianza della giovane donna era simile a quella di molte altre donne maltrattate, mi hanno detto che era normale che sembrasse così, perché la ragazza aveva preparato una falsa testimonianza studiata ad arte, ecc. E che avrebbero voluto sapere chi e quanto la stesse pagando. Che schifo.

Caliamo un velo pietoso su questa vicenda e arriviamo al 2006, quando Daniel Ortega, messi da parte i suoi problemi di pedofilia, è di nuovo il candidato alle presidenziali del Fronte Sandinista, e vince le elezioni una dopo l’altra, fino ad oggi. E sua moglie, quella attuale, diventa vicepresidente. Che grande coincidenza. Ortega propose e riuscì a riformare la norma che impediva la rielezione dei presidenti, e ora può rimanere lì fino alla fine del mondo, come nella burocrazia sovietica. Il programma che il suo partito ha in questo momento è piuttosto socialdemocratico: rispetto per la proprietà privata, la sanità pubblica, l’istruzione e tutto il resto. Continuano a invocare Dio ogni tanto, ma penso che abbiano completamente mollato la presa e parlano solo di Dio come una scusa per continuare ad averne beneficio, senza la teologia della liberazione o altro, perché la gente alla fin fine è cattolica(3). E ora Daniel sta manipolando il budget statale, che sembra essere piuttosto scarso, e propone una riforma della previdenza sociale e delle pensioni dannosa per le tasche dei poveri…

E così scoppia una rivolta della popolazione (4). Sono cose che capitano e qui mi fermo. Questa volta non sono i Contras, ma gli studenti, i pensionati, le casalinghe. Qual è la risposta del signor rivoluzionario? La repressione. Oltre 300 morti per mano delle forze di sicurezza e delle milizie irregolari. E qual è la risposta della sinistra? Come quando i sovietici schiacciarono le rivolte di Kronstad, Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia: che la destra golpista istiga le masse e che le masse realmente popolari stanno coi sandinisti. Che i morti nelle manifestazioni sono prodotti dagli stessi manifestanti, molti dei quali terroristi. Che ci sono rivendicazioni di cui si può discutere, ma non così, istigando la popolazione, costruendo barricate e altro ben di Dio. Queste cose vanno bene, quando il governo è di destra. Ma non quando c’è uno “stato sociale”, per chiamarlo così.

Ad ogni modo, io, come regola, sono dalla parte dei manifestanti che muoiono, anche se provengono dalla Fratellanza Musulmana. Non per fede: come regola.

I governanti, anche se hanno la bandiera rossa e nera, non li sopporto.
Il 19 luglio 1979, i sandinisti entrarono a Managua e formarono un governo…perché gli eroi inciampano sempre, sulla stessa pietra.

Note:

(1) Nelle parole dell’arcivescovo di El Salvador, Óscar Arnulfo Romero (per niente marxista tra l’altro), assassinato dai paramilitari nel 1980, proclamato beato dalla Chiesa cattolica, una spiegazione del perché il sostegno della Chiesa per i poveri: “Las mayorías pobres de nuestro país son oprimidas y reprimidas cotidianamente por las estructuras económicas y políticas de nuestro país. Entre nosotros siguen siendo verdad las terribles palabras de los profetas de Israel. Existen entre nosotros los que venden el justo por dinero y al pobre por un par de sandalias; los que amontonan violencia y despojo en sus palacios; los que aplastan a los pobres; los que hacen que se acerque un reino de violencia, acostados en camas de marfil; los que juntan casa con casa y anexionan campo a campo hasta ocupar todo el sitio y quedarse solos en el país. […] Es, pues, un hecho claro que nuestra Iglesia ha sido perseguida en los tres últimos años. Pero lo más importante es observar por qué ha sido perseguida. No se ha perseguido a cualquier sacerdote ni atacado a cualquier institución. Se ha perseguido y atacado aquella parte de la Iglesia que se ha puesto del lado del pueblo pobre y ha salido en su defensa. Y de nuevo encontramos aquí la clave para comprender la persecución a la Iglesia: los pobres. De nuevo son los pobres lo que nos hacen comprender lo que realmente ha ocurrido. Y por ello la Iglesia ha entendido la persecución desde los pobres. La persecución ha sido ocasionada por la defensa de los pobres y no es otra cosa que cargar con el destino de los pobres. […] El mundo de los pobres con características sociales y políticas bien concretas, nos enseña dónde debe encarnarse la Iglesia para evitar la falsa universalización que termina siempre en connivencia con los poderosos. El mundo de los pobres nos enseña cómo ha de ser el amor cristiano, que busca ciertamente la paz, pero desenmascara el falso pacifismo, la resignación y la inactividad; que debe ser ciertamente gratuito pero debe buscar la eficacia histórica. El mundo de los pobres nos enseña que la sublimidad del amor cristiano debe pasar por la imperante necesidad de la justicia para las mayorías y no debe rehuir la lucha honrada. El mundo de los pobres nos enseña que la liberación llegará no sólo cuando los pobres sean puros destinatarios de los beneficios de gobiernos o de la misma Iglesia, sino actores y protagonistas ellos mismos de su lucha y de su liberación desenmascarando así la raíz última de falsos paternalismos aun eclesiales. Y también el mundo real de los pobres nos enseña de qué se trata en la esperanza cristiana”

(2) Testimonianza di Zoilamérica in: http://www.latinamericanstudies.org/nicaragua/zoilamerica-testimonio.htm

(3) Più o meno al 20° minuto del video, si può ascoltare il discorso della Vice Presidente, moglie del Presidente, e dirmi se le cose che accadono nella testa della gente sono normali o cosa https://www.youtube.com/watch?v=t60mABJIHk4&t=1383s

(4) Il governo del Nicaragua lancia un attacco su larga scala contro la città di Masaya, la roccaforte dei manifestanti https://www.eldiario.es/internacional/Gobierno-fuerte-comunidad-indigena-Nicaragua_0_793721450.html

La Siria e l’imperialismo

Tradotto da http://m1aa.org/?p=1527

di KS of M1 Michigan Collective

Una rivoluzione contro il neoliberismo

Quando Bashar Al-Assad salì al potere in Siria nel 2000, qualsiasi illusione che il regime autoritario dinastico baathista fosse “socialista” in qualche modo avrebbe dovuto essere dissipata, se non fosse già accaduto quando Hafez Al-Assad prese il potere in un colpo di stato controrivoluzionario negli anni ’70. Il giovane Assad iniziò vigorosamente a liberalizzare i mercati siriani, in particolare il cibo e l’agricoltura, e ad aprire la Siria ai capitali stranieri. Nei successivi undici anni, insieme agli effetti dei cambiamenti climatici causati dal capitalismo globale, il programma neoliberista di Assad ha prodotto risultati devastanti: l’occupazione agricola è stata dimezzata, il costo delle merci è aumentato in modo significativo, i servizi pubblici sono stati tagliati, il reddito pro capite è diminuito drasticamente e la povertà crebbe dilagante. Mentre i centri urbani hanno lottato per assorbire il massiccio esodo rurale, le città rurali di piccole e medie dimensioni sono state decimate e si sono così poste le basi di classe della rivoluzione siriana. (1) (2).

Se il neoliberismo e decenni di violenta repressione furono il carburante per la rivoluzione siriana, la scintilla fu la primavera araba. L’ondata di rivolte rivoluzionarie pro-democratiche e anti-austerità iniziate in Tunisia e diffusesi in tutta la regione (che hanno colpito indiscriminatamente paesi allineati e contrari agli Stati Uniti) ha catturato l’immaginazione degli operai e degli studenti siriani, e nel 2011 il popolo siriano ha iniziato prendendosi le strade in segno di protesta contro il regime di Assad. Il regime di Assad ha “accolto” le richieste pacifiche dei manifestanti con proiettili e diversivi, similmente a come altri regimi mediorientali hanno risposto alle persone che resistevano all’austerità, all’autoritarismo e alla violenza di stato. Mentre i proiettili di Assad piovevano sulla sua opposizione, le proteste si trasformarono in una rivoluzione; rivolte spontanee e informali si sono trasformate in organizzazione rivoluzionaria. Influenzati dal lavoro dell’anarchico siriano Omar Aziz, oltre un centinaio di consigli di commissioni rivoluzionarie locali di diverse federazioni furono organizzati in tutta la Siria, a cominciare da Damasco e proliferando verso l’esterno. (3)

Mentre i giovani riempivano le strade chiedendo la fine del governo neoliberista e autoritario, lo stato baathista iniziò a perdere il suo decennale controllo del paese. La conseguente instabilità divenne un invito per l’intervento delle potenze imperiali e un’occasione di sviluppo delle correnti reazionarie. Mentre Assad rilasciava i jihadisti dalle carceri siriane (4) e uccideva i rivoluzionari di sinistra (5), Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e le altre potenze regionali che circondano la Siria iniziarono i loro tentativi di sviluppare approcci e strategie per approfittare dell’instabilità. Gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali offrirono assistenza limitata a una parte dell’opposizione siriana fin dall’inizio nel conflitto, allo scopo di proteggere la loro egemonia nella regione – ma presto concentrarono tutte le loro risorse sulla strategia di “combattere il terrore”. Russia e Iran intervennero militarmente, nel momento di maggiore difficoltà del regime di Assad, con la pretesa di “combattere il terrore” e di contrastare le manovre degli Stati Uniti. Mentre la rivoluzione offriva un’apertura alla lotta curda per l’autodeterminazione, lo stato turco intensificò la sua campagna di violenza per contrastare il progresso curdo*. All’interno di questo conflitto multiforme e multidimensionale, è emerso un tema comune tra gli interessi degli attori imperiali intervenienti: la priorità è “combattere il terrore”. Questo tema unificante in realtà non rende la situazione più facile da capire, ma espone strati di contraddizione e complessità nel modo in cui ciascun attore in questo conflitto si relaziona con gli altri. Il regime di Assad e le potenze del golfo hanno aiutato la nascita dell’ISIS e di altri gruppi jihadisti in Siria (6) (7) per ragioni opposte: per Assad era un capro espiatorio per screditare la rivoluzione; per gli stati del golfo, era quello di ottenere un punto d’appoggio in Siria. Gli Stati Uniti hanno armato i curdi (che erano soliti chiamare terroristi) per combattere l’ISIS e si sono messi in contrasto con la loro storica alleata Turchia. Il conflitto dei curdi con la Turchia e l’ISIS li ha messi in una posizione di collaborazione con il governo di Assad. Gli Stati Uniti, che chiedevano apertamente la fine del dominio di Assad, dichiararono una linea rossa invalicabile sull’uso di armi chimiche da parte del regime mentre eseguivano migliaia di attacchi aerei contro i nemici di Assad – e, a fini strategici e propagandistici, un paio di attacchi aerei contro obiettivi del regime mezzi vuoti (depositi di armi, capannoni, basi militari evacuate, Ndt), dopo essersi accordati con la Russia su quali fossero gli obiettivi accettabili e dando comunque un discreto preavviso prima delle incursioni (8) (9). Le complessità di come il conflitto si riproduce ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni, sono travolgenti. Tuttavia, chiaramente, implicito in questa decisione di dare la priorità al “combattere il terrore” c’è un solido consenso attorno al sostegno al regime di Assad, anche se questa posizione non è esplicitamente articolata. Sebbene non vi sia una sola tematica in grado di riassumere il conflitto, questo è un punto importante e una base per la discussione.

Più avanti in questo pezzo, vorrei collocare la discussione sulla geopolitica al suo posto precipuo, data la centralità di altre considerazioni: la tendenza a ridurre i conflitti e le rivoluzioni alle manovre degli Stati è orribilmente riduttiva, come lo è ridurre ogni causalità a considerazioni esclusivamente economiche – entrambe le tendenze sono espressione della (di una varietà di) analisi marxista-leninista dell’imperialismo e sono qualcosa che dobbiamo contrastare nell’ottica di un discorso finalmente umano sull’antimperialismo e sulla rivoluzione. Tuttavia, in primo luogo voglio criticare la concezione teorica esposta da molti marxisti-leninisti nei confronti dell’imperialismo e della Siria, per evidenziarne i suoi limiti. Sebbene le considerazioni economiche, geopolitiche e politiche non siano esclusivamente determinanti, sono comunque importanti e meritano qualche interrogativo.

Il Monopolio e il Mito del Capitalismo Multipolare

La complessità della presenza imperiale in Siria ha colto l’occidente alla sprovvista; è stato un momento in cui molti hanno finalmente realizzato che il mondo unipolare che sorgeva sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica dovesse essere messo in discussione, se non addirittura da considerare sulla via del tramonto. Direi che il mondo è ancora unipolare sotto diversi punti di vista, ma questo ordine sta effettivamente affrontando delle sfide. La politica post-seconda guerra mondiale di unire i rivali inter-capitalisti in tutto il mondo è diventata insostenibile, poiché l’emergere di Cina, Russia e altri mercati emergenti ha alterato il campo geopolitico. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Iran e anche la Siria sono tutti imperi di dimensioni e portata diverse, ma non si distinguono nella forma. Man mano che questi paesi si integrano ulteriormente nell’ordine capitalista globale, le loro tendenze verso l’espansione e l’ulteriore sfruttamento diventano più potenti. Lo stato imperiale nel capitalismo svolge il ruolo di facilitare la conquista e anche la difesa (proteggendo gli investimenti e gli interessi ad essi collegati). Il capitalismo non è storicamente l’unico motore dell’imperialismo, ma l’imperialismo è stato parte integrante del capitalismo sin dal suo inizio. (10)

L’idea che l’espansionismo imperiale sia inerente al capitalismo è un importante punto teorico, e non è una cosa che viene misconosciuta dai marxisti-leninisti. Tuttavia, c’è forse una strategia di elusione quando si parla di questo fatto. Una contraddizione all’interno della teoria marxista-leninista dell’imperialismo e del capitalismo monopolistico è che l’autodeterminazione capitalista ha come risultato l’impero. Il capitalismo è sostenuto solo dalla sua espansione. Riconoscere questo non implica che si sia contrari alla liberazione nazionale, ma piuttosto ci fornisce una lente anticapitalista critica per comprendere la liberazione nazionale. Con questa comprensione, possiamo andare avanti con il riconoscimento che la Russia e l’Iran, per esempio, non sono stati anti-imperialisti per definizione; sono imperi capitalisti emergenti, i cui interessi nello sfruttamento e nel territorio possono o non possono essere in conflitto con gli Stati Uniti (e l’un l’altro), ma non hanno forme diverse. Pertanto, i loro interventi in Siria sono interventi imperiali; e dato che Assad non avrebbe potuto sopravvivere alla rivoluzione popolare senza il sostegno russo e iraniano, crediamo che sia una farsa riferirsi al regime di Assad come espressione dell’autodeterminazione nazionale (11).

A parte la comoda abitudine di seguire la semplicistica logica binaria della guerra fredda, il sostegno geopoliticamente motivato a Bashar Al-Assad da parte di alcuni è il segno della generica aspirazione ad una multipolarità capitalista. I fondamenti teorici di questa idea possono essere trovati in Lenin, nella scuola della “Monthly Review” e nei teorici della “dipendenza” come Samir Amin – ed è fondamentale dire che questa aspirazione alla multipolarità capitalista si rivela allo stesso tempo come un’illusione e come una teoria controrivoluzionaria. Secondo questa teoria dell’imperialismo, l’imperialismo è guidato dagli interessi del capitale monopolistico, i cui interessi e istituzioni si sono fusi con la finanza e lo stato (12). Quindi l’imperialismo è un’espressione monopolistica del potere nel mercato globale, e la posizione antimperialista è impegnarsi in lotte di liberazione nazionale contro i capitalisti monopolistici del nucleo imperiale. In particolare, ciò che viene enfatizzato in questo contesto è la lotta tra gli stati che rappresentano i capitalisti, mentre la lotta tra lavoro e capitale viene relegata in un angolo. Abbiamo visto storicamente come questo di solito si sia tradotto nel “Frontismo popolare” e nella giustificazione di allearsi con la borghesia nazionale in quella che è essenzialmente una versione esagerata di una posizione favorevole alla piccola impresa; se ciò che è più importante è espellere i capitalisti monopolisti stranieri, allora un’alleanza con i capitalisti nazionali è giustificata. In effetti, questa strategia è ciò che spinse il regime baathista siriano inizialmente negli anni ’60, proprio come fu per gli ayatollah in Iran negli anni ’70. In entrambi i casi, la strategia ha lasciato le forze progressiste vulnerabili alle forze reazionarie all’interno del fronte, e il capitalismo e il conservatorismo sono stati rafforzati. (13) (14).

L’idea che sia assolutamente necessario prendere le parti all’interno delle rivalità inter-capitaliste per resistere al monopolio è un vicolo cieco fondato su due cruciali assunzioni economico-politiche borghesi: che la competizione capitalista assegna le risorse in modo efficiente e ottimale, e che il monopolio è il contrario della concorrenza (rimando al mio ultimo saggio sulla teoria del capitale monopolistico http://m1aa.org/?p=1486). In realtà, non vi è alcuna prova che la concorrenza capitalista assegni risorse migliori del monopolio capitalista, e tutto il monopolio che esiste è in realtà un’intensa competizione oligopolistica. I prezzi non sono determinati dal potere di mercato o dalla sua mancanza (come affermano gli economisti borghesi), ma sono determinati dalla intensità dello sfruttamento del lavoro (15). In effetti, ciò che conta per i lavoratori non sono *principalmente* le relazioni di potere tra capitalisti o nazioni capitaliste, ma le relazioni di potere tra lavoro e capitale. In effetti, uno studio del 2010 mostra che la disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti è cresciuta contemporaneamente a un calo delle grandi imprese; questo sviluppo contro-intuitivo comincia ad avere un senso quando consideriamo il fatto che questo aumento della disuguaglianza di reddito coincide con un declino del lavoro organizzato (16). La composizione di classe è ancora importante; i capitalisti nazionali tradiranno i lavoratori con la stessa rapidità dei capitalisti monopolistici e respingere i monopolisti senza rifiutare il capitalismo è un approccio limitato.

Ci opponiamo al monopolio e ai capitalisti monopolistici come chiunque altro, ma dobbiamo essere entrambi accurati su come il monopolio opera in relazione alla concorrenza capitalista, oltre che essere critici verso la strada che ha portato ripetutamente al Frontismo popolare e al capitalismo di stato. Un “mondo multipolare” di diversi imperi capitalisti concorrenti non può essere semplicemente assunto come “storicamente progressista”, poiché dice quasi nulla sulla relazione tra gli sfruttatori e gli sfruttati, non affronta i problemi di distribuzione delle risorse da solo, e in effetti, senza la componente di classe, può solo portare a maggiore sfruttamento e guerre a causa dell’aumentata concorrenza tra i capitali. L’egemonia degli Stati Uniti deve essere sfidata, ma sotto la direzione e nell’interesse dei lavoratori e dei popoli emarginati.

Nel caso del regime di Assad, le sembianze della multipolarità consentono all’intervento imperiale e al neoliberismo di essere equiparati all’anti-imperialismo e persino al socialismo. Trasformando il conflitto in un esercizio geopolitico ingannevole e borghese, la lotta di classe è lasciata sul versante della sinistra autoritaria. Il monopolio più grande e determinante che esiste è il monopolio che i capitalisti detengono sulle risorse produttive: sarebbe meglio se non lo ignorassimo.

Globalizzazione, inter-imperialismo e islamofobia

Sebbene l’era della tregua tra le potenze capitaliste sembri stia cadendo a pezzi in molti modi, ci sono relazioni significative e connessioni di reciproco interesse che legano insieme i rivali capitalisti. Queste relazioni sono generate dal sistema capitalista globale, in cui gli Stati Uniti sono in cima e pongono forti vincoli alla prospettiva dell’autodeterminazione. In un mondo in cui il profitto è definito dal grado di sfruttamento del lavoro e dall’estrazione delle risorse, l’integrazione nell’economia capitalista mondiale e l’adozione della forma merceologica occidentale pongono nuove domande e sfide per l’anti-imperialismo. Il modo in cui la sinistra autoritaria vuole definire potenze capitaliste come la Russia, l’Iran e la Siria come antimperialiste è inadeguato date le critiche qui fatte alla struttura del capitalismo monopolistico, ma ignora anche le implicazioni della globalizzazione neoliberista. Piuttosto che comprendere l’adozione della forma occidentale delle merci come propria forma di imperialismo occidentale – un risultato dell’egemonia mondiale occidentale, al servizio degli interessi capitalistici occidentali – molti a sinistra desiderano proteggere le élite neoliberiste nei paesi presumibilmente anti-imperialisti che stanno istituendo questa adozione. Putin, Assad, Khamenei non sono agenti insignificanti nella proliferazione del neoliberismo globale; e la loro supposta resistenza è sempre stata contraddetta dalla loro partecipazione al capitale globale. Le riforme neoliberali di Assad hanno scatenato la rivoluzione contro di lui, e sono stati Putin e Khamenei a venire in aiuto al neoliberismo in Siria.

Quando guardiamo al fatto che la Russia e la Cina hanno dei rilevanti investimenti negli Stati Uniti e quindi hanno un interesse per la crescita USA (17) (18), o che il giovane Assad ha aperto i mercati siriani all’occidente, vediamo che ci sono grandi aree di reciproco interesse tra le potenze capitaliste. Si potrebbe affermare che si tratta di rapporti di dipendenza dal nucleo imperiale occidentale: il mio interesse non è quello di esprimere giudizi su una situazione di dipendenza imperiale. Tuttavia, quando le classi emarginate che sono state impoverite da queste misure si innalzano in una rivoluzione contro il neoliberismo, non dovremmo avere esitazioni a scegliere da che parte stare. Quando le élite come Assad e la sua famiglia beneficiano di questo impoverimento, dovremmo sapere da che parte stiamo. Il regime di Assad e i suoi sostenitori non hanno schiacciato la rivoluzione per sconfiggere il capitalismo occidentale: in molti modi, lo hanno fatto per preservarlo.

Come accennato in precedenza, forse la più grande area di reciproco interesse tra le potenze capitaliste rivali in Siria e nel mondo si trova nella “guerra al terrore” islamofobica. Dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina, l’intera classe dirigente globale ha collaborato per anni alla campagna per sterminare i musulmani. Il jihadista è diventato il nemico archetipico dell’ordine e della stabilità per il sistema capitalista, e nessuna quantità di morti civili è considerata eccessiva in questa caccia portata avanti dagli imperialisti. Mentre la sinistra occidentale ha sollevato vigorosamente obiezioni a un paio di raid aerei contro obiettivi del regime di Assad (dei magazzini semivuoti) nel 2017 e nel 2018, non si è detto molto sui 273 civili siriani uccisi dalle forze di coalizione statunitensi nel maggio 2017 nella “lotta contro il terrore” (19) o delle migliaia di altri bombardamenti fatti dagli Stati Uniti in Siria. Il silenzio della sinistra occidentale quando gli imperialisti statunitensi uccidono i civili mentre cacciano i nemici di Assad ci aiuta a capire la natura totalizzante dell’egemonia culturale occidentale e dell’orientalismo: alcune cose sono diventate questioni risolte e quindi non più appartenenti al regno della politica – l’idea che le morti musulmane innocenti siano il sottoprodotto necessario della “Guerra al Terrore” è diventata così radicata che non vale più la pena parlarne per molti militanti di sinistra in occidente e altrove. Se invece dovessimo parlarne, la bancarotta intellettuale che sta nel sostegno ad Assad sarebbe evidente, poiché Assad sta usando il terrorismo come un comodo capro espiatorio e una giustificazione per la violenza nello stesso esatto modo in cui l’Occidente ha sempre fatto. E l’enorme quantità di civili innocenti che ha ucciso nel farlo è stata sbalorditiva. (20)

Un discorso eurocentrico e disumano

L’eurocentrismo dei sostenitori marxisti-leninisti di Assad è come una moneta dalle due facce. Privo di un sistema teorico che consenta chiaramente l’etica, la creatività e, in generale, la produzione del nuovo, si basa quasi esclusivamente su un calcolo storico riduttivo ed eurocentrico. Il materialismo storico ha un ruolo importante nella teoria sociale e rivoluzionaria, ma è limitato da standard eurocentrici di sviluppo e di potere; la vera autodeterminazione de-coloniale è elusa in questo quadro fintanto che ciò che è “storicamente progressista” è definito da criteri eurocentrici. Allo stesso tempo, i corpi delle persone dalla pelle scura sono reificati nella traiettoria rivoluzionaria marxista-leninista, con i Terzisti e altri che misurano il successo del marxismo da quanti corpi sono impegnati nella sua perpetuazione. Questa contraddizione in sostanza cerca di cancellare l’attività delle persone dalla pelle scura nella regione, con ogni atto di resistenza a un regime presuntamente “storicamente progressista” (nominalmente anti-americano) trasformato in un complotto della cospirazione della CIA. I sogni e le aspirazioni dei siriani che vivono nella povertà del neoliberismo sono meno importanti della posizione della Siria nello schema del capitale da monopolio difettoso, o delle presunte credenziali “laiche e secolari” del suo stato settario. Di fatto, ai siriani non è nemmeno permesso di sognare una vita migliore; sarebbe astorico. L’esistenza del regime è già giustificata come rivoluzionaria, e qualsiasi resistenza deve essere screditata come controrivoluzionaria, indipendentemente dallo scopo.

E quindi, quando dicono “storicamente progressista”, dovremmo chiedere “per chi?” – Il regime di Assad era “storicamente progressista” nei confronti degli innocenti musulmani detenuti nei siti segreti che la CIA ha costruito negli anni dopo l’11 settembre? (21) È “storicamente progressista” per le famiglie di coloro che furono uccisi quando assediò Aleppo? L’esercizio dell’universalizzazione di uno standard di progresso storico è un esercizio problematico che non si sposa bene con l’autodeterminazione – e ha sdoganato lo sviluppo capitalistico, le industrie estrattive, l’emarginazione di coloro che sono ai margini della società, così come l’imperialismo. È questa la rivoluzione che la sinistra autoritaria sostiene?

Crediamo che il popolo siriano, come tutte le persone, sia capace di una rivoluzione sociale; il disfattismo orientalista che ritrae il mondo al di fuori dell’Occidente come una massa monolitica di persone arretrate, che hanno bisogno di accontentarsi di ciò che hanno, deve essere respinto. La cancellazione di persone che hanno il sogno di vivere al di là della miseria neoliberista deve essere respinta. La presenza di manovre imperialiste e di elementi reazionari non esclude automaticamente ogni opposizione a regimi “storicamente progressisti”; questo è il mondo moderno, e l’impero e la reazione sono ovunque. Probabilmente, la totale sfiducia della sinistra occidentale nei confronti dei rivoluzionari siriani deriva da un’arroganza e un bigottismo profondamente radicati; perché non potevano fidarsi del fatto che i rivoluzionari siriani, che hanno vissuto con il jihadismo reazionario e l’imperialismo nelle loro stesse comunità per anni, sapessero meglio come affrontare questi elementi, in una sorta di paternalismo orientalista. (22) È legittimo criticare – è così che tutti miglioriamo – ma è tutt’altra cosa diffidare e screditare. Questo paternalismo parla dell’idea che il popolo siriano sia reificato agli occhi di alcuni della sinistra occidentale; non sono più esseri umani, ma ingranaggi in una macchina storica che hanno solo bisogno di svolgere il loro ruolo appropriato e utile nelle grandi narrazioni dell’imperialismo e della geopolitica.

Verso l’internazionalismo

Quindi, quali sono i modi in cui possiamo dimostrare la solidarietà internazionale ai nostri compagni in Siria e altrove? Come dovrebbe essere oggi un internazionalismo veramente antimperialista? In realtà, le risposte non sono ben definite; come con tutti gli sforzi organizzativi, dobbiamo imparare mentre andiamo avanti, mentre assorbiamo le critiche e le lezioni del passato. Tuttavia, la base minima che suggerirei di far passare è che gli internazionalisti e gli anti-imperialisti dovrebbero sostenere tutte le lotte per la giustizia sociale, la democrazia radicale e l’autodeterminazione in tutto il mondo. Ciò significa un rifiuto generale di tutti gli interventi imperialisti, che siano degli Stati Uniti o delle altre potenze imperiali. Ciò significa anche un rifiuto della globalizzazione neoliberista e il sostegno alle lotte contro l’austerità e la povertà.

Dobbiamo anche riconoscere che lo stato opera principalmente nell’interesse delle classi dominanti, siano essi capitalisti monopolistici o capitalisti nazionali o entrambi, e gli stati in generale sono istituzioni securitarie e di rapina, il cui interesse è distruggere i movimenti sociali o incanalare i movimenti sociali verso i propri fini. Uno stato non è un movimento, anche quando uno stato sostiene o è sostenuto da movimenti, e questa distinzione deve essere chiara quando si pensa alle lotte di liberazione nazionale. Come anarchici, dovremmo opporci a tutti gli stati, ma anche riconoscere i movimenti che stanno cercando di essere visti come legittimi e sostenerli nella misura in cui esigono giustizia sociale e autodeterminazione. Quindi, dobbiamo offrire un sostegno fondamentale alle lotte di liberazione nazionale contro l’impero, e riconoscere anche quando la facciata della liberazione nazionale e dell’anti-imperialismo vengono utilizzati esclusivamente per servire gli interessi imperialisti, capitalisti e statali – come nel caso di Assad.

Come antimperialisti, dobbiamo anche continuare a capire i problemi delle intersezioni. Le intersezioni di classe, razza, genere, orientamento sessuale e identità religiosa sono ancora importanti per le persone nella loro vita quotidiana, indipendentemente dal fatto che le oppressioni possano essere chiaramente rintracciate nell’impero o localmente. La nostra solidarietà ai popoli emarginati non deve essere limitata da stati apparentemente di sinistra o grandi narrazioni geopolitiche. Gli oppressi hanno il diritto di chiedere dignità a chiunque glielo neghi e abbiamo il dovere di sostenerli come compagni.

La tendenza degli attivisti a reificare le persone nella lotta rende ancora più chiaro che la cosa più importante che dobbiamo fare è costruire connessioni internazionali per la comunicazione e il supporto tangibile. In Occidente, l’anti-imperialismo non può rimanere entro i confini delle discussioni sui social network e dei meme di Stalin; le situazioni diventano astratte, gli argomenti diventano un mezzo per il capitale sociale. Le persone diventano semplici cose o dispositivi. È imperativo e urgente organizzare e agire in solidarietà con i nostri compagni oppressi e minacciati in Siria e in tutto il mondo. Come rivoluzionari e internazionalisti, abbiamo il dovere di rendere concreta la nostra solidarietà. Come può il movimento per la casa di Detroit riferirsi agli sfratti di massa in Cina? Come possono coloro che si trovano all’interno del movimento abolizionista carcerario degli Stati Uniti connettersi con coloro che vivono nella prigione a cielo aperto di Gaza? Come possono gli insegnanti iraniani e americani in sciopero lavorare insieme per la stessa causa? (23) Come può la nostra presenza nel cuore dell’impero contribuire a fermare le guerre di aggressione degli Stati Uniti? Queste sono le domande che dobbiamo porre e le connessioni che dobbiamo attivare, in dialogo con i nostri compagni nel mondo.

* Dato che questo pezzo doveva esporre il modo in cui dovremmo orientarci nei confronti della rivoluzione siriana, ho deciso di focalizzare la mia attenzione e non approfondire la lotta curda. Molto è stato scritto su Rojava dagli anarchici; non tanto è stato scritto in solidarietà con la rivoluzione siriana.

Note

(1)http://www.synaps.network/syria-trends#chapter-3699080

(2)https://syriafreedomforever.wordpress.com/2018/04/29/syria-is-not-exceptional-interview-with-joseph-daher-part-1/

(3)https://tahriricn.wordpress.com/2013/09/16/syria-the-struggle-continues-syrias-grass-roots-civil-opposition/

(4) https://syriafreedomforever.wordpress.com/2014/01/14/assad-and-isis-theyre-both-the-same

(5) https://isreview.org/issue/107/revolution-counterrevolution-and-imperialism-syria

(6) http://news.sky.com/story/is-files-reveal-assads-deals-with-militants-10267238

(7) https://www.thedailybeast.com/americas-allies-are-funding-isis

(8) https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/syria-air-strikes-us-russia-warn-ahead-airbase-donald-trump-putin-missile-attack-tomohawk-cruise-a7671736.html

(9) http://www.newsweek.com/now-russia-says-it-told-us-where-syria-it-was-allowed-bomb-895204

(10) https://antidotezine.com/2018/04/19/the-specter-of-slavery-still-stalks-the-land/

(11) https://www.sbs.com.au/news/russia-saved-syria-as-a-state-says-putin-during-assad-meeting

(12) https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1916/imp-hsc/ch07.htm

(13) http://www.marxist.com/in-defence-of-the-syrian-revolution-the-marxist-perspective-2.htm

(14) Moghadam, Valentine M. “Socialism or Anti-Imperialism? The Left and Revolution in Iran”

(15) Shaikh, Anwar. Capitalism: Competition, Crises, Conflict. 69

(16)https://thenextrecession.wordpress.com/2016/05/17/monopoly-or-competition-which-is-worse/

(17) http://money.cnn.com/2017/05/17/investing/russia-us-debt/index.html?iid=EL

(18) https://sputniknews.com/business/201608171044357006-russia-us-debt-investment/l

(19) http://sn4hr.org/wp-content/pdf/english/964_civilians_killed_in_May_2017_en.pdf

(20) https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-casualties/syrian-war-monitor-says-465000-killed-in-six-years-of-fighting-idUSKBN16K1Q1

(21) https://www.wired.com/2013/02/54-countries-rendition/

(22) https://socialistworker.org/better-off-red/12-save-kevin-cooper-the-crisis-in-syria-with-anand-gopal-and-yasser-munif @ 42:17

(23) https://www.allianceofmesocialists.org/what-can-u-s-teacher-protests-learn-from-iranian-teacher-protests/