I nuovi abiti del Capitalismo

Pubblichiamo la traduzione di un lungo intervento di Evgeny Morozov sul libro di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della sorveglianza” [S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019]. In questa recensione, Morozov dimostra come le basi teoriche dello studio di Zuboff siano poco solide, basate più che altro su un funzionalismo sociologico che giustifica tautologicamente le proprie ipotesi, senza un confronto adeguato con ipotesi scientifiche diverse. “Esiste una teoria più semplice, più generale, per spiegare l’estrazione dei dati e la modifica del comportamento che Zuboff trascura, intrappolata com’è all’interno della struttura Chandleriana, con il suo ardente bisogno di trovare un successore del capitalismo manageriale. Questa teoria più semplice va così: le aziende tecnologiche, come tutte le aziende, sono guidate dalla necessità di assicurare una redditività a lungo termine. La raggiungono superando i loro concorrenti attraverso una crescita più rapida, esternalizzando i costi delle loro operazioni e sfruttando il loro potere politico. L’estrazione dei dati e la modifica comportamentale che consente – chiaramente più importante per le aziende in settori come la pubblicità online – sorgono, dove lo fanno, in quel contesto”.

Buona lettura.

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Abolo

traduzione di Camilla e Cristina

RIT:

Io che ero abolo quasi dichiarata

E ora sto con una puttana empoderada [da empowered ndT]

Non so chi sia la puttana

Lei è quella che paga

Dice che non guadagno abbastanza per pagarla (bella, bella)

 

Ha due cellulari come i gangster

Non so se a me ha dato quello dei clienti

Mi ha scritto su Instagram per criticarmi

Dice che non le piace la mia maniera di esprimermi

Dice di imparare a fare i distinguo

Tra la tratta di umani e il lavoro sessuale

Dice di smettere di dare la mia opinione senza avere idea di niente

Che tutte ci prostituiamo a nostro modo, tesoro

Nel sistema e che il lavoro salariato è la stessa merda ma con un guinzaglio diverso

Che le mie argomentazioni contribuiscono allo stigma

E che per colpa di ciò lei ha due vite

Che devo controllare quella bocca

Perché il linguaggio offende e qui siamo femministe

Che non mi scaldi tanto perché sembro moralista

Mi porta in vacanza con i soldi che alza

 

Dice che sta riscuotendo dal patriarcato

Che non mi lamenti tanto, ché con me lo fa gratis

Che non mi ha mai fatto pagare

Che la figa è le perché non è mai nato l’uomo che l’ha sfruttata

 

Ho un amore per strada (come Los Chichos) [gruppo musicale https://www.youtube.com/watch?v=-rKRgwkzW5s NdT]

Non credo a quello che dici tesoro

Che non mi rendo conto del resto degli sfruttamenti

Che se voglio non mi resta che provarci e fare a metà, mi ha detto

 

RIT x2

Mi dice: ho io il controllo mami, non sottovalutarmi

Li sto espropriando di tutto quello che ci devono

Che se parlano a nome mio

Se mi tappano la bocca, non è meno padrone quello che proibisce rispetto a quello che sfrutta

 

Stiamo facendo i soldi, cugina, che non siamo “richis”

È peggio non farsi pagare, lo ha già detto Federici

Vengono da me e chiamano ai cattivi, sono “snitchis”

Io sono una delle altre, del sindacato “bitchis”

 

Dimmelo dimmelo dimmelo dimmelo

Tu sei padrona del tuo tempo, o no?

Io metto le mie regole, le mie condizioni, i miei orari

Io segno i giorni del party sul calendario

 

Dicono che è peccato che sto vendendo il mio corpo

Ma se così fosse non ce l’avrei più, no?

Altre sorreggono il vassoio con il polso del proprio braccio

Anch’io vendo la mia forza lavoro

 

Stiamo facendo i soldi, cugina, che non siamo “richis”

È peggio non farsi pagare, lo ha già detto Federici

Vengono da me e chiamano ai cattivi, sono “snitchis”

Io sono una delle altre, del sindacato “bitchis”

 

Crimi crimi crimi criminalizzano i miei gesti

Preferiscono che concluda l’accordo clandestinamente

Dimmelo dimmelo dimmelo dimmelo

Se il tuo attuale lavoro era la tua prima opzione

RITx2

 

Pensare alle prigioni nel momento della pandemia di Coronavirus in Africa

Testo di Marie Morelle, relatrice HDR in Geografia (Università Paris 1 Panthéon Sorbonne, UMR PRODIG, nella delegazione IRD Cameroun presso la Fondazione Paul Ango Ela), Frédéric Le Marcis, professore in antropologia (Ecole normale supérieure, delegato IRD presso il Centro di ricerca e formazione in infettologia della Guinea) e Sylvain Faye, professore in antropologia (Università Cheikh Anta Diop, Sénégal).

da http://libeafrica4.blogs.liberation.fr/2020/04/07/penser-la-prison-lheure-de-la-pandemie-de-coronavirus-en-afrique/

Da alcune settimane, la pandemia di Coronavirus occupa le pagine o le trasmissioni dei media.

Ora, per una volta, essa dà origine a diversi articoli sulla situazione sanitaria e sociale nelle prigioni, dalle proteste dei detenuti privati dei colloqui in Italia agli appelli alla liberazione dei prigionieri in Francia e in Senegal, per esempio. Man mano che il virus circola da un continente all’altro, le dichiarazioni degli avvocati, delle ONG o dei ricercatori si moltiplicano, diffuse dalla stampa e dalle radio sia nazionali che internazionali. Vedere ad esempio la dichiarazione congiunta di un collettivo di ONG e di attori nazionali e internazionali per le prigioni in Africa, diffusa da Avvocati senza frontiere – Belgio: <<di fronte alla propagazione del Covid-19, prendere misure urgenti e immediati per proteggere i diritti dei detenuti in Africa>>, 24 marzo 2020; l’appello dei ricercatori, avvocati e magistrati in Francia: <<Coronavirus: riduciamo il numero di persone incarcerate per pene brevi o verso fine pena>>, Le Monde, 19 Marzo 2020; l’analisi di Gwenola Ricordeau: <<Perché svuotare le prigioni è necessario>>, The conversation, 25 Marzo 2020.

L’epidemia avrà quantomeno contribuito a riaprire il dossier sulla salute in prigione, in particolare sulle questioni riguardo la promiscuità e le condizioni igieniche nei luoghi di detenzione che sarebbero favorevoli alla trasmissione del virus. Ci si può interrogare sul tempismo col quale si riconosce e si mette all’ordine del giorno una questione sanitaria per le carceri discussa già da molto tempo. Tuttavia è importante andare oltre l’analisi della situazione per riflettere sul ruolo dell’istituzione penitenziaria nelle politiche della sanità pubblica così come sulla dimensione politica di una tale discussione. Noi proponiamo di farlo a partire dalle carceri africane, trattenendoci da qualsiasi generalizzazione riguardo il continente e da una lettura afrocentrica, che andrebbe a discapito di una lettura che vogliamo sia universale. In effetti è sulla pena detentiva e sulla sua portata socio-politica che si tratta ancora e sempre di riflettere.

Un breve riassunto sulla situazione delle carceri nel continente africano permetterà di dimostrare la vulnerabilità nella quale si ritrovano sia i detenuti che il personale penitenziario. Si cercherà allora di individuare le risposte delle autorità pubbliche e dei soggetti generalmente coinvolti nel settore carcerario. Infine, rifletteremo su ciò che la gestione delle prigioni ci dice riguardo alle politiche della vita.

Una eterogeneità di situazioni che non deve mascherare una forte vulnerabilità

Nelle prigioni in Africa vi sono diverse situazioni, sia nel numero delle carceri, che nella loro localizzazione e nella loro grandezza. I tassi di detenzione sono variabili, e perfino inferiori a quelli che si conoscono in degli stati europei o americani. Se l’Africa del Sud si distingue per un tasso di circa 300 detenuti per 100.000 abitanti, non è lo stesso per il Burkina Faso con meno di 50 detenuti per 100.000 abitanti. Quanto al Camerun è vicino al tasso della Francia, oscillando attorno ai 100 per 100.000 abitanti. In Senegal la popolazione carceraria è stimata in 11547 detenuti nel 2019, ossia una media di 68 detenuti per 100.000 abitanti.

Tuttavia, qualunque sia il tasso di detenzione, numerose carceri nel continente (e nel mondo) sono caratterizzate da un forte sovraffollamento, in particolare nelle grandi città. Ciò si traduce innanzitutto in una insufficienza di letti per i detenuti, una promiscuità enorme nelle celle e negli spazi comuni. Inoltre, le razioni alimentari così come le infrastrutture di accesso all’acqua (e quelle di drenaggio) sono sottostimate all’interno di budget spesso deboli. Molti prigionieri soffrono dunque di dermatosi (da cui la scabbia) e di malnutrizione (da cui il Béri Béri, carenza di vitamina B). A queste malattie se ne aggiungono altre: la popolazione carceraria si distingue in effetti per una maggiore incidenza dell’HIV e della tubercolosi rispetto al resto della popolazione. I detenuti appartengono dunque a quelle che nel momento della pandemia di Coronavirus (Covid-19) sono definite come “popolazioni vulnerabili”. I detenuti sono vulnerabili a causa del sovraffollamento carcerario di cui sono vittime, in un contesto dove il distanziamento sociale è considerato come l’arma fondamentale per spezzare la catena di trasmissione del virus. Da molto tempo le prigioni, luoghi chiusi e isolati sono divenuti “incubatori” per diversi virus dalla rapida propagazione, senza trascurare lo storico disprezzo per le carceri come vettori di malattie ma anche di contaminazione morale.

In effetti i detenuti soffrono di interruzioni ricorrenti del loro percorso di cura (all’ingresso in detenzione quando sono già sotto trattamento come all’uscita se hanno iniziato il trattamento durante la loro detenzione) e dell’assenza di controlli sistematici al loro ingresso in prigione. Le infermerie, quando vi sono, mancano di materiali e medicine. Considerate per la maggior parte del tempo come parte del livello più basso del sistema sanitario, esse non sono rifornite che di farmaci per l’assistenza sanitaria di base. Per il resto esse dipendono dalle donazioni delle ONG, dalle associazioni religiose, dagli sponsor o dalle agenzie internazionali. Infine le visite delle famiglie e il loro contributo finanziario sono essenziali per facilitare la presa in carico sanitaria del detenuto malato (acquisto di medicine, realizzazione di un esame o presa in carico sanitaria fuori dalla prigione). La sanità penitenziaria soffre di una disconnessione con gli operatori e i centri della sanità: essa è troppo spesso dimenticata nelle politiche di sanità pubblica. In Senegal la competenza dell’amministrazione penitenziaria riguarda solo la sorveglianza delle prigioni e la sicurezza dei detenuti. La sanità e l’igiene carceraria fanno capo al ministero della Sanità, e sono sfortunatamente dimenticate dal sistema sanitario.

In dei contesti dove le infrastrutture sanitarie sono insufficienti, portare la questione della salute carceraria all’ordine del giorno può sembrare quasi una richiesta illegittima. Le logiche di sicurezza prevalgono spesso sulle logiche sanitarie.

La circolazione attiva del Covid-19, e la minaccia epidemiologica che la prigione rappresenta in questo contesto, impone non solo di non chiudere più gli occhi sulla negazione del diritto alla salute dei detenuti, ma anche, ricordiamolo, sulle condizioni di lavoro del personale penitenziario, delle guardie così come dei medici.

Prime risposte

La situazione dunque sembra confermare che la prigione non è un edificio isolato, protetto dai suoi alti muri, ma uno spazio poroso, prodotto e inscritto in una varietà di flussi. Le amministrazioni penitenziarie hanno fatto il punto su questa situazione. In Senegal, l’inquietudine crescente degli agenti della divisione medico-sociale dell’Amministrazione penitenziaria li ha condotti a interpellare il ministro della Sanità perché siano immediatamente prese delle misure di controllo mediche e igieniche nelle prigioni. Molto spesso le visite sono state proibite. Tuttavia è essenziale insistere sulla dipendenza dei prigionieri dalle loro famiglie (denaro, alimenti, medicine ma anche sostegno morale) e all’inverso, di questi ultimi da alcuni detenuti che riescono a svolgere attività generatrici di reddito (informali o criminali). Rompere questo legame può avere degli effetti devastanti nella vita dei prigionieri e dei loro cari. Presso la Casa di detenzione e correzione di Ouagadougou (MACO), se le visite sono sospese, è stato messo in atto un sistema di pacchetti (che è necessario disinfettare). Esso non rimpiazza una visita anche se la circolazione illegale di telefoni non è un mistero per nessuno (a condizione che si disponga delle chiamate). In Senegal, l’amministrazione penitenziaria non ha ancora interdetto, ma soltanto ridotto le visite familiari, promettendo un dispositivo di comunicazione a costo ridotto allo scopo di permettere ai detenuti di mantenere il contatto con le proprie famiglie. D’altro canto tutte le autorizzazioni di accesso agli stabilimenti penitenziari accordati ai rappresentanti diplomatici, alle associazioni, alle organizzazioni non governative, agli studenti e ai ricercatori sono state sospese fino a nuovo ordine.

Tuttavia, si deve anche riflettere su un altro flusso, ossia quello verso il tribunale. Si tratterà di sospendere i processi, come ha fatto la Guinea, il Senegal, o ancora, parzialmente, il Gabon (salvo per i reati più gravi, le delibere e le domande di messa in libertà provvisoria)? A rischio di allungare le durate delle detenzioni preventive oltrepassando le scadenze legali? Come garantire le visite degli avvocati? La crisi sanitaria non può giustificare una sospensione dei diritti!

Si pone anche la questione di coloro che entrano in carcere. E infine, non si può trascurare l’andirivieni delle guardie che avviene maggiormente nel contesto di città che non hanno messo in atto misure di confinamento in ragione del loro costo sociale, economico e politico.

Ovviamente possiamo prendere in considerazione la messa in atto di sistemi di sicurezza senza rinunciare alla sensibilizzazione: prendere la temperatura dei visitatori e delle guardie, obbligarli a lavare le mani all’entrata, mettere dei secchi di candeggina, o con del sapone, in assenza del gel idroalcolico insufficiente nei centri di detenzione e negli uffici dell’amministrazione e infine equipaggiare il personale sanitario con mezzi di protezione (maschere, guanti, camici). Questo è ancora più necessario in molti paesi dove le associazioni e le ONG (le cui autorizzazioni sono ormai spesso sospese) hanno fornito una risposta a determinate esigenze sanitarie dei detenuti. Resta da sapere se queste azioni sono sostenibili nel tempo e replicabili in tutte le prigioni di uno stesso paese, in particolare per delle ragioni finanziarie.

Sottoporre a screening con l’aiuto di kit le guardie e i nuovi entrati è una sfida, visto che i kit mancano. Inoltre gli individui sottoposti a screening devono essere isolati dagli altri detenuti, ulteriore problema in un contesto di sovraffollamento. Per quanto riguarda le maschere c’è carenza anche di quelle.

Non ci si stupirà dunque degli appelli alla liberazione di alcune categorie di detenuti lanciati più spesso dalle ONG (in Sud Africa o in Camerun ad esempio) e dagli avvocati (in Algeria), allo scopo di permettere alle autorità sanitarie di poter controllare e proteggere l’ambiente carcerario: i più anziani ad esempio, i più vulnerabili o ancora secondo la pena da scontare o il tipo di reato. Se la legge non lo permette, si può ricorrere a un decreto presidenziale, per delle grazie, frequenti sul continente e a cui l’Etiopia ha fatto ricorso il 25 Marzo scorso per le prigioni di Kilinto, Shewarobit, Ziway, Dire Dawa e Qualiti. In Kenya dei detenuti della prigione di Shimo La Tewa effettueranno la loro fine pena ai domiciliari partecipando a dei lavori per la comunità. Il Niger ha ugualmente annunciato di aver liberato 1540 detenuti. In Senegal il presidente della Repubblica ha graziato 2036 detenuti, condannati per diversi reati e detenuti in diversi edifici penitenziari sparsi nel paese. Le liberazioni interessano principalmente i detenuti che beneficiano di una remissione totale o parziale della pena, i minori, i gravemente ammalati o quelli oltre i 65 anni. Si può anche tenere in conto della commutazione dell’ergastolo alla reclusione di 20 anni, facilitando altre liberazioni immediate. Va fatto notare che i detenuti condannati per omicidio, stupro, pedofilia, traffico di droga, furto di bestiame sono stati esclusi dall’amnistia.

Si può far riferimento al sito di Prison Insider che raccoglie le azione intraprese paese per paese e continente per continente giorno per giorno. In questo contesto, si nota che spesso l’oggetto delle richieste di liberazione sono i detenuti politici, come in Egitto o nel Niger. Se molto spesso attraverso questi detenuti si è potuto dare una risonanza maggiore alle condizioni di detenzione, non ci si può accontentare di una liberazione che ignori i prigionieri ordinari.

Ciò che la pandemia dice sulla prigione: una politica dei diritti

L’accesso alle cure resta un diritto e la sua negazione non dovrebbe aggiungersi legittimamente alla pena già subita. Sottoporre a screening dei detenuti, in entrata o no, o delle guardie, quando ciò è possibile, implica in seguito curarli: organizzando le celle disponibili, costruendo rifugi nei cortili e distribuendo le medicine necessarie, impedendo la contaminazione. Ciò richiede che la sanità in prigione sia chiaramente inscritta nel dispositivo del sistema sanitario e di cura e che non sia lasciata alle iniziative delle associazioni e delle organizzazioni per i diritti umani. Bisogna anche che i ministeri di tutela si sforzino a investire in questo ambito, garantendo il principio di diritto alla sanità per tutti.

La crisi sanitaria attuale dimostra che esiste una coscienza: quella dell’inclusione della prigione negli ambienti sociali e dei flussi che si generano tra essa e l’esterno. Niente di nuovo in ciò dal punto di vista delle scienze sociali, se non che il mito dell’impenetrabilità della prigione, con il pretesto della sicurezza e della punizione cade un po’ più apertamente. Privare i detenuti del sostegno esterno, vuol dire esporsi a delle rivolte. Privare i detenuti delle cure, il personale medico penitenziario lo sa, vuol dire fare delle carceri dei nuovi focolai di epidemie. Non si potrà quindi continuare a chiudere gli occhi sul ruolo legittimo della prigione, dei detenuti e del personale nelle politiche di sanità pubblica, ai fini della lotta contro le epidemie (il coronavirus oggi, Ebola domani e infine già l’HIV, la tubercolosi e l’epatite). Questa affermazione non deve tuttavia limitarsi a una questione pragmatica. Essa deve anche portare alla depenalizzazione dei reati meno gravi e a una messa in atto di misure alternative finché il sovraffollamento carcerario non avrà fine. Essa deve sopratutto essere una opportunità per parlare dei diritti dei detenuti e dei diritti che lasciamo che gli Stati violino, in Africa come altrove.

Aggiornamenti sulle prigioni francesi

Da una settimana la Francia ha dichiarato uno stato di “guerra sanitaria” con misure di confino forzato e controlli polizieschi rinforzati in strada – soprattutto nei quartieri dove vive la popolazione non bianca, più precaria e sfruttata, a rinforzare la gestione coloniale già in atto in queste aree urbane. Nei luoghi di reclusione, l’arrivo dell’epidemia da Coronavirus ha determinato l’applicazione di restrizioni ancora più dure. Nelle carceri e nei centri di detenzione per persone migranti i colloqui sono stati interrotti da lunedì scorso (16 marzo). Lo stesso giorno è arrivata la notizia della morte di un detenuto di 74 anni, rinchiuso da dieci giorni nel carcere di Fresnes, a sud di Parigi. Nessuna alternativa per comunicare con l’esterno è stata proposta alle persone detenute, e sono state vietate tutte le attività collettive: nella pratica, i/le prigionieri/e resteranno rinchiusi nelle loro celle 22 ore su 24. Le parole dei/lle prigionieri/e uscite in questi giorni dalle mura delle carceri denunciano l’isolamento forzato a cui sono costretti/e da queste misure, la mancanza totale di misure di igiene e prevenzione all’interno delle carceri e la tutela completamente assente nei loro confronti, allorché le guardie penitenziarie continuano ad entrare e uscire dal carcere, e sono potenzialmente esposte al virus.

La privazione di ogni forma di socialità e di contatto con l’esterno, unite alle violenze e gli insulti dei/lle secondini/e hanno portato a delle rivolte in numerose prigioni di Francia. Domenica 15 marzo, a Metz è stata bloccato il cortile dell’aria, nei giorni successivi disordini sono scoppiati nelle prigioni di Aiton, Angers, Douai, Epinal, Grasse, La Santé, Lille-Sequedin, Maubeuge, Montauban, Nancy, Perpignan, Saint-Etienne, Toulon, Valence et Varennes-le-Grand. Le Eris (Équipes régionales d’intervention et de sécurité – equivalente dei GOM) sono intervenute e in alcuni casi, per esempio a Grasse, i secondini hanno sparato con proiettili veri. A Uzerche, nel sud-ovest, una rivolta scoppia nel pomeriggio di domenica alla fine dell’ora d’aria. Diverse decine di detenuti si rifiutano di tornare in cella, salgono sul tetto mentre alcune centinaia invadono le diverse zone della prigione, costringendo i secondini a scappare dal carcere. Il bilancio finale è di 250 celle inutilizzabili, diversi danni strutturali tra cui l’ufficio del direttore completamente distrutto e i dossier dei detenuti bruciati. L’amministrazione del carcere ha risposto con una serie di trasferimenti punitivi nella notte tra domenica e lunedì. Nella stessa giornata i detenuti si sono rifiutati di tornare in cella e hanno bloccato il cortile dell’aria in altre prigioni, tra cui Maubeuge, Longuenesse, Meaux, Nantes, Carcassonne, Moulins, Limoges, Rennes-Vezin, Saint-Malo, Nice, Fleury-Mérogis.

È di lunedì 23 marzo la notizia che su ingiunzione del Ministero della Giustizia i tribunali di sorveglianza procederanno nei prossimi giorni alla liberazione di 5000 detenuti a fine pena, “che sono stati incarcerati per pene minori e che hanno mantenuto una buona condotta al momento della loro incarcerazione”. Non verranno applicate misure alternative tipo il braccialetto elettronico, visto che i tecnici non lavorano durante il periodo di confino. Nello stesso tempo, come diretta conseguenza dello stato di polizia rinforzato in atto da ormai una settimana, almeno una decina di persone sono state messe in stato di fermo per aver violato le regole di confino con l’accusa di “minaccia alla vita altrui”, con pene di diversi mesi di prigione. La prova che l’ossessione per la reclusione da parte dello Stato non si ferma ma anzi è rafforzata dallo stato di eccezione attuale.

Le notizie che arrivano dalle carceri francesi come da molte altre parti del mondo ci mostrano che non saranno i ridicoli decreti dei governi a liberarci una volta per tutte dal carcere, ma la lotta e la determinazione delle persone rinchiuse. La sola soluzione è la distruzione delle prigioni e la libertà per tutte e tutti!

Per restare informate/i sulla situazione nelle carceri francesi:

https://lenvolee.net/ giornale, blog ed emissione radio anticarceraria

https://radiogalere.org/ emissione anticarceraria il giovedì dalle 20h30 alle 22h00 e il sabato dalle 19h00 alle 21h00

Ribellione dei prigionieri in Iran

da https://www.eurasiareview.com/24032020-prisoners-rebellion-in-iran-oped/

In Iran, il numero di persone prigioniere infette da coronavirus è in aumento. Dato che il carcere è uno spazio chiuso, privo di una corretta alimentazione, con mancanza di adeguate strutture sanitarie e mediche e con un’alta densità di popolazione, l’infezione da Coronavirus minaccia la vita di molte persone prigioniere. Nonostante l’emissione di 2 direttive da parte del capo della magistratura che hanno liberato diversi prigionieri, ai prigionieri politici queste possibilità sono negate. Secondo la magistratura, lo status giuridico di queste persone imprigionate è definito come “detenuto”, comprese le persone che sono state arrestate durante le proteste di novembre.

Mentre il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede anche il rilascio di tutte le persone imprigionate, il rilascio dex prigionierx politicx è bloccato dai sistemi di sicurezza e giudiziari. Domenica 15 marzo 2020, un prigioniero è stato trasferito dal reparto 14 della prigione di Urmia in un ospedale fuori dalla prigione dopo essere risultato positivo al Coronavirus.

Inoltre, secondo l’Organizzazione dei diritti umani in difesa dei prigionieri politici, a due donne guardie nella prigione di Evin è stato impedito di venire a lavorare negli ultimi sette giorni per sospetta esposizione al Coronavirus. Negli ultimi giorni, i risultati dei test di una di essi è stato confermato essere positivo.

Il 16 marzo 2020, 128 prigionieri nei reparti n. 1, 2, 2 e 4 della quarantena della prigione di Evin hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la loro esposizione alla pericolosa malattia del Coronavirus e al deplorevole stato per quanto riguarda salute e cibo. Tuttavia, quando le persone prigioniere si sono rese conto che dopo 2 mesi dall’epidemia di Coronavirus, non avevano alternative e che le loro morti erano inevitabili, hanno deciso di ribellarsi e fuggire dalla prigione. Secondo il locale Khorramabad Citizens il 18 marzo 2020, i prigionieri nel reparto 3 della Parsylon Khorramabad Prison Mass si sono ribellati e sono fuggiti dal carcere. 250 prigionieri si sono ribellati e hanno cercato di scappare.

Alcuni di loro sono stati brutalmente attaccati dalle guardie carcerarie e uccisi da spari, ma 130 di loro riuscirono a fuggire. Durante la rivolta di Parsylon, i prigionieri hanno rotto la porta della prigione. Hanno confiscato le armi delle guardie, ne hanno ferito due e poi sono fuggiti. La ribellione ha avuto luogo secondo un piano coordinato dall’esterno e dall’interno della prigione. Alcuni amici dei prigionieri di Koohdasht hanno attaccato la prigione dall’esterno in 2 auto, mentre contemporaneamente in uno sforzo coordinato, i prigionieri all’interno della prigione si sono ribellati. Le guardie in questa situazione erano molto spaventate e hanno perso il controllo.

Testimonx sulla scena hanno detto di aver sentito spari continui vicino alla prigione. In seguito alla rivolta dei prigionieri di Khorramabad e alla loro riuscita fuga, le autorità di sicurezza e le Guardie rivoluzionarie hanno iniziato a stabilire la legge marziale nella città di Khorramabad e hanno arrestato le persone. L’IRGC ha anche fatto irruzione nei villaggi vicini per arrestare i prigionieri fuggitivi. La gente di Khorramabad ha aperto le proprie case ai prigionieri in fuga, e molte persone li hanno portati fuori dalla città con le loro auto in modo che l’IRGC non potesse prenderli.

Un cittadino che è stato imprigionato in questa stessa prigione ha detto: “I prigionieri sono fuggiti perché i prigionieri qui li trattano come animali. Hai bisogno di decine di cauzioni e decine di documenti per andartene, e per di più alcune guardie carcerarie devono garantire la tua cauzione.” L’anno scorso Ramin Biranvand, un ventenne prigioniero nel reparto 2 di questa stessa prigione, si è suicidato perché gli hanno richiesto enormi cauzioni, oltre alla garanzia di 6 guardie carcerarie. Alla fine, la mancanza di un ultimo garante gli ha impedito di andarsene e si è suicidato per rabbia. C’è stato un numero infinito di scioperi della fame. Gli assistenti sociali della prigione invece di occuparsi delle richieste degli scioperanti, li hanno messi in una gabbia e li hanno lasciati al freddo.


Tumulto nella prigione di Aligoodarz (a est della provincia di Lorestan)

Secondo Aligoodarz Citizens, i prigionieri della prigione centrale di Aligoodarz, nella parte orientale della provincia di Lorestan, il 20 marzo 2020, hanno fatto una rivolta. Questo è stato il risultato anche di uno sforzo coordinato dall’esterno della prigione. I prigionieri, per salvarsi dal Coronavirus, hanno pianificato il contrabbando di 3 pistole dai loro amici fuori di prigione e hanno costretto le guardie carcerarie ad arrendersi, quindi hanno cercato di scappare. Durante la loro fuga, si sono scontrati con le guardie. Circa 13 prigionieri sono riusciti a fuggire e 4 prigionieri sono stati uccisi dalle autorità.

Il governatore di Aligoodarz, Hamid Keshkoli, ha riconosciuto questa insurrezione e ha dichiarato: “Questa sera i prigionieri stavano cercando di fuggire dalla prigione di Aligoodarz ed è scoppiata una rivolta. La situazione della prigione è ora sotto controllo e, sfortunatamente, un prigioniero è stato ucciso e un altro ferito a una gamba.”

Testimonx oculari hanno riferito che gli agenti hanno sparato ai prigionieri anche dal tetto. Dopo la rivolta, molte ambulanze hanno trasportato ferite dalla prigione all’ospedale. L’IRGC ha bloccato tutte le strade verso la prigione nel timore della propagazione dell’insurrezione all’esterno e delle persone che venivano in aiuto dei prigionieri.

Attualmente, in altre carceri in Iran, le condizioni sono esplosive.

I prigionieri del centro di detenzione di Uzerches si arrampicano sui tetti e chiedono misure per contrastare l’epidemia

da https://lenvolee.net/les-prisonniers-du-centre-de-detention-duzerches-montent-sur-les-toits-et-exigent-des-mesures-contre-lepidemie/?fbclid=IwAR1UUsckm1qj_KR-QZUDnHbYwzufIc5wk76jjRkX6lDOl4bvcUxoGMoLxSY

Domenica 22 marzo nel centro di detenzione di Uzerches, i prigionieri stremati dalle nuove misure di confino e per il fatto di essere tenuti all’oscuro di tutto quello che riguarda la malattia sono riusciti ad accedere al cortile dell’aria e sono saliti sul tetto. In alcuni video che sono stati diffusi su internet, si sentono dei giovani urlare che hanno paura di morire perché le ERIS (Équipes régionales d’intervention et sécurité, equivalente dei GOM) e la polizia sono armati, e loro no; e che sparano con proiettili veri, com’è stato il caso settimana scorsa nella casa circondariale di Grasse. Trasmettiamo qui le loro rivendicazioni:
RIVENDICAZIONI DEI DETENUTI
-Vogliamo un DEPISTAGGIO per ogni detenuto e per ogni membro dell’amministrazione penitenziaria.
-Vogliamo che tutti gli agenti penitenziari senza nessuna eccezione siano muniti di guanti e di maschere (sono loro i più esposti al virus poiché sono loro che entrano ed escono dal carcere).
-Vogliamo essere informati dell’evoluzione della situazione:
A che punto siamo, i colloqui verranno ripristinati?
Che fine ha fatto il sopravvitto?
Che fine ha fatto la biancheria?
Qual è la situazione delle cure mediche in caso di Coronavirus?
-E per finire, per proteggerci, vorremmo che ogni detenuto abbia del gel antibatterico e una mascherina a disposizione (il minimo per quanto riguarda l’igiene attualmente)

Al CRA de Vincennes, le persone prigioniere sono ancora più isolate e ancor meno sicure

da https://abaslescra.noblogs.org/au-cra-de-vincennes-les-prisonniers-sont-encore-plus-isoles-et-encore-moins-en-securite/

Anche se diverse decine di prigionierx sono stati rilasciate da lunedì per prevenire l’esplosione dell’epidemia nel centro, almeno 60 persone sono ancora rinchiuse nel CRA di Vincennes. Le condizioni di igiene e cura rimangono disgustose e pericolose per le persone prigioniere e inoltre sono completamente isolate dai loro parenti e dalle loro famiglie.

I problemi di salute e cura a Vincennes non sorgono con il coronavirus, ma con lo stesso CRA. Rifiuto di cure, persone prigioniere malate o ferite che vengono lasciate nelle loro celle o messe in isolamento, la pratica comune di isolare i prigionieri per sparare loro e cercare di pacificare la situazione…la violenza della polizia e la violenza medica sono quotidiane nei CRA, e le infermiere e dottorx collaborano attivamente con le guardie per il mantenimento dell’ordine in prigione per le persone senza documenti, in modo che le persone prigioniere non si ribellino.

Non importa se una persona prigioniera è malata, ferita, se ha sofferenza mentale, se è stata picchiata dalle guardie: rimane rinchiusa e rischia sempre la deportazione. Molto prima del coronavirus, essere bloccati nel CRA significa rischiare di crepare. Il rischio diventa spesso realtà, come per Mohamed, morto a Vincennes nel novembre 2019.

Oggi, dopo la lotta condotta dai prigionieri tra domenica e lunedì, la situazione rimane orribile. Le persone prigioniere di Vincennes ci hanno inviato un elenco di problemi che la prefettura e le guardie si rifiutano di risolvere, aumentando il rischio per le persone detenute e rendendo il loro confinamento ancora più insopportabile.

1 / Non abbiamo una mascherina /

2 / Abbiamo bisogno di sapone e disinfettanti. /

3 / I contatti tra le persone non sono rispettati: non c’è un metro tra le persone. /

4 / Non abbiamo istruzioni da parte dei responsabili del centro./

5 / Ieri c’erano ancora nuovi arrivi./

6 / Ci sono persone che sono malate al centro: non c’è un’infermiera, arriva solo alle 9:00 e alle 15:00. Normalmente deve essere lì 24 ore al giorno e non c’è più un medico, c’è solo se c’è qualcosa di molto serio./

7 / Il personale dell’azienda privata non entra più nel centro: nessun cibo, nessuna bevanda, i distributori automatici non funzionano più./

8 / Le visite sono interrotte. Non è più possibile ricevere pacchi o indumenti dalla famiglia./

9 / Le persone non vengono più portate al tribunale, che è chiuso./

10 / C’è carne scaduta, pasti scaduti perché il camion che porta il cibo non arriva, mangiamo solo ciò che è rimasto nel congelatore ed è scaduto./

11 / Le persone non hanno più visitatori, quindi niente più soldi, quindi nessuna possibilità di acquistare carte per chiamare: non sappiamo se le nostre famiglie sono morte o vive, se stanno bene./

12 / Ci sono persone che hanno dei problemi mentali qui. Alcuni qui dentro sono infetti: una persona per esempio ha un’epatite B cronica con una terapia, un’altra ha problemi di cuore. Non si fa nulla.

Alcuni CRA sono in procinto di svuotarsi: bene. Ma essi non si svuotano completamente, e per le persone prigioniere che sono all’interno, va ancora più di merda: è importante restare solidali dall’esterno, continuare a far circolare le loro parole e i loro comunicati, sostenere le lotte che non terminano nelle prigioni per le persone senza documenti.

Fino a quando dell’ultimo CRA non resterà che un mucchio di rovine.

“Dobbiamo bloccare durante l’ora d’aria!” Messaggi dax prigionierx di Francia in reazione al confino delle prigioni.

da https://lenvolee.net/il-faut-quon-bloque-en-promenade-messages-de-prisonniers-de-france-en-reaction-au-confinement-des-prisons/

Ieri, mercoledi’ 18 marzo, abbiamo dato delle informazioni sulle prime conseguenze del confino nell’articolo “Il covid-19: la prigione nella prigione” (Le Covid-19: la prison dans la prison). La prima misura di reclusione nazionale annunciata dal ministero dei tribunali e delle prigioni è stata in effetti quella di sospendere i colloqui ovunque sul territorio nazionale, sospendere le attività, limitare i movimenti in detenzione. Mentre all’esterno lavorator@ sono ancora esortat@ ad andare a lavoro per far girare l’economia; mentre le guardie entrano ed escono dalle prigioni ogni giorno; mentre siamo tuttx invitatx a rispettare dei “gesti barriera”… la prima decisione per le persone prigioniere già isolate è stata di rendere ancora più dura le loro condizione di isolamento. Niente più colloqui, ma altrettanta promiscuità in cella.

Ma non c’è che una soluzione all’altezza della situazione: svuotare le carceri.

Facciamo uscire qui diversi appelli ad agire diffusi sui social network tra il 18 e il 19 marzo dai prigionierx di diverse carceri nella regione parigina e in Francia.


Messaggio a tutti i prigionieri di Francia

Domani dobbiamo scendere tutti all’aria e bloccare. Se tutte le prigioni bloccano nello stesso momento, saranno costretti a fare qualcosa, non possono trasferire nessuno, e non possono entrare dentro il carcere per paura.

Il virus si diffonde, già siamo incarcerati, ci annullano i colloqui, non è possibile o accettabile allora mostriamogli il nostro dissenso.

Siamo solidali perché se non siamo noi a fare qualcosa, loro non faranno niente per noi. In televisione, non hanno neanche parlato di noi; per loro non siamo neanche dei cittadini, ma quando bisogna votare ci mandano la scheda elettorale in cella.


Blocchi oggi

Abbiamo paura di morire per il coronavirus, siamo traumatizzati… E rivogliamo i nostri colloqui o almeno un visitatore per detenuto.

Tutte le prigioni di Francia, tutte nell’ora d’aria oggi.


Durante la ronda delle 5, non aprite lo spioncino, tutti quelli che stanno in carcere.

Domani bisogna che tutti blocchino cazzo.

Come mai noi non abbiamo più i colloqui, non abbiamo il diritto di vedere le nostre famiglie, invece loro, tornano a casa la sera a vedere il loro marito, moglie, bambini, e poi il giorno dopo ci portano un bel po’ di coronavirus in galera?

Se siamo bloccati qui, bisogna che siano bloccati qui con noi questi stronzi di secondini

Niente colloqui = Niente fumo

Niente fumo = non siamo contenti

Detenuti scontenti = guerra aperta!!!


Fate girare dappertutto

Fai un annuncio sulla tua story perché tutte le prigioni di Francia blocchino le passeggiate finché lo stato conceda un colloquio alla settimana minimo.

Siamo insieme

A tutti i fratelli in prigione: a partire da giovedì 19 marzo, bisogna che blocchiamo durante l’ora d’aria e tutti i giorni finché lo stato accetta di darci almeno un colloquio alla settimana. Bisogna che ci facciamo sentire e chi dirige sta più in alto dell’amministrazione penitenziaria, è lo stato che dirige. Bisogna fare rumore, ci dice che dura 15 giorni quando sanno benissimo che durerà diversi mesi. Ci tolgono la sola libertà che ci resta: la visita della nostra famiglia. Per i fratelli in prigione, diffondete l’informazione: bisogna bloccare le passeggiate a partire dal 19 marzo. Grazie, e non dimenticatevelo: l’unione fa la forza, insieme ci riusciremo.


Non parlano dei detenuti, con la sporcizia delle prigioni, il virus non se ne andrà cosi’. Sono tutti insieme isolati. Si, si, è pericoloso per i fratelli e le sorelle rinchiusi/e… Bisogna che ci sia un cazzo di sindacato o non so cosa, che facciano qualcosa.

Liberate un po’ le prigioni da questo sovraffollamento carcerario!

Per prima cosa vogliamo che i secondini siano controllati a ogni ingresso in prigione, perché ci fa paura; ne parlavamo tutti giù. Almeno la febbre, prima di ogni ingresso in carcere; perché sono loro che ce lo trasmetteranno. Tutti quelli che entrano in prigione, anche loro che vengano controllati all’ingresso, con un registro… e che sblocchino i colloqui almeno! E se davvero, per ragioni sanitarie, non possono sbloccarli, che diano del sapone a tutti quanti… che trovino una soluzione. Perché vegliamo vedere le nostre famiglie, ci sono i nostri panni da lavare… ci sono tante cose da fare, in effetti. Fategli vedere [i video]! Perché non va bene, quello che hanno fatto ieri, le Elac [le équipe locali di rinforzo e controllo]! E alla fine, ora, hanno fatto dei trasferimenti punitivi, in piena notte, hanno pestato dei ragazzi. Li hanno inc… nelle loro celle… Lascia stare, sono dei bastardi!

Il coronavirus nel Pianeta Azienda Agricola

La probabile iniziale diffusione del coronavirus in uno dei tanti “mercati umidi” in Cina, luoghi dove si vendono e/o macellano animali selvatici vivi per il consumo alimentare, non è una novità nella recente storia delle epidemie: “Si pensa che almeno il 60% delle malattie contagiose umane abbia origine nell’organismo di qualche specie animale. Polli, maiali, topi, cavalli, scimmie, pipistrelli, zibetti, dromedari e altre specie ancora, selvatiche o domestiche, sono infatti un serbatoio biologico di virus e altri agenti patogeni che possono diventare pericolosi anche per noi” [1]. Questa diffusione non avviene in un contesto neutro ma il “salto di specie” dei virus opera nell’ambito di un sistema di produzione fondato sugli allevamenti intensivi, l’esportazione di questi animali in regioni geografiche molto lontane, la deforestazione e così via: “Invadiamo le foreste tropicali e altre aree selvagge, che ospitano numerose specie di piante e animali, e con loro molti virus sconosciuti. Tagliamo gli alberi, uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia per venderli al mercato. Distruggiamo gli ecosistemi e priviamo i virus dei loro ospiti naturali. Quando questo accade, ai virus serve un nuovo ospite. Spesso siamo noi», ha scritto sul New York Times David Quammen, autore del più affascinante saggio sulle epidemie, Spillover (Adelphi, 2014) [2].
Rob Wallace, autore del libro “Big Farms Make Big Flu”, afferma che “Il vero pericolo di ogni nuovo focolaio è il fallimento o, per dirla meglio, il rifiuto di comprendere che ogni nuovo caso di Covid-19 non è un incidente isolato. L’aumento dell’incidenza dei virus è strettamente legato alla produzione alimentare e ai profitti delle multinazionali. Chiunque voglia comprendere come mai i virus stanno diventando più pericolosi deve indagare il modello industriale dell’agricoltura e in particolare la produzione del bestiame”[3]. A questo proposito sembra che praticamente nessuno abbia voglia di comprendere come i virus siano pericolosi e le pandemie difficili da affrontare con misure poliziesche di repressione e di contenimento di circolazione e libertà individuali. Nel dibattito attuale sul coronavirus spicca l’assenza di questo grande rimosso della discussione politica, anche di quella più alternativa e anticapitalista. “In particolare la produzione di bestiame”, ricorda Wallace, è il punto centrale di un sistema che genera possibili epidemie: sarebbe difficile pensare che possa accadere il contrario, vista l’enormità di uno sfruttamento così intensivo, spietato e globale che ogni minuto massacra milioni di esseri viventi, devasta ettari su ettari di terreni, tutto per il profitto di poche aziende capitalistiche. Sempre Wallace ci ricorda come “Il pianeta Terra è ormai diventato il Pianeta Azienda Agricola, sia per biomassa che per porzione di terra utilizzate. L’agroindustria sta puntando a mettere all’angolo il mercato alimentare. La quasi totalità del progetto neoliberale è basata sul supportare i tentativi da parte di aziende provenienti dai paesi più industrializzati di espropriare terreni e risorse dei paesi più deboli. Come risultato, molti di questi nuovi agenti patogeni precedentemente tenuti sotto controllo dagli ecosistemi a lunga evoluzione delle foreste stanno venendo liberati, minacciando il mondo intero”.
In questo scenario, che pure possiamo chiamare “antropocene” o più semplicemente alla vecchia maniera “capitalismo”, il rimosso della questione dello sfruttamento animale, cacciato via dalla porta delle analisi critiche di sinistra, ritorna dalla finestra. Ammassare milioni di animali in pochi metri quadrati in un capannone, mutilarli e poi inscatolarli e venderli sul mercato magari come “piatti ricchi di cultura che raccontano il territorio” è un processo tanto normalizzato quanto è impensabile ritenere che non possa riportarci delle conseguenze anche nelle nostre comode e civilizzate abitazioni occidentali metropolitane. Impensabile che non ci sia un prezzo da pagare, questa volta in termini di pandemia, oppure “semplicemente” delle conseguenze provocate dall’inquinamento ambientale. Il tempo del negazionismo non è ancora finito, si continua a rimuovere il problema, catalogando le “abitudini alimentari” come una mera questione di consumo, quindi secondaria rispetto al problema della produzione.
I compagni marxisti ci ripetono che il consumo etico, in questo caso il rifiuto di mangiare gli animali, non sarebbe una risoluzione del problema: certo, ci sono anche altri modi per combattere l’industria agroalimentare, sarebbe bello vederli praticati a livello diffuso e con una adeguata riflessione politica. Sembra non essere ancora il tempo, nel mezzo di una pandemia causata ancora una volta dal dominio umano esercitato sulle altre specie presenti sul “Pianeta Azienda Agricola”, come dice con amara ironia Wallace. Aspettiamo un altro vaccino che copra solo temporaneamente questa nuova malattia, ce ne saranno altre ancora ma non sembra che si voglia nemmeno lontanamente risolvere il problema a livello strutturale. Anche la denuncia del criminale e progressivo smantellamento del sistema sanitario nazionale non è sufficiente a un deciso cambio di rotta, perché il modello di scienza medica è sempre subalterno al primato del profitto e dell’industria, ragion per cui la gestione di ogni emergenza è ugualmente succube a questo dominio indiscusso e indiscutibile; se così non fosse ci si aspetterebbe – e si pretenderebbe – che le alte sfere istituzionali che governano lo Stato italiano si prendessero carico almeno con qualche credibilità degli oltre 80.000 decessi annui provocati dall’inquinamento atmosferico, per dirne una soltanto, tanto più che non si riesce nemmeno a smontare quell’enorme carrozzone mortifero che è l’ex ILVA di Taranto.
Mentre si moriva a decine per tumore nel rione Tamburi della cittadina pugliese, non risulta che fosse proclamata nessuna “zona rossa” per contenere la strage, e così in tanti altri simili casi diffusi per tutto il Belpaese. Continuiamo a leggere appelli all’unità e alla coesione, hashtag che ci dicono che #andratuttobene ma una volta finita questa emergenza non ci sarà nulla che potrà mai continuare ad andare bene, nemmeno nell’idillico scenario di un Sanders al potere negli USA, nemmeno se i partiti socialisti e di sinistra si mettessero alla guida di tutti i governi del mondo: se infatti l’idea “realistica” è quella della redistribuzione di una parte della ricchezza tra le porzioni subalterne della società, l’unico panorama che ci si prospetta è quello palliativo del consolidamento del potere e delle istituzioni di un sistema la cui unica razionalità è quella della generazione di profitto. Non è il momento storico delle socialdemocrazie al potere, ma anche se lo fosse, non cambierebbe un bel niente, avremmo lo stesso la sovvenzione all’industria agroalimentare per lo sforamento delle “quote latte”, la pubblicità in Tv del Parmareggio e del Pollo Amadori, la distruzione del pianeta terra e il soffocamento della specie umana mentre sta sterminando tutte le altre.

lino caetani

[1] Come nasce un’epidemia https://oggiscienza.it/2020/02/07/come-nasce-epidemia/

[2] Ibidem

[3] Da dove è arrivato il Coronavirus, e dove ci porterà? Un’intervista con Rob Wallace, autore di “Big Farms Make Big Flu”

https://www.infoaut.org/approfondimenti/da-dove-e-arrivato-il-coronavirus-e-dove-ci-portera?fbclid=IwAR2VjFH1Mc28Mv3FbgEfTm83hRhpNe9LrGsg_DdwcoZ9RETizhTawFBNT14#.Xm9gFQHhPxE.facebook

Contro la paura e il controllo scoppia la rivolta nelle carceri italiane

da https://mars-infos.org/contre-la-peur-et-le-controle-la-4876

Per ritornare sulla rivolta in corso nelle carceri italiane

Dopo diverse settimane la gestione d’emergenza dell’epidemia di coronavirus si è estesa a tutta l’Italia, partendo dalla creazione di zone rosse sempre più vaste situate sopratutto nel nord. Qui il governo ha testato poco a poco misure sempre più radicali di restrizione della libertà: interdizione di eventi e manifestazioni pubbliche, di manifestazioni religiose e civili (compresi i funerali), chiusura dei cinema, delle palestre e dei supermercati, coprifuoco per i bar, nessun ricovero negli ospedali pubblici salvo che per i casi urgenti, chiusura delle scuole e delle università. Col pretesto di proteggere meglio la popolazione e impedire il contagio, tutte le forme di socialità sono state limitate o completamente vietate per legge.

L’8 Marzo il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte firma l’ennesimo decreto che vieta tutte le manifestazioni pubbliche o gli assembramenti e tutti gli spostamenti in entrata o in uscita e all’interno della Lombardia e delle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro et Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia. Se l’isolamento e il controllo diventano via via più duri all’esterno, la situazione si fa insopportabile all’interno delle carceri dove, già da due settimane, i colloqui e le attività complementari (lavoro, socialità, permessi…) sono interrotti fino a nuovo ordine, col pretesto di contrastare meglio il contagio nelle prigioni, sopratutto per proteggere i secondini. Col decreto dell’8 marzo, l’interdizione è generalizzata: stop ai colloqui, niente semilibertà né permessi speciali, tutto ciò fino al 31 maggio. L’interdizione dei colloqui, che già normalmente si svolgono nello stress, con le code davanti alle prigioni nell’attesa di poter rientrare e sottomettersi all’umiliazione della perquisizione, significa la privazione di ogni forma di contatto con l’esterno e una condizione di isolamento quasi totale. Ciò significa anche la privazione della possibilità di avere accesso a prodotti e beni di base (cibo, vestiti, soldi…) che sono di importanza fondamentale per la vita in carcere. Questa misura nelle ore che seguono al suo annuncio risveglia la rabbia dei detenutx e dei loro parenti.

Le prime rivolte di fronte a questa situazione scoppiano nella serata di sabato 7, alla diffusione pubblica della versione integrale del decreto in corso di convalida. È a Salerno e Napoli, nelle due carceri della città, Secondigliano e Poggioreale, che i detenutx salgono sui tetti e delle intere sezioni sono distrutte. La risposta delle istituzioni penitenziarie arriva con la chiusura dell’acqua, dell’elettricità e l’intervento in massa di forze dell’ordine e la violenza della polizia.

Fuori dalle prigioni nel frattempo arrivano i familiari e i solidali, per gridare la loro solidarietà ai prigionierx in lotta e bloccare la strada affinché la loro voce sia ascoltata. La rivolta si espande molto velocemente, nella serata di domenica 8 si contano 20 prigioni in rivolta, poi 27 nella notte, più di 30 nella giornata di lunedì 9. Davanti a ciascuna delle prigioni insorte gruppi di familiari e persone solidali si raggruppano, dappertutto si vede levarsi il fumo e arrivano le grida “Libertà!Amnistia!”. Gli elicotteri sorvolano gli edifici in fiamme, fin quando in diverse prigioni le squadre antisommossa e i GOM (equivalenti delle ERIS) si preparano a entrare e ristabilire l’ordine a colpi di manganello.

Nella prigione di Sant’Anna, a Modena, nel centro-Italia, la sommossa comincia domenica nel primo pomeriggio. Secondo le informazioni che arrivano dall’interno, i detenutx si sarebbero barricati e avrebbero incendiato diversi edifici, obbligando il personale (guardie e infermieri) a uscire. Si sente dire che l’ufficio di immatricolazione è stato incendiato… Poi la repressione arriva ed è tra le più violente. I parenti riuniti davanti alla prigione raccontano di aver visto le guardie condurre fuori dei detenutx ammanettati colpendoli e di aver sentito degli spari. Ottanta detenutx sono trasferitx, numerosi altri condottx all’ospedale, di cui molti in rianimazione. Secondo le ultime notizie sette o più probabilmente otto detenuti avrebbero perso la vita durante la sommossa o dopo il loro trasferimento. Secondo la stampa ufficiale si tratterebbe di “overdose” di farmaci che i prigionieri avrebbero rubato in un assalto all’infermeria durante la rivolta. Due altri prigionieri sarebbero morti per la stessa ragione nel carcere di Verona (Veneto) e Alessandria (Piemonte) il 9 e altri tre il 10 mattina nella prigione di Rieti. Si avverte bene la paura dei giornalisti benpensanti, che cercano di screditare le rivolte all’interno senza riportare le rivendicazioni politiche dei prigionierx: amnistia e libertà per tuttx.

Ma più la stampa borghese e lo Stato tentano di soffiare sul fuoco della rivolta per spegnerlo, più esso si espande nelle altre regioni. A Pavia la sera del 7 dei prigionierx in rivolta riescono a prendere le chiavi ai secondini e a liberare gli altri detenutx, poi a prendere in ostaggio un secondino e il comandante della polizia penitenziaria. Anche qui i rivoltosi appiccano il fuoco. In ogni nuova rivolta dei prigionierx tentano di evadere e qualche volta perfino ci riescono, per esempio a Palermo, a Frosinone e a Foggia, dove 70 persone scappano e l’intervento dei militari non può nulla: 20 persone sono riacchiappate ma 50 sono ancora in libertà, gli si augura buona fortuna.

Le cifre che iniziano a circolare parlano di 300 detenutx evasx di cui solamente una trentina ripresi.

Da sud a nord le prigioni non smettono di bruciare, lunedì mattina è il turno di Milano, Bologna, Lecce e molte altre. Il governo ha dichiarato tutta l’Italia “zona rossa” e continua il silenzio della direzione dell’Amministrazione Penitenziaria. La repressione avanza ma la solidarietà dall’esterno non si lascia scoraggiare: in molte città, davanti alle prigioni, parenti e solidali gridano il loro incoraggiamento e bloccano le strade per impedire gli spostamenti di secondini e militari. A Bologna i detenutx prendono il controllo della prigione, mentre le forze dell’ordine tentano di disperdere i solidali che manifestano in massa all’esterno. A Melfi (Basilicata), gli insortx tengono in ostaggio un gruppo di secondini. A Milano, dopo San Vittore, è il turno delle prigioni di Opera e Bollate, a Roma dopo la prigione di Rebibbia la rivolta esplode a Regina Coeli. Di fronte a queste resistenze la repressione si accanisce.

Noi non abbiamo bisogno di fare delle analisi delle rivolte in corso, esse parlano da sole riguardo al crollo di un sistema che imprigiona e controlla con la paura e la minaccia. Noi dobbiamo e vogliamo essere davanti a tutte le carceri per sostenere gli insortx e i loro parenti, perché di questi luoghi non restino che ceneri.

Fuoco alle galere!

Qui sotto una lista non esaustiva delle prigioni in rivolta:

Salerno (Campania)
Napoli (Campania)
Cassino e Frosinone (Lazio)
Carinola (Campania)
Frosinone (Lazio) + evasioni
Modena – 8 detenuti morti
Poggioreale – Napoli
Secondigliano – Napoli
Vercelli (Piemonte)
Rebibbia – Roma
Bari (Puglia)
Alessandria (Piemonte) – 1 detenuto morto
Palerme (Sicilia) + evasioni
Brindisi (Puglia)
Ariano Irpino (Campania)
Cremona (Lombardia)
Pavia (Lombardia)
Genova (Liguria)
Reggio Emilia (Emilia Romagna)
Barcellona Pozzo di Gotto (Sicilia)
Trani (Sicilia)
Augusta (Sicilia)
Foggia – (Puglia) + evasioni
Verona – (Veneto) 1 detenuto morto
San Vittore – Milan (Lombardie)
Bergamo (Lombardia)
Matera (Basilicata)
La Spezia (Liguria)
Larino (Molise)
Lecce (Puglia)
Rieti (Lazio) – 3 detenuti morti
Vallette (Piemonte)
Dozza – Bologna (Emilia Romagna)
Santa Maria Capua Vetere (Campania)
Opera – Milano (Lombardia)
Bollate – Milano (Lombardia)
Regina Coeli – Roma