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“Un violador en tu camino”: lezioni della rivoluzione femminista cilena

Fonte: https://kohljournal.press/Feminist-Chilean-Revolution

di Camila Stipo

Il 18 ottobre 2019 il Cile ha visto l’inizio di una grande rivolta sociale, ora ribattezzata rivoluzione da moltx. Il suo slogan, “no son 30 pesos, son 30 años” (non 30 pesos ma 30 anni), mostra che il problema non era nell’aumento di 30 pesos della tariffa del trasporto pubblico; piuttosto, è indicativo di una questione profondamente radicata con i 30 anni che seguirono la fine della dittatura, in cui il governo non riuscì a produrre cambiamenti reali e ad affrontare le forti disuguaglianze tra le classi sociali. Che invece sono peggiorate.

Pertanto, e dopo alcune settimane di agitazione causate dalle evasioni di massa delle tariffe di trasporto pubblico da parte degli studenti delle scuole secondarie, il 18 ottobre sono scoppiati incendi in diverse parti della capitale. Come risposta il governo ha imposto uno stato eccezionale e fissato un coprifuoco. Queste misure non sono bastate a reprimere i disordini sociali e massicce proteste hanno preso il sopravvento. Gli scontri con le forze di sicurezza hanno portato a notizie preoccupanti da parte di Amnesty International e Human Rights Watch, con entrambe le organizzazioni che denunciano gravi violazioni dei diritti umani. Tra questi, le immagini che avrebbero attirato maggiormente l’attenzione erano quelle del danno oculare massiccio e senza precedenti causato dai proiettili antisommossa.

Col passare dei giorni e delle settimane, la violenza nelle strade si è intensificata. Nonostante il governo abbia revocato il coprifuoco dopo una settimana, gli scontri sono diventati più gravi e sono aumentati i resoconti strazianti delle torture, comprese le lesioni agli occhi. Catturate dalle telecamere dei telefoni cellulari, le operazioni irregolari della polizia sono state mostrate, in mezzo al caos e all’ingovernabilità nelle strade. È in un tale contesto che molte persone potrebbero perdere la fiducia, un sentimento accresciuto dai discorsi che mettono in guardia contro una possibile dissoluzione della democrazia. È anche in un tale contesto che la performance “un violador en tu camino” (uno stupratore sul tuo cammino) potrebbe trovare strada nella sfera pubblica.

“Un violador en tu camino” è stato creato dal collettivo femminista “Las Tesis”, originario della città di Valparaíso. Una canzone accompagnata da una semplice danza ha denunciato la violenza sessuale di cui le donne sono vittime, nonché la complicità di diverse istituzioni governative – “el violador eres tú” (lo stupratore sei tu), o addirittura “el estado opresor es un macho violador ”(lo stato oppressore è un macho stupratore). La performance ha avuto un tale impatto che è stata replicata in maniera massiccia in diverse città cilene e, ad oggi, in Perù, Argentina, Colombia, Uruguay, Messico, Spagna, Germania, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia , Canada, Grecia, Libano, India, Turchia, tra le altre aree geografiche.

Il forte impatto della performance non si limita alla sua portata internazionale. L’intervento è riuscito a annullare il clima di disperazione e violenza che aveva conquistato il Cile, anche se solo temporaneamente. In questo senso, “un violador en tu camino” è stato un canale di protesta sociale, riposizionando al contempo le richieste femministe al centro del dibattito.

È importante sottolineare che un’ondata femminista prende forma in Cile dal 2016, senza precedenti nella sua visibilità. Con slogan di massa come #Niunamenos (non più una morte per femminicidio) e il rapido aumento dei gruppi femministi intorno alle urgenti problematiche delle molestie per strada, della violenza di genere e della legalizzazione dell’aborto, tra gli altri, gli ultimi tre anni hanno visto una proliferazione di donne che si organizzano in Cile.

Nonostante il valore e il significato conferiti alla sommossa del 2019, pare esserci anche un lato oscuro: non solo essa avrebbe offuscato le richieste femministe, ma avrebbe anche messo a rischio le donne. La violenza sessuale esercitata dalle forze di sicurezza statali che hanno colpito soprattutto le donne (come affermato nel rapporto Human Rights Watch) è stata accompagnata dalla ripresa della disputa sullo spazio pubblico, minando in tal modo ciò che le donne avevano faticosamente rivendicato nel corso degli anni. Per molte donne il pericolo di essere semplicemente nelle strade ha generato l’ansia di uscire e partecipare all’organizzazione sociale e alle proteste. Inoltre molti uomini accusati di violenza di genere partecipano regolarmente a quegli spazi e momenti di azione collettiva, che alienano le donne che hanno subito l’abuso, che scelgono la non partecipazione piuttosto che essere nello stesso spazio dei loro aggressori.

Oltre a quello condotto da HRW, pochi studi supportano queste affermazioni. Ma le reti di organizzazioni di donne hanno messo questo problema sul tavolo per anni. Innumerevoli donne hanno presentato denunce in diversi momenti e incontri avviati da organizzazioni femministe. Ciò fa eco alle esperienze di altri processi e contesti rivoluzionari, in particolare, come sostengo in seguito, quelli sviluppati nelle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa.

Come documentato da vari autori in diverse aree geografiche del MENA non è raro che i processi rivoluzionari rimandino le esigenze delle donne, considerandole richieste di secondo ordine o “specialistiche”. Tuttavia non solo queste richieste rappresentano quelle di almeno metà della popolazione, ma si estendono a una visione critica della cittadinanza politica. Ad esempio, una delle attuali richieste rivoluzionarie in Cile si rivolge a un sistema pensionistico privatizzato che non è in grado di garantire pensioni decenti alla popolazione pensionata. Sebbene ciò influisca sulla grande maggioranza de* lavoratori e lavoratrici cilene, il problema è particolarmente critico quando si tratta delle pensioni delle donne, poiché molte di loro hanno dedicato la propria vita al lavoro di assistenza domiciliare, impedendo loro di accedere ai risparmi di sicurezza sociale e a un piano pensionistico in grado di coprire le proprie esigenze.

In questo senso, l’intervento di La Tesis è un assemblaggio del contesto politico femminista. In primo luogo, si tratta di una forma non violenta di protesta, senza che sia meno diretta, accusatoria e decisiva. Attraverso la creatività, interrompe l’angoscia delle rivoluzionarie femministe causata dalla violenza nelle strade, mentre affina la consapevolezza dei mali sociali che devono essere affrontati. “El estado opresor es un macho violador” (lo stato oppressore è un macho stupratore) funziona a doppio livello. Da un lato, denuncia la complicità dello stato con la violenza di genere. D’altra parte, si riferisce metaforicamente alla cittadinanza come a una donna maltrattata che non può e non deve più sottostare alla violenza del suo violentatore.

L’intervento ha anche aperto uno spazio per l’organizzazione femminista attiva, con migliaia di persone che hanno rivisitato la performance. Per partecipare, è necessario comunicare, provare, concordare e incontrarsi faccia a faccia. Pertanto, con il forte supporto dei social network, la performance contribuisce al rilancio dei gruppi femministi che si erano allontanati dalla sfera pubblica e chiama all’organizzazione donne che non facevano parte prima dei movimenti femministi.

Inoltre questa performance rivendica e stimola la creatività come strumento di combattimento; le sue autrici hanno invitato le femministe a modificare i testi a piacimento per adattarli meglio ai diversi contesti e le donne hanno ascoltato questo richiamo a livello globale. Gli interventi adattati che sono stati organizzati comprendono esibizioni di donne anziane e versioni strumentali come il flamenco, e presentano una vasta gamma di capi, dall’abbigliamento da lutto a un’estetica latinoamericana intrisa di colori vivaci. Attraverso la canzone originale, l’intervento è chiaro nelle accuse che si estendono alla polizia, allo stato, ai giudici e al presidente, e gli adattamenti globali nominano le istituzioni della chiesa, il sistema neoliberale, i militari e altri come complici dell’abuso.

Infine, e forse soprattutto, Las Tesis è riuscita a far emergere la questione delle donne come una responsabilità inevitabile, portando un significato visivo e uditivo allo slogan “la rivoluzione será feminista o no será” (la rivoluzione sarà femminista o non lo sarà). Sebbene il potenziale di trasformazione e l’impatto a lungo termine di questo intervento non siano ancora stati sperimentati, è già possibile trarre una serie di lezioni dalle sue conseguenze a breve termine che possono essere estrapolate da e verso altre aree geografiche e in tempi rivoluzionari diversi.

Il primo punto è quello di organizzare insieme. I momenti rivoluzionari sono momenti di amicizia, solidarietà e sostegno tra tutt@ coloro che si trovano ai margini dello stato, della società e dei loro apparati. Tuttavia ciò non dovrebbe avvenire a spese delle donne che si organizzano in gruppo, per timore che vengano escluse da una nuova ridistribuzione del potere, come è successo più volte nel corso della storia. In secondo luogo, la creatività apre infinite possibilità di mobilitazione sociale, al di là delle modalità tradizionali di organizzazione. E in terzo luogo, è importante respingere la retrocessione delle richieste delle donne in secondo piano, indipendentemente dalle circostanze. Ciò che è “urgente” è semplicemente tale perché è stato deciso dalla regola patriarcale che si posiziona come misura e standard, anche per quanto riguarda le esigenze sociali. E’ un tipo di discorso che dobbiamo combattere e contro cui dobbiamo rivoltarci.

 

La paura non ci appartiene: che la lotta delle campagne trovi eco in tutta Italia. Blocchiamo il paese!

Fonte: Campagne in lotta

Bloccare in contemporanea, per ore, i varchi di uno dei porti commerciali più importanti d’Italia e una zona industriale strategica, in un Paese come quello in cui viviamo, è una scelta ben precisa e ponderata. In un contesto in cui le leggi razziste e fasciste reprimono con sempre maggior forza le forme di conflittualità tipiche di quelle lotte che negli ultimi anni hanno fatto tremare il paese; in un tempo in cui ci si indigna, ci si dichiara antirazzisti e si parla, dai palchi e sugli schermi, di opposizione al DL Salvini, per chi è costretto a vivere segregato in ghetti e campi l’unica arma efficace per farsi ascoltare è bloccare i flussi di merci che alimentano il sistema che ci strozza.

Lo sanno bene le centinaia di lavoratori e lavoratrici dell’agroindustria che nella grande giornata di lotta del 6 dicembre, a Foggia ed in Calabria, hanno scelto di mettere in gioco i propri corpi, il proprio cuore, il proprio coraggio perché consapevoli che il tempo delle chiacchiere è finito: non si può attendere oltre. Lo hanno fatto nonostante la giornata sia stata segnata da molti momenti estremamente gravi. Sono riusciti a trasformare la rabbia, per i compagni investiti a Gioia Tauro – un gesto razzista di estrema arroganza, intrapreso per forzare il blocco – e per un altro picchiato e portato via dalla polizia a Foggia, in forza per continuare. Hanno tramutato in determinazione le aggressioni subite nelle cariche, con le annesse manganellate e lacrimogeni.

Lo hanno fatto nel periodo prenatalizio, in cui la macchina capitalista che gestisce la circolazione di merci, denaro e persone secondo i suoi interessi e per il profitto si mostra in tutta la sua imponenza e ferocia. Hanno scelto di bloccare dei colossi dal valore non solo materiale, ma altamente simbolico. Un importante porto di transhipment nel Mediterraneo, un luogo che è anche una frontiera e che come tale è un emblema di ciò che ci opprime e ci divide, e che il giorno prima aveva ricevuto la visita del patron di MSC (multinazionale con sede in Svizzera…alla faccia del prima gli italiani) Aponte a sottolineare quanto cruciale sia il progetto della ZES e l’investimento sull’aumento dei volumi di scalo – mentre molti lavoratori portuali, a cui va la nostra solidarietà, sono ancora in attesa di essere riassunti. Dall’altro uno snodo stradale che dal casello della A14 porta alla zona industriale di Foggia, in cui sono presenti, oltre alle fabbriche di trasformazione del pomodoro, anche la divisione aerostrutture di Leonardo SPA, gigante della produzione ed esportazione di quelle armi che giocano un importante ruolo nel determinare flussi migratori, povertà e distruzione, e uno dei centri commerciali più grandi del sud Italia, il GrandApulia, tempio dello shopping consumistico soprattutto in questo periodo dell’anno.

Come sempre, alla determinazione, al coraggio, alla fermezza delle rivendicazioni dei lavoratori le istituzioni hanno risposto da un lato con indifferenza e vaghezza, continuando a ignorare la necessità urgente di regolarizzazione per tutti e la cancellazione degli ultimi due decreti, dall’altro mostrando la forza e utilizzando tutta la violenza dell’apparato repressivo. Di sicuro le istituzioni non hanno gradito l’ingente perdita economica che il blocco di questi due punti cruciali ha provocato: 4 km di camion in fila davanti al Porto, fino allo svincolo autostradale, e la mancata distribuzione di merci per lo shopping natalizio al GrandApulia.

Il bilancio finale è di quattro denunce, tra cui quella al lavoratore che è stato investito davanti al Porto di Gioia Tauro, il quale ha ricevuto cure sommarie e un trattamento decisamente ostile, a differenza dell’investitore che si è tranquillamente allontanato dal blocco, e quella al lavoratore picchiato dalla polizia, trattenuto per ore in Questura a Foggia e poi rilasciato grazie alla determinazione del presidio creatosi in solidarietà davanti ai cancelli della stessa questura. Nonostante una costola rotta, è stato costretto dal personale del Pronto Soccorso di Foggia ad attendere ore per farsi visitare. In entrambi i casi, il personale ospedaliero si è dimostrato complice della repressione, cercando in tutti i modi di ostacolare non solo le cure ma l’attestazione della verità di quanto accaduto.

Non diversamente, d’altronde, hanno fatto i pennivendoli delle varie testate giornalistiche al servizio del potere. L’immagine della giornata che emerge dai resoconti mediatici e dalle bocche di chi rappresenta il potere è ancora una volta distorta ad arte per far passare chi scioperava come un violento manipolato da forze oscure. Non si parla di lotte autorganizzate, perché, si sa, gli africani non sono capaci di ribellione autonoma, e c’è sempre qualche bianco ‘figlio di papà’ che li pilota; ancora una volta si mente sulla violenza della polizia, non scrivendo dell’attacco deliberato e immotivato alle persone che stavano manifestando ma inventando inesistenti lanci di pietre da parte dei lavoratori, associando in ogni articolo la questione immigrazione a quella della sicurezza e dell’ordine pubblico come d’altronde ci hanno abituato a sentire e leggere da decenni a questa parte. Abbiamo imparato a non stupirci della vigliaccheria e del razzismo di molti giornalisti, non ci impauriscono le loro bugie e diffamazioni: arriverà il tempo in cui vi faremo pagare tutto.

Dulcis in fundo, le dichiarazioni di CGIL e PD hanno superato a destra anche i partiti fascisti e razzisti, gettando fango sulla lotta dei lavoratori, delegittimandone l’enorme importanza, affermando accuse gravissime che vanno a braccetto con quelle di Fratelli d’Italia e Lega. A quanto pare le leggi ingiuste si possono violare solo in alcuni casi, quando a farlo sono i rappresentanti italianissimi dell’accoglienza degna su cui si pensa di poter capitalizzare alle urne, e l’antifascismo va bene solo nella versione edulcorata e di facciata di piazze mute e disciplinate, mentre si attaccano lavoratori che resistono perché non accettano di essere presi in giro. Si cantano canzoni partigiane, si fa un gran parlare di quanto ingiusto sia il DL Salvini, ma quando i diretti interessati decidono di protestare contro la legge razzista e fascista, ecco che li si colpisce con la violenza e la vigliaccheria tipiche di chi è abituato a giocare con la vita degli altri per ottenere un tornaconto di visibilità e carriera. Gli avvoltoi, da sempre, sono quelli che approfittano e lucrano sulle lotte per i loro sporchi interessi: non certo i lavoratori che si organizzano da soli per cambiare l’esistente, per fare in modo che tutti, non solo gli immigrati, possano avere una vita migliore. Non paghi delle becere accuse lanciate, CGIL e USB, quegli stessi sindacati che con tanta energia amano definirsi in prima linea a fianco dei lavoratori migranti, non hanno esitato nei giorni successivi alla manifestazione a minacciare e intimidire biecamente coloro che hanno partecipato alla giornata di lotta, dimostrando, una volta in più, la loro complicità con il razzismo istituzionale e il suo apparato repressivo.

Ciò che giornali e politici hanno evitato di riportare sono le concrete rivendicazioni che gli scioperanti hanno portato ai due blocchi: l’abrogazione delle ultime leggi immigrazione e sicurezza e la reintroduzione del permesso umanitario; i permessi di soggiorno per chi non ce li ha; l’apertura di canali di ingresso e transito per lavoro e ricerca lavoro oltre che per motivi di carattere umanitario; l’abolizione della residenza come requisito per il rinnovo e per l’accesso ai servizi essenziali; la creazione di un permesso di soggiorno unico europeo che permetta alle persone di muoversi liberamente in Europa; lo smantellamento dell’attuale sistema di accoglienza, detenzione e rimpatri, e il superamento del sistema dei centri d’accoglienza, delle tendopoli e dei campi di qualsivoglia natura in favore dell’accesso alle case. Tutte proposte con le quali chi pretende di essere un difensore dei diritti dovrebbe concordare.

Siamo disgustate da tanta ipocrisia, falsità, violenza. Ancor di più questo ci convince che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta e la solidarietà che ci arriva da chi in altri luoghi d’Italia e d’Europa lotta per i documenti e sul lavoro ci scalda il cuore e ci fa sentire meno sole, più forti.

Ne siamo sempre più convinte, se ci impediscono di vivere liberi da sfruttamento e repressione, dove e con chi vogliamo, bloccare il serpente che ci stritola è l’unica cosa da fare. Sempre di più, in maniera sempre più diffusa e pervasiva, alla vostra violenza risponderemo con unione, coraggio e determinazione.

BASTA SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO! DOCUMENTI PER TUTTI E TUTTE!

VIVA LE LOTTE AUTORGANIZZATE!

Comunicato del Circolo Anarcofemminista Ni Amas Ni Esclavas sulla rivolta nella regione chilena

da https://hacialavida.noblogs.org/post/2019/11/26/comunicado-del-circulo-anarcofeminista-ni-amas-ni-esclavas-sobre-la-revuelta-en-la-region-chilena/

A un mese dall’inizio della rivolta sociale in $hile[1], siamo statx testimoni di molti episodi di violenza politica esercitata dalle forze di polizia e FF.AA. contro milioni di persone scese in strada a manifestare il malcontento e il rifiuto di un modello socioeconomico instaurato a costo della morte e dello sfruttamento di generazioni che hanno pagato le conseguenze del suo sviluppo negli ultimi 46 anni. L’azione diretta contro l’innalzamento del biglietto metro di 30 pesos, durante la quale migliaia di studenti hanno organizzato evasioni di massa, ha incoraggiato un’intera società a sollevarsi contro un sistema iniquo, a organizzare la rabbia accumulata e attaccare chi ci ha oppressx per secoli. Le varie lotte sociali sono emerse con le rispettive richieste, riuscendo a convogliarsi in un fronte comune contro lo stato e il capitale, privilegiando l’empatia e la solidarietà in una rivolta che non si ferma, né di fronte alla sproporzionata repressione né agli accordi per la pace. Non cadiamo nella trappola della nuova costituzione, elaborata a porte chiuse da una classe politica sconnessa dalla realtà e che ancora una volta esclude le persone protagoniste del tanto anelato cambio sociale.

Come anarcofemministe ci uniamo a questa grande lotta, crediamo che sia di somma importanza mettersi in gioco per l’autodeterminazione, il mutuo aiuto, l’azione diretta e l’organizzazione territoriale (essendo questi i pilastri che sorreggono questa trasformazione sociale), rendere visibili gli inganni istituzionali che storicamente la classe politica e imprenditoriale montano attraverso sotterfugi legalisti che favoriscono solamente coloro che hanno cooptato il potere, infestare con le nostre idee i distinti scenari e comunità che oggi più che mai sono terreno fertile per la diffusione delle nostre idee antiautoritarie.

Ripercorrendo la storia delle manifestazioni, proteste o rivolte in questa regione chiamata $hile possiamo individuare un obiettivo comune ancora oggi latente: la fine dell’abuso storico di una classe politico-economica che a suon di collusioni istituzionali, partitiche e imprenditoriali ha portato alla precarizzazione della vita della classe lavoratrice in ogni sua dimensione. Se facciamo questo percorso storico vediamo inoltre uno stato che dal principio ha tentato di silenziare, compromettere e schiacciare la rivolta sociale con il terrore, la repressione e la violenza. Questo terrorismo di stato si è dispiegato prima contro i popoli indigeni della regione, per eliminarli dalla scena della nascente patria, per il bene della fondazione dello stato nazionale $hileno con tutti i suoi dispositivi di controllo, per costruire un paese a immagine e somiglianza dell’Europa: bianco, civilizzato e progressista.

Il massacro razzista attuato dallo stato non è riuscito nel suo intento e questo è evidente nella resistenza da nord a sud dei popoli indigeni che storicamente hanno dovuto lottare e difendere le proprie terre, la propria cultura e le loro stesse vite dinanzi a uno stato che ha cercato sistematicamente di cancellarli dalle mappe. Successivamente questo stesso stato che ha promosso un avvenire sicuro e prospero, ha rivolto il massacro verso la sua propria gente, non a una gente qualsiasi bensì a quella che, da quando $hile è $hile, ha dovuto vivere in condizioni indegne, alla gente precaria, maltrattata, marginalizzata e dimenticata, gente che nel momento in cui alzava la voce si è vista scaternare il fuoco, la repressione, la tortura, la sparizione e la morte! Meccanismi che possiamo incontrare nella storia recente della regione chilena con l’instaurazione della dittatura civico-militare di Pinochet che a suon di minacce, proiettili e torture ha fatto del $chile il primo paese neoliberale del mondo, consolidando così una delle forme del capitalismo più sfacciato, autoritario e dispotico, forma che oggi lo stato non ha potuto continuare a occultare sotto il suo grande tappeto di convenzioni politiche, lobby, politiche pubbliche fatte di briciole e inganni giornalieri! Oggi lo stato chileno mostra la sua vera faccia, quella che lungo 30 anni di ‘democrazia’ ha provato a lavar via il sangue che scorre nelle sue istituzioni, nei suoi eserciti, tra le sue leggi, sul suo scudo e la sua bandiera; pallottole, pallini, lacrimogeni, gas urticante e proiettili che mostrano questa patria traboccante di sangue, sangue che di nuovo, nella rivolta iniziata il 18 ottobre 2019, torna a scorrere sulla protesta sociale, con più di 20 morti, 200 perdite oculari, torturatx, imprigionatx, sequestratx e stupratx.

L’azione militare brutale e mortale contro la cultura mapuche non si è fermata dopo la ditattura. Il suo obiettivo è disarticolare la storia dei popoli indigeni per riprodurla all’interno di una logica colonialista. In questo senso si ritiene valida la storia mapuche solo a partire da una rivalorizzazione del popolo detto chileno all’interno della sua etica e cosmologia, basate sul valore della terra e della natura. “Mapuche: gente di questa terra”, un motto che senza dubbio renderà giustizia ai disastri provocati da uno stato oppressore e assassino che ha definito il popolo mapuche terrorista. Dall’attuale crisi sociale provocata da una precaria e abusiva politica neoliberale, è stato dimostrato il sostegno alle persone Mapuche nella loro lotta autonoma, sostegno basato su organizzazioni sociali e appoggio reciproco che è emerso spontaneamente tra i nostri pari, identificandoci come anarcofemministe con gli ideali anticapitalisti della loro lotta. Attualmente lo stato ha giustificato la violenza approvando leggi che rafforzano ancora di più la repressione e criminalizzazione della protesta; ricattando e assassinando coloro che ritiene una minaccia al suo modello attuale.

È così che hanno discriminato e violentato il popolo mapuche da tempo immemore, nascondendolo all’opinione pubblica, criminalizzando e offuscando ciò che questo sta esigendo da anni: la liberazione, ricostituzione e autonomia del territorio mapuche, che dopo esser stato usurpato giace in mano di privati che lo distruggono e sfruttano. Il governo instilla nell’opinione pubblica disinformazione e menzogne attraverso i mezzi di comunicazione; menzogne che vorrebbero nascondere le montature contro la causa mapuche (una delle ultime è il caso del comunero Camilo Catrillanca [2], che il 14 novembre 2018 ha dimostrato fattivamente il comportamento assassino dei sicari dello stato). Allo stesso modo la ‘machi’ Francisca Linconao[3] che nel 2013 è stata accusata senza fondamento usando la legge anti-terrorista, è stata assolta per mancanza di prove nel 2018. Non sono oggi cessate le montature, la repressione e la violenza nei confronti del popolo indigeno, con la differenza che ora ad apportare il proprio sostegno non sono soltanto gruppi minoritari; ormai gran parte dei movimenti sociali, così come individualità che scendono in strada a manifestare, hanno compreso che l’oppressore è lo stesso in entrambe le cause: lo stato capitalista, patriarcale e colonialista.

Le rivolte e la disobbedienza civile messe in atto in questi giorni hanno evidenziato tutte le ingiustizie, le disuguaglianze e le violenze su cui si struttura lo stato del $hile, senza tralasciare la violenza politico-sessuale attuata attraverso stupri, molestie, denudamenti e insulti contro donne e dissidenze sessuali; uno dei congegni per seminare terrore, umiliazione e paralisi delle forze contrarie allo status quo! Si è dimostrata di nuovo, proprio come sotto la dittatura, la violenza machista storica che gli stati (tutti) hanno esercitato dal principio del mondo civilizzato; si è dimostrato che in una alleanza machiavellica gli stati hanno dispiegato atti di vessazione nei confronti delle individualità che rifuggono il sistema eteronormato e che resistono nelle loro esistenze differenti. Dopo una gran visibilità dei movimenti articolati dai femminismi, diventa un dovere continuare a espandere il nostro pensare, evidenziando violenze e combattendole congiuntamente.

Perciò ci dichiariamo contro lo stato, contro i suoi dispositivi, meccanismi e forme!

Rifiutiamo la violenza dello stato oligarchico, liberale e patriarcale contro il popolo mapuche, le marginalità, le donne, le persone omosessuali, le dissidenze sessuali e coloro che sono dimenticatx, proprio come la nostra infanzia catturata dal Sename.[4]

Esigiamo libertà e giustizia per tuttx, compagnx, prigionierx e cadutx.

Crediamo che l’unica maniera di continuare a combattere e resistere per riprenderci le nostre vite è l’organizzazione e le assemblee territoriali! Non crediamo nei loro contratti di pace, tantomeno nelle loro convenzioni costituenti sotto uno stato che storicamente è stato il nemico di tutti i popoli!

La lotta continua, la rivolta resiste!

Organizzati e riprendiamoci le nostre vite!

Círculo Anarcofeminista Ni Amas Ni Esclavas

Novembre 2019

[1] La dicitura ‘$hile’ è diffusa nel paese e marca la distinzione tra il Chile reale e lo stato neoliberale che deturpa il suo popolo e territorio in favore del capitale ($hile con $ simbolo del Peso)

[2] Camilo Catrillanca, 24enne mapuche della regione meridionale de La Auracanía e tra i leader della ATM (Alianza Territorial Mapuche), è stato ucciso da una pallottola sparata da Carabineros della squadra speciale denominata Comando Jungla il 14 novembre 2018. La sua morte ha generato proteste e scontri nelle maggiori città chilene. Il primo anniversario del suo assassinio è perció coinciso con le sollevazioni attuali.

[3] Francisca del Carmen Linconao Huircapan è una ‘machi’, un’autorità spirituale, guida e guaritrice. La causa intentata contro l’azienda forestale Palermo ha portato a una sentenza favorevole al popolo mapuche, costituendo un precedente giuridico pericoloso per lo sfruttamento indiscriminato dei territori da parte dei privati. Nel 2013 è stata ingiustamente incriminata in un caso di omicidio e nel 2016 incarcerata insieme ad altrx 10 comunerxs sulla base della denuncia falsa di un testimone estorta sotto minaccia di funzionari di polizia.

[4] Servicio Nacional de Menores, organismo di protezione delle persone minori dello stato chileno, tristemente noto per i sistematici maltrattamenti adottati nella totalità dei centri del territorio nazionale, nonché per gli innumerevoli casi di violenza sessuale (nel 50% dei casi).

Libano: una rivoluzione contro il settarismo. Cronaca del primo mese della rivolta

da https://crimethinc.com/2019/11/13/lebanon-a-revolution-against-sectarianism-chronicling-the-first-month-of-the-uprising

Dal 17 ottobre, il Libano ha assistito a manifestazioni a livello nazionale che hanno rovesciato il primo ministro e trasformato la società libanese. Queste manifestazioni fanno parte di un’ondata globale di rivolte (tra cui Ecuador, Cile, Honduras, Haiti, Sudan, Iraq, Hong Kong e Catalogna) in cui gli sfruttati e gli oppressi stanno sfidando la legittimità dei loro governanti. In Libano, un accordo settario di condivisione del potere risalente alla fine della guerra civile ha creato una classe dominante di signori della guerra che usano il clientelismo per mantenere il potere vincendo le elezioni, confermando la nostra tesi secondo cui la politica è guerra con altri mezzi. In questo resoconto completo degli eventi del mese scorso, un partecipante sul campo descrive dettagliatamente la rivolta libanese, analizzando come abbia minato le strutture patriarcali e trasceso le divisioni religiose per riunire le persone contro la classe dominante.

di Joey Ayoub

Come tutto ha avuto inizio

Per il popolo libanese, la settimana del 17 ottobre 2019 è stata tra le più movimentate della memoria recente.
Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, gli incendi hanno devastato il Libano e parti della Siria. Abbiamo perso fino a 3.000.000 di alberi (1200 ettari) in un paese di 10.500 chilometri quadrati (4035 miglia quadrate), quasi raddoppiando la media annuale della perdita di alberi in sole 48 ore. La risposta del governo è stata disastrosa. Il Libano aveva solo tre elicotteri, donati da civili che li avevano messi a disposizione, lasciati fermi in aeroporto perché il governo non aveva fatto la manutenzione. Sebbene il governo avesse stanziato fondi per la manutenzione, i soldi erano “scomparsi”, come accade per molti fondi in Libano che sono nelle mani della classe dominante settaria. Alla fine gli incendi sono stati domati dall’intervento congiunto di impiegati pubblici volontari (la protezione civile non è pagata da decenni) tra cui persone provenienti dai campi profughi palestinesi, volontari a caso, aerei inviati da Giordania, Cipro e Grecia e, fortunatamente, dalla pioggia. Sarebbe potuto andare molto, molto peggio.
Non soddisfatti della propria incompetenza, i politici libanesi hanno fatto fare da capro espiatorio ai siriani, diffondendo voci secondo cui i siriani stavano appiccando gli incendi e si stavano trasferendo in case libanesi abbandonate (evidentemente i siriani sono a prova di fuoco…). Alcuni dei maggiori politici, come il capo del Movimento patriottico libero (FPM) Mario Aoun, si sono lamentati del fatto che gli incendi hanno colpito solo le aree cristiane, ignorando il fatto che la regione Shouf, dove sono avvenuti molti degli incendi, è in realtà una zona a maggioranza drusa.
Invece di affrontare le ripercussioni degli incendi e prevenire quelle successive, lo stato ha esacerbato la situazione. Il 17 ottobre, lo stato ha approvato un disegno di legge per tassare le telefonate via Internet tramite servizi come WhatsApp. Lo hanno definito come un tentativo di ottenere entrate aggiuntive per sbloccare oltre 11 miliardi di dollari di “aiuti” promessi alla conferenza CEDRE (Conférence économique pour le développement par les réformes et avec les entreprises, ndt) a Parigi:
“Il vicepresidente della Banca mondiale per il Medio Oriente e il Nordafrica Ferid Belhaj ha affermato che se il Libano volesse vedere presto i soldi del CEDRE, dovrebbe prendere sul serio l’attuazione delle riforme”.
Queste “riforme” erano essenzialmente misure che punivano ulteriormente la maggioranza di meno abbienti, salvando la minoranza di ricchi.

Il Libano aveva già subito una serie di crisi economiche legate alla corruzione e al debito nazionale – la maggior parte del quale (circa il 90%) è detenuto dalle banche locali e dalla banca centrale – provocando corse agli sportelli bancari, carenza di carburante e scioperi. Quasi 90 miliardi di dollari sono concentrati in soli 24.000 conti bancari in Libano, vale a dire qualcosa tra i 6000 e gli 8000 titolari di conti in Libano hanno oltre otto volte la quantità di denaro che il governo spera di “sbloccare” con CEDRE. Sebbene molti media si siano concentrati sulla cosiddetta “tassa di WhatsApp”, in realtà è stata la combinazione di tutti questi fattori e molti altri a ispirare l’indignazione.
La notte del 17 ottobre, migliaia di persone sono scese nelle strade delle città del Libano, tra cui Beirut, Tiro, Baalbek, Nabatiyeh, Saida e molti altri luoghi in proteste spontanee. Le proteste sono state così partecipate che lo stato ha annullato immediatamente l’imposta. Quella notte, una donna di nome Malak Alaywe Herz ha preso a calci la guardia del corpo armata di un politico; il video è diventato virale e, come in Sudan, una donna è diventata un’icona rivoluzionaria. Entro il 18 ottobre, parti del centro di Beirut erano in fiamme e gran parte del paese era completamente chiuso da blocchi stradali, molti dei quali erano fatti con pneumatici incendiati.

Da quel momento mi sono unito alle proteste di Beirut e da allora ci vado quasi tutti i giorni. Come organizzatore delle proteste del 2015, cresciuto in Libano e che ne ha scritto dal 2012, ho capito subito che queste proteste sarebbero state diverse. Non ero l’unico preso da quel sentimento raro: la speranza. Al contrario, essa era ovunque. In questo resoconto, cercherò di spiegare perché queste proteste hanno già creato cambiamenti irreversibili nel paese, cambiamenti che le élite al potere dei signori della guerra e degli oligarchi stanno lottando per invertire.

La duplice natura dell’insurrezione

È importante considerare come l’insurrezione in corso abbia dimensioni sia riformiste che rivoluzionarie. È una rivolta contro l’ingiustizia e la corruzione e una rivoluzione contro il settarismo.
La dimensione riformista assume la forma di proteste contro la corruzione. Una richiesta comune, espressa nel canto kellon yaani kellon (“tutti significa tutti”), è che il governo si dimetta. Il 20 ottobre, quattro ministri associati alle forze libanesi (LF), un partito guidato dall’ex signore della guerra Samir Geagea, si sono dimessi; da allora, la LF ha cercato, piuttosto senza successo, di cavalcare l’onda delle proteste. La prima grande vittoria sono state le dimissioni del primo ministro Saad Hariri martedì 29 ottobre, facendo crollare efficacemente il governo come lo avevamo conosciuto, anche se, al momento della stesura di questo documento, è ancora il primo ministro custode [tecnicamente in carica, ndt].
Non ci sono richieste unificate provenienti dalle strade; in molti modi, c’è resistenza alla formulazione di un elenco di richieste. Detto questo, ci sono diverse richieste popolari, che richiedono principalmente la fine della corruzione e la politica settaria, che sono giustamente viste come intrecciate. Le vediamo nelle interviste di strada condotte dalle stazioni televisive, sui social media e tra i manifestanti stessi. Come hanno scritto Kareem Chehayeb e Abby Sewell, oltre alle dimissioni del governo, due richieste comuni sono state per “elezioni parlamentari anticipate con una nuova legge elettorale, per elezioni che non si basino sulla proporzionalità settaria” e “per un’indagine indipendente su furto e appropriazione indebita di fondi pubblici “. Quest’ultima richiesta è stata brevemente sintetizzata da un uomo di Arsal: “Non c’è una guerra. Si tratta di soldi. Hai rubato i soldi, restituisci i soldi”.

Le proteste sono anti-settarie in molti modi diversi. Trascendono ciò che potremmo pensare come una divisione sinistra/destra e includono persino i sostenitori tradizionali dei partiti politici settari. Questa rabbia è in atto da quasi tre decenni; i traumi intergenerazionali sono ancora più antichi. Dalla fine della guerra civile, la classe transnazionale dei signori della guerra-oligarchi del Libano ha perfezionato le regole del gioco. Lo stato funge da base attraverso la quale questa classe può fare affari con se stessa e principalmente con le élite del Golfo, dell’Iran e dell’ovest; le reti clientelari mantengono strutture di potere a beneficio di questa classe, mantenendo i segmenti della popolazione dipendenti da loro; le infrastrutture pubbliche sono state lasciate marcire mentre la rapida privatizzazione limita la libertà di movimento tra le regioni e paralizza regolarmente l’intero paese; e, più recentemente, la paura della violenza che trabocca dalla Siria è stata regolarmente evocata, tre decenni dopo la stessa guerra civile del paese, per imporre il senso di impotenza al popolo libanese.
Per farla breve: mentre cercavano di riprendersi da 15 anni di guerra civile, gli abitanti del Libano hanno trascorso gli ultimi tre decenni a barcamenarsi nella vita di un paese in cui avevano ben poco diritto di parola. Un’implosione era inevitabile, ma il modo in cui è accaduta sta sfidando le interpretazioni più ciniche della vita politica libanese, comprese quelle degli stessi libanesi.

Reclamare le nostre strade

Quando la guerra civile finì sotto la “tutela” (leggi: occupazione) del regime siriano, i poteri si sono ricomposti per creare una parvenza di politica al fine di promuovere il messaggio che gli anni ’90 sarebbero stati il ​​decennio della ricostruzione. A Beirut ciò ha comportato la privatizzazione praticamente di tutto. Il centro storico, che gli arabi di tutta la regione chiamano Al-Balad (letteralmente “il paese”) è stato trasformato in Solidere, la società privata fondata dalla famiglia Hariri. Questo “neoliberismo realmente esistente” era addolcito da un discorso ottimistico: la narrazione era che solo attraverso legami commerciali si poteva tenere a bada la minaccia della guerra civile. Questo era il tempo in cui nacque la nostra generazione, la generazione del dopoguerra che mi piace chiamare la “generazione del ripensamento”. Siamo cresciuti ascoltando storie dei “bei vecchi tempi” prima della guerra, quando Beirut aveva una linea del tram e le persone potevano vendere merci negli spazi pubblici. Inutile dire che quel quadro roseo degli anni prebellici non considerasse le molte crisi avvenute a livello regionale e nazionale, crisi che alla fine hanno portato alla guerra civile nel 1975.
Ma gli anni ’90 hanno visto anche altri sviluppi. Il parlamento ha approvato una legge di amnistia nel 1991, perdonando la maggior parte dei crimini commessi durante la guerra, consentendo a coloro che avevano il potere di entrare nel governo. La maggior parte degli attuali pesi massimi della politica erano signori della guerra o imparentati con i signori della guerra, oppure divennero attivi nell’era postbellica o nei suoi primi giorni o dopo la Rivoluzione dei cedri del 2005 che espulse l’esercito siriano.
Queste figure politiche includono Nabih Berri, leader del movimento Amal dagli anni ’80 e presidente del parlamento dal 1992; Michel Aoun, presidente della repubblica, leader del Free Patriotic Movement (FPM) tornato dall’esilio nel 2005, e suocero di Gebran Bassil, che è anche leader dell’FPM e ministro degli esteri; Samir Geagea, leader delle forze libanesi (LF) dagli anni ’80, liberato dal carcere nel 2005 e rivale storico di Aoun; Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah dal 1992; Walid Jumblatt, leader del Partito progressista “socialista” (PSP) dal 1977; e Samy Gemayel, leader del partito Kataeb e nipote di Bachir Gemayel, un signore della guerra assassinato nel 1982 mentre era presidente eletto. Inoltre, possiamo considerare Saad Hariri, leader del Future Movement (FM), ripetutamente primo ministro [Hariri è stato in carica come primo ministro dal 9 novembere 2009 fino al 13 giugno 2011 e poi di nuovo dal 18 dicembre 2016 al 29 ottobre 2019, ndt] e figlio del primo ministro assassinato Rafik Hariri, come uno degli oligarchi più importanti dell’era postbellica, insieme a Tammam Salam, ex primo ministro e figlio di Saeb Salam, sei volte primo ministro prima della guerra civile, e Najib Mikati, anche lui ex primo ministro e di solito citato come l’uomo più ricco del Libano.
In breve, il Libano è governato da dinastie politiche che sono state forgiate nel fuoco della guerra civile o durante la sua “ricostruzione” del dopoguerra. Questo è ciò che i manifestanti nella città settentrionale di Tripoli hanno denunciato il 2 novembre con il canto “noi siamo la rivoluzione popolare, voi siete la guerra civile”.

Tripoli, la luce della rivoluzione

Tripoli, la più grande città del Libano settentrionale, è stata in prima linea nella rivolta. Quasi ogni giorno dal 17 ottobre, migliaia di manifestanti a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la caduta del regime settario. Per citare un manifestante di 84 anni, “C’è così tanta povertà e privazione qui che non importa come andrà a finire, le cose andranno comunque meglio”. Oltre alle spettacolari esibizioni di mobilitazione popolare, Kellon Yaa Kellon e “la gente vuole la caduta del regime” risuonano quotidianamente.
Tripoli, una città a maggioranza sunnita, ha apertamente sfidato la narrazione settaria dichiarando che sta con Nabatiyeh, Tiro e Dahieh, tutte città a maggioranza sciita. Quando Hezbollah e Amal Shabbiha (criminali governativi) hanno attaccato i manifestanti a Nabatiyeh il 23 ottobre, Tripoli ha risposto “Nabatiyeh, Tripoli è con te fino alla morte”. Il canto “Rivoluzione popolare contro guerra civile”, rapidamente adottato nel resto del Libano, presenta una narrazione in cui coloro che ancora si aggrappano alle loro identità settarie come reliquie della guerra civile si oppongono a coloro che stanno cercando di costruire un futuro inclusivo di tutti indipendentemente dalle sette religiose. Le proteste di Tripoli hanno indicato dall’inizio che questa rivolta sarebbe stata diversa.

Tripoli ha mantenuto uno slancio diverso a causa delle strutture organizzative emerse. Come a Beirut, i manifestanti a Tripoli hanno allestito ospedali e forum di discussione delle persone oltre a occupare l’edificio comunale. Le mobilitazioni sono state così inclusive che, per la prima volta che ne sono a conoscenza, i manifestanti di altre parti del Libano sono andati a Tripoli per partecipare alle proteste, in risposta a un invito aperto. Il 22 ottobre, poco prima che i manifestanti iniziassero a cantare “la gente vuole la caduta del regime”, un uomo con un megafono ha dichiarato “se [il governo] chiudesse tutte le piazze, siete tutti benvenuti in Nour Square [la piazza principale]”. Per la prima volta, Tripoli è diventata il centro dell’indignazione nazionale libanese. Nour significa “luce” in arabo; lo scrittore libanese Elias Khoury ha chiamato Tripoli la luce della rivoluzione.

Per cogliere il significato di tutto ciò, è necessario capire che parti di Tripoli e il distretto di Akkar a nord di essa hanno storicamente sopportato il peso maggiore della violenza statale mentre venivano demonizzate dall’opinione pubblica e dai media come snodi dell’estremismo sunnita. Sia lo stato libanese che Hezbollah hanno adottato le proprie versioni della narrazione post guerra dell’11 settembre, e le aree a maggioranza sunnita del Libano settentrionale, tra le più povere del Libano e vicine alla Siria, sono diventate capri espiatori. Eppure, nonostante questi tentativi da parte dei partiti settari, la creazione di questo capro espiatorio del Nord non è riuscita a ostacolare questo movimento. Si possono trovare commenti settari online, di solito mescolati con commenti anti-rifugiati, ma non hanno influenzato in modo significativo lo slancio visto per le strade.
Questo è il motivo per cui lo status di Tripoli come capitale de facto della rivoluzione ha messo a disagio attori politici come l’FPM. La stazione televisiva di FPM, OTV, ha regolarmente demonizzato i manifestanti a Tripoli e Akkar, impegnandosi in una campagna di disinformazione sin dall’inizio. Un titolo affermava che Tripoli stava “copiando” la città siriana di Homs (brutalmente schiacciata dal regime di Assad nel 2014), suggerendo che i militanti di Idlib si stessero facendo strada. Un altro esperto di OTV ha proclamato “proprio come siamo andati in Siria e seppellito la loro rivoluzione, seppelliremo questa rivoluzione in Libano” (L’FPM non ha mai partecipato militarmente in Siria, ma ovviamente lo ha fatto il suo alleato Hezbollah). Quando un attivista a Beirut ha risposto ai sentimenti dei rifugiati anti-siriani cantando “Bassil out, rifugiati in”, OTV ha preso quel filmato e ha aggiunto il titolo “Formazione americana, incitamento saudita, infiltrazione siriana”.

La connessione con la Siria è profonda. I manifestanti a Tripoli hanno cantato “Idlib siamo con te fino alla morte”, in riferimento alla città siriana che continua ad essere bombardata dalle forze aeree russe e siriane; I canti siriani sono stati adottati e riproposti in tutto il Libano. Come ha scritto un attivista siriano, “l’establishment politico del Libano, in particolare la parte che è ancora al potere, è sempre più infastidito da Tripoli e fa di tutto per mettere in cattiva luce la città e i suoi abitanti”. Il capro espiatorio di Tripoli potrebbe essere visto come un’estensione della risposta del governo libanese alla rivoluzione siriana, in particolare da parte di Hezbollah, Amal e FPM. Sebbene ufficialmente non affiliato, il governo libanese ha preso una piega dura contro i rifugiati dall’elezione di Aoun nel 2016, non che il governo fosse pro-rifugiati prima. In particolare Bassil si è associato a questa retorica, da cui il canto pro-rifugiato anti-Bassil.
Il distretto di Akkar è stato senza dubbio il capro espiatorio di politici e media anche più di Tripoli. Sebbene le proteste siano iniziate insieme al resto del Libano, la copertura mediatica rimane minima. Il 30 ottobre, i manifestanti ad Akkar, come altrove nel paese, hanno fatto eco al famoso canto siriano “yalla erhal ya Bashar” (affrettati a lasciare, Bashar [Assad]), adattandolo a “yalla erhal Michel Aoun”, come ascoltato per la prima volta in Beirut. Quella stessa notte, le forze di sicurezza hanno attaccato una marcia ad Akkar mentre i manifestanti cercavano di bloccare le strade. La risposta violenta delle forze di sicurezza ha portato i manifestanti a contrapporre la risposta relativamente mite delle forze di sicurezza di Beirut alla loro risposta ad Akkar.

La sollevazione del sud e dell’est

L’altra parte della storia è ambientata nel sud, in particolare a Nabatiyeh e Tiro (nota come Sour in arabo), così come nella valle della Bekaa ad est.
I manifestanti a Nabatiyeh sono stati tra i primi a manifestare la notte del 17 ottobre. Entro il 18 ottobre alcuni stavano già sfidando tabù di vecchia data. Il solo suggerimento che un manifestante ha fatto in diretta televisiva che Nabih Berri, il cui movimento Amal domina politicamente la regione accanto a Hezbollah, sia stato per troppo tempo presidente del parlamento – ha terrorizzato il giornalista che lo intervistava; il tweet che documenta questo fatto è stato eliminato. Per capire perché ciò sia accaduto e perché ciò che sta accadendo nel Sud e nell’est sia così importante, dobbiamo discutere della shabbiha.

La shabbiha è stata storicamente un fenomeno siriano. La parola stessa deriva da “fantasma” o “ombra”; è spesso associata alle Mercedes nere S600 (chiamate al-shabah) che sono state usate per rapire dissidenti e manifestanti siriani. Più tardi, il termine assunse una connotazione più generale, descrivendo gli uomini disposti a essere violenti in nome dei loro zu’ama (singolare: za’im), signori della guerra o capi principali locali, che spesso ricevono ordini dall’alto. Questo può significare qualsiasi cosa, dal picchiare i manifestanti a rapirli, torturarli e persino ucciderli. Quest’ultimo fatto non è più così comune in Libano, motivo per cui il termine shabbiha ora descrive qualsiasi attore filo-governativo disposto a infliggere violenza sui manifestanti.

Questa immagine [https://twitter.com/joeyayoub/status/1185511737317056512] ad esempio, mostra una banda shabbiha pro-Amal a Tiro il 19 ottobre; un video [https://twitter.com/chehayebk/status/1185506613584650240] di quella stessa mattina mostra queste shabbiha che attaccano i manifestanti. A causa della loro natura, è spesso molto difficile identificare la shabbiha e quasi impossibile “dimostrare” una catena di comando. Ma per motivi sia storici che contemporanei, sono state associate al Movimento Amal e a Hezbollah (sebbene la shabbiha armata di FPM abbia anche attaccato i manifestanti in almeno un’occasione).
Anche se Beirut ha subito due grandi attacchi della shabbiha, vale la pena notare che pure gli eventi del 29 ottobre, quando centinaia di uomini Amal/Hezbollah sono andati nel centro di Beirut per picchiare manifestanti e giornalisti e distruggere le tende allestite da manifestanti, impallidiscono rispetto a ciò che si sta diffondendo nel sud. Il 23 ottobre Amal/Hezbollah shabbiha ha attaccato i manifestanti a Nabatiyeh, ferendone oltre 20. Ciò ha così scioccato i manifestanti che una mezza dozzina di membri del consiglio comunale si sono dimessi il giorno successivo sotto pressione. In risposta all’attacco del 23 ottobre, il 24 ottobre è stato chiamato “il giorno della solidarietà con Nabatiyeh” e un meme è stato diffuso con le parole “Nabatiyeh non si inginocchia, chiedi ai sionisti”. Nella “Domenica dell’Unità” (3 novembre), i manifestanti a Kfar Remen, storicamente noti per la loro resistenza comunista all’occupazione israeliana nel Libano meridionale, hanno incontrato i manifestanti di Nabatiyeh. Alcuni manifestanti in fuga dalla polizia affiliata a Hezbollah di Nabatiyeh sono andati a Kfar Remen per unirsi alle proteste.
Questa è una svolta straordinaria per una regione del Libano che è spesso considerata il territorio incontrastato di Hezbollah e Amal; lo stesso vale per la valle della Bekaa. Ma le sfide alle potenze dominanti sono continuate. Abbiamo ascoltato canti come “Non vogliamo un esercito in Libano tranne quello libanese” (una sfida all’attuale potere militare dominante, Hezbollah), nonché solidale con Tripoli e il resto del Libano. Abbiamo visto la violenza della shabbiha a Bint Jbeil, una città al confine meridionale che ha sofferto molto sotto l’occupazione israeliana e poi durante la guerra del 2006. Tiro si unì anche la prima sera, cantando “la gente vuole la caduta del regime”; entro il 19 ottobre, la shabbiha stava attaccando violentemente i manifestanti. I giornalisti sono stati costretti a fuggire dalla scena mentre la shabbiha picchiava indiscriminatamente chiunque sulla sua strada. Un testimone ha descritto come la mukhabarat (polizia segreta) seguiva i manifestanti accanto alla shabbiha.
Per quanto riguarda la valle della Bekaa, la copertura mediatica è stata relativamente bassa. Ci sono state proteste a Zahleh, Baalbek, Taalbaya, Bar Elias, Saadnayel, Chtoura, Majdal Anjar, Al-Fakeha, Hasbaya, Rashaya e Al-Khyara, tra gli altri luoghi.

Le reazioni a questi attacchi della shabbiha furono un primo segno della rottura della proverbiale barriera della paura. I manifestanti a Beirut hanno cantato “Tiro, Tiro, per te noi risorgeremo” (che fa rima in arabo), uno slogan che è diventato rapidamente comune in tutto il paese.
Da allora, abbiamo visto ripetersi uno schema ormai familiare: la repressione è seguita dalla resistenza, che a volte è seguita dai sostenitori settari che si presentano in gran numero, ma altre volte porta i dimostranti a prendere il sopravvento. Questa è una parte importante della rivolta; c’è anche un chiaro tentativo da parte dei manifestanti di “convertire” i sostenitori del partito settario sotto lo stendardo unificato della politica anti-settaria. Fino ad ora, ciò si è rivelato relativamente efficace: mentre non possiamo mai valutare chi sostiene ufficialmente i partiti settari e chi no, prove aneddotiche e testimonianze dirette suggeriscono che la maggioranza della popolazione sia almeno d’accordo con il malcontento più ampio che motiva i manifestanti.

L’Establishment risponde

Questi attacchi potrebbero essere descritti come la parte fondamentale della strategia del governo di usare il bastone e la carota. Per quanto riguarda la parte della carota, è stata piuttosto confusa. Gli attori principali [dell’Establishment, ndt]  hanno cercato di offrire una risposta coerente alle proteste, soprattutto perché non sono d’accordo tra loro e stanno provando, come al solito, a navigare a vista basando la propria politica giorno per giorno. La natura decentralizzata e orizzontale delle proteste ha ostacolato i tentativi dello stato di demonizzarle o cooptarle.
Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha tenuto un discorso il 19 ottobre. Al momento della stesura di questo documento, Nasrallah ha già parlato quattro volte dall’inizio della rivolta, un fenomeno insolito in sé. Sebbene Nasrallah non detenga una posizione ufficiale nel governo libanese, è visto come un regista di fatto a causa del potere militare di Hezbollah. Ma nonostante abbia una reputazione tra i suoi seguaci di essere relativamente sobrio nei suoi discorsi, il suo primo discorso è stato caratterizzato da autentica rabbia, arroganza e condiscendenza. Ha detto direttamente ai manifestanti che stanno sprecando il loro tempo e che questo “mandato” (la sua scelta di parole potrebbe anche essere tradotta come “era” o “patto”) non cadrà, in riferimento all’accordo del 2016 che ha portato Michel Aoun a diventare il presidente e Saad Hariri a diventare Primo Ministro (Ricordiamo che Nabih Berri non ha lasciato la sua posizione di Presidente del Parlamento dal 1992). Ha persino accusato i manifestanti di essere finanziati da ambasciate straniere, portando i manifestanti a rispondere dicendo “Sto finanziando la rivoluzione”, che da allora è diventato un meme ed è apparso anche sui segnali stradali. Un videomaker libanese ha risposto pubblicando un video dello stesso Nasrallah che afferma che Hezbollah è finanziata al 100% e armata dall’Iran.
Mantenendo il sostegno al governo, Nasrallah ha messo il suo peso dietro due degli uomini più impopolari della politica libanese: Gebran Bassil dell’FPM e Saad Hariri dell’FM. Ciò ha rivelato l’establishment come opportunista e corrotto. Proprio come i partiti politici settari si sono uniti nel 2016 per sconfiggere Beirut Madinati [la lista civica “Beirut è la mia città” raggiunse il 40% ma arrivò dietro la coalizione dei partiti di governo, ndt] alle elezioni comunali, si sono nuovamente uniti per sconfiggere la rivolta popolare. Ma Nasrallah ha commesso un grave errore. Dicendo che questo governo non cadrà, ha aggiunto pressione su Hariri affinché si dimettesse. Hariri era già l’anello più debole di questa coalizione, poiché doveva fare appello ai suoi rivali, il FPM e Hezbollah, per rimanere al potere contro i desideri dei suoi stessi sostenitori. Il 29 ottobre Hariri alla fine si è dimesso, apparentemente sorprendendo Hezbollah. In tredici giorni, i manifestanti avevano imposto il crollo di un governo che aveva richiesto mesi e mesi per essere formato.
Nelle settimane dall’inizio della rivoluzione, la classe dei signori della guerra e degli oligarchi si è impegnata per affrontare una crisi che non aveva previsto.
Ma come detto sopra, altri partiti politici hanno cercato di cavalcare l’onda della rivoluzione. Ciò è stato particolarmente evidente con Geagea e la LF, la storica rivale della FPM – una rivalità che risale alle sanguinose battaglie di Geagea-Aoun durante la guerra civile e che fu riaccesa dopo il 2005. La LF ha visto un’occasione d’oro quando è iniziata la rivoluzione: abbandonando un governo impopolare, l’LF credeva di poter indebolire i suoi rivali, poiché entrambi i gruppi si appellavano agli stessi voti settari. Ci sono stati anche sostenitori di LF che hanno bloccato le strade; questo ha creato un enigma per i manifestanti antigovernativi. Dopo le dimissioni di Hariri, alcuni manifestanti preferiscono concentrarsi sui grandi attori attualmente al governo – Aoun e Berri, rispettivamente presidente e portavoce del parlamento – eppure lo slogan “kellon yaani kellon” continua a dominare le proteste. Nonostante ciò che i sostenitori dell’FPM/Amal/Hezbollah vogliono credere, l’LF non è popolare tra i manifestanti; ha un supporto trascurabile nella maggior parte dei luoghi che hanno visto le proteste. Vi è un forte consenso sul fatto che nessun partito politico settario sarà sostenuto, non importa quanto duramente ci provino.
È ancora troppo presto per sapere quali saranno i prossimi passi del governo. Al momento della stesura di questo documento, il governo del “custode” deve ancora nominare nuovi ministri e il parlamento ha in programma di discutere una legge che garantisca un’amnistia generale che copra reati quali abuso di autorità, negligenza e crimini ambientali. La situazione si sta sviluppando molto rapidamente.

Energia Creativa

Le proteste in Libano sono state incredibilmente creative. Gli studenti di Tripoli hanno usato le gru per portare altri studenti fuori dalle scuole; i panini distribuiti a Beirut sono stati etichettati “finanziati da Arabia Saudita/Francia/Stati Uniti” per deridere quelli che sostengono che i manifestanti siano finanziati da potenze straniere; uno dei tanti posti di blocco è stato trasformato in un salotto con divani, un frigorifero e persone che giocavano a calcio e compariva su AirBnB (gratuitamente); i manifestanti hanno occupato Zaitunay Bay, un lungomare privato costruito sulla costa rubata di Beirut, e hanno proiettato il film V per Vendetta (ovviamente il 5 novembre); le immagini dei leader settari sono state demolite e bruciate; la gente ha sbattuto le pentole, facendo eco ai cacerolazos del Cile, per le strade e dalle loro case; i volontari hanno istituito mense a Beirut e Tripoli; uno storico cinema abbandonato è stato recuperato e riproposto come cinema, aula e luogo di ritrovo per artisti; la gente formava una catena umana da nord a sud; i manifestanti che bloccavano le strade cantavano “baby squalo” a un bambino bloccato nel traffico; i manifestanti indossano regolarmente maschere di Guy Fawkes, Dalì e Joker; gli organizzatori hanno creato forum aperti per riunire i manifestanti di Tripoli, Saida, Nabatieh, Zouk, Aley e Beirut. I manifestanti hanno “bloccato” una stazione ferroviaria per scherzo, per evidenziare una questione importante: le ferrovie del Libano sono state distrutte durante la guerra civile e mai ricostruite. La privatizzazione degli anni ’90 è avvenuta a spese di spazi e servizi pubblici, motivo per cui gran parte delle proteste hanno cercato di rivendicarli, impegnandosi in azioni di guerriglia gardening e simili.
L’idea generale qui è che i manifestanti debbano reinventare costantemente le loro tattiche al fine di rendere difficile per lo stato tenere il passo. Ad esempio, è in corso un dibattito sull’efficacia dei blocchi stradali. L’obiezione principale è che i politici non vengano danneggiati dai blocchi tanto quanto le persone comuni che cercano di andare al lavoro o mandare i loro figli a scuola. Allo stato attuale, questa tattica è ancora in uso, ma non è più quella principale. Nei giorni scorsi, i manifestanti si sono trasferiti per occupare o protestare di fronte a edifici governativi e altri simboli del potere: tutto, dalle case dei politici alle centrali elettriche nazionali (la maggior parte del Libano non ha ancora elettricità 24/7), passando per le principali telecomunicazioni e operatori di dati, banche, comuni e così via. Ora ci sono dozzine di azioni diverse su base giornaliera, con la maggior parte delle azioni annunciate solo un giorno prima. Al momento della stesura di questo articolo, studenti delle scuole superiori e dell’università – e alcuni studenti ancora più giovani – hanno protestato per tre giorni a Saida, Beirut, Jounieh, Tripoli, Koura, Bar Elias/Zahleh, Mansourieh, Hadath, Baalbek, Nabatiyeh, Al-Khyara, Al-Eyn, Mazraat Yachouh, Furn El Chebbak, Akkar, Tannourine, Batroun e Byblos/Jbeil, tra gli altri luoghi.
C’è stato anche uno sforzo online per contrastare le false notizie diffuse dai sostenitori del governo e degli stessi partiti politici, nonché per aiutare i manifestanti a rimanere informati più in generale: el3asas (“la guardia della città”) sta verificando la diffusione delle notizie sui social media e dalle agenzie di stampa ufficiali; una piattaforma online chiamata Daleel Thawra (“directory della rivoluzione https://www.daleelthawra.com/”) sta tenendo traccia delle varie azioni, attività e iniziative; TeleThawra (“TV della rivoluzione”) offre un’alternativa al Télé Liban di proprietà del governo libanese; Fawra Media (“Outburst Media”) mira a documentare “le persone e i gruppi che sostengono la rivoluzione libanese”; Sawt Alniswa (“Voice of Women”) è una rivista a conduzione femminile pubblicata settimanalmente; e Megaphone News è uno dei principali media indipendenti dal 2017.

Onde d’urto sotterranee

Questi sviluppi hanno aperto uno spazio per le persone e le narrazioni che sono generalmente soppresse a livello nazionale o di partito.
Oltre ai suddetti attivisti, palestinesi e siriani hanno partecipato attivamente alle proteste, in particolare nelle due maggiori città, Beirut e Tripoli. Alcuni elementi dei media settari ne hanno approfittato per ribadire le loro accuse secondo cui le proteste sono “infiltrate da stranieri”. Consapevoli di ciò, da allora molti palestinesi e siriani hanno imparato a muoversi nella politica libanese, principalmente mantenendo un profilo basso. Oltre a una protesta nel campo profughi di Ain El Helweh, dove i palestinesi hanno espresso direttamente solidarietà con le proteste libanesi, i palestinesi di Saida, Beirut, Tripoli e altrove dove finora hanno partecipato, hanno fatto attenzione a “restare in disparte nelle manifestazioni libanesi per evitare di essere accusati di istigare o usurpare il movimento di protesta ”. Ciò, in particolare, ha reso più difficile per gli xenofobi giocare il loro solito gioco, dato che è impossibile distinguere tra popolo libanese, palestinese e siriano a meno che non agitino le loro rispettive bandiere nazionali. (Questo testo: https://globalvoices.org/2018/02/01/lebanons-scapegoating-of-refugees-did-not-start-with-syrians-but-with-palestinians/ offre alcune informazioni sulla tattica del capro espiatorio).
Abbiamo anche visto, in misura minore, i canti dei manifestanti in solidarietà con gli egiziani, i sudanesi e altre parti arabe del Medio Oriente e della regione del Nord Africa, e c’è una certa consapevolezza, per lo più espressa sui social media, delle proteste in corso e della violenza in Iraq, Hong Kong, Rojava e Cile. Anche se rapidamente dimenticate a livello nazionale, abbiamo anche assistito a rivolte il primo giorno nelle carceri di Zahle e Roumieh in solidarietà con i manifestanti, nonché per richiamare l’attenzione sulle orribili condizioni carcerarie del Libano e per ripetere la richiesta di una legge di amnistia generale, quando in molti casi le persone vengono arrestate per presunti legami con gruppi jihadisti, possesso di droga e così via.
Allo stato attuale, non vi è stata alcuna grande partecipazione da parte dei lavoratori domestici migranti, che sono generalmente confinati nelle case familiari libanesi oppure stanno languendo in orribili prigioni sotterranee con diritti politici minimi o nulli sotto il famigerato sistema Kafala (sponsorizzazione) del paese. È improbabile che ciò cambi nel prossimo futuro, date le restrizioni imposte loro, ma se lo slancio delle proteste continua, potrebbe aprire abbastanza spazio politico per formare nuove connessioni.

La rivoluzione è femminile

Fino ad ora, le proteste si sono concentrate sulla lotta alla corruzione diffusa e al sistema settario. Ma il ruolo delle femministe, tra cui LGBTQ+ e / o attiviste non libanesi, suggerisce un tentativo da parte dei segmenti di manifestanti di creare un movimento più progressista e inclusivo. Le femministe hanno tenuto marce separate per evidenziare le strutture patriarcali che opprimono in modo sproporzionato le donne e le persone LGBTQ+, in particolare il fatto che le donne libanesi non possono ancora trasmettere la loro nazionalità ai loro coniugi e figli e il fatto che le leggi settarie del paese che regolano tali affari come il matrimonio, il divorzio, la custodia e così via discriminino le donne. Sia le donne che gli uomini hanno marciato per il diritto di trasmettere la nazionalità, a Tiro, a Tripoli e altrove.
Le donne hanno anche usato i loro corpi per proteggere altri manifestanti dalla polizia [https://twitter.com/lebnenereine/status/1184908295770968064]e prevenire l’escalation della violenza. Come ha affermato Leya Awadat, una delle partecipanti a queste “mura femministe”, “In questa società sciovinista, si vede male che gli uomini picchino pubblicamente le donne” (con l’enfasi sulla parola “pubblicamente”), quindi lo hanno usato a loro vantaggio.
Anche le persone LGBTQ+ sono state oggetto di insulti omofobi. Uno shabbiha che ha attaccato i manifestanti il ​​29 ottobre è stato ascoltato in diretta televisiva urlare “Gli uomini sono fottuti uomini!” Un ospite della OTV ha affermato che i manifestanti vogliono distruggere il settarismo in nome di una sorta di “agenda gay”.

Le marce femministe si incontrano sempre con le marce principali. L’idea non è quella di creare movimenti separati, ma piuttosto di far conoscere la loro presenza all’interno delle più ampie richieste di giustizia e uguaglianza. Le femministe hanno guidato molti dei blocchi stradali e lanciato molti slogan, oltre a mantenere una presenza attiva nelle attività quotidiane che aiutano a mantenere lo slancio di questa rivolta. Un modo per riuscirci è riappropriarsi di slogan e canzoni, sia tradizionali che recenti, e rimuovere le loro connotazioni sessiste. La famosa canzone “hela hela” contro Gebran Bassil insulta sua madre – è molto comune nel mondo di lingua araba usare le donne o i loro genitali come insulti – quindi le femministe l’hanno cambiata per insultare sia Gebran che “suo zio” (il presidente, Michel Aoun), creando un canto che da allora ha preso piede. Si sono riappropriate anche di una canzone tradizionale usata per mandare le donne al matrimonio, cambiando il testo in “andò a protestare, andò a chiudere le strade, andò a far cadere il governo”.

Cosa accadrà adesso?

Contrariamente a quanto alcuni avevano ipotizzato, adesso “l’elefante nella stanza” non è più il settarismo. Mentre il rischio di tensioni settarie rimarrà probabilmente per il prossimo futuro, il rischio più immediato è l’incombente crisi economica. Secondo me, questo è il motivo per cui forme di lotta più radicali stanno emergendo solo timidamente. La paura che le cose peggiorino molto è realistica; è molto difficile parlare di modi alternativi di organizzarsi, anche trascendendo le meschine (e pericolose) distinzioni libanesi/non libanesi, quando la preoccupazione principale della maggior parte delle persone è la probabilità di ritrovarsi con la scarsità di medicine e carburante e forse anche di carenze alimentari. Mentre una politica più radicale può svilupparsi organicamente se la situazione economica peggiora, è anche possibile invece che si rafforzino gli elementi più nazionalistici e settari della politica libanese. Queste ultime tendenze hanno decenni di esperienza al potere, mentre le forme più aperte di politica sono relativamente nuove, appena costruite per le strade e online.
Di conseguenza, una percezione dominante tra i manifestanti è che dobbiamo essere sia arrabbiati che cauti.
Detto questo, le mense, i presidi sanitarii gratuiti e il recupero di siti storici e aree costiere privatizzati sono tutte iniziative che implicitamente affermano ciò che possiamo chiamare i beni comuni. Ciò è cruciale da comprendere in un paese che non ha avuto beni comuni nella memoria recente, dove l’ideologia “pro-mercato” dominante precede l’istituzione dello stato nazionale del Libano.
Sebbene si possa sostenere che gli attori principali siano all’incirca una dozzina di personaggi pubblici, la ragione per cui le reti clientelari hanno funzionato finora ha anche a che fare con l’esistenza di un sottogruppo della popolazione che beneficia di queste reti. Si posizionano come intermediari tra gli oligarchi e coloro che cercano wasta (bustarelle, nepotismo, “chi conosci”) per ricevere servizi non forniti dallo stato. In altre parole, alcune persone hanno incentivi finanziari per mantenere le reti clientelari contro la creazione di qualsiasi cosa che possa essere chiamata istituzione pubblica. Riformare e poi rovesciare un tale sistema sarà difficile. Rovesciare un tale sistema mentre ci si confronta con il brutale potenziale dello stato sarà ancora più difficile.
Ma se la libera coalizione di progressisti anti-settari non affronta questo problema, è probabile che lo stato farà fare da capro espiatorio a quelli che ha già preso di mira: rifugiati e lavoratori siriani e palestinesi, lavoratori domestici migranti (principalmente dall’Etiopia, dallo Sri Lanka e dalle Filippine, in modo schiacciante donne), persone LGBTQ+ (cittadine e non cittadine), prostitute e simili. Qualsiasi individuo che non si adatta al paradigma patriarcale-capitalista-settario è a rischio di violenza fisica, psicologica e simbolica.
Infine, e questo è collegato al punto precedente, sconfiggere il settarismo politico e “il modo settario di fare le cose” è visto come una priorità immediata. Questo sistema, che risale al 1860 in una sua manifestazione o in un’altra, sta perdendo la sua aura di essere intoccabile con le generazioni del dopoguerra, sia i Millennial che, in particolare, la Generazione Z – coloro che hanno vissuto per tutta la vita ascoltando i loro genitori lamentarsi “Dov’è il governo? ”quando devono pagare due bollette separate per l’elettricità (privata e pubblica) e tre bollette separate per l’acqua (acqua corrente pubblica e privata, acqua potabile privata in bottiglia). Man mano che i signori della guerra invecchieranno, (due dei più potenti, Aoun e Berri, hanno rispettivamente 84 e 81 anni) vedremo l’inevitabile declino del settarismo dell’era della guerra civile. Ma mentre questo potrebbe essere inevitabile, la domanda è se i progressisti anti-settari riusciranno a costruire alternative sostenibili che possano sfidare il vecchio ordine.

Ancora tu. Il ritorno delle rivolte contro lo stato

La domanda è tanto semplice quanto complessa: sta nascendo un nuovo ciclo rivoluzionario a livello globale? Ampie rivolte si stanno diffondendo in numerosi stati in diversi punti del pianeta, portando lo scontro nelle piazze ad un livello quasi insurrezionale. Ne è un esempio la rivolta di Santiago del Cile, fatta scattare dagli studenti dei licei, una protesta scattata contro l’aumento del biglietto della metropolitana. Abbiamo visto milioni di persone scendere per le strade del paese latino americano, con la polizia che ha arrestato la gente entrando nelle case dei manifestanti la notte come ai tempi di Pinochet e non sono mancati nemmeno gli omicidi e le pallottole sparate nelle piazze. Il presidente e il ministro dell’Interno (un vecchio arnese della dittatura riciclato in tempo di democrazia) sono passati dallo scherno all’aggressività alle finte lacrime di coccodrillo e ad una improbabile richiesta di perdono alle piazze sempre più in rivolta. Ultimamente vediamo anche un disperato tentativo di governo e partiti di opposizione uniti per incanalare in senso istituzionale e concertativo le rivendicazioni di una piazza che si teme possa assumere tratti sempre più insurrezionali. Questo in Cile, ma abbiamo altri esempi in altri continenti di proteste che stanno facendo tremare i palazzi del potere e una struttura consolidata di poteri settari, religiosi o laici che siano, capace di mettere in crisi tutte le varie diplomazie e gli interventi geopolitici nelle aree in questione. Stiamo parlando delle rivolte in Libano come in Iraq, ma ci sono anche altri punti incendiati nel globo in Africa come in Asia e in misura minore anche in Europa (Francia e Catalogna nello specifico). Parliamo ad esempio in breve di quanto sta succedendo in Iraq, un paese strategico storicamente per tutta una serie di questioni, dall’invasione americana di Bush ad oggi, con la nascita dell’ISIS e la creazione di un fragile sistema democratico in cui prevale la distribuzione settaria (a prevalenza sciita filo-iraniana) con una diffusissima corruzione della politica. Se lo scontro in Iraq negli anni scorsi aveva riguardato veri e propri eserciti statuali in lotta tra loro, oggi abbiamo una rivolta che è diretta contro lo stato, una potenziale insurrezione contro i poteri politici cui è stata affidata la gestione della democrazia. Dal canale Telegram “Rojava Resiste” leggiamo le cronache di pochi giorni fa: “Scioperi e blocchi a oltranza di porti, uffici pubblici, scuole, pozzi petroliferi, ponti e strade. Il governo reagisce chiudendo internet e dichiarando il coprifuoco a Bassora. 8 morti sotto i proiettili della polizia tra Baghdad, Nassiriya e Umm Qasr (porto commerciale meridionale bloccato dai manifestanti da giovedì scorso), facendo salire il bilancio complessivo a 260. Cominciano ad assumere un peso i casi di desaparecidos, mentre aumentano le pressioni dell’Iran per un intervento più duro delle milizie sciite irachene sue affiliate. Il contesto è ormai sull’orlo di una aperta guerra civile. I manifestanti chiedono il cambiamento dell’intero sistema politico e risposte radicali alla disoccupazione dilagante, alla mancanza di servizi di base e a un sistema politico settario che ha riempito le tasche di pochi malgrado le vaste entrate statali provenienti dall’industria petrolifera. La classe dirigente irachena e il settarismo istituzionale hanno una doppia copertura internazionale: è figlia dell’occupazione USA ed è al tempo stesso legata a Teheran. Mentre la politica economica ultraliberista ha creato una dipendenza totale dal libero mercato e una accettazione dei pacchetti di aggiustamento strutturale di FMI e Banca Mondiale”. Come in Libano e come in Cile abbiamo qui un attacco diretto che – finalmente – si dirige non in una direzione settaria o corporativa ma richiama immediatamente allo scontro contro lo stato, contro le diseguaglianze sociali, contro la politica e – occorre sottolinearlo – contro la stessa democrazia. Questo è il punto cruciale di quello che sta accadendo oggi in questi paesi in rivolta: di fronte all’ascesa globale del fascismo (quello di Trump, di Putin e di Erdogan, di Salvini e compagnia) se la sinistra occidentale è in crisi e cerca solo di dimostrare di essere più capace della destra nel gestire il capitalismo, abbiamo una spinta diretta che individua con semplicità l’esistenza di una alternativa tra stato e insurrezione, non lasciandosi irretire dal tentativo di ingabbiare dentro l’antifascismo democratico il desiderio di liberazione. Dopo quasi dieci anni e dopo il ciclo delle rivoluzioni arabe sembra dunque esserci finalmente qualcosa di nuovo e insieme di antico che ritorna. La risposta alla domanda iniziale, se ci troviamo di fronte ad un nuovo momento rivoluzionario mondiale, la potremo forse dare nei prossimi mesi, con lo sguardo anche alla eroica resistenza del Rojava contro la brutale invasione turca.

Comunicato dall’accampamento del macromattatoio di Binéfar (lunedì 22 luglio)

Abbiamo due comunicazioni importanti dall’assemblea:
1. Stanno già entrando camion pieni di maiali vivi che stanno assassinando nel macromattatoio. Sono ancora nel periodo di prova dell’impianto, ma manca poco all’apertura.
2. In questo momento siamo 8 persone nell’accampamento. Se non formiamo immediatamente un gruppo significativamente più grande non potremo mantenere l’accampamento, il luogo è troppo ostile per così poche persone. Ieri mentre documentavamo l’esterno del macromattatoio siamo state intimidate dalla sicurezza di Pini, che ci ha seguito in auto riprendendoci. Se fossimo di più potremmo far fronte a questa situazione di logoramento, ma in 8 siamo più vulnerabili.
Non insisteremo sull’importanza del mantenimento dell’accampamento e del mobilizzarsi come attiviste. Siamo impegnate nella lotta contro il mattatoio più grande d’Europa, ma se non vediamo risposta da parte del movimento per la liberazione animale ci vedremo costrette a smantellare in maniera definitiva l’accampamento.
Ad ogni modo ringraziamo tutte quelle persone che ci appoggiano e vorrebbero essere qui ma non possono a causa delle circostanze.
Pertanto se nei prossimi giorni non vedremo presenza di attiviste a Binéfar l’accampamento chiuderà.

Fonte: https://www.facebook.com/StopMacromataderodeBinefar/?_fb_noscript=1

Il flop della sinistra sovranista

Contrariamente a quanto stava da tempo strombazzando tutto il mainstream politico mediatico globale, le ultime elezioni europee non hanno visto l’atteso trionfo delle forze politiche sovraniste, populiste e razziste, che hanno subito in alcuni casi pesanti sconfitte elettorali. L’Fpö austriaca, travolta dagli scandali, passa dal 26 al 17%. In Spagna a solo un mese dalle elezioni politiche, i fascisti di Vox scendono dal 10,2 al 6,2%. Lo stesso avviene con Veri, in Finlandia che si attesta al 13,8% (contro il 17,5% dello scorso 14 aprile), l’Afd tedesca perde due punti rispetto alle politiche del 2017 (dal 12,6 al 10,8%), così come Alba Dorata in Grecia (al 4,9% contro il 7%). Il Partito del popolo danese dimezza addirittura i suoi voti (dal 21,2 al 10,7%). Questo al netto del successo di Salvini (che raccoglie l’eredità dei voti del centrodestra in un quadro segnato da un’astensione che raggiunge quasi il 50%) e del sorpasso del nuovo partito di Le Pen rispetto a Macron.

Non va meglio quella parte di sinistra populista o sovranista che aveva strizzato l’occhio all’ascesa delle destre razziste sperando di raccogliere parte del consenso popolare che si immaginava dovesse comunque “sgocciolare” anche verso sinistra: questo spregiudicato azzardo si è risolto fortunatamente in un clamoroso flop. Vediamo le punte più evidenti di questo tracollo, che spazza finalmente dal campo tutte le inutili discussioni sul pensiero di Laclau, sull’interpretazione di Game of Thrones di Pablo Iglesias e sul colonialismo celodurista di Jean-Luc Mélenchon.

Partendo proprio dal partito rosso-marrone dell’ex senatore socialista francese, la “France Insoumise” passa dal 18% della candidatura del suo leader alle ultime presidenziali ad un modesto 6,3% alle europee. Non sono serviti gli appelli contro l’immigrazione che “abbasserebbe i salari” dei lavoratori francesi Doc, né la mancata adesione di Mélenchon al manifesto contro la xenofobia firmato da tutta la sinistra francese, PCF compreso. Anche in Spagna le ultime elezioni sono andate male per i populisti di sinistra: Podemos raggiunge il 10% dei consensi dimezzandosi rispetto alle politiche del 2016 e scendendo ulteriormente dal 14% delle recenti elezioni politiche. Hanno pesato in questo caso il ritorno dei voti verso il Partito Socialista e la posizione fermamente contraria all’indipendenza della Catalunya.

Anche altrove non va bene per le sinistre, che perdono consensi pure in Germania con la Linke che si ferma al 5,4%. In Italia fallisce la solita coalizione raffazzonata all’ultimo momento utile, con la lista de “La Sinistra” che arriva ad un misero 1,7% e con Potere al Popolo (formazione politica gemellata con Mélenchon per quanto riguarda il programma anti-europeista) che non riesce nemmeno a presentarsi alle urne.

Quale morale trarre di fronte a questi dati impietosi? Sicuramente il progetto del populismo di sinistra di sfruttare a suo vantaggio i movimenti di protesta nati dopo la crisi del 2008 subisce un forte ridimensionamento sul campo prescelto, ovvero quello meramente elettoralistico. Il ritorno in grande stile dell’autonomia del politico rispetto al sociale, spinto da una lettura interclassista (il “popolo” che si unisce contro i poteri forti, finanziari e globali) e nazionalista, si esaurisce quando viene meno la funzione parassitaria nei movimenti sociali che si contrappongono o si sono contrapposti agli stati nazione in questi ultimi anni.

Era troppo bella e facile l’idea di raccogliere consenso e diventare la voce istituzionale di lotte nelle quali le dirigenze di sinistra hanno avuto la solita funzione di pompieraggio e di delazione. D’altro lato, pur abbandonando la tradizione internazionalista che era propria del movimento operaio, strizzando l’occhio al nazionalismo razzista, questi partiti hanno comunque avuto il tempo di sostenere direttamente o indirettamente tutte le dittature che rientravano ancora nel vecchio schema campista dei blocchi contrapposti.

Il regime militare in Venezuela, il genocidio di Assad in Siria, quello di Afewerki in Eritrea, le milizie rossobrune del Donbass: i compagni non si sono fatti mancare nulla, qualsiasi crimine è stato occultato, difeso, sostenuto in ragione di un triste Risiko geopolitico fermo al 1989. Coerentemente con questo atteggiamento, le persone migranti che spesso approdavano in Europa perché fuggivano da questi paesi in fiamme, sono state viste come potenziali nemici, causa di “degrado” e di instabilità sociale, numeri da controllare, respingere o accogliere pietisticamente: mai compagni da affiancare nel loro percorso, nella loro fuga o nella loro lotta contro dittature spietate spesso appoggiate dalle stesse potenze imperialiste.

Non poteva che uscirne, dunque, che una caricatura della stessa idea di sinistra e di anti-imperialismo, declinata in uno spregiudicato gioco di ruolo in cui pur di avere dieci posti in più in parlamento si è accettato di tutto, dalla morte in carcere per tortura di centinaia di migliaia di persone fino al traffico di organi. Il flop di questa sinistra sovranista e, speriamo, la sua prossima scomparsa definitiva, non possono essere che una buona notizia per tutte le persone che hanno a cuore il bene prezioso della libertà.

lino caetani

I ghetti, le lotte autorganizzate e chi se ne appropria: cronistoria di fatti e misfatti dell’USB

Articolo tratto dal sito di Campagne in lotta: http://campagneinlotta.org/i-ghetti-le-lotte-autorganizzate-e-chi-se-ne-appropria-cronistoria-di-fatti-e-misfatti-dellusb/

Il 6 maggio 2019 circa 600 persone, residenti nella baraccopoli adiacente al CARA di Borgo Mezzanone (FG), insieme a decine di solidali hanno dato vita ad un corteo per dire no allo sgombero senza alternative che da mesi prosegue nel loro insediamento. Si tratta di uno sciopero dei braccianti, l’ultima di una lunga serie di mobilitazioni auto-organizzate che è iniziata nel settembre 2015. Da allora, sono sempre stati i braccianti africani (e più in generale chi vive nei ghetti) ad organizzare tutto, sono stati loro a portare le rivendicazioni davanti al prefetto, è con loro che le istituzioni e i rappresentanti degli agricoltori si sono dovuti confrontare.

Purtroppo però, come è già avvenuto in passato, questa mancanza di padrini politici non soltanto ha impedito alla loro lotta di trovare il sostegno che merita (a parte appunto i solidali che pur ci sono sempre stati). C’è anche chi ha cercato in tutti i modi di approfittare di questo ‘vuoto’, che in realtà è indice dell’unica possibile, reale forma di lotta, quella che vede protagonisti i diretti interessati. E così, come in passato, rendendosi conto dell’enorme potenziale che scaturisce dalla rabbia dei ghetti italiani, anche questa volta l’Unione Sindacale di Base (USB) ha indetto un corteo per il 6 giugno, usurpando le decisioni di un’assemblea autoconvocata in cui appunto si era deciso di fare un altro sciopero, prima che le ruspe tornassero a Borgo Mezzanone. Nessuno aveva chiesto l’intervento dell’USB, e in pochi erano d’accordo con la data del 6 giugno, ma questo all’USB e ai suoi dirigenti poco importa. Ciò che conta è incassare visibilità sulle spalle delle lotte faticosamente messe in piedi da altri.

Per noi che da anni seguiamo e sosteniamo le lotte autorganizzate di chi vive nei ghetti questa è la goccia che fa traboccare il vaso. Siccome i fatti sono stati sistematicamente distorti nel rullo compressore della società dello spettacolo, sentiamo il bisogno di raccontare ancora una volta la nostra verità. Non si tratta di una guerra per il potere e la visibilità, ma semplicemente di pretendere che ciò che accade venga a galla, per evitare che le lotte vengano soffocate in uno squallido teatrino che le spoglia di tutta la loro potenza.

1. Tutto comincia in Basilicata: l’USB come meteora

Nel luglio 2015, a Venosa (PZ) apre uno ‘sportello migranti’ gestito da USB insieme alla Chiesa Evangelica Metodista. Nel corso del 2015 diverse compagne della rete Campagne in Lotta incontrano più volte Aboubakar Soumahoro, membro dell’esecutivo nazionale di USB e promotore dell’iniziativa a Venosa, per cercare un confronto. Aboubakar era un membro della mailing list che inizialmente faceva capo alla rete Campagne in Lotta, prima che, nel 2014, si verificasse una rottura riguardo all’accettabilità politica dei campi di lavoro progettati dalla Regione Puglia per la provincia di Foggia. Nonostante i tentativi di interlocuzione per arrivare a pratiche e lotte condivise, Soumahoro si dimostra sfuggente e il suo atteggiamento lascia intuire che non è intenzionato a collaborare.

Nell’aprile 2016, di concerto con la Regione Basilicata e il comune di Venosa, l’USB dice di voler attivare uno sportello anche a Boreano, un borgo abbandonato dove da anni sorge un insediamento informale di braccianti africani. Nel maggio dello stesso anno, un incendio distrugge parte dell’insediamento, già decimato da roghi precedenti. Sempre insieme alla Chiesa Metodista, dopo aver tenuto già un incontro in regione, l’USB organizza un corteo a Potenza che si conclude con un tavolo a cui partecipano la Regione stessa, il Comune di Venosa, la Questura e la Prefettura. Già in quella sede, i dirigenti USB (tra cui lo stesso Soumahoro) impediscono con uno stratagemma ad altri soggetti che negli anni si erano occupati della questione dei braccianti (Osservatorio Migranti Basilicata, Fuori dal Ghetto ed altri, con cui nell’estate del 2015 l’USB aveva fondato il coordinamento di associazioni) di partecipare al tavolo. Il 28 giugno, l’USB organizza un altro corteo, con relativo incontro, perché ritiene che gli accordi con la regione siano stati disattesi – è stato messo a disposizione un campo della Croce Rossa, ma non ci sono, a detta di USB, bagni e fornelli sufficienti, e sono vietate le visite. A fine luglio, le istituzioni procedono allo sgombero del ghetto di Boreano, a seguito della quale l’USB organizza un’altra protesta nel mese di agosto.

Dopo aver strappato al Comune di Venosa la promessa dell’iscrizione anagrafica per chi vive e lavora nelle campagne (ma solo a patto che viva nel centro di accoglienza), e dopo vari incontri senza nulla di fatto, una sedicente ‘assemblea nazionale dei lavoratori agricoli’ viene convocata proprio a Venosa. L’USB millanta la presenza di non meglio specificate delegazioni da tutta Italia. In quella sede, il verticismo ed il paternalismo del sindacato nei confronti dei braccianti migranti emergono chiaramente. L’ultimo atto dell’USB in questo territorio sarà l’ottenimento di una proroga di qualche mese della permanenza dei braccianti stagionali nel centro di accoglienza di Venosa, gestito dalla Croce Rossa, dove si erano verificati gravi abusi e carenze infrastrutturali (segnalate anche dall’USB). Dopodiché, Soumahoro e il suo sindacato scompaiono dalla scena, a parte un’unica assemblea ed un incontro al Comune di Palazzo San Gervasio nell’estate 2017, conclusosi con un nulla di fatto. In Basilicata ad oggi rimane aperto il solo campo di lavoro in stile carcerario di Palazzo San Gervasio, adiacente al CPR, nel silenzio generale. Nessun riferimento ovviamente alle donne che pur vivono nei ghetti, in Basilicata come in Puglia e in Calabria. Manco a dirlo, le promesse della Regione circa alloggio, trasporto e diritti contrattuali rimangono lettera morta, così come la possibilità per chi non ha un contratto di affitto di ottenere residenza fittizia.

2. Il silenzio di USB davanti alla protesta dei braccianti della provincia di Foggia e di Reggio Calabria

A partire da settembre 2015, in provincia di Foggia gli e le abitanti dei ghetti si organizzano e danno vita ad un importante ciclo di mobilitazioni, che include un blocco di 9 ore della più grande fabbrica di trasformazione del pomodoro in Europa. Era l’agosto 2016. Né l’USB né Aboubakar Soumahoro, che è anche una delle figure di punta della Coalizione Internazionale Sans Papiers e Migranti, mostreranno mai solidarietà con questa lotta auto-organizzata che ignorano sistematicamente nonostante ne siano palesemente a conoscenza, visti tutti i tentativi di interlocuzione portati avanti in quel periodo. Nell’ottobre 2016, dopo diversi cortei e presidi grazie ai quali sono state ottenute importanti vittorie riguardo l’iscrizione anagrafica e i permessi di soggiorno, gli e le abitanti dei ghetti della Puglia e della Calabria lanciano una mobilitazione nazionale contro confini e sfruttamento, che culminerà con un corteo auto-organizzato per le strade di Roma ed un incontro con il Capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno. Nonostante ripetuti inviti, Aboubakar Soumahoro non parteciperà né alle assemblee né al corteo, a cui aderiscono diverse realtà da tutta Italia, né si esprimerà in alcun modo a riguardo. Egli organizzerà però, proprio in quel periodo, un incontro ‘personale’ al Ministero dell’Interno, con gli stessi soggetti incontrati dalla delegazione del corteo autorganizzato.

3. …e il tentativo di usurpare e depotenziare il dissenso, in Puglia come in Calabria e in Piemonte

Pochi mesi più tardi, nel gennaio 2017, Aboubakar Soumahoro fa il suo primo ingresso nella Tendopoli di San Ferdinando (RC). Dimenticati i braccianti della lucania, si concentra su quelli di Puglia e Calabria, e poi della provincia di Cuneo, sempre con le stesse modalità.

 

i. La Calabria

Sin dal principio, nella Piana di Gioia Tauro l’USB si appoggia al Comune di San Ferdinando, che è responsabile della gestione delle tendopoli erette nell’Area Industriale a partire dal 2012 – gestione da sempre criticata dagli abitanti auto-organizzati, che attraverso le proteste hanno ottenuto piccole ma significative vittorie a partire dai primi mesi del 2013, sostenute dalla rete Campagne in Lotta e da altr* solidali. Mentre l’USB inizia le sue manovre, la mobilitazione auto-organizzata prosegue: il 6 febbraio e il 22 marzo gli abitanti della Tendopoli di San Ferdinando danno vita ad altri momenti di protesta, anche in coordinamento con altri territori. Ancora una volta, tristemente e prevedibilmente, USB tace e lavora per accaparrarsi il potenziale del dissenso, mentre Soumahoro si afferma progressivamente come protagonista indiscusso dei salotti televisivi italiani in quanto presunto portavoce dei ghetti. Come emergerà chiaramente nel corso dei mesi e degli anni successivi, la sua presenza e la sua azione risulteranno innocue quando non dannose alla causa di chi vive in condizioni di grave sfruttamento, violenza e segregazione.

È solo grazie alla determinazione degli abitanti della Tendopoli che si aprono tavoli di trattativa con Comune di San Ferdinando, Prefettura e Questura di Reggio Calabria. Ed è proprio in questo contesto favorevole che arriva l’USB. Prima intercettando le persone più abili a parlare offrendo loro soldi e in alcuni casi un alloggio altrove, come alcuni di loro raccontano. Successivamente, sostenuti dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni, i sindacalisti hanno iniziato a diffondere il ben noto teorema per cui fare le manifestazioni da soli è pericoloso poiché si rischia di perdere i documenti, i solidali sono dei criminali e quindi l’unica soluzione è farsi guidare da un sindacato. Da questo momento in poi inizierà un crudele gioco, per cui ai momenti di lotta autorganizzata degli abitanti della tendopoli seguiranno incursioni dell’USB volte a placare gli animi e spingere le persone dalla propria parte.

Ecco quello che è accaduto.

In seguito alla partecipatissima manifestazione del 6 febbraio, l’USB convoca un’assemblea domenica 26 febbraio nelle stanze del Comune di San Ferdinando. Scavalcando completamente la lotta autorganizzata degli abitanti della tendopoli, Aboubakar Soumahoro utilizza quello spazio per raccontare gli esiti del suo incontro “personale” avuto con il Ministero dell’Interno sulla condizione dei permessi di soggiorno delle persone che vivono nelle campagne. Saluta i presenti con la promessa di verificare insieme al sindaco di San Ferdinando la possibilità di soluzioni alternative a un ghetto. Sempre di domenica e nel Comune di San Ferdinando, il 19 marzo Soumahoro ripropone lo stesso format parlando di vaghe soluzioni abitative e permessi di soggiorno, e millantando di avere conquistato il rilascio della residenza per chi vive nelle tendopoli (quando questa in realtà era una conquista già assodata, ottenuta grazie alla tenacia degli abitanti e solidali). Viene dato ampio spazio al sindaco che promette case per tutti. Questa volta è sostenuto anche dai delegati della tendopoli che oltre a fare eco ai suoi discorsi hanno messo in piedi anche una rete di spie, pagate, pronte a riferire di ogni assemblea e incontro.

Tant’è che di lì a pochi giorni, il 22 marzo scendono di nuovo in strada per protestare contro i controlli, le identificazioni e le perquisizioni a tappeto eseguite nei giorni precedenti nella tendopoli e per le strade, e per continuare a chiedere documenti, case e contratti per tutti. Il giorno stesso ottengono un incontro con la Questura, presso il Commissariato di Gioia Tauro, per discutere nel dettaglio tutte le problematiche legate ai permessi di soggiorno. La lotta continua e il 13 aprile gli abitanti della tendopoli organizzano un altro corteo per i documenti, i contratti di lavoro e le case. Così come il 2 luglio, dopo che un grande incendio ha distrutto metà tendopoli, per fortuna senza vittime. Questa lotta rimane inascoltata dalle istituzioni e sedata dall’intervento congiunto delle forze dell’ordine e dall’USB.

In questo clima si arriva all’annunciato sgombero della tendopoli, rispetto a cui l’alternativa proposta è un’altra tendopoli per chi è regolare con i documenti, dotata di sistemi di riconoscimento biometrici, con regole severe circa ingressi, uscite, e autonomia personale – insomma un carcere per lavoratori, le cui condizioni l’USB ha il coraggio di definire ‘appena decenti’. Anche in questa occasione i diretti interessati sono molto chiari e determinati: se l’alternativa alla tendopoli è una prigione, loro da lì non si muovono. Il 18 agosto, il giorno dello sgombero, la posizione dell’USB, così come della CGIL, di SOS Rosarno e di altre associazioni accorse per l’occasione è altrettanto chiara: persone (italiane) che non si sono mai fatte vedere alla tendopoli, se non per qualche rara passerella, trascorreranno diverse ore a convincere le persone, con le promesse e con il ricatto (si minacciavano infatti gli abitanti che avrebbero perso il domicilio legale e quindi il permesso di soggiorno), a trasferirsi nella nuova tendopoli. Alla fine qualcuno andrà e qualcun altro rifiuterà, ma nessuno se la passerà meglio di prima, anzi le manovre delle istituzioni e delle sue braccia operative, come l’USB, hanno contributo a creare un clima di paura e diffidenza reciproche, a dividere le persone e distruggere le lotte e i percorsi di autorganizzazione. Aggiungendo a tutto questo il fatto che a tre solidali sono stati comminati altrettanti fogli di via e una ventina sono sotto processo per aver partecipato alle mobilitazioni. Ancora una volta, nessuna solidarietà per questi compagni e compagne – anzi, ci sarà chi gioisce (a mezzo stampa) dei fogli di via, calunniando le compagne, come alcuni esponenti di LasciateCIEntrare ed SOS Rosarno.

Il 2018 invece purtroppo verrà ricordato anche come l’anno dei morti negli incendi nella tendopoli e non solo. La prima è Becky Moses, il 27 gennaio. In quell’occasione l’USB, dopo un silenzio di mesi, convoca una manifestazione in sua memoria. Gli abitanti del ghetto intanto provano a riorganizzarsi, ma molti hanno paura, e chi non si arrende è sottoposto a diverse forme di intimidazione e ricatto. Il 2 giugno è Soumaila Sacko ad essere ucciso, questa volta da una fucilata, perché scoperto a “rubare delle lamiere”. Questa volta l’intervento dell’USB e in particolare di Soumahoro è una vera e propria operazione di marketing. Prima di tutto vengono immediatamente sedati e impediti i tentativi di rivolta degli abitanti del ghetto. In un attimo Soumaila diventa ‘il sindacalista dell’USB ucciso dalla malavita’ (cosa che si rivelerà essere falsa, per stessa ammissione di alcuni dirigenti dell’USB durante un incontro tenutosi qualche mese dopo con alcune compagne della rete Campagne in Lotta, per cercare di comprendere meglio ciò che sta accadendo nella Piana di Gioia Tauro e non solo) e la sua faccia, come un’icona, compare dovunque. In nome suo e per la sua famiglia viene attivata una raccolta fondi, e l’USB incontra il Presidente della Camera invitandolo a visitare le Tendopoli di San Ferdinando, cosa che farà l’11 giugno, accompagnato nella sua passerella dalla stessa USB. In quell’occasione, l’USB esulta per le promesse e le dichiarazioni di Fico, che, manco a dirlo, rimarranno lettera morta. Il 4 luglio sarà la volta di Luigi Di Maio, incontrato a Roma da Soumahoro ed altri, che lo definiscono un ‘incontro proficuo’. Anche qui, niente più che parole e accordi ambigui.

Nel frattempo, Soumahoro diventa il paladino dei diritti dei lavoratori e della sinistra italiana, e a quel punto tra la frenesia dei social e la lontananza, non solo geografica, di luoghi come il ghetto è facile il creare il mito. Ma se ci si ferma un attimo la farsa è evidente: il sindacalista “porta avanti la lotta” tra selfie, talk show, tweet, foto, strette di mano – dei lavoratori neanche l’ombra, nonostante questi continuino a scendere in strada. Il macabro teatrino non si ferma nemmeno con la morte di Suruwa Jaiteh, avvenuta il 2 dicembre perché anche la sua tenda è andata in fiamme. Anche questa volta l’USB non perde l’occasione di utilizzare l’ennesima tragedia per ribadire la sua presenza.

L’anno nuovo, il 2019, non vede cessare i tentativi di organizzarsi tra gli abitanti della tendopoli. La loro vera voce esce fuori, ma i controlli e i controllori sono tanti. Allo stesso tempo l’USB sta iniziando a perdere terreno, i lavoratori prendono le distanze perché non vedono nessun risultato e si sentono presi in giro anche rispetto ai soldi raccolti in seguito alla morte di Soumaila, che sembrano essere spariti nel nulla. Soltanto dopo le pressioni degli abitanti delle tendopoli la famiglia di Soumaila riceverà una parte (piuttosto esigua rispetto al totale) del denaro raccolto con il crowdfunding. Il 16 febbraio le fiamme si portano via Moussa Ba e l’USB condanna pubblicamente il sistema dei campi. Peccato che neanche sei mesi prima cercava di convincere le persone che era meglio vivere in una tendopoli nuova che in una vecchia. E per meglio ripulirsi la faccia si unisce al Comitato per il riutilizzo delle case nella Piana di Gioia Tauro, altro contenitore vuoto che si muoverà tra comizi ed eventi, che vedranno la partecipazione di altri ‘VIP’ della sinistra italiana, senza mai ascoltare e coinvolgere i diretti interessati che nel frattempo reclamano le case costruite per loro a Rosarno, completate e mai assegnate, su cui tutti tacciono.

Poche settimane dopo, il 6 marzo, avverrà il pluriannuciato sgombero della vecchia tendopoli. Il dispiegamento di forze dell’ordine è senza precedenti per un’operazione del genere, 1000 uomini, uno per ogni abitante, elicotteri, ruspe e altro ancora. In questo epilogo del ghetto quel che resta dell’USB sono le lacrime di coccodrillo insieme alle associazioni, la CGIL e il Comune: “non doveva andare così, poveri ragazzi”. Nei giorni e settimane precedenti lo sgombero, l’USB insieme ad altre associazioni aiutano le forze dell’ordine nelle operazioni di schedatura degli abitanti della vecchia tendopoli, propedeutiche alla loro deportazione (con tanto di numeri affissi ai loro indumenti). Ad oggi chi vive nell’unica tendopoli rimasta è ancor di più isolato e controllato. Chi ci ha guadagnato da tutto questo?

ii. La Puglia

Già nell’inverno del 2016 la locale sezione dell’USB di Foggia e provincia aveva contattato alcune compagne della rete Campagne in Lotta, chiedendo un confronto ed una collaborazione alla luce della loro esperienza sul campo, e stante la scarsa preparazione dei sindacalisti per loro stessa ammissione. Pur con le riserve del caso, un primo confronto era avvenuto nel mese di dicembre, e successivamente le compagne avevano fatto una serie di proposte al sindacato, senza trovare particolari sponde. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2017, durante le fasi finali dello sgombero del cosiddetto ‘Gran Ghetto’, a pochi chilometri da Foggia, un incendio uccide nelle loro baracche Mamadou Konate e Nouhou Doumbia. La mattina successiva, una protesta totalmente auto-organizzata porta diverse centinaia di persone dal ghetto fin davanti alla Prefettura del capoluogo. Da USB non una parola in solidarietà alla protesta. Pochi giorni dopo, però, i suoi dirigenti – tra cui ovviamente Soumahoro stesso – organizzano in quel che rimane del ghetto un’assemblea, e rilanciano una nuova data di mobilitazione per l’8 marzo, all’ombra delle bandiere dell’USB. Appresa la notizia, alcuni compagni della rete Campagne in Lotta tentano di persuadere i dirigenti locali del sindacato a non gettare all’aria un anno e mezzo di mobilitazioni e conquiste strappate da chi si è auto-organizzato, e a continuare su questa strada in maniera compatta. I dirigenti locali si mostrano favorevoli all’impostazione e alla proposta, e incoraggiati da questa apertura alcuni compagni e compagne (abitanti dei ghetti e solidali) partecipano al corteo dell’USB, dove però i dirigenti nazionali (Soumahoro e Guidarello) procedono ad ignorarli sistematicamente, escludendoli dal tavolo in prefettura nonostante gli accordi stretti in precedenza. Questo comportamento porterà il neo eletto responsabile agricoltura dell’USB Foggia alle dimissioni. Il corteo, peraltro, sfrutta la visibilità della mobilitazione internazionale delle donne esibendo in prima fila la compagine femminile del ghetto, di cui non si è mai curato né si curerà mai in futuro.

Da quel momento, in quel che rimane del Gran Ghetto comincia a circolare la voce secondo cui lo sgombero è responsabilità delle compagne e dei compagni della rete Campagne in Lotta, a cui verrà in questo modo negata l’agibilità in quello spazio, in cui erano presenti dall’estate del 2012 e dove avevano faticosamente costruito rapporti di fiducia e collaborazione, che vengono spazzati via dalle calunnie di alcuni, che sfruttano il comportamento di USB per togliere di mezzo persone a loro scomode e continuare a mantenere l’egemonia sul ghetto. Intanto, USB inizia un’aggressiva campagna di tesseramento nel ghetto stesso, ignorando chi dal ghetto è stato deportato verso i campi di lavoro di San Severo in cui persistono condizioni di precarietà estrema, anche relativamente all’ottenimento della residenza. Il 1 maggio, in contemporanea con Reggio Calabria, si terrà un corteo di braccianti anche a Foggia, ancora una volta guidato dall’USB e dalle sue bandiere. Ma le condizioni di vita degli abitanti dei ghetti rimangono drammatiche, e l’USB non sembra in grado di instaurare alcun tipo di trattativa efficace con le istituzioni, se non per rivendicazioni minime e decisamente al ribasso rispetto a quelle delle lotte auto-organizzate. Il 12 maggio l’USB partecipa ad un confronto con il sindaco di San Severo, comune su cui sorge il Gran Ghetto, senza che da questo scaturisca alcuna misura per sanare la condizione di chi vive in quel che resta della baraccopoli. Il 31 luglio, a seguito di un corteo tenutosi a Bari, l’USB strappa la concessione dell’acqua potabile da parte della Regione per chi ancora vive nel Gran Ghetto, la cui erogazione verrà interrotta già dal mese di settembre. Le contromisure di USB si fanno attendere fino ad ottobre inoltrato, quando viene annunciato che il caso verrà portato all’attenzione della FAO (sic!) e che verrà presentato un esposto contro il presidente della regione Puglia, Michele Emiliano. Soltanto il 10 novembre USB organizza uno ‘sciopero’ dei braccianti del ghetto che si concluderà con l’occupazione simbolica della cattedrale di Foggia e con un appello al Papa. Il giorno successivo l’erogazione di acqua verrà nuovamente ripristinata, ma le condizioni di chi vive nel ghetto rimarranno sostanzialmente immutate. Nei mesi seguenti, l’USB invita europarlamentari, candidati alle elezioni politiche ed altre figure pubbliche a passerelle all’interno del ghetto, esponendo i suoi abitanti all’ennesima operazione di mediatizzazione sulla loro pelle.

Il 16 dicembre, Aboubakar Soumahoro e la Coalizione Internazionale Sans Papiers e Migranti organizzano a Roma un corteo ‘Fight/Right, Diritti Senza Confini’, a cui porta una delegazione da Foggia e dalla Piana di Gioia Tauro. Ancora una volta, il corteo non entra nel merito delle reali questioni legate ai documenti, nell’ottica di un miglioramento delle loro condizioni, ma si limita ad una serie di proclami.

L’8 marzo 2018, l’USB dichiara che le donne braccianti del ghetto aderiscono allo sciopero globale delle donne. Ancora una volta, la condizione femminile viene strumentalizzata e distorta: quelle che l’USB vuol far passare per braccianti sono donne impegnate soprattutto nel lavoro di cura, in molti casi incluso il lavoro sessuale, le cui specificità non vengono minimamente considerate. In che cosa consisterebbe il ‘femminismo’ dell’USB?

Il 12 aprile USB organizza un nuovo corteo a Foggia, con annesso incontro istituzionale. Ancora una volta, USB rivendica di aver ottenuto l’iscrizione anagrafica per chi vive nei ghetti, vittoria che in realtà risale alle lotte auto-organizzate del 2015-16. L’agosto 2018 è un mese tragico per i braccianti del foggiano: due incidenti stradali si portano via un totale di 16 lavoratori e ne feriscono molti altri, tutti residenti nei ghetti della provincia. Un corteo auto-organizzato attraversa le strade del capoluogo il 7 agosto, ignorato da compagn* e media a parte i soliti solidali. L’8 agosto, prima del corteo organizzato dalla CGIL per il tardo pomeriggio, l’USB indice una ‘marcia dei berretti rossi’. Con un atto che definire paternalista ed irrispettoso ci pare eufemistico, nei giorni precedenti ai braccianti erano stati regalati cappellini rossi sponsorizzati da una onlus (‘Rete Iside’) come misura per la loro sicurezza sul lavoro. La marcia vede la partecipazione di Michele Emiliano, quello stesso che USB aveva minacciato di denuncia perché aveva ripetutamente disatteso gli accordi presi in sede di incontro. Al Presidente della Regione Puglia viene lasciato ampio spazio di parola, che egli si prende volentieri compiendo un’operazione manipolatoria in piena regola. Il corteo, dichiara, è in continuità con quello della CGIL. Da USB nessuna presa di distanza. Ancora una volta le morti di chi vive sfruttato e segregato vengono strumentalizzate senza scrupolo alcuno.

Il 3 settembre, in occasione della visita di Luigi Di Maio a Foggia, un nuovo presidio auto-organizzato viene convocato sotto alla Prefettura, pesantemente osteggiato e contenuto dalle forze dell’ordine, mentre Aboubakar Soumahoro siede al tavolo insieme al Ministro e ne appoggia il discorso e le proposte, di cui peraltro rivendica la paternità. Com’è ovvio, nessun riferimento alla protesta, le cui urla nonostante tutto raggiungono il palazzo. Il 22 settembre, si tiene a Foggia ‘l’assemblea nazionale USB sul lavoro agricolo’, in cui viene presentata una ‘piattaforma dei diritti e un codice etico’. Nelle settimane precedenti, l’USB ha più volte rivendicato e sbandierato l’invito al ministro dell’Agricoltura Centinaio (Lega) e al Presidente della Regione Puglia Emiliano. Nonostante i fieri proclami, però, nessuno dei due si presenterà, mentre manterranno fede all’invito, tra gli altri, l’assessore al Lavoro della Regione Calabria, Angela Robbe, e il giornalista Gad Lerner. Dopo questo inutile circo, sulla provincia di Foggia calerà il silenzio dell’USB, che si guarderà bene dal pronunciarsi sulle manovre di sgombero cui il governo dà inizio nell’insediamento di Borgo Mezzanone a partire dal mese di gennaio 2019. Fino a quando non si ripresenta un’altra ‘ghiotta’ occasione: la morte in un altro rogo dell’ennesimo bracciante, il 25 aprile. Anche in questa occasione, un triste video di Aboubakar Soumahoro capitalizza e incamera consensi social davanti alle macerie della baracca dove ha trovato la morte Samara Saho. È questo l’ultimo atto dell’USB prima dello scippo della lotta auto-organizzata degli e delle abitanti di Borgo Mezzanone lo scorso 6 giugno, in un contesto in cui la popolarità di USB al ghetto è andata progressivamente riducendosi, visti i risultati delle mobilitazioni e le promesse disattese circa i problemi individuali di documenti di cui USB, e Soumahoro in prima persona, avevano detto che si sarebbero fatti carico.

iii. Il Piemonte

Sempre nel corso del 2017 l’ambiguo operato dell’USB e di Abou Soumahoro nello specifico arriva anche nella provincia di Cuneo, altro importante luogo di raccolta della frutta. Anche qui da anni i lavoratori e le lavoratrici portano avanti, in totale autonomia e con il sostegno dei solidali, una lotta per migliorare le proprie condizioni di lavoro e abitative. Durante quella stagione di raccolta l’intervento dell’USB si limita ad una serie di proclami e comunicati che non trovano alcun tipo di riscontro nella vita delle persone che lì vivono e lavorano.

L’anno successivo, il 10 luglio del 2018, non avendo un posto dove dormire i braccianti decidono in totale autonomia di occupare un’ex fabbrica, sita in Via Lattanzi a Saluzzo, anche perché in molti non avevano trovato posto nel dormitorio allestito dal Comune per la stagione di raccolta (ex caserma Filippi in zona Foro Boario, gestita dalla Caritas). Puntuale come un predatore arriva l’USB con il suo sindacalista Abou Soumahoro per mettersi alla guida di un corteo, che si terrà il 21 luglio per le strade di Cuneo e che, anche in questo caso, si concluderà con un nulla di fatto: un incontro in Prefettura del quale non si è mai saputo nulla. Ad oggi, dopo questo episodio l’USB non ha proferito parola su quanto accade a Saluzzo.

Il cambiamento climatico è diventato importante. È in Tv in prima serata

Fonte: https://peopleandnature.wordpress.com/2019/04/23/climate-change-must-be-a-thing-its-on-prime-time-tv/#more-2445

Gli effetti chiave del riscaldamento globale sono stati riportati senza mezzi termini davanti a milioni di telespettatori nel documentario “Climate Change: The Facts”, trasmesso su BBC One giovedì 18 aprile. “Può sembrare spaventoso”, ha detto il super-popolare naturalista e personaggio televisivo David Attenborough, presentando lo spettacolo, “ma le prove scientifiche dicono che se non avremo intrapreso un’azione drastica entro il prossimo decennio, potremmo avere danni irreversibili per la natura e il collasso delle nostre società “. La stampa ha adorato il documentario della BBC. “Una chiamata alle armi”, ha scritto il quotidiano “The Guardian”. “Bisogna che filantropi, investitori e governi si sveglino per agire?” Si è domandata la rivista “Forbes”.

Il gruppo teatrale “Renew Rebels”, in scena a Waterloo Bridge venerdì 19 agosto durante le proteste di “Extinction Rebellion”. Il petrolio (in nero) affronta il potere delle onde (in blu), il vento (in bianco) e il sole (in arancione)

Io mi sono chiesto: perché proprio adesso?

La BBC non ha mai avuto fretta di raccontare il riscaldamento globale. Nel 2011, due decenni dopo che i colloqui internazionali sul clima erano iniziati a Rio, gli scienziati stavano contestando la BBC per aver dato spazio ai negazionisti dei cambiamenti climatici. Nel 2014, una nota della BBC ha detto ai giornalisti di smettere di fingere che fosse necessario mostrare una “equidistanza” tra la scienza del clima e i suoi negazionisti – ma la pratica è continuata, portando a un altro comunicato nel settembre dello scorso anno. In quel periodo, i ricercatori avevano iniziato a rifiutarsi di entrare negli studi della BBC per discutere con i negazionisti.

Ma giornalisti di alto profilo della BBC si sentivano ancora obbligati a intervistare quei cospirazionisti antiscientifici che sono pagati dall’industria dei combustibili fossili per consigliare Donald Trump. Nell’ottobre dello scorso anno, quando il rapporto “Intergovernmental Panel on Climate Change” ha delineato le misure utili per limitare il riscaldamento a 1,5 gradi al di sopra del livello preindustriale, Evan Davies di “Newsnight” ha dato a Myron Ebell lo spazio per sminuirlo.

Secondo certi standard, la BBC sta andando anche bene. Dopotutto, ci sono voluti 359 anni al Vaticano per scusarsi di aver costretto Galileo Galilei a negare la sua scoperta che la terra girasse attorno al sole. La BBC ha messo in dubbio i cambiamenti climatici: il documentario “Climate Change. The Facts” arriva dopo soli 30 anni da quando gli scienziati hanno dimostrato il nesso causale della combustione dei fossili e di altre attività economiche nel riscaldamento globale. Molto bene.

Quindi, perché proprio adesso? Secondo me per due motivi principali.

1. La realtà del riscaldamento globale sta diventando palesemente ovvia. Venti degli anni più caldi mai registrati nella storia sono stati negli ultimi ventidue. Effetti come le inondazioni e la devastazione dell’agricoltura sono stati avvertiti nel sud globale per molti anni. Adesso anche i paesi ricchi vengono colpiti. Il documentario “Climate Change. The Fact” affronta molto bene questo problema, mostrando la devastazione causata dagli incendi e l’innalzamento del livello del mare negli Stati Uniti.

2. È emerso un movimento di protesta completamente nuovo, diretto essenzialmente contro l’incapacità dei politici di agire sul riscaldamento globale, con scioperi degli studenti e azioni dirette non violente su larga scala da parte di Extinction Rebellion (XR).

Gli scioperi scolastici si sono diffusi in apparenza completamente al di fuori dell’influenza, per non dire del controllo, delle organizzazioni politiche o ambientaliste esistenti. XR sembra politicamente simile ai precedenti gruppi ambientalisti – ma, certamente qui nel Regno Unito, nessun gruppo di questo tipo ha mai portato così tante persone a un potenziale scontro con le forze dell’ordine.

L’istinto dell’establishment politico, penso, è di usare una combinazione di dialogo, concessioni, cooptazione e retorica per domare, limitare e controllare questi movimenti. Questo non vuol dire che la repressione non avrà alcun ruolo: la polizia potrebbe abbandonare, almeno in parte, il suo approccio morbido nei confronti di XR. Ma il controllo sociale nel capitalismo riguarda tanto l’ideologia e le opinioni quanto la violenza e la repressione (sto pensando al Regno Unito, anche se alcuni di questi punti si applicano più ampiamente).

Il potere (e la ricchezza che esso rappresenta) può convivere con un “movimento per il clima” che non minacci il suo controllo dell’economia e della società. Alle narrazioni che presumono che strutture e partiti politici esistenti possano e debbano “risolvere” il problema del riscaldamento globale sarà permesso di riecheggiare attraverso i media mainstream. Il potere ha interesse a convincere le persone che sta ascoltando – e, dal momento che sa che le persone non sono stupide, parte della sua strategia è farlo veramente.

Gli ultimi 20 minuti di “Climate Change: The Facts” hanno raccontato la solita storiella di come i governi si occupino del riscaldamento globale. Il documentario ha messo in evidenza l’accordo di Parigi del 2015 – ma non il fatto che esso abbia semplicemente prolungato un quarto di secolo di negoziati, durante i quali l’uso globale di combustibili fossili è aumentato della metà. Ha riconosciuto che le compagnie petrolifere e del carbone resistono ai cambiamenti, ma non ha menzionato come i governi li sostengono con centinaia di miliardi di dollari di sussidi.

Un vero dibattito su come affrontare il riscaldamento globale inizierà non con i colloqui internazionali sul clima ma con il riconoscimento del loro disastroso fallimento.

Non sono un folle teorico della cospirazione che pensa che David Attenborough sia uno strumento di alcuni oscuri manipolatori. Chiaramente, però, egli è un portavoce adatto a presentare “soluzioni” al riscaldamento globale, che sono state discusse per anni tra piccoli gruppi di diplomatici, politici e ONG durante i colloqui sul clima, ad un pubblico più ampio. Perché, come dice il Daily Telegraph, “tutti ci fidiamo di Attenborough”.

La discussione sui media mainstream, di cui fa parte “Climate Change: The Facts”, presuppone che non solo le strutture politiche esistenti, ma anche le strutture economiche e sociali, possano affrontare il problema.

La possibilità di maggiori trasformazioni sociali dirette a ribaltare le relazioni di potere e ricchezza – e il pensiero che queste possano essere il modo più efficace, o anche l’unico modo, in cui l’inarrestabile dominio del combustibile fossile possa essere fermato – viene preso poco o in nessuna considerazione. L’idea che, nel mondo ricco, la gente possa vivere più felicemente al di fuori dei sistemi tecnologici controllati dalle aziende e basati sui combustibili fossili, è quasi completamente assente. Così come sono assenti le ipotesi che il sud globale non sia condannato a seguire questo cosiddetto “percorso di sviluppo”.

Ammetto che l’appello di George Monbiot di “rovesciare questo sistema che sta mangiando il pianeta” sia arrivato fino allo show televisivo di Frankie Boyle. I media sanno come emarginarci o pubblicizzarci.

Spero che i nuovi movimenti climatici diventeranno forum aperti in cui verranno discusse le idee su cambiamenti sociali, politici e tecnologici radicali. Resistiamo alle pressioni che vogliono restringere il dibattito all’interno delle recinzioni ideologiche del mainstream.

Prendiamo ad esempio la principale richiesta politica di XR nel Regno Unito – che l’economia del paese dovrebbe essere “carbon neutral” entro il 2025. Facile da dire, difficile da raggiungere.

Una delle prime domande a cui XR dovrà rispondere è quella posta in Francia: che dire degli attacchi agli standard di vita dei lavoratori confezionati e presentati come misure per affrontare i cambiamenti climatici? Come la tassa sul diesel proposta che ha innescato la rivolta dei “gilet gialli” nel dicembre dello scorso anno.

Le persone appartenenti alla classe operaia in Francia hanno visto la tassa come una misura di austerità neoliberista, vestita con abiti “ambientalisti”, e si sono rivoltate contro di essa di conseguenza. “Le élite parlano della fine del mondo, mentre noi parliamo della fine del mese”, era (a quanto pare) un tema ricorrente.

Un “movimento per il clima” nel nord del mondo, separato dalla rabbia giustificata contro il neo-liberismo manifestata da molti “gilet gialli”, è destinato a fallire a livello sociale ed è fatalmente imperfetto a livello politico.

L’intento delle politiche di “austerità” neoliberale, praticate dal presidente Emmanuel Macron in Francia oggi e dai governi britannici dagli anni ’80, è quello di proteggere e sostenere l’economia capitalista in costante espansione – e il modo in cui è strutturata per beneficiare l’1% della popolazione mondiale – che, a sua volta, è la causa principale del riscaldamento globale.

I “gilet gialli”, gli altri movimenti anti-austerità, gli studenti in sciopero e i “ribelli” di XR sono tutti contro lo stesso sistema. Tutti abbiamo bisogno di un linguaggio comune e di una politica comune (per proposte pratiche, si vedano i link alla fine).

Le questioni su cui dovremmo concentrarci, credo, sono “come possiamo unire questi movimenti?” e “come possiamo sviluppare una vera democrazia, indipendente dallo stato, attraverso la quale elaborare misure adeguate per prevenire pericolosi cambiamenti climatici?”, piuttosto che “quale consiglio possiamo dare alle strutture politiche esistenti – a chi ha saputo per anni come il cambiamento climatico si sarebbe potuto evitare e si è rifiutato di agire?”.

Se pensate che stia esagerando sul pericolo che le proteste climatiche vengano cooptate e controllate, pensate alla lotta contro il razzismo.

Nei primi anni ’80, quando il consenso sociale del dopoguerra stava crollando e Margaret Thatcher divenne primo ministro, quella lotta fu caratterizzata dai riot del 1981. I britannici neri e altri nelle loro comunità hanno messo a soqquadro i quartieri popolari delle città e hanno chiesto un miglioramento delle loro condizioni di vita.

Negli anni ’90, quando il “New Labour” di Tony Blair prese il posto dei Tories, le narrazioni antirazziste furono sempre più cooptate e controllate. Il rapporto Macpherson del 1999 sull’uccisione di Stephen Lawrence, un adolescente nero, fu una svolta: mise in luce che l’inchiesta sull’omicidio (notoriamente pasticciata) mostrava che le forze di polizia erano “istituzionalmente razziste”.

L’adozione dell’antirazzismo da parte dell’establishment ha prodotto molti risultati positivi. Le vittime hanno affrontato meno frequentemente il muro di ostilità che la famiglia Lawrence si era trovata davanti. Nelle scuole, nelle strade e nei campi di calcio, sono state messe in discussione le espressioni aperte di razzismo. La stampa popolare cambiò, barcamenandosi tra forme sottili e subliminali di razzismo e una condanna ipocrita esclusivamente “morale” di singoli individui razzisti. Ma le strutture sociali ed economiche che moltiplicano e incoraggiano il razzismo non sono state toccate. Il governo Blair ha proseguito con le sanzioni e l’invasione del 2003 in Iraq con il risultato dell’omicidio di massa fondamentalmente razzista di centinaia di migliaia di civili. Le politiche di immigrazione intrinsecamente razziste furono rafforzate.

Studentx in Uganda durante lo sciopero per il clima. Foto di Fridays for Future Uganda

La conseguenza di questo processo è l’attuale rinascita del razzismo. Le basi strutturali sono il sostegno del Regno Unito a nuove guerre in Medio Oriente, in primis l’attacco genocida dei Sauditi allo Yemen e il preoccupante “ambiente ostile” per i migranti. I risultati ideologici sono la subdola islamofobia presente in tutta la società e il recente aumento di azioni razziste di strada.

Il cambiamento climatico, come il razzismo, è un problema grande e sfaccettato che sfida semplicistiche “soluzioni”. Occuparsene significa avere a che fare con il sistema sociale ed economico che l’ha prodotto. Non lasciamo che l’élite politica e i suoi media stabiliscano i termini del nostro dibattito su come farlo. GL, 23 April 2019.

Alcuni articoli pubblicati su “People & Nature” sulle misure necessarie per combattere i cambiamenti climatici:

Heathrow: “jobs vs climate action” is a false choice (June 2018)

The Red Green Study Group on social justice and ecological disaster (June 2018)

Memo to Labour: let’s have energy systems integration for the many (May 2018)

Will Labour’s climate policy rely on monstrous techno-fixes like BECCS? (March 2018)

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Da un lager all’altro


È ampiamente risaputo che la rotta che attraversa il mar Mediterraneo dalla Libia all’Italia sia diventata negli ultimi mesi sempre più chiusa e controllata militarmente e che sempre meno persone riescano ad approdare in Europa partendo dalle coste libiche. Dal 1° gennaio sono infatti riuscite a raggiungere l’Italia solo 398 persone, il 93,54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Tra queste, le nazionalità più numerose sono quelle tunisine e algerine, 128 persone alle quali come prassi italiana ormai consolidata e contrariamente a quanto previsto da qualsiasi normativa comunitaria viene negata la possibilità di presentare domanda di asilo unicamente in ragione del paese di origine. La maggior parte de* magrebin* sono reclus* nei CPR in attesa dell’espulsione, o vengono rilasciat* con in mano un decreto di espulsione entro 7 giorni. Le persone rimanenti dovranno invece cominciare il percorso a ostacoli nel sistema di accoglienza italiano, trasferite da hotspot a hub e centri di accoglienza in giro per il paese, con la quasi certezza di vedersi alla fine sbattute per strada con un diniego della domanda d’asilo: a inizio anno la percentuale di dinieghi in prima istanza ha raggiunto l’82%.

Nei fatti, come certificato dai dati ufficiali pubblicizzati con enfasi dal ministero degli interni, nei primi tre mesi dell’anno le deportazioni sono state per la prima volta maggiori rispetto a nuovi arrivi: 1.354 (aggiornati al 13 marzo), di cui 1.248 forzati e 106 volontari assistiti [fonte http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_21-03-2019.pdf].

Gli effetti delle politiche di Minniti e Salvini cominciano dunque a diventare statistiche da sventolare per le propagande incrociate di governo e opposizione. Allargando un attimo la visuale dallo zoom imposto dal mainstream politico-mediatico-militare ci sarebbero però anche altre questioni di non poco conto da affrontare. Innanzitutto, su quella rotta si continua a morire, a decine e continuamente; nel mediterraneo le persone annegano ancora nel tentativo di fuggire dai lager libici. L’ultima strage è avvenuta solo pochi giorni fa, nel silenzio complice dei media che puntavano i riflettori sullo sbarco della nave “Mare Jonio” a Lampedusa. Secondo problema, pare che a nessuno importi niente dell’enorme apparato concentrazionario messo su in Libia con il contributo del precedente governo italiano e sotto la supervisione dei governi europei e delle agenzie delle Nazioni Unite. Ogni tanto qualche esponente del Partito Democratico in vena di vis polemica contro Salvini ricorda soltanto come “già con Minniti” fossero diminuiti gli sbarchi e come il leader della Lega sia troppo lento nell’effettuare le deportazioni promesse in campagna elettorale (certo, più di mezzo milione di deportazioni sono troppe anche per lo sceriffo leghista, evidentemente il Pd sogna di avere Adolf Hitler al Ministero dell’Interno). Saltuariamente esce qualche reportage giornalistico sui vari lager esistenti oggi sul territorio libico, ma la cosa finisce lì.

Altro problema che interessa davvero poco tutto il panorama politico e giornalistico sembra essere poi quello della sorte delle poche persone che riescono ad approdare ancora sulle coste europee, soccorse dalle navi delle ONG che tanto fanno arrabbiare Salvini. Le cronache degli ultimi mesi sono piene, anzi strapiene, di ogni dettaglio su qualsiasi aspetto di quanto accaduto, dalla nave Diciotti al processo a Salvini stoppato in Senato, alla natura e legittimità delle ONG, al ruolo di mediazione del presidente del consiglio Conte sulla ripartizione de* poch* “profugh*” portati in Europa, alle tiepide dichiarazioni del presidente della Camera, ai contrasti tra Lega e Cinque Stelle, etc.

Facciamo solo alcuni esempi tra i più recenti. Le 177 persone fatte sbarcare dalla nave Diciotti, l’imbarcazione bloccata al centro del Mediterraneo per giorni l’estate scorsa e diventata un caso politico eclatante, erano state ricollocate per lo più in alcuni centri di accoglienza gestiti dalla Chiesa italiana in varie diocesi. Delle cento persone di nazionalità eritrea, 92 uomini e 8 donne, che arrivarono la sera del 28 agosto 2018 nel centro d’accoglienza «Mondo Migliore» di Rocca di Papa, vicino Roma, non è rimasto più nessuno, e lo stesso è avvenuto in altre situazioni in giro per il paese dove erano state distribuite le altre persone provenienti dalla Diciotti. Si potrebbe dire, in questo caso, “tanto rumore per nulla”: se le persone migranti possono decidere liberamente e se hanno libertà di movimento, cercano semplicemente di farsi una vita autodeterminandosi, e non accettano di rimanere nella tanto acclamata “accoglienza” in strutture che loro definiscono “campi” e considerano più o meno simili a carceri e lager.

Altri casi, infatti, sono stati purtroppo diversi. Lo scorso 9 gennaio, 49 persone soccorse in mare dalle navi “Sea Watch” e “Sea Eye” dopo mille polemiche furono fatte sbarcare sulla terraferma europea a Malta solo dopo estenuanti trattative che portarono alla promessa di una ripartizione de* migranti in diversi stati europei. L’Italia avrebbe dovuto “accoglierne” ben dieci, ma solo grazie all’intervento della Chiesa Valdese, che l* avrebbe ospitat* a sue spese, permettendo così al ministro dell’Interno di poter dire che aveva comunque vinto la sua politica dei “porti chiusi”. Ebbene oggi, dopo tre mesi, quasi tutte 49 le persone che scesero dalla “Sea Watch” si trovano (assieme ad altre provenienti da sbarchi precedenti e successivi) in stato di prigionia presso il centro di detenzione per migranti di Marsa, vicino La Valletta, un “hotspot” in cui sono rinchiuse. Per tre giorni, dal 5 all’8 marzo, queste persone hanno portato avanti uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e per conoscere al più presto il loro futuro [https://www.timesofmalta.com/articles/view/20190313/local/hunger-strike-as-migrants-frustration-over-relocation-grows.704407]. Il 12 marzo, 15 persone sono riuscite a fuggire: 13 direttamente dal centro di detenzione e altre due dagli uffici della commissione per i rifugiati, dove erano state condotte per dei controlli. Dopo la caccia organizzata dalla polizia maltese, 5 persone sono state rintracciate e riportate nel centro di detenzione di Marsa [https://lovinmalta.com/news/15-migrants-escape-from-marsa-reception-centre-and-refugee-commissioner]. Ma la questione della “Sea Watch” era già stata archiviata e aveva fatto tutti contenti.

Veniamo infine agli ultimi giorni, quando la nave “Mare Jonio” è sbarcata a Lampedusa dopo un altro forte (ma ben più rapido rispetto al passato) scontro politico, con Salvini che strepitava contro la “nave dei centri sociali” e la sinistra che invocava a gran voce l’apertura del porto dell’isola siciliana. Alla fine * migranti sono sbarcat*, ma la nave è stata sequestrata e il comandante indagato. Salvini è rimasto soddisfatto, mentre il movimento che ha dato vita alla “Mare Jonio” ha organizzato delle manifestazioni in tutto il paese per chiedere il dissequestro della nave. E le 49 persone che sono sbarcate a Lampedusa? Che fine hanno fatto? Anche qui pare che nessuno abbia voglia di mantenere accesi i riflettori. Il governo ha ottenuto lo scalpo dell’imbarcazione della ONG e questa ha portato le persone migranti al sicuro. Talmente al sicuro che adesso si trovano nel lager di Lampedusa, un “hotspot” come quello di Malta e come i tanti che affollano il vecchio continente. Molte di queste persone fuggivano da altri lager in Libia e ora si ritrovano rinchiuse in territorio italiano, mettendo così in evidenza la continuità del sistema concentrazionario creato dall’Europa: il loro grido di esultanza “libertà, libertà” una volta scese dalla “Mare Jonio” è stato spezzato subito, ma non c’erano più le telecamere a documentarlo.