Dentro e contro internet. Laboratorio di autodifesa digitale

Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario molto complesso ma anche di progressiva centralizzazione monopolistica del cyberspazio, con le imprese che provano ad estrarre profitti utilizzando qualsiasi mezzo a loro disposizione attraverso il modello emergente del “capitalismo di sorveglianza” gestito da piattaforme transnazionali.

Queste grandi infrastrutture risultano sempre più centrali per gli individui, ma uno dei principali giochi di prestigio che esse fanno di fronte al loro pubblico è quello di presentarsi come neutre e manipolabili, quando invece sono dei software proprietari che sviluppano degli algoritmi sempre più sofisticati che hanno due obiettivi di fondo: fidelizzare quanto più possibile l’utente ed estrarre dalle sue attività online quanti più dati possibile in modo da poterli rivendere sul mercato pubblicitario.

Un social network commerciale diviene dunque un ecosistema dal quale è difficile disconnettersi, pena la perdita di relazioni e identità sociale. La base di questa dinamica è anche abbastanza vecchia, perché la storia del capitalismo ci insegna come la merce perfetta sia quella che crea dipendenza e costringe il consumatore ad un acquisto infinito: qui siamo di fronte a piattaforme che creano strumenti di dipendenza neurologica per estrarre dati privati dagli utenti a scopo di profitto.

Quanto è possibile partecipare a questo gioco salvaguardando i propri obiettivi politici di fondo senza essere travolti e modificati? Si possono proteggere i nostri dati dallo sfruttamento commerciale? Quali attività online sono sicure per le nostre attività politiche?

Martedì 11 giugno presso lo spazio sociale Murotorto -Eboli (Sa) ore 20.00
Capitalismo di sorveglianza e free software

Mercoledì 19 giugno sempre a Murotorto ore 20.00
Anonimato, privacy, strumenti di autodifesa per attivist*

Link
https://numerique.noblogs.org/
https://www.dinamopress.it/news/piu-grande-dellurss-conversazione-nick-srnicek/
https://switching.social/

Il cambiamento climatico è diventato importante. È in Tv in prima serata

Fonte: https://peopleandnature.wordpress.com/2019/04/23/climate-change-must-be-a-thing-its-on-prime-time-tv/#more-2445

Gli effetti chiave del riscaldamento globale sono stati riportati senza mezzi termini davanti a milioni di telespettatori nel documentario “Climate Change: The Facts”, trasmesso su BBC One giovedì 18 aprile. “Può sembrare spaventoso”, ha detto il super-popolare naturalista e personaggio televisivo David Attenborough, presentando lo spettacolo, “ma le prove scientifiche dicono che se non avremo intrapreso un’azione drastica entro il prossimo decennio, potremmo avere danni irreversibili per la natura e il collasso delle nostre società “. La stampa ha adorato il documentario della BBC. “Una chiamata alle armi”, ha scritto il quotidiano “The Guardian”. “Bisogna che filantropi, investitori e governi si sveglino per agire?” Si è domandata la rivista “Forbes”.

Il gruppo teatrale “Renew Rebels”, in scena a Waterloo Bridge venerdì 19 agosto durante le proteste di “Extinction Rebellion”. Il petrolio (in nero) affronta il potere delle onde (in blu), il vento (in bianco) e il sole (in arancione)

Io mi sono chiesto: perché proprio adesso?

La BBC non ha mai avuto fretta di raccontare il riscaldamento globale. Nel 2011, due decenni dopo che i colloqui internazionali sul clima erano iniziati a Rio, gli scienziati stavano contestando la BBC per aver dato spazio ai negazionisti dei cambiamenti climatici. Nel 2014, una nota della BBC ha detto ai giornalisti di smettere di fingere che fosse necessario mostrare una “equidistanza” tra la scienza del clima e i suoi negazionisti – ma la pratica è continuata, portando a un altro comunicato nel settembre dello scorso anno. In quel periodo, i ricercatori avevano iniziato a rifiutarsi di entrare negli studi della BBC per discutere con i negazionisti.

Ma giornalisti di alto profilo della BBC si sentivano ancora obbligati a intervistare quei cospirazionisti antiscientifici che sono pagati dall’industria dei combustibili fossili per consigliare Donald Trump. Nell’ottobre dello scorso anno, quando il rapporto “Intergovernmental Panel on Climate Change” ha delineato le misure utili per limitare il riscaldamento a 1,5 gradi al di sopra del livello preindustriale, Evan Davies di “Newsnight” ha dato a Myron Ebell lo spazio per sminuirlo.

Secondo certi standard, la BBC sta andando anche bene. Dopotutto, ci sono voluti 359 anni al Vaticano per scusarsi di aver costretto Galileo Galilei a negare la sua scoperta che la terra girasse attorno al sole. La BBC ha messo in dubbio i cambiamenti climatici: il documentario “Climate Change. The Facts” arriva dopo soli 30 anni da quando gli scienziati hanno dimostrato il nesso causale della combustione dei fossili e di altre attività economiche nel riscaldamento globale. Molto bene.

Quindi, perché proprio adesso? Secondo me per due motivi principali.

1. La realtà del riscaldamento globale sta diventando palesemente ovvia. Venti degli anni più caldi mai registrati nella storia sono stati negli ultimi ventidue. Effetti come le inondazioni e la devastazione dell’agricoltura sono stati avvertiti nel sud globale per molti anni. Adesso anche i paesi ricchi vengono colpiti. Il documentario “Climate Change. The Fact” affronta molto bene questo problema, mostrando la devastazione causata dagli incendi e l’innalzamento del livello del mare negli Stati Uniti.

2. È emerso un movimento di protesta completamente nuovo, diretto essenzialmente contro l’incapacità dei politici di agire sul riscaldamento globale, con scioperi degli studenti e azioni dirette non violente su larga scala da parte di Extinction Rebellion (XR).

Gli scioperi scolastici si sono diffusi in apparenza completamente al di fuori dell’influenza, per non dire del controllo, delle organizzazioni politiche o ambientaliste esistenti. XR sembra politicamente simile ai precedenti gruppi ambientalisti – ma, certamente qui nel Regno Unito, nessun gruppo di questo tipo ha mai portato così tante persone a un potenziale scontro con le forze dell’ordine.

L’istinto dell’establishment politico, penso, è di usare una combinazione di dialogo, concessioni, cooptazione e retorica per domare, limitare e controllare questi movimenti. Questo non vuol dire che la repressione non avrà alcun ruolo: la polizia potrebbe abbandonare, almeno in parte, il suo approccio morbido nei confronti di XR. Ma il controllo sociale nel capitalismo riguarda tanto l’ideologia e le opinioni quanto la violenza e la repressione (sto pensando al Regno Unito, anche se alcuni di questi punti si applicano più ampiamente).

Il potere (e la ricchezza che esso rappresenta) può convivere con un “movimento per il clima” che non minacci il suo controllo dell’economia e della società. Alle narrazioni che presumono che strutture e partiti politici esistenti possano e debbano “risolvere” il problema del riscaldamento globale sarà permesso di riecheggiare attraverso i media mainstream. Il potere ha interesse a convincere le persone che sta ascoltando – e, dal momento che sa che le persone non sono stupide, parte della sua strategia è farlo veramente.

Gli ultimi 20 minuti di “Climate Change: The Facts” hanno raccontato la solita storiella di come i governi si occupino del riscaldamento globale. Il documentario ha messo in evidenza l’accordo di Parigi del 2015 – ma non il fatto che esso abbia semplicemente prolungato un quarto di secolo di negoziati, durante i quali l’uso globale di combustibili fossili è aumentato della metà. Ha riconosciuto che le compagnie petrolifere e del carbone resistono ai cambiamenti, ma non ha menzionato come i governi li sostengono con centinaia di miliardi di dollari di sussidi.

Un vero dibattito su come affrontare il riscaldamento globale inizierà non con i colloqui internazionali sul clima ma con il riconoscimento del loro disastroso fallimento.

Non sono un folle teorico della cospirazione che pensa che David Attenborough sia uno strumento di alcuni oscuri manipolatori. Chiaramente, però, egli è un portavoce adatto a presentare “soluzioni” al riscaldamento globale, che sono state discusse per anni tra piccoli gruppi di diplomatici, politici e ONG durante i colloqui sul clima, ad un pubblico più ampio. Perché, come dice il Daily Telegraph, “tutti ci fidiamo di Attenborough”.

La discussione sui media mainstream, di cui fa parte “Climate Change: The Facts”, presuppone che non solo le strutture politiche esistenti, ma anche le strutture economiche e sociali, possano affrontare il problema.

La possibilità di maggiori trasformazioni sociali dirette a ribaltare le relazioni di potere e ricchezza – e il pensiero che queste possano essere il modo più efficace, o anche l’unico modo, in cui l’inarrestabile dominio del combustibile fossile possa essere fermato – viene preso poco o in nessuna considerazione. L’idea che, nel mondo ricco, la gente possa vivere più felicemente al di fuori dei sistemi tecnologici controllati dalle aziende e basati sui combustibili fossili, è quasi completamente assente. Così come sono assenti le ipotesi che il sud globale non sia condannato a seguire questo cosiddetto “percorso di sviluppo”.

Ammetto che l’appello di George Monbiot di “rovesciare questo sistema che sta mangiando il pianeta” sia arrivato fino allo show televisivo di Frankie Boyle. I media sanno come emarginarci o pubblicizzarci.

Spero che i nuovi movimenti climatici diventeranno forum aperti in cui verranno discusse le idee su cambiamenti sociali, politici e tecnologici radicali. Resistiamo alle pressioni che vogliono restringere il dibattito all’interno delle recinzioni ideologiche del mainstream.

Prendiamo ad esempio la principale richiesta politica di XR nel Regno Unito – che l’economia del paese dovrebbe essere “carbon neutral” entro il 2025. Facile da dire, difficile da raggiungere.

Una delle prime domande a cui XR dovrà rispondere è quella posta in Francia: che dire degli attacchi agli standard di vita dei lavoratori confezionati e presentati come misure per affrontare i cambiamenti climatici? Come la tassa sul diesel proposta che ha innescato la rivolta dei “gilet gialli” nel dicembre dello scorso anno.

Le persone appartenenti alla classe operaia in Francia hanno visto la tassa come una misura di austerità neoliberista, vestita con abiti “ambientalisti”, e si sono rivoltate contro di essa di conseguenza. “Le élite parlano della fine del mondo, mentre noi parliamo della fine del mese”, era (a quanto pare) un tema ricorrente.

Un “movimento per il clima” nel nord del mondo, separato dalla rabbia giustificata contro il neo-liberismo manifestata da molti “gilet gialli”, è destinato a fallire a livello sociale ed è fatalmente imperfetto a livello politico.

L’intento delle politiche di “austerità” neoliberale, praticate dal presidente Emmanuel Macron in Francia oggi e dai governi britannici dagli anni ’80, è quello di proteggere e sostenere l’economia capitalista in costante espansione – e il modo in cui è strutturata per beneficiare l’1% della popolazione mondiale – che, a sua volta, è la causa principale del riscaldamento globale.

I “gilet gialli”, gli altri movimenti anti-austerità, gli studenti in sciopero e i “ribelli” di XR sono tutti contro lo stesso sistema. Tutti abbiamo bisogno di un linguaggio comune e di una politica comune (per proposte pratiche, si vedano i link alla fine).

Le questioni su cui dovremmo concentrarci, credo, sono “come possiamo unire questi movimenti?” e “come possiamo sviluppare una vera democrazia, indipendente dallo stato, attraverso la quale elaborare misure adeguate per prevenire pericolosi cambiamenti climatici?”, piuttosto che “quale consiglio possiamo dare alle strutture politiche esistenti – a chi ha saputo per anni come il cambiamento climatico si sarebbe potuto evitare e si è rifiutato di agire?”.

Se pensate che stia esagerando sul pericolo che le proteste climatiche vengano cooptate e controllate, pensate alla lotta contro il razzismo.

Nei primi anni ’80, quando il consenso sociale del dopoguerra stava crollando e Margaret Thatcher divenne primo ministro, quella lotta fu caratterizzata dai riot del 1981. I britannici neri e altri nelle loro comunità hanno messo a soqquadro i quartieri popolari delle città e hanno chiesto un miglioramento delle loro condizioni di vita.

Negli anni ’90, quando il “New Labour” di Tony Blair prese il posto dei Tories, le narrazioni antirazziste furono sempre più cooptate e controllate. Il rapporto Macpherson del 1999 sull’uccisione di Stephen Lawrence, un adolescente nero, fu una svolta: mise in luce che l’inchiesta sull’omicidio (notoriamente pasticciata) mostrava che le forze di polizia erano “istituzionalmente razziste”.

L’adozione dell’antirazzismo da parte dell’establishment ha prodotto molti risultati positivi. Le vittime hanno affrontato meno frequentemente il muro di ostilità che la famiglia Lawrence si era trovata davanti. Nelle scuole, nelle strade e nei campi di calcio, sono state messe in discussione le espressioni aperte di razzismo. La stampa popolare cambiò, barcamenandosi tra forme sottili e subliminali di razzismo e una condanna ipocrita esclusivamente “morale” di singoli individui razzisti. Ma le strutture sociali ed economiche che moltiplicano e incoraggiano il razzismo non sono state toccate. Il governo Blair ha proseguito con le sanzioni e l’invasione del 2003 in Iraq con il risultato dell’omicidio di massa fondamentalmente razzista di centinaia di migliaia di civili. Le politiche di immigrazione intrinsecamente razziste furono rafforzate.

Studentx in Uganda durante lo sciopero per il clima. Foto di Fridays for Future Uganda

La conseguenza di questo processo è l’attuale rinascita del razzismo. Le basi strutturali sono il sostegno del Regno Unito a nuove guerre in Medio Oriente, in primis l’attacco genocida dei Sauditi allo Yemen e il preoccupante “ambiente ostile” per i migranti. I risultati ideologici sono la subdola islamofobia presente in tutta la società e il recente aumento di azioni razziste di strada.

Il cambiamento climatico, come il razzismo, è un problema grande e sfaccettato che sfida semplicistiche “soluzioni”. Occuparsene significa avere a che fare con il sistema sociale ed economico che l’ha prodotto. Non lasciamo che l’élite politica e i suoi media stabiliscano i termini del nostro dibattito su come farlo. GL, 23 April 2019.

Alcuni articoli pubblicati su “People & Nature” sulle misure necessarie per combattere i cambiamenti climatici:

Heathrow: “jobs vs climate action” is a false choice (June 2018)

The Red Green Study Group on social justice and ecological disaster (June 2018)

Memo to Labour: let’s have energy systems integration for the many (May 2018)

Will Labour’s climate policy rely on monstrous techno-fixes like BECCS? (March 2018)

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Eboli (SA) – I padroni sfruttano, lo stato sgombera

[Riceviamo e pubblichiamo]

Giovedì 4 aprile alle 5 di mattina, prima del sorgere dell’alba, su ordine della Procura di Salerno, è iniziata un’operazione di polizia in località Campolongo, nella zona litoranea del Comune di Eboli (Salerno). Con l’ormai consueto e sproporzionato dispiegamento di forze dell’ordine utilizzato in questi casi, circa 200 unità tra Polizia, Carabinieri, e Guardia di Finanza, affiancati da decine di mezzi, compreso un elicottero, hanno sgomberato un insediamento in cui vivevano un centinaio di persone immigrate, tra cui alcune famiglie con bambin*.

Gli agenti hanno prima circondato completamente l’insediamento e bloccato le strade adiacenti, deviando il traffico su strade interne. Hanno poi perquisito una per una tutte le strutture (casupole, roulotte, baracche, un vecchio bus) e identificato le persone che ci vivevano. L’operazione si è protratta fino al pomeriggio, per diverse ore: tutte le persone sono state cacciate via dai loro alloggi e buttate in strada, le strutture sono state sigillate e poste sotto sequestro. Il proprietario italiano dell’area è stato fermato con l’accusa di furto di corrente elettrica e sfruttamento della manodopera clandestina. Due bambin* sono stati sottratt* ai loro papà e, in assenza delle madri e di “verifiche”, affidat* ai servizi sociali.

I media locali riportano acriticamente la stessa velina (https://www.lacittadisalerno.it/cronaca/eboli-minori-nei-tuguri-scatta-il-blitz-all-alba-1.2192728) delle autorità, scrivendo del degrado in cui versavano gli alloggi, di presunti giri di prostituzione e spaccio che avvenivano nella zona, di 7/10 persone fermate sulle circa 100 presenti (quasi tutte africane) perché senza documenti in regola, le quali subiranno probabilmente l’espulsione. Difficile per ora trovare altre notizie sui media, e soprattutto difficile che siano riportate notizie veritiere. Soprattutto nessuno si è interrogato, nel pubblicare la notizia dello sgombero, sulla sorte delle persone sgomberate: cento persone rimaste all’improvviso senza un tetto è un evento che non merita riflessioni o domande (https://www.youtube.com/watch?v=cj0rsbtNHTg). Il perché è presto svelato potendo parlare, il giorno dopo lo sgombero, con alcune delle persone che lo hanno subito, a Campolongo, dove c’è ancora un via vai di braccianti che tornano dal lavoro e di auto dei Carabinieri a controllarle le casupole ormai vuote.

Sì, sono venuti in tanti e ci hanno controllato i documenti, noi ce li abbiamo tutti, siamo regolari, lavoriamo nelle campagne. Hanno controllato le nostre case, non so perché, ma non hanno trovato niente. Gli abbiamo dato anche i contratti di affitto, paghiamo ogni mese dai 200 ai 300 euro per vivere qui. Ma ci hanno mandato via lo stesso tutti, sotto la pioggia. Io ho potuto prendere solo un paio di borse, per fortuna sono riuscito a trovare un posto dove dormire qui vicino

Un’altra persona racconta: “Sono arrivati alle 5 di mattina, era buio, c’erano tutti, la polizia, i carabinieri, tutti. Ci hanno detto che il proprietario non pagava l’acqua e la luce, ma questo non dipende da noi, noi gli pagavamo l’affitto. Abbiamo avuto un’ora per lasciare le nostre case, solo un’ora, tutti sono dovuti andare via, abbiamo potuto prendere solo poche cose, siamo dovuti andare in strada. Ora ho paura che qualcuno rubi ciò che avevo lasciato, perciò sono ancora qui. Non so se hanno portato via altre persone senza documenti. Questo sgombero l’hanno fatto con noi perché siamo africani, con gli italiani non avrebbero fatto così. Nessuno ci aveva avvertiti prima, avremmo cercato un’altra casa. Adesso devo cercarmi una casa, qui è difficile trovarla, non vogliono affittarci le case. Qui sono tutti d’accordo, qui c’è la mafia e il razzismo.

Da queste parole emergono le testimonianze di uno sgombero quasi surreale: dopo aver controllato i contratti di affitto delle persone e dopo aver a lungo perquisito le loro abitazioni (evidentemente in cerca di elementi d’accusa), pur non avendo trovato nulla, hanno semplicemente apposto i sigilli alle case e costretto le persone ad allontanarsi. Nessun preavviso di sgombero, neppure la possibilità d’avere un po’ di tempo per trovare una nuova abitazione o di recuperare i propri oggetti personali all’interno delle case, in quella che sui giornali è stata definita come mini-baraccopoli; un centinaio di persone, bambin* compres*, sono stat* scacciat*, sotto una pioggia scrosciante e senza alcuna soluzione alternativa. Se pure sono stati scoperti allacci di energia elettrica ed acqua abusivi, ciò non implica nessuna responsabilità da parte delle persone che vi abitavano, che avevano un contratto e pagavano regolarmente l’esoso canone di affitto e che, però, hanno subito le durissime conseguenze di uno sgombero.

Un’altra cosa molto chiara sottolineata dai braccianti è che tutto quello che è accaduto è stato possibile solo perché le persone sgomberate sono africane e non italiane, dandoci così una spiegazione molto semplice del razzismo istituzionale che governa il territorio. Mentre le imprese fanno affari con lo sfruttamento lavorativo delle persone migranti e proprietari di alloggi si arricchiscono con gli affitti in nero c’è lo Stato che interviene nei fatti a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita delle persone immigrate e a perpetuare così ogni sorta di abuso e sopraffazione. Quando si parla di degrado pensiamo proprio a questo, alla costante repressione e alle varie forme che assume lo sfruttamento, alla estesa complicità delle istituzioni e delle varie forze politiche.

Qui sono tutti d’accordo, qui c’è la mafia e il razzismo” e viene da pensare alla recente inchiesta del mese scorso, partita dal 2015, su un giro di falsi permessi di soggiorno e sfruttamento lavorativo, e che vede gli indagati, tra gli altri, il capogruppo del PD al Comune di Eboli e il presidente di un comitato di quartiere e membro del direttivo della Lega Noi con Salvini a Eboli. (https://www.battipaglianews.it/cronaca/eboli-caporalato-lega-pd/)

A due giorni dallo sgombero, ancora non c’è nessuna dichiarazione o reazione della sinistra politica e sindacale ebolitana e salernitana, e ciò non sorprende. Non si vuole seriamente mettere in discussione il sistema di sfruttamento dell’agroindustria italiana, che tritura tante vite dalla piana di Gioia Tauro alla Piana del Sele: non è spendibile dal punto di vista elettorale o per far tessere.

 

Politica per tempi impossibili

di Peter Frase

Attenzione all’ambientalismo pragmatico sul clima

Nuovi studi pubblicati all’inizio del 2019 riportano che il continente dell’Antartide si sta sciogliendo più rapidamente e più estensivamente del previsto. Questo processo è in corso da decenni, ma recentemente ha preso velocità. Dal 2009 al 2017, la calotta antartica si è sciolta ad un ritmo sei volte superiore a quello osservato negli anni ’80. Dal momento che il Polo Sud contiene quasi il 90% dell’acqua dolce sulla Terra, una fusione più rapida porterà ad aumenti più rapidi nel livello del mare, con conseguenze distruttive per la civiltà umana. Allo stesso tempo, sembra che l’interesse sul tema sia improvvisamente esploso, anche negli arretrati Stati Uniti, nel tentativo di affrontare seriamente il cambiamento climatico con il tradizionale progetto egualitario della sinistra socialista. Negli Stati Uniti ciò assume la forma del cosiddetto Green New Deal, che coniuga il messaggio di investimenti e creazione di posti di lavoro (che riecheggia quello di Roosvelt degli anni ’30) ad un moderno programma di sistemi energetici a zero emissioni. La bandiera di questo Green New Deal è stata recentemente raccolta dalla figura politica emergente di Alexandria Ocasio-Cortez, che lo ha collegato ad altre idee un tempo radicali ma recentemente diventate accettabili, come le aliquote fiscali notevolmente aumentate per i più ricchi.

Si è tentato di seguire gli avvertimenti sul rapido cambiamento climatico con un appello pragmatico a proposte politiche realistiche sulla falsariga del Green New Deal. Dopo tutto, qual è l’alternativa, oltre a rinunciare? Come vedremo, tuttavia, questo modo di procedere ci presenta quello che sembra un divario spaventoso e demoralizzante tra la portata e l’immediatezza dei nostri problemi e la debolezza delle forze sociali e politiche attualmente disponibili ad affrontarli. Questo risulta chiaro quando esaminiamo il documento che, solo pochi mesi fa, ha influenzato il giornalismo climatico più diffuso: il rapporto dell’ottobre 2018 del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, che descrive i potenziali impatti del riscaldamento globale in un scala di 1,5 gradi Celsius. Questa è una pubblicazione dettagliata e completa, e poche persone hanno la pazienza o le conoscenze per leggere a fatica pagine su pagine e grafici su grafici. Ma il messaggio di fondo del rapporto è tanto radicale quanto terrificante. Persino il titolo del rapporto, “Riscaldamento globale di 1,5°”, è fuorviante nel suo basso profilo. Il rapporto osserva che la Terra è già quasi un grado più calda rispetto ad un punto di partenza precedente al XX secolo. Inoltre, 1,5 gradi di riscaldamento rappresentano il livello inferiore ottimistico, ottenibile solo nel contesto di “azioni di mitigazione ambiziose”. Il punto della relazione, quindi, non è di sostenere che 1,5 gradi di riscaldamento sono possibili, ma che probabilmente sono inevitabili, e l’unica domanda è se davvero sperimenteremo un riscaldamento significativamente maggiore di quella base. Il capitolo di riferimento della relazione conclude minacciosamente che, in effetti, “non esiste una risposta unica alla domanda se sia possibile limitare il riscaldamento a 1,5° C e adattarsi alle conseguenze”, nonostante l’impegno formale dei firmatari degli accordi di Parigi sul clima su questa cifra.

Se il rapporto dell’IPCC è una sorta di punto di riferimento, è perché mette fine a un dibattito fondamentalmente fittizio sulla realtà empirica dei cambiamenti climatici prodotti dall’uomo e focalizza invece la discussione su risultati probabili e possibili strategie adattive. Il dibattito è fittizio perché una parte suppone, in modo poco comprensibile, di basare le proprie argomentazioni sull’incertezza riguardo alle scienze del clima, piuttosto che ammettersi partigiana di un progetto politico e di classe volto a garantire che i costi del caos ecologico siano sostenuti esclusivamente da chi è senza potere. In gran parte del mondo questo è ovvio da tempo, ma negli Stati Uniti la persistenza di una forte destra negazionista rende necessario chiarire brevemente questo punto. Utili idioti a parte, non è saggio presumere che coloro che negano la realtà dei cambiamenti climatici causati dall’uomo siano sinceramente preoccupatx per l’accuratezza scientifica dei dati.

È più utile esaminare le fantasie apocalittiche dei super-ricchi, che hanno iniziato a investire in vari progetti per ripararsi da ciò che vedono come l’incombente collasso della civiltà. Nel caso del miliardario della Silicon Valley Peter Thiel, questa idea si è incarnata nelle fantasie sul “seasteading”, una città galleggiante indipendente, e negli investimenti terrieri fatti al sicuro in Nuova Zelanda, insieme ai suoi colleghi super ricchi.

L’amministrazione Trump, con il suo fare tipicamente maldestro, ha chiarito la vera posta in gioco nel dibattito sui cambiamenti climatici nel corso della sua recente battaglia contro le rigorose restrizioni delle emissioni automobilistiche della California. Nell’ambito di queste manovre per restare in una posizione di vantaggio, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha pubblicato un rapporto con una scioccante rivelazione del punto di vista dell’amministrazione del futuro, prevedendo che non solo il riscaldamento sarebbe stato inevitabile, ma che probabilmente sarebbe stato dell’ordine di quattro gradi entro il 2100, non il relativamente modesto 1.5 del rapporto IPCC e degli accordi di Parigi. Lo scopo di questa dichiarazione allarmante, nel contesto del rapporto NHTSA, era di affermare che è improbabile che standard di emissione rigorosi come quelli della California abbiano un impatto notevole rispetto alla scala del riscaldamento globale e che tali standard siano quindi economicamente ingiustificabili. Ma nonostante sia enorme nella sua grossolanità, questo atteggiamento da “smoke ’em if you got ’em”[espressione americana che si può tradurre come “tanto vale che ti fumi una sigaretta” di fronte ad un evento inevitabile, NdT] è in linea con la prospettiva delle élite capitaliste, in particolare nelle industrie estrattive, il cui obiettivo principale è evitare di pagare il costo della mitigazione del clima sotto forma di nuovi regolamenti o tasse.

Qui il collegamento dell’amministrazione Trump con il prepararsi al giorno del giudizio come Thiel [Peter Thiel è un miliardario che sta preparando un piano di sopravvivenza alla catastrofe ambientale costruendosi un rifugio in Nuova Zelanda, NdR] diventa significativo, in quanto evidenzia la menzogna della confortante e anestetizzante narrazione eco-liberal che vuole che siamo tutti sulla stessa barca e abbiamo lo stesso interesse nel proteggere la Terra. È chiaro che non tuttx lo credono, e alcunx sono convintx invece che possono nascondersi nelle loro mura fortificate, protetti dai loro droni assassini, mentre il resto di noi lotta per ciò che resta di una Terra in rovina. Potrebbero rimanere illusi da questa idea che è prigioniera dell’ideologia borghese che vede i capitalisti come creatori di ricchezza piuttosto che come individui che sfruttano il lavoro di milioni di persone. Ma non possiamo aspettare che lo capiscano prima che ci trascinino tuttx a fondo assieme a loro. Questo ci riconduce al rapporto dell’IPCC e al suo catalogo di orrori ambientali. Il documento è una risorsa preziosa, se non altro per la sua ampiezza, che descrive una crisi che può essere solo sinteticamente definita come “riscaldamento”. Il collasso degli ecosistemi marini, delle barriere coralline e delle attività di pesca, l’inondazione di aree costiere densamente abitate, la caduta dei raccolti, compaiono tra le varie calamità. Altre ricerche hanno esaminato l’impatto delle temperature sostenute del “bulbo umido” (pensate al calore e all’umidità) che superano i 32 gradi Celsius (circa 90 gradi Fahrenheit). A tali temperature diventa impossibile svolgere attività ordinarie all’esterno, poiché il corpo umano diventa fisicamente incapace di raffreddarsi. Il risultato è la morte di massa causata dal surriscaldamento e, infine, il possibile abbandono di alcune regioni, comprese le zone densamente popolate del Sud America, dell’India e della Cina.

Si potrebbe continuare a lungo su questo e sugli altri disastri previsti nei modelli IPCC, ma per molti aspetti tutto ciò risulta ormai assodato. La lezione generale è trasmessa efficacemente da una serie di semplici grafici contenuti nella relazione dell’ottobre 2018. Si tratta di scale che mostrano l’effetto dei diversi gradi di riscaldamento su una varietà di sistemi che includono tra l’altro “inondazioni costiere”, “ecosistemi terrestri”, “raccolti”, “morbilità e mortalità legate al calore” e “capacità di raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile”. “La gravità degli impatti è mostrata per incrementi che vanno da uno a oltre due gradi. Per la maggior parte di queste aree, la scala colorata raggiunge rapidamente il rosso, per “impatti/rischi gravi e diffusi”, e verso il viola, con “rischi molto elevati di impatti gravi e la presenza di irreversibilità significativa…combinata con capacità limitata di adattarsi a causa della natura del pericolo”.

Ricordiamo che questi sono essenzialmente gli scenari migliori per ciò che potrebbe essere possibile se il rapido adattamento in linea con gli accordi di Parigi si rivelasse fattibile. Tocca a malapena i gravi livelli di riscaldamento immaginati dal NHTSA di Trump, per non parlare degli scenari ancora più estremi immaginati nell’eventualità che vari circuiti di feedback dell’ecosistema vengano attivati, come il rapido rilascio del metano del permafrost artico. Lo scenario più estremo ipotizzato dall’IPCC è quello di un riscaldamento che arriva fino a 3° C, che è abbastanza terrificante. Ci vengono dati terribili avvertimenti sulle foreste pluviali (“potenziale punto di svolta che porta al pronunciato declino della foresta”), calore (“notevole aumento di ondate di calore potenzialmente mortali molto probabili”) e agricoltura (“drastiche riduzioni del raccolto di mais a livello globale e in Africa”), tra gli altri.

Torniamo così, infine, al Green New Deal, o a qualunque altro pacchetto di plausibili riforme socialdemocratiche si preferisca. Siamo di nuovo nel regno di idee moderate come la rete elettrica “intelligente”, il rinnovamento degli edifici per l’efficienza energetica, e mulini a vento e pannelli solari per tutti. Tutti gli obiettivi sono leciti, eppure sono una pessima e deprimente pappa dopo il tempo trascorso a rimpinzare le vivide proiezioni degli scienziati. C’è anche il problema che tende a sorgere quando più obiettivi politici separati sono raggruppati in un unico grande disegno che è destinato a comprendere tutto. Nel caso del Green New Deal, questo problema deriva in particolare dal rapporto tra i compiti redistributivi e quelli ecologici che deve assumere. Come previsto da Ocasio-Cortez, ad esempio, il Green New Deal è pensato per essere un programma per la creazione di posti di lavoro, con il recentemente di moda “lavoro garantito” che assume un ruolo centrale.

È facile immaginare in anticipo che posti di lavoro per tuttx e investimenti infrastrutturali camminino di pari passo in armonia. Ma in pratica è impossibile garantire che la quantità del lavoro offerto e le particolari abilità necessarie richieste siano allineate con la richiesta di reddito che viene da parte delle masse. E ogni volta che tali progetti di “duplice mandato” entrano in conflitto con se stessi, uno dei mandati tenderà a prevalere sull’altro. Se la politica di “lavoro garantito” si riduce in gran parte ad un programma di lavori pubblici, è difficile capire come possa esserci anche l’aspetto ambientalista. Altre idee, non del tutto mainstream, come la riduzione dell’orario di lavoro e il Reddito Universale di Base, potrebbero aver bisogno di essere aggiunte quando l’idea di Green New Deal si avvicinerà alla realizzazione. Ma così sembra ancora di camminare sopra un filo. La Terra è in fiamme mentre litighiamo su che tipo di estintori comprare. L’assoluta urgenza della questione climatica richiama fortemente, per la mente pragmatica, una qualsivoglia forma di “fare qualcosa” che si getti a capofitto in qualunque progetto possa raggiungere la maggioranza delle persone, per quanto inadeguato possa essere. Ovviamente, non c’è nulla di veramente pragmatico nel trovare un compromesso che non risolva il problema che affronta. Ma l’alternativa altrettanto insoddisfacente è una specie di massimalismo intransigente, insurrezionale, che urla presagi di sventura dai tetti. Si è tentati di andare su Twitter, o sulle pagine di Commune, per deridere coloro che non riescono a vedere la necessità di un’azione immediata e di una rivoluzione, con ogni mezzo necessario.

Quindi torniamo alla vecchia domanda: che fare? Una risposta insoddisfacente, ma probabilmente l’unica possibile, ovviamente, è: tutto. Il Green New Deal va avanti, ma c’è qualcosa da dire a coloro che preferiscono il lavoro di costruzione di progetti locali di autosufficienza e aiuto reciproco. Sebbene non si possa sostituire la competizione nelle alte sfere dell’economia, questi progetti possono gradualmente costruire la fiducia e la capacità collettiva, per il tipo di azione di massa veramente militante che alla fine è richiesta. Poi, naturalmente, c’è la lenta costruzione di collegamenti transnazionali; il capitale e il clima sono implacabilmente globali, mentre la sinistra che gradualmente si rianima resta parrocchiale in modo deprimente, specialmente nei paesi ricchi.

Quindi, forse, l’unico modo per lavorare per un mondo post-carbonio sostenibile non è quello di focalizzarsi principalmente su di esso. Forse dobbiamo tatticamente guardare oltre questo abisso impossibile da colmare tra la nostra politica e i bisogni del nostro pianeta. Se la forza sociale necessaria per creare un mondo migliore non esiste ancora, possiamo solo provare a crearla. Ciò potrebbe significare raccogliersi dietro il Green New Deal, o costruire la nostra rete locale di comunità, o entrambe le cose. Significherà anche azioni drammatiche occasionali di azione diretta, attaccando direttamente le infrastrutture e le istituzioni del capitale fossile, dimostrando che i loro sogni di nascondersi dalle masse disperate nei palazzi fortificati sono condannati a fallire.

Questo non può essere compito di tuttx, né dovrebbe esserlo se vogliamo evitare di degenerare nell’avventurismo. Ma sarà compito di qualcunx. Se ci mettiamo tuttx dalla stessa parte della barricata in una sola fazione, qualcunx verrà ricordato come il Frederick Douglass [1818-1895, ex-schiavo afro-americano diventato un importante politico riformatore, NdR] dei cambiamenti climatici. Ma così qualcunx sarà anche il nuovo John Brown [1800-1859, sosteneva l’insurrezione armata come l’unico modo per rovesciare la schiavitù negli USA, NdR]. In questo senso, almeno, siamo davvero tuttx sulla stessa barca.

Fonte: https://communemag.com/politics-for-impossible-times/

 

Gamification e attivismo politico

Sono passati ormai più di dieci anni da quando i social network hanno fatto irruzione e si sono prima diffusi e poi radicati nelle società occidentali, Italia compresa, coinvolgendo di fatto tutte quelle realtà politiche antagoniste, singole e collettive, che avevano sperimentato percorsi alternativi al mainstream nei primi anni di Internet. Travolti dall’esigenza di non restare separati in un limbo militante sganciato dalle masse che creavano i primi profili social, i gruppi e i collettivi cominciarono a costruire una propria presenza sui social attraverso le pagine Facebook e gli account Twitter, creando nel corso degli anni una rete interna alle piattaforme commerciali. Senza voler esprimere necessariamente un giudizio di merito rispetto a quella che è stata una dinamica storicamente avvenuta e che ha spazzato via, ad esempio, reti come Indymedia o ridimensionato altri percorsi militanti sul web, mi sembra comunque interessante ragionare non solo sugli effetti di queste scelte, ma anche (alla luce di quanto nel frattempo si sia evoluto tutto il panorama online) fare delle riflessioni che possano servire da bilancio. Quando Facebook invase le case degli italiani il suo utilizzo era appunto diffuso principalmente su desktop, prima ancora del boom del mobile e degli smartphone a basso costo con Android. Sembra, dunque, un’era geologica fa. Oggi ci troviamo di fronte a uno scenario molto complesso ma anche di progressiva centralizzazione monopolistica del web, per cui abbozzerei una parziale e sintetica rappresentazione del contesto nel quale oggi una singola individualità che vuole svolgere in rete il suo attivismo politico è costretta ad affrontare. Innanzitutto, lo sviluppo del cyberspazio si è sempre di più legato a doppio filo con i mass media classici, radio e televisione in primis, per cui si può parlare di “infosfera” come un luogo sempre meno virtuale che racchiude entrambi, con al centro una prateria sconfinata nella quale le imprese provano ad estrarre profitti utilizzando qualsiasi mezzo a loro disposizione, basandosi sul modello del capitalismo di sorveglianza gestito da piattaforme transnazionali. Secondo Nick Srnicek, autore del libro Platform Capitalism: “La piattaforma è in realtà un modello di business piuttosto datato, ma è diventato molto più pervasivo con l’avvento della tecnologia digitale. Di fatto, una piattaforma è un intermediario tra due o più gruppi diversi. Possiamo pensare alle prime piazze dei mercati, ma la piattaforma come modello è decollata soprattutto con le tecnologie digitali negli ultimi 10 anni. Facebook, ad esempio, è un intermediario tra inserzionisti da un lato e utenti, sviluppatori di software e aziende che creano pagine e chatbot dall’altro. Facebook riunisce tutti questi diversi gruppi e da essi trae il suo valore, e questo è un fatto abbastanza nuovo rispetto alle aziende più tradizionali. Queste piattaforme stanno diventando centrali nel capitalismo contemporaneo: sono, sempre di più, le aziende più redditizie, ricche e potenti del mondo”. Queste grandi infrastrutture risultano dunque sempre più centrali per gli individui, ma uno dei principali giochi di prestigio che esse fanno di fronte al loro pubblico è quello di presentarsi come neutre e manipolabili, quando invece sono dei software proprietari che sviluppano degli algoritmi sempre più sofisticati che hanno due obiettivi di fondo: fidelizzare quanto più possibile l’utente ed estrarre dalle sue attività online quanti più dati possibile in modo da poterli rivendere sul mercato pubblicitario. Quando queste piattaforme si sono diffuse, hanno compiuto una serie di ricerche di psicologia comportamentale per creare un ecosistema dentro al quale l’utente si sentisse invogliato a rimanere e produrre contenuti: oggi possiamo leggere numerosi studi al riguardo che dimostrano gli effetti neurologici provocati dalle attività online, studi sulla gratificazione che si ottiene quando si hanno i like ai propri post fino al rilascio di cortisolo che il cervello fa ogni volta che sentiamo il suono di una notifica dello smartphone. Questo è uno degli effetti più fisici e meno virtuali dell’infosfera: i nostri corpi, a contatto con dispositivi tecnologici sempre più invasivi e perennemente accesi, si stanno velocemente trasformando. Un social network commerciale diviene dunque un ecosistema dal quale è difficile disconnettersi, pena la perdita di relazioni e identità sociale, con la conseguenza di problemi fisici per l’utente. La base di questa dinamica è anche abbastanza vecchia, perché la storia del capitalismo ci insegna che la merce perfetta è quella che crea dipendenza e costringe il consumatore ad un acquisto infinito: qui siamo di fronte a piattaforme che creano strumenti di dipendenza neurologica per estrarre dati privati dagli utenti a scopo di profitto. Altro aspetto relativo a questo sviluppo abnorme dell’infosfera riguarda la cosiddetta “gamification” presente nei social network commerciali. Le meccaniche base di un gioco o prodotto gamificato sono i punti, i livelli, i premi, i beni virtuali e le classifiche. Si intravedono qui alcuni aspetti centrali dei social, dalla competizione sul numero di amici o followers, ai like ottenuti da una pagina facebook, alla costruzione di un’identità che assomiglia sempre di più al percorso di un videogioco dal quale non possiamo più uscire. Senza voler moraleggiare su queste dinamiche, resta comunque un grande interrogativo aperto sul possibile uso politico dei social network in questo dato contesto: quanto è possibile partecipare a questo gioco salvaguardando i propri obiettivi politici di fondo senza venirne travolti e modificati? Oggi assistiamo ad una progressiva professionalizzazione nei vari collettivi e gruppi politici di persone più esperte nell’uso dei social network, con militanti che devono saper aprire una pagina Facebook del proprio gruppo, creare un evento, invitare utenti etc. Chi detiene le password e i privilegi di amministrazione dei gruppi avrà un ruolo centrale nel percorso di soggettivazione delle identità politiche collettive (come insegna, su scala nazionale e di politica mainstream, il ruolo della Casaleggio Associati nello sviluppo del Movimento Cinque Stelle). In tutto ciò, uno degli aspetti da tenere in considerazione è anche il rapporto tra il proprio profilo personale di utente social e quello degli account collettivi, in quanto si creano dislivelli di potere interni ai gruppi tra chi sa gestire da influencer la sua immagine social e chi invece a stento sa esprimersi in una mailing-list. In definitiva, la costruzione di percorsi di democratizzazione e di partecipazione orizzontale nei gruppi politici risulta alquanto problematica in un contesto che nasce per l’estrazione di profitto dalla soggettivazione degli utenti. Allo stesso modo sarà complesso e contraddittorio un uso personale del proprio attivismo digitale in questo contesto di gamificazione, con il rischio di confondere i risultati di ricaduta politica del proprio impegno con le ricompense programmate dagli algoritmi dei social.

Lino Caetani

 

Da un lager all’altro


È ampiamente risaputo che la rotta che attraversa il mar Mediterraneo dalla Libia all’Italia sia diventata negli ultimi mesi sempre più chiusa e controllata militarmente e che sempre meno persone riescano ad approdare in Europa partendo dalle coste libiche. Dal 1° gennaio sono infatti riuscite a raggiungere l’Italia solo 398 persone, il 93,54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Tra queste, le nazionalità più numerose sono quelle tunisine e algerine, 128 persone alle quali come prassi italiana ormai consolidata e contrariamente a quanto previsto da qualsiasi normativa comunitaria viene negata la possibilità di presentare domanda di asilo unicamente in ragione del paese di origine. La maggior parte de* magrebin* sono reclus* nei CPR in attesa dell’espulsione, o vengono rilasciat* con in mano un decreto di espulsione entro 7 giorni. Le persone rimanenti dovranno invece cominciare il percorso a ostacoli nel sistema di accoglienza italiano, trasferite da hotspot a hub e centri di accoglienza in giro per il paese, con la quasi certezza di vedersi alla fine sbattute per strada con un diniego della domanda d’asilo: a inizio anno la percentuale di dinieghi in prima istanza ha raggiunto l’82%.

Nei fatti, come certificato dai dati ufficiali pubblicizzati con enfasi dal ministero degli interni, nei primi tre mesi dell’anno le deportazioni sono state per la prima volta maggiori rispetto a nuovi arrivi: 1.354 (aggiornati al 13 marzo), di cui 1.248 forzati e 106 volontari assistiti [fonte http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_21-03-2019.pdf].

Gli effetti delle politiche di Minniti e Salvini cominciano dunque a diventare statistiche da sventolare per le propagande incrociate di governo e opposizione. Allargando un attimo la visuale dallo zoom imposto dal mainstream politico-mediatico-militare ci sarebbero però anche altre questioni di non poco conto da affrontare. Innanzitutto, su quella rotta si continua a morire, a decine e continuamente; nel mediterraneo le persone annegano ancora nel tentativo di fuggire dai lager libici. L’ultima strage è avvenuta solo pochi giorni fa, nel silenzio complice dei media che puntavano i riflettori sullo sbarco della nave “Mare Jonio” a Lampedusa. Secondo problema, pare che a nessuno importi niente dell’enorme apparato concentrazionario messo su in Libia con il contributo del precedente governo italiano e sotto la supervisione dei governi europei e delle agenzie delle Nazioni Unite. Ogni tanto qualche esponente del Partito Democratico in vena di vis polemica contro Salvini ricorda soltanto come “già con Minniti” fossero diminuiti gli sbarchi e come il leader della Lega sia troppo lento nell’effettuare le deportazioni promesse in campagna elettorale (certo, più di mezzo milione di deportazioni sono troppe anche per lo sceriffo leghista, evidentemente il Pd sogna di avere Adolf Hitler al Ministero dell’Interno). Saltuariamente esce qualche reportage giornalistico sui vari lager esistenti oggi sul territorio libico, ma la cosa finisce lì.

Altro problema che interessa davvero poco tutto il panorama politico e giornalistico sembra essere poi quello della sorte delle poche persone che riescono ad approdare ancora sulle coste europee, soccorse dalle navi delle ONG che tanto fanno arrabbiare Salvini. Le cronache degli ultimi mesi sono piene, anzi strapiene, di ogni dettaglio su qualsiasi aspetto di quanto accaduto, dalla nave Diciotti al processo a Salvini stoppato in Senato, alla natura e legittimità delle ONG, al ruolo di mediazione del presidente del consiglio Conte sulla ripartizione de* poch* “profugh*” portati in Europa, alle tiepide dichiarazioni del presidente della Camera, ai contrasti tra Lega e Cinque Stelle, etc.

Facciamo solo alcuni esempi tra i più recenti. Le 177 persone fatte sbarcare dalla nave Diciotti, l’imbarcazione bloccata al centro del Mediterraneo per giorni l’estate scorsa e diventata un caso politico eclatante, erano state ricollocate per lo più in alcuni centri di accoglienza gestiti dalla Chiesa italiana in varie diocesi. Delle cento persone di nazionalità eritrea, 92 uomini e 8 donne, che arrivarono la sera del 28 agosto 2018 nel centro d’accoglienza «Mondo Migliore» di Rocca di Papa, vicino Roma, non è rimasto più nessuno, e lo stesso è avvenuto in altre situazioni in giro per il paese dove erano state distribuite le altre persone provenienti dalla Diciotti. Si potrebbe dire, in questo caso, “tanto rumore per nulla”: se le persone migranti possono decidere liberamente e se hanno libertà di movimento, cercano semplicemente di farsi una vita autodeterminandosi, e non accettano di rimanere nella tanto acclamata “accoglienza” in strutture che loro definiscono “campi” e considerano più o meno simili a carceri e lager.

Altri casi, infatti, sono stati purtroppo diversi. Lo scorso 9 gennaio, 49 persone soccorse in mare dalle navi “Sea Watch” e “Sea Eye” dopo mille polemiche furono fatte sbarcare sulla terraferma europea a Malta solo dopo estenuanti trattative che portarono alla promessa di una ripartizione de* migranti in diversi stati europei. L’Italia avrebbe dovuto “accoglierne” ben dieci, ma solo grazie all’intervento della Chiesa Valdese, che l* avrebbe ospitat* a sue spese, permettendo così al ministro dell’Interno di poter dire che aveva comunque vinto la sua politica dei “porti chiusi”. Ebbene oggi, dopo tre mesi, quasi tutte 49 le persone che scesero dalla “Sea Watch” si trovano (assieme ad altre provenienti da sbarchi precedenti e successivi) in stato di prigionia presso il centro di detenzione per migranti di Marsa, vicino La Valletta, un “hotspot” in cui sono rinchiuse. Per tre giorni, dal 5 all’8 marzo, queste persone hanno portato avanti uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e per conoscere al più presto il loro futuro [https://www.timesofmalta.com/articles/view/20190313/local/hunger-strike-as-migrants-frustration-over-relocation-grows.704407]. Il 12 marzo, 15 persone sono riuscite a fuggire: 13 direttamente dal centro di detenzione e altre due dagli uffici della commissione per i rifugiati, dove erano state condotte per dei controlli. Dopo la caccia organizzata dalla polizia maltese, 5 persone sono state rintracciate e riportate nel centro di detenzione di Marsa [https://lovinmalta.com/news/15-migrants-escape-from-marsa-reception-centre-and-refugee-commissioner]. Ma la questione della “Sea Watch” era già stata archiviata e aveva fatto tutti contenti.

Veniamo infine agli ultimi giorni, quando la nave “Mare Jonio” è sbarcata a Lampedusa dopo un altro forte (ma ben più rapido rispetto al passato) scontro politico, con Salvini che strepitava contro la “nave dei centri sociali” e la sinistra che invocava a gran voce l’apertura del porto dell’isola siciliana. Alla fine * migranti sono sbarcat*, ma la nave è stata sequestrata e il comandante indagato. Salvini è rimasto soddisfatto, mentre il movimento che ha dato vita alla “Mare Jonio” ha organizzato delle manifestazioni in tutto il paese per chiedere il dissequestro della nave. E le 49 persone che sono sbarcate a Lampedusa? Che fine hanno fatto? Anche qui pare che nessuno abbia voglia di mantenere accesi i riflettori. Il governo ha ottenuto lo scalpo dell’imbarcazione della ONG e questa ha portato le persone migranti al sicuro. Talmente al sicuro che adesso si trovano nel lager di Lampedusa, un “hotspot” come quello di Malta e come i tanti che affollano il vecchio continente. Molte di queste persone fuggivano da altri lager in Libia e ora si ritrovano rinchiuse in territorio italiano, mettendo così in evidenza la continuità del sistema concentrazionario creato dall’Europa: il loro grido di esultanza “libertà, libertà” una volta scese dalla “Mare Jonio” è stato spezzato subito, ma non c’erano più le telecamere a documentarlo.

 

Capitalismo globale, Impero, supremazia bianca: la strage delle moschee in prospettiva

 

Di Piper Tompkins

Tradotto da:

https://rageagainstcapital.blogspot.com/2019/03/global-capitalism-empire-white.html

Durante la scrittura di questo articolo, la notte scorsa, due moschee neozelandesi sono state attaccate da un commando nazionalista bianco formato da quattro persone equipaggiate con armi da fuoco e ordigni esplosivi. L’attacco è stato brutale, 49 persone sono state uccise e altre ferite [il bilancio delle vittime è salito a 50, NdR], un uomo che è stato intervistato da ABC News si era sporcato con schizzi di sangue mentre si nascondeva. Gli uomini armati hanno trasmesso in streaming su internet il loro attacco. Anche i media mainstream stanno inserendo questo attacco nel contesto più ampio delle azioni dei suprematisti bianchi, ABC riferisce che l’FBI (la stessa agenzia che partecipava alle campagne negli Stati Uniti per reprimere i movimenti di liberazione delle persone di colore) afferma che i crimini di odio sono saliti negli Stati Uniti del 17% solo nel 2017. L’agenzia riferisce anche che “gli esperti di antiterrorismo” sono a conoscenza che il 70% degli attacchi terroristici nel paese nell’ultimo decennio è stato effettuato da suprematisti bianchi, o dall’estrema destra (a Sam Harris [filosofo e saggista americano noto per le sue posizioni islamofobiche simili a quelle di Oriana Fallaci, NdR]gli deve girare la testa…). Sfortunatamente, la narrazione dei media mainstream non è innocente. Mentre ABC mostra chiaramente che l’affermazione del Presidente Trump che la supremazia bianca è solo un problema che riguarda pochi elementi sia evidentemente falsa, non riesce ad inquadrare il contesto più ampio. Nella narrazione dell’ABC la supremazia bianca è vista semplicemente come un crescendo di odio, piuttosto che come un evidente strumento utilizzato dal sistema politico-economico globale.

Il razzismo non è semplicemente un atteggiamento o un bigottismo. È nato come un sistema di controllo sociale e rimane tale. È una gerarchia sociale che conferisce potere sociale, politico ed economico a coloro che soddisfano uno standard socialmente costruito di “bianchezza” e distingue questo potere dalle persone di colore basate su criteri socialmente costruiti che li dipingono come “gli altri”. Il razzismo ha la sua genesi nel momento storico in cui l’economia capitalista, espandendosi fuori dall’Europa, ha visto coloro che oggi sono considerati “bianchi” conquistare le terre della gente di colore, riducendo queste società a colonie per lo sfruttamento economico e il completo controllo culturale e politico. Questo processo ha sempre comportato lo sterminio di vaste aree di popolazioni indigene e la schiavitù di persone di colore come fonte di lavoro. Per giustificare questo dominio i colonizzatori si sono inventati una pseudo-identità, la bianchezza, in cui erano classificati al di sopra della gente di colore in termini di valore umano. Il bianco era completamente umano, ma quelli di colore non lo erano, erano qualcos’altro, qualcosa di diverso, il che significava che trattarli in modo diverso era giustificato. Sebbene il colonialismo formale sia stato abolito dopo la seconda guerra mondiale, il colonialismo rimane un sistema di potere. I vecchi stati colonialisti sono ora paesi economicamente e geopoliticamente potenti, mentre le ex colonie, anche se ora hanno status di nazioni indipendenti, sono completamente subordinate geopoliticamente ed economicamente. Il colonialismo formale creò una situazione in cui i paesi “centrali” potevano diventare così economicamente e geopoliticamente potenti che la politica globale e l’economia globale avrebbero sempre messo in secondo piano le ex colonie “periferiche” o semi-periferiche.

Così come il colonialismo anche il razzismo permane nelle moderne società occidentali, questa volta sotto il velo dell’armonia post-razziale. È evidente che i bianchi controllano la grande quantità di ricchezza e potere, è conclamato che lo stato criminalizza le persone di colore, palese che le persone di colore sono ancora viste come essenzialmente diverse dai bianchi, ma è scortese esprimere apertamente opinioni razziste in pubblico. Quindi il velo ideologico del progresso (piuttosto che la sua effettiva esistenza in molti casi) sovrasta la realtà della supremazia bianca nel XXI secolo. Una delle forme più acute di razzismo oggi è l’islamofobia. Quando questa frase viene pronunciata molti rispondono che “l’Islam è una religione, non una razza, anche i non arabi possono essere musulmani!”. Tutto ciò significa ignorare la razzializzazione dell’Islam in Occidente. Dal’11 settembre 2001 l’immagine del “Musulmano terrorista arabo” è stata costruita dagli Stati Uniti e da molte altre società occidentali. Abbiamo persino interpretato gli arabi come personaggi ombrosi, senza scrupoli e pure stupidi nei nostri film molto prima degli eventi del 2001.

La ragione per cui il nazionalismo bianco è in aumento e il motivo per cui i suoi esponenti dirigono il loro odio verso i musulmani è perché il sistema in cui vivono è razzista. Senza volere discolpare individui che scelgono deliberatamente di danneggiare altri, è impossibile per un sistema razzista non produrre violenti razzisti. Gli Stati Uniti e l’impero occidentale hanno usato l’islamofobia per demolire i paesi del Medio Oriente, accumulare risorse e quindi mantenere il potere globale e la superiorità economica per oltre 20 anni. I crimini di odio contro i musulmani sono aumentati negli Stati Uniti dal’11 settembre 2001 e il governo ha persino arrestato, detenuto e deportato i musulmani su basi islamofobiche. Mentre i nazionalisti bianchi sono davvero nostri nemici, sono pure dei soldati semplici al servizio di un padrone più grande. Dovremmo ricordare che gli uomini armati delle recenti sparatorie hanno acclamato il Presidente Trump come un pilastro della “identità bianca”: il presidente degli Stati Uniti, la più potente agenzia politica del capitalismo. Il colonialismo, e la sua incarnazione moderna, il neocolonialismo, e quindi il razzismo stesso, sono meccanismi del sistema capitalista.

Il colonialismo formale diffuse il capitalismo in tutto il mondo, usando il razzismo come giustificazione ideologica, e il neocolonialismo tiene insieme l’ordine mondiale capitalista moderno, ancora una volta, usando il razzismo per raggiungere questo obiettivo. Finché non porremo fine al razzismo, al colonialismo e al capitalismo globale, ci saranno ancora orrende violenze come questa. Il capitalismo multiculturale è essenzialmente un ossimoro perché il capitalismo richiede che il lavoro venga sfruttato per produrre sempre più profitti, sarà sempre così, come ha sempre significato che alcuni gruppi dominino gli altri. Il mondo che dobbiamo creare è un mondo senza categorizzazioni razziali, senza “bianchezza”, senza colonialismo e senza capitalismo. Un mondo in cui le persone si incontrano come uguali per organizzare in modo cooperativo la produzione, la distribuzione e le questioni sociali. Un modo cruciale per lavorare verso un tale mondo è difendere gli emarginati qui e ora. Le comunità devono venire in difesa delle persone di colore, sviluppare una lotta sociale dove le persone di colore possono esercitare l’autonomia nell’affrontare le loro preoccupazioni, e un’organizzazione militante che può difendere le comunità di colore dalla violenza razzista. La rivoluzione sociale per una società giusta e la resistenza contro il nazionalismo bianco iniziano con te.

Bibliografia:

https://www.youtube.com/watch?v=Ho1VqjRKvso

Colonization and Decolonization, Zig Zag

Reel Bad Arabs, Sut Jhally, Jeremy Earp, Jack Shaheen, 2006

https://www.youtube.com/watch?v=4A3DQODh-oc

The Rise of the States-System: Sovereign Nation-States, Colonies, and the Interstate System, Immanuel Wallerstein

 

 

8 marzo, da una prospettiva decoloniale

La decolonialità non può essere l’ennesima retorica che ci dia una nicchia all’interno dei femminismi occidentalocentrici, un’identità che completi la ‘diversità’ di quel femminismo.

Di Salma Amzian e Natali Jesús

All’interno delle genealogie delle diverse comunità razzializzate esistono molte donne che hanno analizzato l’intreccio delle loro oppressioni, individuando come ostacolo la modernità occidentale e il suo falso universalismo. Quest’ultimo cerca costantemente e in forme sempre nuove di produrre astrazioni e essenzialismi per mantenere l’invisibilizzazione dei/delle disumanizzate della terra. Queste donne hanno riconosciuto rapidamente, in diversi linguaggi, la complessità delle oppressioni contro cui dovevano lottare; senza utilizzare i termini odierni la loro lotta era contro la colonizzazione dei propri corpi, delle loro menti, dei loro popoli e territori.

Violenza razzista istituzionale derivata dalla Ley de Extranjería

La ley de extranjería legittima il razzismo istituzionale e controlla i processi di regolarizzazione, ma soprattutto quelli di irregolarizzazione e di esclusione sociale delle comunità ‘altre’, non spagnole e bianche.

Nel contesto spagnolo Fatiha El Mouali, economista, ricercatrice e attivista antirazzista ha denunciato l’insieme di violenza istituzionale, economica e politica derivate dalla Ley de Extranjería che subiscono le donne marocchine migrate nello Stato spagnolo. Questa legge “subordina la situazione legale delle donne migranti marocchine (e tutte quelle provenienti dalle ex-colonie) alla situazione del marito, nel caso in cui per esempio una donna stia entrando nel paese per ricongiunzione familiare o abbia ottenuto i documenti sposandosi; ecco perché il sistema di controllo migratorio opera con una logica contemporaneamente razzista e patriarcale”.

Fatiha racconta che “veniamo in contatto con un numero molto alto di casi di ‘irregolarità sopraggiunta’, come la chiamano loro, che sarebbe il caso ad esempio di donne che non possono rinnovare i documenti perché il loro marito non l’ha potuto fare. E ciò generalmente succede perché sono disoccupati. Abbiamo anche casi di famiglie che non possono rinnovare perché hanno cambiato casa e la loro abitazione attuale non soddisfa le misure che lo Stato esige per regolarizzarti. La legge stessa crea queste violenze e la struttura che le riproduce e qui entrano in gioco tutte le politiche di immigrazione”.

Nel caso delle donne marocchine, Fatiha raccoglie molte storie, con questioni e posizioni molto diverse, e ciascuna ha a che vedere con la ley de estranjería e con le sue conseguenze dirette o indirette. La logica sottostante a tutte queste situazioni è collegata a ciò che chiamiamo colonialità, ovvero con il mantenere i soggetti provenienti dalle ex-colonie al di sotto della linea dell’umano; si creano vite usa e getta come quella del ‘moro disoccupato’. Tutto ciò si ripercuote nella costruzione della donna ‘mora’ alla quale concediamo documenti solo in qualità di “moglie di” un uomo usa e getta. Il sistema relega la donna marocchina a un ruolo esclusivamente di cura, mentre la costruisce come sottomessa e inutile proprio per il fatto di svolgere quel ruolo. L’apparato ideologico che mantiene quest’ordine perverso è stato e continua a essere analizzato anche nel nostro contesto, per chi lo voglia leggere/ascoltare.

Questa violenza razziale istituzionale fatta di effetti quotidiani, materiali, è prodotta in prima istanza dai/dalle lavoratrici delle istituzioni deputate a controllare, soccorrere, aiutare, integrare le donne razzializzate/migranti. L’intervento sociale è uno strumento dello stato razzista per controllare le popolazioni non bianche.

“Un femminismo per tutte le donne” e la questione del razzismo

“Non siamo noi a dividere i movimenti, è che i movimenti stessi sono nati divisi e frazionati per le nostre realtà e necessità. Questo ha ritardato soluzioni più radicali alla nostra problematica perché abbiamo perso molto tempo delegittimandoci l’un l’alto e facendo a gara per chi avesse la ragione storica”
Aura Cumes

La sinistra bianca inizia a parlare sempre più di razzismo, anche se fatica a comprendere gli effetti reali dell’esistenza delle razze sociali e la violenza strutturale del razzismo di stato nei confronti delle comunità razzializzate e immigrate. Con il femminismo bianco succede la stessa cosa. I femminismi bianchi perpetuano l’essenzializzazione della donna e depoliticizzano gli interessi specifici della liberazione delle donne razzializzate e immigrate.

La categoria di donna come genere è già di per sé un termine coloniale. Lo hanno fatto presente diverse pensatrici come Oyeronke Oyewumi, la quale ha mostrato che anche le femministe “hanno camminato su un sentiero imperiale, aperto dal colonialismo e dal razzismo. Invece di essere coscienti del proprio vantaggio razziale si comportano come se la questione riguardasse l’evoluzione della propria cultura e per questo pretendono di civilizzare e salvare le donne africane”.

Chela Sandoval segnala che le donne razzializzate, a causa dell’oppressione di classe, genere, per la loro cultura, ma soprattutto per la razza, percepiscono che si possa loro negare l’accesso a una categoria di genere legittimata come quella della donna. Queste riflessioni contraddicono l’unità che le femministe bianche cercano erroneamente, così come la costruzione costante dell’omogeneizzazione; si focalizzano in un’oppressione come donne e dissidenti sessuali ma ignorano la differenza di razza, spesso coprendola con termini come sorellanza. Su questo ci avvertiva Audre Lorde mettendo in evidenza come “ignorare le differenze di razza tra donne e le implicazioni di queste differenze rappresenta la minaccia più grave alla mobilitazione comune”. Ci sarebbe da chiedersi se basti riconoscere le differenze per impegnarsi in una lotta decoloniale di donne.

Anche se negli ultimi anni abbiamo osservato un interesse nell’individuare le differenze – anche facendo un uso ‘sbiancato’ dell’intersezionalità – le richieste delle donne razzializzate si sono trasformate in un insieme senza importanza, in qualcosa di secondario. Inoltre lo pseudo riconoscimento delle differenze, il discorso dell’inclusione di donne razzializzate e migranti e la strumentalizzazione dell’intersezionalità hanno generato una specie di legittimità della sinistra bianca, mentre le nostre rivendicazioni sembrano essere una costante interferenza per il movimento ‘unificato’ delle donne bianche.

Le donne provenienti dall’immigrazione post-coloniale e le donne razzializzate nello stato spagnolo si trovano in una situazione molto specifica dinanzi alla violenza strutturale del sistema razzista e patriarcale. Non possiamo dimenticare ciò dice che Aura Cumer, pensatrice maya Kaqchikel: “fu sempre la colonizzazione ad avvicinare le donne bianche agli uomini per mezzo di un patto razziale, perché sebbene li divide la differenza di genere, li unisce il privilegio di razza”. In questo contesto mettiamo perciò in discussione l’alleanza ‘naturalizzata’ con le donne bianche, mentre vogliamo imparare dai femminismi neri e terzomondisti, che si allearono per i propri posizionamenti politici affini in merito all’oppressione di razza e che hanno costruito la propria coalizione attraverso impegni continui.

La disparità coloniale e l’oppressione razziale insinuano che la nostra liberazione causerebbe anche la perdita di potere delle donne bianche. Invece sono loro che devono rompere quel patto tacito con un sistema coloniale e uno Stato razzista, dominato dagli interessi capitalisti e imperialisti di cui hanno storicamente beneficiato e farla finita con queste logiche coloniali di lotta all’interno dello stato nazione. E unirsi invece a un reale progetto antisistemico, perché questo sistema perpetua la distruzione di ogni vita, di altre forme di sapere e di stare al mondo.

Nello stato spagnolo il femminismo bianco eurocentrico non ha smesso di agire. Il razzismo esercitato anche dalle femministe ha associato le donne razzializzate e immigrate a un patriarcato meno civilizzato, più volgare: conseguentemente siamo state inferiorizzate da un immaginario coloniale e civilizzatore. In questo contesto le donne razzializzate hanno esperienze comuni e sono capaci di sfidare e comprendere l’intero sistema strutturale oppressivo dello Stato in una dialettica con i propri fratelli e padri. La nostra voce è vitale, nel senso più letterale possibile.

Una prassi femminista decoloniale dall’Europa?

Arrivate a questo punto serve domandarsi: quale approccio abbiamo, qui e ora, noi donne migranti/razzializzate?

In generale ci troviamo a chiedere quote di rappresentazione all’interno del femminismo bianco e delle sue organizzazioni. Stiamo cioè colorando le narrative di liberazione moderna, legittimando la colonialità; o meglio, sperando che i movimenti di donne bianche con le loro narrazioni vogliano inserire nella loro agenda le nostre esperienze e richieste; riproducendo e legittimando l’assistenzialismo, assumendo e invisibilizzando il razzismo; aspettando che la femminista bianca di turno ci dia il permesso di portare l’hijab, di vivere le nostre vite, che trovi un modo di modellare le nostre esperienze di oppressione ai suoi schemi. Quando ci dicono che c’è posto per noi, chi stanno lasciando fuori o in cosa ci hanno trasformato? Stiamo forse cercando un riconoscimento individuale, elemosinando l’approvazione del/della bianco/a? Coinvolte in questa dinamica continuiamo ad alimentare la fascinazione per il/la bianco/a pretendendo di apparire astrattamente nei discorsi e nei progetti di emancipazione costruiti senza di noi e quindi contro di noi. Chiedere quote di rappresentazione si è già dimostrato inutile.

La domanda per noi è: per cosa lottiamo nel contesto spagnolo? Come ci organizziamo politicamente e strategicamente contro le oppressioni sistemiche che ci riguardano? Sicuramente non ci aspettiamo di trasformarci in qualche versione della donna bianca, né ancor meno dell’uomo bianco dominante. Il femminismo bianco esige che lo rendiamo compatibile con le nostre lotte antirazziste, di genere misto o non misto. Ciò che non possiamo permetterci a questo punto è imitare i metodi di liberazione femminista occidentalocentrici.

Rompere col processo di integrazione come pratica politica antirazzista comporta anche che mettiamo in discussione le forme di liberazione che abbiamo interiorizzato.

Un altro aspetto importante è trovare una strategia politica per lottare come donne razzializzate e migranti. Houria Bouteldja sottolinea l’importanza di comprendere bene contro quale egemonia lottiamo, e da dove origina la violenza. Non possiamo agire dalla stessa posizione di enunciazione delle donne bianche. Attraverso un’analisi più materialista e tenendo presente che sebbene le donne bianche sono vittime di violenza sono anche loro a livello strutturale quelle che opprimono il resto del mondo, comprese altre donne.

Nella lotta per un antirazzismo politico dobbiamo intendere il razzismo, il sessismo, le pratiche del capitalismo razziale e quelle imperialiste dello Stato come gerarchie collegate tra loro. D’altro canto se la sinistra bianca non lo capisce non potrà nemmeno comprendere come si costruiscono i discorsi delle donne razzializzate – né delle loro comunità o popoli colonizzati – dai quali nascono i loro movimenti. Se realmente lottiamo per una liberazione dobbiamo finirla con la fascinazione per l’occidente, che ancora ci lega a quelle narrazioni eurocentriche, e per il sistema fondato dall’uomo bianco attraverso la colonizzazione. Non è questo ciò che ci insegnano le nostre genealogie?

Ripensare l’eurocentrismo che struttura molti dei nostri spazi di lotta, così come rompere il silenzio, sono atti decoloniali. Dobbiamo abbandonare, se la nostra azione vuole essere davvero decoloniale, le pratiche che ci conducono solo a colorare la modernità, e che hanno come risultato soltanto la sua legittimazione e radicazione. Non dimentichiamoci che non siamo soltanto donne razzializzate.

Viviamo in una geografia europea e pertanto beneficiamo di questa civiltà di morte, liberale e imperialista, che si fonda e si rigenera sulla dominazione e sullo sfruttamento dei popoli del Sud – delle sue donne, dei suoi uomini, dei suoi bambini e bambine – e abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri popoli di origine.

La nostra critica è più complessa perché è la colonialità a ucciderci. Un progetto decoloniale in relazione alla lotta delle donne deve sviluppare un’altra politica e un’altra metodologia di liberazione. Dobbiamo riconoscere quando la nostra pratica politica si rende funzionale ai movimenti nati in seno alla modernità occidentale, quando si rende funzionale insomma alla colonialità.

La decolonialità non può essere un’ulteriore retorica che ci conceda una nicchia all’interno dei femminismi occidentalocentrici, un’identità che completi la ‘diversità’ di quel femminismo. Se ci sentiamo a nostro agio con quelle posizioni, tanto vale essere sincere con noi stesse e coi movimenti di uomini e donne del Sud che stanno costruendo alternative reali a questa civiltà di morte e smetterla di ‘sbiancare’ le loro lotte, i loro discorsi, le loro epistemologie.

Abbiamo grossi dubbi che il fine della decolonialità nata in quei territori serva a che noi, donne razzializzate che viviamo a Nord, possiamo inserirci meglio negli spazi bianchi.

Frasi come “io sciopero per quelle che non possono, per le migranti precarie senza documenti” per le nostre madri che non hanno letto i manifesti dello sciopero perché non sanno leggere e scrivere, per le nostre sorelle che non scioperano perché nessuna le ha invitate né le aspetta. Andare noi, dalle nostre posizioni di privilegio nei loro confronti, significa celebrare quel privilegio. Ancora di più quando, come sappiamo, lo sciopero è una strategia di lotta di uno spazio politico che non pensa da (né pensa a) le esperienze di quelle (nostre) donne. Noi che per la maggior parte non siamo più in quella situazione (anche se le nostre famiglie e amiche si) decidiamo di andare a quello sciopero per loro in un esercizio di universalizzazione delle strategie femministe bianche reinventate e relegittimate sui nostri corpi e nelle nostre pratiche, stavolta col nostro beneplacito. Smettiamo di celebrare la colonialità?

Fonte: https://www.elsaltodiario.com/1492/8m-perspectiva-decolonial

 

6 modi in cui il tuo attivismo per la giustizia sociale potrebbe essere abilista

di Carolyn Zaikowski

Incredibilmente, alcuni attivisti di sinistra ancora non riescono a riconoscere l’abilismo come un problema di giustizia sociale.

Ma dai 200.000 disabili uccisi durante l’Olocausto, alle orribili eredità dell’eugenetica e agli istituti come carceri per le persone disabili, all’attacco del 2016 contro le persone disabili in Giappone, sia la storia che il presente sono inondati da esempi di governi e individui che promuovono ideologie che mirano a mantenere un pool genetico “puro” e sano.

E come ogni altra oppressione, l’abilismo non prende semplicemente la forma di violenza “ovvia”. Le persone disabili vivono discriminazioni istituzionali nel lavoro e nell’istruzione; mancanza di rappresentanza nella politica, nell’arte e nei media; tassi estremamente elevati di abusi e negligenza; e pericolosi stereotipi.

L’abilismo è inoltre aggravato da fattori come il genere, la bellezza, la razza, la classe, l’età e il colonialismo, tra le altre oppressioni. Dovrebbe far parte di qualsiasi conversazione riguardante l’intersezionalità – e tuttavia, anche negli spazi di giustizia sociale, spesso non lo è.

I seguenti sono sei modi in cui vari attivisti di sinistra, dai liberali ai radicali a quelli che fanno persino affermazioni sulla “rivoluzione”, regolarmente non riescono a tenere sotto controllo l’abilismo.

1. Organizzazione di eventi in spazi non accessibili

Nei miei primi venti anni, sono stata coinvolta in diverse azioni antiguerra post 11 settembre. Prendevamo un autobus economico da Boston a New York o Washington DC per protestare e partecipare al training per tutto il fine settimana. Le chiese locali ci permettevano di dormire nel loro seminterrato o disseminat* sui banchi.

Questo mi sembrava molto anarchico e “fai-da-te” al momento. Ma ricordo un’amica che era più vecchia (in realtà non aveva ancora quarant’anni) che aveva problemi di dolore cronico e problemi gastrointestinali. Era stata invitata a viaggiare con noi e a parlare ad un evento. * san* e giovani organizzat* l’avevano guardata con sdegno, come se non fosse abbastanza punk rock, quando disse che queste soluzioni per dormire in una chiesa erano ageiste e abiliste.

Ho solo 33 anni, ma mi è stata diagnosticata la sindrome di Ehlers-Danlos (EDS). Non c’è alcuna possibilità che io ora possa prendere quell’angusta corsa in autobus o dormire su quel banco. Questo per non parlare di disabilità più “visibili” che richiedono cose come le sistemazioni in sedia a rotelle.

Troppo spesso, nel nome di un’etica del fai-da-te che bada a minimalismo e autosufficienza molto più del comfort e della salute, eventi “radicali” si svolgono in spazi che allontanano le persone con una vasta gamma di disabilità.

2. Sottintendere che la pubblica protesta sia l’apice dell’attivismo

La partecipazione a proteste pubbliche come marce e sit-in, e persino essere arrestati per atti di disobbedienza civile, è spesso implicitamente considerata l’apice dell’attivismo anti-oppressione. Tuttavia, al fine di partecipare in modo sicuro a molte di queste attività, è necessario essere fisicamente san* e potersi muovere autonomamente.

Questioni emotive e cognitive come disabilità dello sviluppo, autismo, ansia e DPTS possono anche giocare un ruolo nella propria capacità di protestare pubblicamente. Questo per non parlare dell’altra miriade di motivi per cui le persone potrebbero non essere in grado di presentarsi, come le preoccupazioni di essere una persona migrante senza documenti, la cura de* bambin*, la brutalità della polizia o la perdita del proprio lavoro.

Questo non significa che questi tipi di azioni non siano necessarie o utili; in effetti, sono alcune delle tattiche più importanti impiegate in varie lotte contro l’ingiustizia. Il problema sorge quando non esaminiamo le nostre ipotesi su quale sia l’attivismo legittimo e quando scartiamo tipi meno ovvi di cambiamento sociale che sono stati ugualmente importanti, incluso l’atto radicale di lasciarsi riposare tranquillamente quando oppress* e stanch*.

3. Moralizzare il trasporto alternativo

Ho sempre voluto essere l’ambientalista che era così radicale che camminava, pedalava e faceva l’autostop ovunque. Ma una volta, sono svenuta durante un lungo viaggio cercando di tenere il passo con * mie* amic* punk della bici. Un’altra volta vomitai e crollai.

Anni dopo aver rinunciato al ciclismo come mezzo di trasporto realizzabile, ho scoperto che, a causa dell’EDS, avevo disautonomia o disfunzione del sistema nervoso autonomo. Questo mi lascia con una pressione arteriosa anormalmente bassa, ampie variazioni della frequenza cardiaca, intolleranza al caldo e al freddo, problemi al tratto gastrointestinale e predisposizione a svenire. In breve, per me è impossibile essere una ciclista seria.

Ho amic* che hanno tagliato fuori le macchine della loro vita in modo impressionante, percorrendo chilometri in bicicletta ogni giorno con qualsiasi tempo. Sono lodevoli. Ho persino amic* che affermano che non viaggeranno mai a lungo, a meno che non sia da autostoppista o saltando sui treni, due modi di trasporto presumibilmente anticapitalisti.

Ma ogni moralizzazione sui trasporti alternativi deve essere mitigata dal riconoscimento che molte di queste modalità sono disponibili solo per persone normodotate e che, per definizione, se una “azione radicale” esclude le persone svantaggiate, potrebbe non essere così radicale.

Molte condizioni fisiche e mentali rendono le persone dipendenti da auto e furgoni per disabili. Non tutt* possono andare in bicicletta alla rivoluzione. Questo non significa che il trasporto alternativo non sia incredibilmente importante. Significa solo che abbiamo bisogno di una conversazione più sfumata su come si presenta il cambiamento sociale e su chi, presumibilmente, lo sta facendo o non lo sta facendo.

4. “Big pharma” e salute olistica

Dai finanziamenti controversi, alla medicalizzazione de* bambin*, ai test sugli animali, ci sono così tante critiche necessarie da fare all’industria farmaceutica. Alcune delle più convincenti e importanti provengono dalle stesse persone disabili.

Ma le persone che evitano i trattamenti olistici non sono sbagliate o ignoranti. Alcune morirebbero letteralmente senza i trattamenti tradizionali che subiscono. Altre sperimenterebbero ordini di sofferenza che semplicemente non capirai mai essendo estraneo al problema.

Sì, questo include droghe controverse come gli oppiacei e gli psicofarmaci che le persone di sinistra amano odiare. Se sei una persona che non ha mai sofferto di dolore cronico o debilitanti sintomi psichiatrici, ma ti ritrovi a predicare contro questi farmaci, fermati. Stai mostrando il tuo privilegio.

Inoltre, l’idea che la medicina alternativa sia intrinsecamente più pura o etica della medicina occidentale è pericolosa. Negli Stati Uniti, la medicina alternativa è essa stessa un’industria da 13 miliardi di dollari piena di prodotti non regolamentati che la gente paga con somme incredibili, di tasca propria.

La medicina alternativa negli Stati Uniti implica classismo e capitalismo nei propri modi molto specifici per trarre profitto da gruppi privati di diritti come le persone disabili e malate. Attualmente c’è quasi zero spazio nel discorso di sinistra negli Stati Uniti per questa preoccupazione molto legittima.

Come persona con EDS, ho sperimentato così tante frustrazioni con la medicina occidentale – e altrettante persone con corpo robusto e praticanti olistici che predicano consigli non informati, assurdamente costosi e talvolta pericolosi:

Fare yoga! (Lo yoga è controindicato per l’EDS, anzi, potrebbe avermi fatto del male.) Prendere integratori! (EDS è genetico e incurabile, gli integratori non possono cambiarlo più di quanto non possa il colore degli occhi.) Sei vegana e questo è il problema; seguire una paleodieta e mangiare brodo di ossa! (Sì, l’EDS ha manifestazioni muscoloscheletriche e “brodo di ossa” contiene la parola “osso”, ma sarebbe letteralmente altrettanto efficace legare le ossa di pollo alle mie braccia e recitare, “Fantastico, tutto guarito!”)

Persone di sinistra dotate di un corpo abile, la prossima volta che sentirete il bisogno di ablesplaining (Secondo il sito web “Urban Dictionary”, l’ablesplaining è “una ‘spiegazione’ condiscendente di ogni aspetto della disabilità da parte di qualcuno che non ha l’esperienza vissuta di essere disabile. L’opinione di un ablesplainer è spesso condivisa senza richiesta e con un senso di diritto grossolanamente gonfiato”N.d.T.) sui problemi di una persona disabile, predicare i mali della medicina occidentale, o dare consigli non richiesti su trattamenti olistici, fermatevi.

Le persone disabili non sono oggetti di scena nelle vostre crociate di salute olistica e anticapitalista. In realtà, sono le persone esperte. Non tu. Aiutare significa prendere il tuo posto come ascoltatore e studente invece di comportarsi sempre come insegnante.

5. Sorvegliare e attuare l’uso della retorica accademica

Ho frequentato un panel sul femminismo e l’arte in un college privato d’élite che è stato esplicitamente pubblicizzato come evento inclusivo per la comunità. Insegno in un college comunitario, dove molti dei miei studenti sono persone di colore, persone disabili e persone che non parlano correntemente l’inglese, quindi ne ho parlato con entusiasmo.

Inoltre, ho quasi invitato una conoscente che era una donna trans che vive in una città rurale conservatrice. Aveva passato la sua vita da bracciante e, dopo aver finalmente fatto coming out intorno ai sessant’anni, si sentiva così bullizzata e insicura che lasciò il lavoro. Non aveva letteralmente nessuna persona solidale, queer o femminista e ha lottato con disturbo bipolare, DPTS dipendenza.

Ho lasciato l’evento arrabbiata, del tutto sollevata dal fatto che nessun* di queste persone avesse accolto il mio invito a partecipare.

Mentre il panel era piuttosto vario in termini di razza, la persona più anziana del panel era quarantenne; era chiaro che era considerata una vecchia anarchica. Era abbastanza discutibile che nessun* nel panel avesse affrontato età o disabilità.

Inoltre molte persone del pubblico non accademico hanno posto domande in cui hanno provato, ma non sono riuscite a utilizzare correttamente le parole come eteronormatività, transmisoginia e cispatriarcato. Il panel si è trasformato in un “richiamo” esteso di queste persone, etichettandole come oppressori e lasciandole visibilmente scosse – anche se ciò che erano realmente era semplicemente non accademiche.

Immaginate se la suddetta donna trans, povera, “malata di mente” si fosse presentata e fosse stata colei che faceva quelle domande e che era umiliata in questo “richiamo” – una donna che non ha i requisiti del cittadino alla moda con educazione di lusso, ma che aveva un disperato bisogno di solidarietà. O un* qualsiasi de* mie* studenti universitari di comunità terapeutiche che hanno trascorso le loro vite accademiche lottando contro l’abilismo e/o razzismo e isolamento colonialista.

I termini e i concetti accademici sono importanti? Sì! L’uso purista di questi è più importante dell’inclusività e della compassione? Mai. Garantire spazi che centrano l’esperienza meno privilegiata deve venire prima – sempre.

Non ho mai avuto una condizione cognitiva, emotiva o fisica che richiedesse tempo o accomodamenti extra, o che mi impedisse completamente di frequentare la scuola. La mia educazione era nella mia lingua madre e quella lingua è dominante e colonialista. Eppure mi ci sono voluti diversi anni di studio intensivo per sentire che avevo iniziato a padroneggiare le sfumature di concetti come il ciseteropatriarcato.

Non è che l’accademico, “intellettuale” Inglese non abbia spazio; è che gli accademici hanno bisogno di riconoscerlo come un dialetto di privilegi e di misurarlo rispetto ai loro obiettivi quando organizzano eventi “di comunità”.

È il culmine di così tanti “ismi” – compreso l’inclusione – di presumere che il proprio rendimento intellettuale o accademico sia lo standard neutro sul quale tutt* dovrebbero misurarsi e nominare le persone su questa base.

Solo perché qualcun* non capisce completamente le tue parole, non significa che non è così oppress* o rivoluzionari* come te.

6. Ignorare e cancellare le persone con disabilità invisibili

Persone con disabilità relativamente visibili, come quelle che richiedono sedie a rotelle o stampelle, si imbattono in innumerevoli ostacoli sociali. Dall’implicito che devono essere completamente indifes* e depress*, alle supposizioni che debbano essere asessuati o non completamente adulti, all’idea che esistano per essere fonte d’ispirazione, queste persone incontrano un’ignoranza apparentemente senza fondo.

Le persone con “disabilità invisibili” combattono anche in modi unici. Le persone che amano, dottor*, collegh* di lavoro, alleat* e estrane* sottintendono regolarmente che i nostri sintomi sono esagerati o inventati e che non ci stiamo impegnando abbastanza nei nostri vari ruoli sociali. Dopo tutto non ci “ammaliamo”. Gli stereotipi su sesso, razza, età, classe e cultura possono esacerbare queste ipotesi.

Ma innumerevoli disabilità e malattie non sono accompagnate da un segnale esterno – da alcune stime, un pieno 96% diverse come cancro, DPTS, emicrania, IBS, malattia di Crohn, fibromialgia, HIV/AIDS, malattie mentali e disturbi cognitivi, epilessia, sclerosi multipla, malattie autoimmuni e altro ancora possono essere relativamente impercettibili a chi ne è estrane*.

Le persone che lottano con tali diagnosi hanno ragioni importanti per le quali potrebbero aver bisogno, ad esempio, di utilizzare le sedute per persone disabili o il bagno per persone disabili. Potrebbero dover saltare l’evento radicale che hai pianificato. È un atto per negare la loro voce, per tener loro nella posizione psicologica e sociale di doversi difendere.

Non dare per scontato che tu sia un esperto dell’esperienza soggettiva altrui della propria esistenza nel corpo, sia per quanto riguarda il genere, il sesso, l’abilità fisica e mentale, la razza, la cultura o qualsiasi altro fattore. Le società oppressive sono costruite, in parte, quando persone potenti formulano tali presupposti.

***

Questo elenco non è esaustivo.

Dal lessico abilista, al cattivo abilismo del movimento anti-vaccini, all’insensibilità intorno alla disabilità nei dibattiti sul diritto alla morte, ci sono innumerevoli arene in cui * attivist* mostrano accidentalmente il loro privilegio ignorando o decentrando coloro che non ne hanno.

Questo ottobre, per il mese di sensibilizzazione sulla disabilità, sfido tutt* * ribelli di sinistra abili a sviluppare la consapevolezza di dove si trovano in questa parte della matrice di privilegi e oppressione e di iniziare a educare se stessi e altr* verso una visione del mondo veramente inclusiva e compassionevole.

Fonte: https://thebodyisnotanapology.com/magazine/6-ways-your-social-justice-activism-might-be-ableist/?fbclid=IwAR2hIuKgzuEoiMNJEMtJu_eFeswNrnyDcf-2BxP01s5BM-avAOOAoiaw5pA