Aggiornamenti sulle prigioni francesi

Da una settimana la Francia ha dichiarato uno stato di “guerra sanitaria” con misure di confino forzato e controlli polizieschi rinforzati in strada – soprattutto nei quartieri dove vive la popolazione non bianca, più precaria e sfruttata, a rinforzare la gestione coloniale già in atto in queste aree urbane. Nei luoghi di reclusione, l’arrivo dell’epidemia da Coronavirus ha determinato l’applicazione di restrizioni ancora più dure. Nelle carceri e nei centri di detenzione per persone migranti i colloqui sono stati interrotti da lunedì scorso (16 marzo). Lo stesso giorno è arrivata la notizia della morte di un detenuto di 74 anni, rinchiuso da dieci giorni nel carcere di Fresnes, a sud di Parigi. Nessuna alternativa per comunicare con l’esterno è stata proposta alle persone detenute, e sono state vietate tutte le attività collettive: nella pratica, i/le prigionieri/e resteranno rinchiusi nelle loro celle 22 ore su 24. Le parole dei/lle prigionieri/e uscite in questi giorni dalle mura delle carceri denunciano l’isolamento forzato a cui sono costretti/e da queste misure, la mancanza totale di misure di igiene e prevenzione all’interno delle carceri e la tutela completamente assente nei loro confronti, allorché le guardie penitenziarie continuano ad entrare e uscire dal carcere, e sono potenzialmente esposte al virus.

La privazione di ogni forma di socialità e di contatto con l’esterno, unite alle violenze e gli insulti dei/lle secondini/e hanno portato a delle rivolte in numerose prigioni di Francia. Domenica 15 marzo, a Metz è stata bloccato il cortile dell’aria, nei giorni successivi disordini sono scoppiati nelle prigioni di Aiton, Angers, Douai, Epinal, Grasse, La Santé, Lille-Sequedin, Maubeuge, Montauban, Nancy, Perpignan, Saint-Etienne, Toulon, Valence et Varennes-le-Grand. Le Eris (Équipes régionales d’intervention et de sécurité – equivalente dei GOM) sono intervenute e in alcuni casi, per esempio a Grasse, i secondini hanno sparato con proiettili veri. A Uzerche, nel sud-ovest, una rivolta scoppia nel pomeriggio di domenica alla fine dell’ora d’aria. Diverse decine di detenuti si rifiutano di tornare in cella, salgono sul tetto mentre alcune centinaia invadono le diverse zone della prigione, costringendo i secondini a scappare dal carcere. Il bilancio finale è di 250 celle inutilizzabili, diversi danni strutturali tra cui l’ufficio del direttore completamente distrutto e i dossier dei detenuti bruciati. L’amministrazione del carcere ha risposto con una serie di trasferimenti punitivi nella notte tra domenica e lunedì. Nella stessa giornata i detenuti si sono rifiutati di tornare in cella e hanno bloccato il cortile dell’aria in altre prigioni, tra cui Maubeuge, Longuenesse, Meaux, Nantes, Carcassonne, Moulins, Limoges, Rennes-Vezin, Saint-Malo, Nice, Fleury-Mérogis.

È di lunedì 23 marzo la notizia che su ingiunzione del Ministero della Giustizia i tribunali di sorveglianza procederanno nei prossimi giorni alla liberazione di 5000 detenuti a fine pena, “che sono stati incarcerati per pene minori e che hanno mantenuto una buona condotta al momento della loro incarcerazione”. Non verranno applicate misure alternative tipo il braccialetto elettronico, visto che i tecnici non lavorano durante il periodo di confino. Nello stesso tempo, come diretta conseguenza dello stato di polizia rinforzato in atto da ormai una settimana, almeno una decina di persone sono state messe in stato di fermo per aver violato le regole di confino con l’accusa di “minaccia alla vita altrui”, con pene di diversi mesi di prigione. La prova che l’ossessione per la reclusione da parte dello Stato non si ferma ma anzi è rafforzata dallo stato di eccezione attuale.

Le notizie che arrivano dalle carceri francesi come da molte altre parti del mondo ci mostrano che non saranno i ridicoli decreti dei governi a liberarci una volta per tutte dal carcere, ma la lotta e la determinazione delle persone rinchiuse. La sola soluzione è la distruzione delle prigioni e la libertà per tutte e tutti!

Per restare informate/i sulla situazione nelle carceri francesi:

https://lenvolee.net/ giornale, blog ed emissione radio anticarceraria

https://radiogalere.org/ emissione anticarceraria il giovedì dalle 20h30 alle 22h00 e il sabato dalle 19h00 alle 21h00

Ribellione dei prigionieri in Iran

da https://www.eurasiareview.com/24032020-prisoners-rebellion-in-iran-oped/

In Iran, il numero di persone prigioniere infette da coronavirus è in aumento. Dato che il carcere è uno spazio chiuso, privo di una corretta alimentazione, con mancanza di adeguate strutture sanitarie e mediche e con un’alta densità di popolazione, l’infezione da Coronavirus minaccia la vita di molte persone prigioniere. Nonostante l’emissione di 2 direttive da parte del capo della magistratura che hanno liberato diversi prigionieri, ai prigionieri politici queste possibilità sono negate. Secondo la magistratura, lo status giuridico di queste persone imprigionate è definito come “detenuto”, comprese le persone che sono state arrestate durante le proteste di novembre.

Mentre il relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani chiede anche il rilascio di tutte le persone imprigionate, il rilascio dex prigionierx politicx è bloccato dai sistemi di sicurezza e giudiziari. Domenica 15 marzo 2020, un prigioniero è stato trasferito dal reparto 14 della prigione di Urmia in un ospedale fuori dalla prigione dopo essere risultato positivo al Coronavirus.

Inoltre, secondo l’Organizzazione dei diritti umani in difesa dei prigionieri politici, a due donne guardie nella prigione di Evin è stato impedito di venire a lavorare negli ultimi sette giorni per sospetta esposizione al Coronavirus. Negli ultimi giorni, i risultati dei test di una di essi è stato confermato essere positivo.

Il 16 marzo 2020, 128 prigionieri nei reparti n. 1, 2, 2 e 4 della quarantena della prigione di Evin hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro la loro esposizione alla pericolosa malattia del Coronavirus e al deplorevole stato per quanto riguarda salute e cibo. Tuttavia, quando le persone prigioniere si sono rese conto che dopo 2 mesi dall’epidemia di Coronavirus, non avevano alternative e che le loro morti erano inevitabili, hanno deciso di ribellarsi e fuggire dalla prigione. Secondo il locale Khorramabad Citizens il 18 marzo 2020, i prigionieri nel reparto 3 della Parsylon Khorramabad Prison Mass si sono ribellati e sono fuggiti dal carcere. 250 prigionieri si sono ribellati e hanno cercato di scappare.

Alcuni di loro sono stati brutalmente attaccati dalle guardie carcerarie e uccisi da spari, ma 130 di loro riuscirono a fuggire. Durante la rivolta di Parsylon, i prigionieri hanno rotto la porta della prigione. Hanno confiscato le armi delle guardie, ne hanno ferito due e poi sono fuggiti. La ribellione ha avuto luogo secondo un piano coordinato dall’esterno e dall’interno della prigione. Alcuni amici dei prigionieri di Koohdasht hanno attaccato la prigione dall’esterno in 2 auto, mentre contemporaneamente in uno sforzo coordinato, i prigionieri all’interno della prigione si sono ribellati. Le guardie in questa situazione erano molto spaventate e hanno perso il controllo.

Testimonx sulla scena hanno detto di aver sentito spari continui vicino alla prigione. In seguito alla rivolta dei prigionieri di Khorramabad e alla loro riuscita fuga, le autorità di sicurezza e le Guardie rivoluzionarie hanno iniziato a stabilire la legge marziale nella città di Khorramabad e hanno arrestato le persone. L’IRGC ha anche fatto irruzione nei villaggi vicini per arrestare i prigionieri fuggitivi. La gente di Khorramabad ha aperto le proprie case ai prigionieri in fuga, e molte persone li hanno portati fuori dalla città con le loro auto in modo che l’IRGC non potesse prenderli.

Un cittadino che è stato imprigionato in questa stessa prigione ha detto: “I prigionieri sono fuggiti perché i prigionieri qui li trattano come animali. Hai bisogno di decine di cauzioni e decine di documenti per andartene, e per di più alcune guardie carcerarie devono garantire la tua cauzione.” L’anno scorso Ramin Biranvand, un ventenne prigioniero nel reparto 2 di questa stessa prigione, si è suicidato perché gli hanno richiesto enormi cauzioni, oltre alla garanzia di 6 guardie carcerarie. Alla fine, la mancanza di un ultimo garante gli ha impedito di andarsene e si è suicidato per rabbia. C’è stato un numero infinito di scioperi della fame. Gli assistenti sociali della prigione invece di occuparsi delle richieste degli scioperanti, li hanno messi in una gabbia e li hanno lasciati al freddo.


Tumulto nella prigione di Aligoodarz (a est della provincia di Lorestan)

Secondo Aligoodarz Citizens, i prigionieri della prigione centrale di Aligoodarz, nella parte orientale della provincia di Lorestan, il 20 marzo 2020, hanno fatto una rivolta. Questo è stato il risultato anche di uno sforzo coordinato dall’esterno della prigione. I prigionieri, per salvarsi dal Coronavirus, hanno pianificato il contrabbando di 3 pistole dai loro amici fuori di prigione e hanno costretto le guardie carcerarie ad arrendersi, quindi hanno cercato di scappare. Durante la loro fuga, si sono scontrati con le guardie. Circa 13 prigionieri sono riusciti a fuggire e 4 prigionieri sono stati uccisi dalle autorità.

Il governatore di Aligoodarz, Hamid Keshkoli, ha riconosciuto questa insurrezione e ha dichiarato: “Questa sera i prigionieri stavano cercando di fuggire dalla prigione di Aligoodarz ed è scoppiata una rivolta. La situazione della prigione è ora sotto controllo e, sfortunatamente, un prigioniero è stato ucciso e un altro ferito a una gamba.”

Testimonx oculari hanno riferito che gli agenti hanno sparato ai prigionieri anche dal tetto. Dopo la rivolta, molte ambulanze hanno trasportato ferite dalla prigione all’ospedale. L’IRGC ha bloccato tutte le strade verso la prigione nel timore della propagazione dell’insurrezione all’esterno e delle persone che venivano in aiuto dei prigionieri.

Attualmente, in altre carceri in Iran, le condizioni sono esplosive.

I prigionieri del centro di detenzione di Uzerches si arrampicano sui tetti e chiedono misure per contrastare l’epidemia

da https://lenvolee.net/les-prisonniers-du-centre-de-detention-duzerches-montent-sur-les-toits-et-exigent-des-mesures-contre-lepidemie/?fbclid=IwAR1UUsckm1qj_KR-QZUDnHbYwzufIc5wk76jjRkX6lDOl4bvcUxoGMoLxSY

Domenica 22 marzo nel centro di detenzione di Uzerches, i prigionieri stremati dalle nuove misure di confino e per il fatto di essere tenuti all’oscuro di tutto quello che riguarda la malattia sono riusciti ad accedere al cortile dell’aria e sono saliti sul tetto. In alcuni video che sono stati diffusi su internet, si sentono dei giovani urlare che hanno paura di morire perché le ERIS (Équipes régionales d’intervention et sécurité, equivalente dei GOM) e la polizia sono armati, e loro no; e che sparano con proiettili veri, com’è stato il caso settimana scorsa nella casa circondariale di Grasse. Trasmettiamo qui le loro rivendicazioni:
RIVENDICAZIONI DEI DETENUTI
-Vogliamo un DEPISTAGGIO per ogni detenuto e per ogni membro dell’amministrazione penitenziaria.
-Vogliamo che tutti gli agenti penitenziari senza nessuna eccezione siano muniti di guanti e di maschere (sono loro i più esposti al virus poiché sono loro che entrano ed escono dal carcere).
-Vogliamo essere informati dell’evoluzione della situazione:
A che punto siamo, i colloqui verranno ripristinati?
Che fine ha fatto il sopravvitto?
Che fine ha fatto la biancheria?
Qual è la situazione delle cure mediche in caso di Coronavirus?
-E per finire, per proteggerci, vorremmo che ogni detenuto abbia del gel antibatterico e una mascherina a disposizione (il minimo per quanto riguarda l’igiene attualmente)

Al CRA de Vincennes, le persone prigioniere sono ancora più isolate e ancor meno sicure

da https://abaslescra.noblogs.org/au-cra-de-vincennes-les-prisonniers-sont-encore-plus-isoles-et-encore-moins-en-securite/

Anche se diverse decine di prigionierx sono stati rilasciate da lunedì per prevenire l’esplosione dell’epidemia nel centro, almeno 60 persone sono ancora rinchiuse nel CRA di Vincennes. Le condizioni di igiene e cura rimangono disgustose e pericolose per le persone prigioniere e inoltre sono completamente isolate dai loro parenti e dalle loro famiglie.

I problemi di salute e cura a Vincennes non sorgono con il coronavirus, ma con lo stesso CRA. Rifiuto di cure, persone prigioniere malate o ferite che vengono lasciate nelle loro celle o messe in isolamento, la pratica comune di isolare i prigionieri per sparare loro e cercare di pacificare la situazione…la violenza della polizia e la violenza medica sono quotidiane nei CRA, e le infermiere e dottorx collaborano attivamente con le guardie per il mantenimento dell’ordine in prigione per le persone senza documenti, in modo che le persone prigioniere non si ribellino.

Non importa se una persona prigioniera è malata, ferita, se ha sofferenza mentale, se è stata picchiata dalle guardie: rimane rinchiusa e rischia sempre la deportazione. Molto prima del coronavirus, essere bloccati nel CRA significa rischiare di crepare. Il rischio diventa spesso realtà, come per Mohamed, morto a Vincennes nel novembre 2019.

Oggi, dopo la lotta condotta dai prigionieri tra domenica e lunedì, la situazione rimane orribile. Le persone prigioniere di Vincennes ci hanno inviato un elenco di problemi che la prefettura e le guardie si rifiutano di risolvere, aumentando il rischio per le persone detenute e rendendo il loro confinamento ancora più insopportabile.

1 / Non abbiamo una mascherina /

2 / Abbiamo bisogno di sapone e disinfettanti. /

3 / I contatti tra le persone non sono rispettati: non c’è un metro tra le persone. /

4 / Non abbiamo istruzioni da parte dei responsabili del centro./

5 / Ieri c’erano ancora nuovi arrivi./

6 / Ci sono persone che sono malate al centro: non c’è un’infermiera, arriva solo alle 9:00 e alle 15:00. Normalmente deve essere lì 24 ore al giorno e non c’è più un medico, c’è solo se c’è qualcosa di molto serio./

7 / Il personale dell’azienda privata non entra più nel centro: nessun cibo, nessuna bevanda, i distributori automatici non funzionano più./

8 / Le visite sono interrotte. Non è più possibile ricevere pacchi o indumenti dalla famiglia./

9 / Le persone non vengono più portate al tribunale, che è chiuso./

10 / C’è carne scaduta, pasti scaduti perché il camion che porta il cibo non arriva, mangiamo solo ciò che è rimasto nel congelatore ed è scaduto./

11 / Le persone non hanno più visitatori, quindi niente più soldi, quindi nessuna possibilità di acquistare carte per chiamare: non sappiamo se le nostre famiglie sono morte o vive, se stanno bene./

12 / Ci sono persone che hanno dei problemi mentali qui. Alcuni qui dentro sono infetti: una persona per esempio ha un’epatite B cronica con una terapia, un’altra ha problemi di cuore. Non si fa nulla.

Alcuni CRA sono in procinto di svuotarsi: bene. Ma essi non si svuotano completamente, e per le persone prigioniere che sono all’interno, va ancora più di merda: è importante restare solidali dall’esterno, continuare a far circolare le loro parole e i loro comunicati, sostenere le lotte che non terminano nelle prigioni per le persone senza documenti.

Fino a quando dell’ultimo CRA non resterà che un mucchio di rovine.

“Dobbiamo bloccare durante l’ora d’aria!” Messaggi dax prigionierx di Francia in reazione al confino delle prigioni.

da https://lenvolee.net/il-faut-quon-bloque-en-promenade-messages-de-prisonniers-de-france-en-reaction-au-confinement-des-prisons/

Ieri, mercoledi’ 18 marzo, abbiamo dato delle informazioni sulle prime conseguenze del confino nell’articolo “Il covid-19: la prigione nella prigione” (Le Covid-19: la prison dans la prison). La prima misura di reclusione nazionale annunciata dal ministero dei tribunali e delle prigioni è stata in effetti quella di sospendere i colloqui ovunque sul territorio nazionale, sospendere le attività, limitare i movimenti in detenzione. Mentre all’esterno lavorator@ sono ancora esortat@ ad andare a lavoro per far girare l’economia; mentre le guardie entrano ed escono dalle prigioni ogni giorno; mentre siamo tuttx invitatx a rispettare dei “gesti barriera”… la prima decisione per le persone prigioniere già isolate è stata di rendere ancora più dura le loro condizione di isolamento. Niente più colloqui, ma altrettanta promiscuità in cella.

Ma non c’è che una soluzione all’altezza della situazione: svuotare le carceri.

Facciamo uscire qui diversi appelli ad agire diffusi sui social network tra il 18 e il 19 marzo dai prigionierx di diverse carceri nella regione parigina e in Francia.


Messaggio a tutti i prigionieri di Francia

Domani dobbiamo scendere tutti all’aria e bloccare. Se tutte le prigioni bloccano nello stesso momento, saranno costretti a fare qualcosa, non possono trasferire nessuno, e non possono entrare dentro il carcere per paura.

Il virus si diffonde, già siamo incarcerati, ci annullano i colloqui, non è possibile o accettabile allora mostriamogli il nostro dissenso.

Siamo solidali perché se non siamo noi a fare qualcosa, loro non faranno niente per noi. In televisione, non hanno neanche parlato di noi; per loro non siamo neanche dei cittadini, ma quando bisogna votare ci mandano la scheda elettorale in cella.


Blocchi oggi

Abbiamo paura di morire per il coronavirus, siamo traumatizzati… E rivogliamo i nostri colloqui o almeno un visitatore per detenuto.

Tutte le prigioni di Francia, tutte nell’ora d’aria oggi.


Durante la ronda delle 5, non aprite lo spioncino, tutti quelli che stanno in carcere.

Domani bisogna che tutti blocchino cazzo.

Come mai noi non abbiamo più i colloqui, non abbiamo il diritto di vedere le nostre famiglie, invece loro, tornano a casa la sera a vedere il loro marito, moglie, bambini, e poi il giorno dopo ci portano un bel po’ di coronavirus in galera?

Se siamo bloccati qui, bisogna che siano bloccati qui con noi questi stronzi di secondini

Niente colloqui = Niente fumo

Niente fumo = non siamo contenti

Detenuti scontenti = guerra aperta!!!


Fate girare dappertutto

Fai un annuncio sulla tua story perché tutte le prigioni di Francia blocchino le passeggiate finché lo stato conceda un colloquio alla settimana minimo.

Siamo insieme

A tutti i fratelli in prigione: a partire da giovedì 19 marzo, bisogna che blocchiamo durante l’ora d’aria e tutti i giorni finché lo stato accetta di darci almeno un colloquio alla settimana. Bisogna che ci facciamo sentire e chi dirige sta più in alto dell’amministrazione penitenziaria, è lo stato che dirige. Bisogna fare rumore, ci dice che dura 15 giorni quando sanno benissimo che durerà diversi mesi. Ci tolgono la sola libertà che ci resta: la visita della nostra famiglia. Per i fratelli in prigione, diffondete l’informazione: bisogna bloccare le passeggiate a partire dal 19 marzo. Grazie, e non dimenticatevelo: l’unione fa la forza, insieme ci riusciremo.


Non parlano dei detenuti, con la sporcizia delle prigioni, il virus non se ne andrà cosi’. Sono tutti insieme isolati. Si, si, è pericoloso per i fratelli e le sorelle rinchiusi/e… Bisogna che ci sia un cazzo di sindacato o non so cosa, che facciano qualcosa.

Liberate un po’ le prigioni da questo sovraffollamento carcerario!

Per prima cosa vogliamo che i secondini siano controllati a ogni ingresso in prigione, perché ci fa paura; ne parlavamo tutti giù. Almeno la febbre, prima di ogni ingresso in carcere; perché sono loro che ce lo trasmetteranno. Tutti quelli che entrano in prigione, anche loro che vengano controllati all’ingresso, con un registro… e che sblocchino i colloqui almeno! E se davvero, per ragioni sanitarie, non possono sbloccarli, che diano del sapone a tutti quanti… che trovino una soluzione. Perché vegliamo vedere le nostre famiglie, ci sono i nostri panni da lavare… ci sono tante cose da fare, in effetti. Fategli vedere [i video]! Perché non va bene, quello che hanno fatto ieri, le Elac [le équipe locali di rinforzo e controllo]! E alla fine, ora, hanno fatto dei trasferimenti punitivi, in piena notte, hanno pestato dei ragazzi. Li hanno inc… nelle loro celle… Lascia stare, sono dei bastardi!

Il coronavirus nel Pianeta Azienda Agricola

La probabile iniziale diffusione del coronavirus in uno dei tanti “mercati umidi” in Cina, luoghi dove si vendono e/o macellano animali selvatici vivi per il consumo alimentare, non è una novità nella recente storia delle epidemie: “Si pensa che almeno il 60% delle malattie contagiose umane abbia origine nell’organismo di qualche specie animale. Polli, maiali, topi, cavalli, scimmie, pipistrelli, zibetti, dromedari e altre specie ancora, selvatiche o domestiche, sono infatti un serbatoio biologico di virus e altri agenti patogeni che possono diventare pericolosi anche per noi” [1]. Questa diffusione non avviene in un contesto neutro ma il “salto di specie” dei virus opera nell’ambito di un sistema di produzione fondato sugli allevamenti intensivi, l’esportazione di questi animali in regioni geografiche molto lontane, la deforestazione e così via: “Invadiamo le foreste tropicali e altre aree selvagge, che ospitano numerose specie di piante e animali, e con loro molti virus sconosciuti. Tagliamo gli alberi, uccidiamo gli animali o li mettiamo in gabbia per venderli al mercato. Distruggiamo gli ecosistemi e priviamo i virus dei loro ospiti naturali. Quando questo accade, ai virus serve un nuovo ospite. Spesso siamo noi», ha scritto sul New York Times David Quammen, autore del più affascinante saggio sulle epidemie, Spillover (Adelphi, 2014) [2].
Rob Wallace, autore del libro “Big Farms Make Big Flu”, afferma che “Il vero pericolo di ogni nuovo focolaio è il fallimento o, per dirla meglio, il rifiuto di comprendere che ogni nuovo caso di Covid-19 non è un incidente isolato. L’aumento dell’incidenza dei virus è strettamente legato alla produzione alimentare e ai profitti delle multinazionali. Chiunque voglia comprendere come mai i virus stanno diventando più pericolosi deve indagare il modello industriale dell’agricoltura e in particolare la produzione del bestiame”[3]. A questo proposito sembra che praticamente nessuno abbia voglia di comprendere come i virus siano pericolosi e le pandemie difficili da affrontare con misure poliziesche di repressione e di contenimento di circolazione e libertà individuali. Nel dibattito attuale sul coronavirus spicca l’assenza di questo grande rimosso della discussione politica, anche di quella più alternativa e anticapitalista. “In particolare la produzione di bestiame”, ricorda Wallace, è il punto centrale di un sistema che genera possibili epidemie: sarebbe difficile pensare che possa accadere il contrario, vista l’enormità di uno sfruttamento così intensivo, spietato e globale che ogni minuto massacra milioni di esseri viventi, devasta ettari su ettari di terreni, tutto per il profitto di poche aziende capitalistiche. Sempre Wallace ci ricorda come “Il pianeta Terra è ormai diventato il Pianeta Azienda Agricola, sia per biomassa che per porzione di terra utilizzate. L’agroindustria sta puntando a mettere all’angolo il mercato alimentare. La quasi totalità del progetto neoliberale è basata sul supportare i tentativi da parte di aziende provenienti dai paesi più industrializzati di espropriare terreni e risorse dei paesi più deboli. Come risultato, molti di questi nuovi agenti patogeni precedentemente tenuti sotto controllo dagli ecosistemi a lunga evoluzione delle foreste stanno venendo liberati, minacciando il mondo intero”.
In questo scenario, che pure possiamo chiamare “antropocene” o più semplicemente alla vecchia maniera “capitalismo”, il rimosso della questione dello sfruttamento animale, cacciato via dalla porta delle analisi critiche di sinistra, ritorna dalla finestra. Ammassare milioni di animali in pochi metri quadrati in un capannone, mutilarli e poi inscatolarli e venderli sul mercato magari come “piatti ricchi di cultura che raccontano il territorio” è un processo tanto normalizzato quanto è impensabile ritenere che non possa riportarci delle conseguenze anche nelle nostre comode e civilizzate abitazioni occidentali metropolitane. Impensabile che non ci sia un prezzo da pagare, questa volta in termini di pandemia, oppure “semplicemente” delle conseguenze provocate dall’inquinamento ambientale. Il tempo del negazionismo non è ancora finito, si continua a rimuovere il problema, catalogando le “abitudini alimentari” come una mera questione di consumo, quindi secondaria rispetto al problema della produzione.
I compagni marxisti ci ripetono che il consumo etico, in questo caso il rifiuto di mangiare gli animali, non sarebbe una risoluzione del problema: certo, ci sono anche altri modi per combattere l’industria agroalimentare, sarebbe bello vederli praticati a livello diffuso e con una adeguata riflessione politica. Sembra non essere ancora il tempo, nel mezzo di una pandemia causata ancora una volta dal dominio umano esercitato sulle altre specie presenti sul “Pianeta Azienda Agricola”, come dice con amara ironia Wallace. Aspettiamo un altro vaccino che copra solo temporaneamente questa nuova malattia, ce ne saranno altre ancora ma non sembra che si voglia nemmeno lontanamente risolvere il problema a livello strutturale. Anche la denuncia del criminale e progressivo smantellamento del sistema sanitario nazionale non è sufficiente a un deciso cambio di rotta, perché il modello di scienza medica è sempre subalterno al primato del profitto e dell’industria, ragion per cui la gestione di ogni emergenza è ugualmente succube a questo dominio indiscusso e indiscutibile; se così non fosse ci si aspetterebbe – e si pretenderebbe – che le alte sfere istituzionali che governano lo Stato italiano si prendessero carico almeno con qualche credibilità degli oltre 80.000 decessi annui provocati dall’inquinamento atmosferico, per dirne una soltanto, tanto più che non si riesce nemmeno a smontare quell’enorme carrozzone mortifero che è l’ex ILVA di Taranto.
Mentre si moriva a decine per tumore nel rione Tamburi della cittadina pugliese, non risulta che fosse proclamata nessuna “zona rossa” per contenere la strage, e così in tanti altri simili casi diffusi per tutto il Belpaese. Continuiamo a leggere appelli all’unità e alla coesione, hashtag che ci dicono che #andratuttobene ma una volta finita questa emergenza non ci sarà nulla che potrà mai continuare ad andare bene, nemmeno nell’idillico scenario di un Sanders al potere negli USA, nemmeno se i partiti socialisti e di sinistra si mettessero alla guida di tutti i governi del mondo: se infatti l’idea “realistica” è quella della redistribuzione di una parte della ricchezza tra le porzioni subalterne della società, l’unico panorama che ci si prospetta è quello palliativo del consolidamento del potere e delle istituzioni di un sistema la cui unica razionalità è quella della generazione di profitto. Non è il momento storico delle socialdemocrazie al potere, ma anche se lo fosse, non cambierebbe un bel niente, avremmo lo stesso la sovvenzione all’industria agroalimentare per lo sforamento delle “quote latte”, la pubblicità in Tv del Parmareggio e del Pollo Amadori, la distruzione del pianeta terra e il soffocamento della specie umana mentre sta sterminando tutte le altre.

lino caetani

[1] Come nasce un’epidemia https://oggiscienza.it/2020/02/07/come-nasce-epidemia/

[2] Ibidem

[3] Da dove è arrivato il Coronavirus, e dove ci porterà? Un’intervista con Rob Wallace, autore di “Big Farms Make Big Flu”

https://www.infoaut.org/approfondimenti/da-dove-e-arrivato-il-coronavirus-e-dove-ci-portera?fbclid=IwAR2VjFH1Mc28Mv3FbgEfTm83hRhpNe9LrGsg_DdwcoZ9RETizhTawFBNT14#.Xm9gFQHhPxE.facebook

Contro la paura e il controllo scoppia la rivolta nelle carceri italiane

da https://mars-infos.org/contre-la-peur-et-le-controle-la-4876

Per ritornare sulla rivolta in corso nelle carceri italiane

Dopo diverse settimane la gestione d’emergenza dell’epidemia di coronavirus si è estesa a tutta l’Italia, partendo dalla creazione di zone rosse sempre più vaste situate sopratutto nel nord. Qui il governo ha testato poco a poco misure sempre più radicali di restrizione della libertà: interdizione di eventi e manifestazioni pubbliche, di manifestazioni religiose e civili (compresi i funerali), chiusura dei cinema, delle palestre e dei supermercati, coprifuoco per i bar, nessun ricovero negli ospedali pubblici salvo che per i casi urgenti, chiusura delle scuole e delle università. Col pretesto di proteggere meglio la popolazione e impedire il contagio, tutte le forme di socialità sono state limitate o completamente vietate per legge.

L’8 Marzo il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte firma l’ennesimo decreto che vieta tutte le manifestazioni pubbliche o gli assembramenti e tutti gli spostamenti in entrata o in uscita e all’interno della Lombardia e delle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro et Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso, Venezia. Se l’isolamento e il controllo diventano via via più duri all’esterno, la situazione si fa insopportabile all’interno delle carceri dove, già da due settimane, i colloqui e le attività complementari (lavoro, socialità, permessi…) sono interrotti fino a nuovo ordine, col pretesto di contrastare meglio il contagio nelle prigioni, sopratutto per proteggere i secondini. Col decreto dell’8 marzo, l’interdizione è generalizzata: stop ai colloqui, niente semilibertà né permessi speciali, tutto ciò fino al 31 maggio. L’interdizione dei colloqui, che già normalmente si svolgono nello stress, con le code davanti alle prigioni nell’attesa di poter rientrare e sottomettersi all’umiliazione della perquisizione, significa la privazione di ogni forma di contatto con l’esterno e una condizione di isolamento quasi totale. Ciò significa anche la privazione della possibilità di avere accesso a prodotti e beni di base (cibo, vestiti, soldi…) che sono di importanza fondamentale per la vita in carcere. Questa misura nelle ore che seguono al suo annuncio risveglia la rabbia dei detenutx e dei loro parenti.

Le prime rivolte di fronte a questa situazione scoppiano nella serata di sabato 7, alla diffusione pubblica della versione integrale del decreto in corso di convalida. È a Salerno e Napoli, nelle due carceri della città, Secondigliano e Poggioreale, che i detenutx salgono sui tetti e delle intere sezioni sono distrutte. La risposta delle istituzioni penitenziarie arriva con la chiusura dell’acqua, dell’elettricità e l’intervento in massa di forze dell’ordine e la violenza della polizia.

Fuori dalle prigioni nel frattempo arrivano i familiari e i solidali, per gridare la loro solidarietà ai prigionierx in lotta e bloccare la strada affinché la loro voce sia ascoltata. La rivolta si espande molto velocemente, nella serata di domenica 8 si contano 20 prigioni in rivolta, poi 27 nella notte, più di 30 nella giornata di lunedì 9. Davanti a ciascuna delle prigioni insorte gruppi di familiari e persone solidali si raggruppano, dappertutto si vede levarsi il fumo e arrivano le grida “Libertà!Amnistia!”. Gli elicotteri sorvolano gli edifici in fiamme, fin quando in diverse prigioni le squadre antisommossa e i GOM (equivalenti delle ERIS) si preparano a entrare e ristabilire l’ordine a colpi di manganello.

Nella prigione di Sant’Anna, a Modena, nel centro-Italia, la sommossa comincia domenica nel primo pomeriggio. Secondo le informazioni che arrivano dall’interno, i detenutx si sarebbero barricati e avrebbero incendiato diversi edifici, obbligando il personale (guardie e infermieri) a uscire. Si sente dire che l’ufficio di immatricolazione è stato incendiato… Poi la repressione arriva ed è tra le più violente. I parenti riuniti davanti alla prigione raccontano di aver visto le guardie condurre fuori dei detenutx ammanettati colpendoli e di aver sentito degli spari. Ottanta detenutx sono trasferitx, numerosi altri condottx all’ospedale, di cui molti in rianimazione. Secondo le ultime notizie sette o più probabilmente otto detenuti avrebbero perso la vita durante la sommossa o dopo il loro trasferimento. Secondo la stampa ufficiale si tratterebbe di “overdose” di farmaci che i prigionieri avrebbero rubato in un assalto all’infermeria durante la rivolta. Due altri prigionieri sarebbero morti per la stessa ragione nel carcere di Verona (Veneto) e Alessandria (Piemonte) il 9 e altri tre il 10 mattina nella prigione di Rieti. Si avverte bene la paura dei giornalisti benpensanti, che cercano di screditare le rivolte all’interno senza riportare le rivendicazioni politiche dei prigionierx: amnistia e libertà per tuttx.

Ma più la stampa borghese e lo Stato tentano di soffiare sul fuoco della rivolta per spegnerlo, più esso si espande nelle altre regioni. A Pavia la sera del 7 dei prigionierx in rivolta riescono a prendere le chiavi ai secondini e a liberare gli altri detenutx, poi a prendere in ostaggio un secondino e il comandante della polizia penitenziaria. Anche qui i rivoltosi appiccano il fuoco. In ogni nuova rivolta dei prigionierx tentano di evadere e qualche volta perfino ci riescono, per esempio a Palermo, a Frosinone e a Foggia, dove 70 persone scappano e l’intervento dei militari non può nulla: 20 persone sono riacchiappate ma 50 sono ancora in libertà, gli si augura buona fortuna.

Le cifre che iniziano a circolare parlano di 300 detenutx evasx di cui solamente una trentina ripresi.

Da sud a nord le prigioni non smettono di bruciare, lunedì mattina è il turno di Milano, Bologna, Lecce e molte altre. Il governo ha dichiarato tutta l’Italia “zona rossa” e continua il silenzio della direzione dell’Amministrazione Penitenziaria. La repressione avanza ma la solidarietà dall’esterno non si lascia scoraggiare: in molte città, davanti alle prigioni, parenti e solidali gridano il loro incoraggiamento e bloccano le strade per impedire gli spostamenti di secondini e militari. A Bologna i detenutx prendono il controllo della prigione, mentre le forze dell’ordine tentano di disperdere i solidali che manifestano in massa all’esterno. A Melfi (Basilicata), gli insortx tengono in ostaggio un gruppo di secondini. A Milano, dopo San Vittore, è il turno delle prigioni di Opera e Bollate, a Roma dopo la prigione di Rebibbia la rivolta esplode a Regina Coeli. Di fronte a queste resistenze la repressione si accanisce.

Noi non abbiamo bisogno di fare delle analisi delle rivolte in corso, esse parlano da sole riguardo al crollo di un sistema che imprigiona e controlla con la paura e la minaccia. Noi dobbiamo e vogliamo essere davanti a tutte le carceri per sostenere gli insortx e i loro parenti, perché di questi luoghi non restino che ceneri.

Fuoco alle galere!

Qui sotto una lista non esaustiva delle prigioni in rivolta:

Salerno (Campania)
Napoli (Campania)
Cassino e Frosinone (Lazio)
Carinola (Campania)
Frosinone (Lazio) + evasioni
Modena – 8 detenuti morti
Poggioreale – Napoli
Secondigliano – Napoli
Vercelli (Piemonte)
Rebibbia – Roma
Bari (Puglia)
Alessandria (Piemonte) – 1 detenuto morto
Palerme (Sicilia) + evasioni
Brindisi (Puglia)
Ariano Irpino (Campania)
Cremona (Lombardia)
Pavia (Lombardia)
Genova (Liguria)
Reggio Emilia (Emilia Romagna)
Barcellona Pozzo di Gotto (Sicilia)
Trani (Sicilia)
Augusta (Sicilia)
Foggia – (Puglia) + evasioni
Verona – (Veneto) 1 detenuto morto
San Vittore – Milan (Lombardie)
Bergamo (Lombardia)
Matera (Basilicata)
La Spezia (Liguria)
Larino (Molise)
Lecce (Puglia)
Rieti (Lazio) – 3 detenuti morti
Vallette (Piemonte)
Dozza – Bologna (Emilia Romagna)
Santa Maria Capua Vetere (Campania)
Opera – Milano (Lombardia)
Bollate – Milano (Lombardia)
Regina Coeli – Roma

Fare come in Rojava. In ricordo di Ennio Carbone

Era la mattina dell’otto marzo ed ero arrivato puntuale all’appuntamento nei pressi della stazione, ma non vedevo ancora nessun* avvicinarsi per l’inizio del corteo. Forse ero addirittura in anticipo, forse era la solita nostra abitudine “compagnesca” a far partire sempre le cose in ritardo, comunque speravo di vedere un po’ di gente per quello che era un corteo a cui tenevo tantissimo. Mi guardo un po’ in giro e finalmente vedo un volto amico: a venirmi incontro è Ennio, che mi stringe la mano con la consueta forza e comincia subito a parlarmi in maniera diretta e con determinazione. Ricordo bene quello che mi disse, mentre facevamo dei discorsi generici sul movimento, sulla lotta delle donne e sull’otto marzo. Tre cose che ci insegna il Rojava: autogestione, femminismo, ambientalismo. Questo è il futuro delle lotte e del movimento, mi disse Ennio, completando il suo ragionamento risoluto con gesti secchi a ribadire quanto affermato con convinzione. Io ero partito a discutere con qualche timida lamentela e una visione un poco più pessimistica, figlia delle mille polemiche e scazzi vissuti negli ultimi mesi e forse anche della preoccupazione di non vedere molta gente al corteo che sarebbe dovuto partire a breve. Per questo motivo la sicurezza di Ennio nell’individuare i fronti di lotta da portare avanti mi colpì molto, anche perché effettivamente, pensai, dal Rojava ci stava venendo un insegnamento pratico e non solo teorico che andava approfondito con grande rispetto e attenzione. Passano i minuti e vediamo che ci sono nella piazza altri piccoli gruppi di persone venute per il corteo, studentesse dei licei per lo più, poi arrivano altre compagne e poco dopo finalmente si può partire. La mattinata va alla grande, la manifestazione indetta da “Non Una di Meno” non solo è partecipata ma risulta anche combattiva, allegra e determinata, con decine di ragazze che urlano slogan femministi bloccando anche il traffico del centro cittadino di Salerno. Vedo Ennio davvero contento che si complimenta con le compagne che hanno organizzato la giornata, anche io sono felicissimo e trovo nel suo compiacimento la continuazione di quel discorso che mi aveva fatto su femminismo e autogestione. Quando qualche giorno fa ho appreso con sgomento che Ennio era stato colpito da una grave e rapida malattia che in breve lo ha portato alla morte, mi è venuto subito in mente questo episodio, per come ho avuto la fortuna di conoscere un compagno così forte, determinato, che ti trasmetteva grande fiducia. Ricordo anche quando eravamo nello stesso spezzone del corteo contro i “decreti sicurezza” ed Ennio fece partire un coro straordinario: “Il potere deve essere abolito!”. Fuori di ogni retorica, in queste giornate così drammatiche per chi è debole e ultim*, come chi è reclus* nelle carceri o non ha i documenti per stare in questo paese razzista, penso a Ennio e alla sua lucidità nel vivere una vita intera che ha attraversato decenni di lotte e di movimenti sempre da anarchico, sempre contro lo Stato e per l’autorganizzazione di chi è sfruttat*. Una lucidità di cui avremmo bisogno ancor di più oggi quando lo Stato, nella sua criminale continuità storica portata avanti in questo paese, dalla dittatura fascista alla “Repubblica fondata sul lavoro”, compie le sue peggiori stragi nelle galere con i prigionieri minacciati dal contagio del coronavirus. Ennio mi sollecitava spesso a tenerlo aggiornato su quello che facevamo e scrivevamo sulle pagine de “la piega”, sempre interessato a seguire tutti gli argomenti che coincidevano con le sue passioni, dall’anti-psichiatria al transfemminismo, dalla lotta alle carceri alla rivoluzione del confederalismo democratico. Per questo motivo nel nostro piccolo continueremo a scrivere e a lottare anche per lui, per rendere vivo nelle lotte il suo ricordo: nel nome di un anarchico, di un compagno, un amico che ha vissuto una buona vita, con un immenso amore per la libertà.

l.c.

La sconfitta del Labour – Riflessioni sul socialismo democratico

Fonte: https://libcom.org/blog/labour-defeat-thoughts-democratic-socialism-21122019

di AngryWorkersWorld’s blog

Il “socialismo democratico” è attualmente il principale modello alternativo nel progetto di una trasformazione del capitalismo e quindi, in quanto tale, dobbiamo prenderlo sul serio, nonostante il nostro profondo disaccordo con esso. Con socialismo democratico intendiamo l’idea che usando le due gambe del movimento operaio organizzato – i sindacati e un partito socialista al governo – possiamo camminare passo dopo passo verso il socialismo. Il socialismo è definito come una società dominata dalla proprietà nazionalizzata o cooperativa dei mezzi di produzione e della rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici quando si tratta della gestione di queste unità economiche. La strategia generale del socialismo democratico può essere sintetizzata brevemente.

L’idea è quella di fare una campagna per la vittoria elettorale di un partito socialista basato su un programma economico di parziale ri-nazionalizzazione di un numero limitato di settori chiave e sulla creazione di un settore più ampio di “economia solidale” formato da società cooperative o municipali che possano garantire una partecipazione più decentralizzata di lavoratori e lavoratrici. Insieme alle attività elettoralistiche, i socialisti democratici incoraggiano il sostegno della classe lavoratrice o delle organizzazioni dei “movimenti sociali” al di fuori del parlamento, al fine di disporre di una base di potere economico per esercitare pressione sia sul capitale che sul governo. Una volta che il partito è al potere, la strategia deve creare una dinamica tra a) cambiamenti istituzionali strutturali decretati dal governo che crei più spazio per la partecipazione delle organizzazioni della classe operaia (le cosiddette riforme non riformiste) e b) pressioni dal basso per difendere ed estendere questi spazi. Un esempio potrebbe essere quello di attuare riforme del settore bancario, che limitino la portata della speculazione finanziaria e dell’elusione fiscale e allo stesso tempo offrano un trattamento preferenziale alle “imprese di proprietà comune” quando si tratta di crediti commerciali. Mentre ciò accade a livello governativo, i sindacati delle aziende che potrebbero tentare di minare la riforma minacciando di disinvestire dovranno aumentare la pressione sulla gestione. I miglioramenti materiali della vita dei lavoratori e delle lavoratrici e il rafforzamento dei sindacati dovrebbero creare una maggiore unificazione all’interno della classe lavoratrice – una sorta di trampolino verso il socialismo.

Ci sono due cuori pulsanti in questo progetto. Vediamo moltx compagnx, stufx dell’isolamento sociale della cosiddetta “politica rivoluzionaria”, attrattx dai dibattiti pratici e strategici del progetto socialista democratico, che possono essere intellettualmente stimolanti. Questx compagnx possono provenire da organizzazioni anarchiche classiche o comunque “rivoluzionarie” o possono essere statx politicizzatx durante [la militanza] nei “movimenti sociali” orizzontali ma inefficaci e spesso autoreferenziali dell’era anti-globalizzazione o di Occupy. Comprendiamo la voglia di questx compagnx di “fare la differenza” e di pensare a passi a breve, medio e lungo termine verso il cambiamento sociale. Possiamo vedere molte persone della classe operaia che percepiscono i limiti dell’attività sindacale e che sperano che il Labour al governo possa trasformare i sindacati in potenti organizzazioni dei lavoratori. Vogliamo parlare al cuore di questx compagnx. Altra cosa è la solita palude fatta di politicanti all’interno di queste organizzazioni, dai DSA a Podemos al Labour di Corbyn, dove ci sono i soliti scontri e giochi di potere.

La direzione del progetto socialista democratico nel Regno Unito non è determinata principalmente dalle sue prospettive politiche, ma dalla sua composizione di classe. La nuova sinistra laburista è composta da tre forze principali: un settore di professionisti ambiziosi (anche precari) che sentono che secondo il loro stato di istruzione dovrebbero avere più voce in capitolo nella società. Vogliono anche una buona vita per “la classe lavoratrice”, ma il loro approccio è tecnocratico: persone istruite ed esperti progressisti dovrebbero decidere come vanno le cose, non i banchieri e l’élite parassitaria. Formano un’alleanza con la seconda forza principale, la burocrazia sindacale. L’apparato sindacale consente ai nuovi professionisti di parlare in nome dei lavoratori e delle lavoratrici e i capi sindacali possono estendere il loro potere nella classe politica. Il terzo elemento sono le parti più emarginate della classe lavoratrice che hanno dovuto subire anni di tagli e sanzioni. Il Labour guidato da Corbyn ha dato loro speranza, ma la macchina del partito finirà per strumentalizzare il loro status di vittime.

Potremmo scrivere un lungo elenco di punti di disillusione per il Corbinismo, che hanno avuto luogo anche prima del disastro elettorale. Il secondo leader dell’ala “di sinistra dura” del partito, John McDonnell, si sentì obbligato a sdoganare pubblicamente il criminale di guerra Tony Blair. Le persone che hanno votato con Blair per invadere l’Iraq sono presentate e ospitate come “candidati di sinistra”, come il deputato David Lammy. Gli attivisti alla conferenza del partito del 2017 hanno appreso che Momentum [l’organizzazione laburista che racchiude la sinistra del partito ascesa alla guida del Labour con Jeremy Corbyn NdR] poteva essere usato come braccio disciplinare, impedendo che i delegati votassero su questioni controverse, come il referendum sulla Brexit. Le attività nelle sezioni locali di partito sono in gran parte dominate da giochi di potere meschini e da formalità noiose.

Durante l’inverno 2019/20 si è scoperto che l’unica cosa che il Corbinismo è stato in grado di ri-nazionalizzare è la sinistra del partito. Mentre assistevamo a una delle più grandi ondate di proteste della classe lavoratrice – dall’Ecuador al Cile, dal Sudan all’Iran – la sinistra nel Regno Unito era completamente concentrata su tutto ciò che Corbyn o Johnson stavano dicendo in TV. La ristretta visione nazionalista sarebbe peggiorata se i laburisti fossero entrati nel governo: un socialista democratico avrebbe sostenuto mobilitazioni indisciplinate della classe lavoratrice, come i gilet gialli o le proteste in Iran, sotto un nuovo e fragile governo laburista? Possiamo provare ad adornare il “Corbinismo” con ogni tipo di armamentario dall’aspetto radicale e pensare nuovi meme, dal “corbinismo acido” al “vero comunismo di lusso” – ma alla fine abbiamo solo un partito che ci promette un aumento minimo del salario, banda larga gratuita e leggermente meno austerità. Ma il nostro obiettivo qui non è discutere di visioni utopiche, ma sottolineare le carenze interne di questa strategia politica.

1) Quella attuale non è una fase storica favorevole alla socialdemocrazia

Storicamente, la socialdemocrazia si è sviluppata durante le fasi di ripresa economica, basata su una capacità di produzione industriale nazionale relativamente forte. Ciò che affrontiamo ora è una crisi economica e un sistema di produzione internazionalizzato. Ciò limita sia l’ambito delle concessioni materiali sia le politiche economiche nazionali. In secondo luogo, la socialdemocrazia divenne principalmente egemonica nelle situazioni post-rivoluzionarie. La socialdemocrazia si basava su grandi organizzazioni all’interno della classe lavoratrice e su una classe dominante che consentiva la rappresentanza politica dei lavoratori e delle lavoratrici al fine di evitare tensioni rivoluzionarie. I comunisti di sinistra non si stancano mai di ripetere che l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale non è stata il risultato del riformismo del partito laburista, ma della contro-insurrezione dei Tory nella guerra fredda – per evitare il malcontento sociale su larga scala dopo la guerra. Ancora una volta, questa non è la situazione in cui ci troviamo oggi. Il punto principale che dobbiamo sottolineare è: affrontiamo condizioni di lotta più dure rispetto a quelle cui il socialismo democratico ci prepara. Non possiamo ignorare gli scontri quotidiani con i padroni e i loro violenti lacchè. Il socialismo democratico tende a enfatizzare eccessivamente l’autonomia della politica del governo. Nel Regno Unito la sinistra laburista ritrae il governo Thatcher e le sue “politiche malvagie” come la fonte del neoliberismo malvagio, mentre fu la crisi globale a metà degli anni ’70 che costrinse tutti i governi ad attaccare la classe lavoratrice. Non puoi votare per uscire da una cosa del genere.

2) Il socialismo democratico attuale ignora il carattere capitalista dello Stato

Le strategie socialiste democratiche si basano sul presupposto che lo stato sia al di sopra del “capitalismo” e possa quindi intervenire in esso come una forma politicamente neutra. Storicamente lo stato è emerso come il braccio violento per imporre e garantire relazioni di classe, ad esempio attraverso la definizione della proprietà privata, le leggi sui vagabondi e l’espansione militare dei mercati. Lo stato appare come una forza neutrale che è lì solo per occuparsi della legge e dell’ordine e della più ampia organizzazione della società. Ma la legge e l’ordine significano principalmente che le relazioni di proprietà che sono la base materiale per lo sfruttamento della classe lavoratrice vengono mantenute. Rendendoci cittadini, lo stato ci disarma come forza collettiva di classe. La politica statale separa la sfera della produzione sociale dalla sfera del processo decisionale sociale – dovremmo produrre il mondo, ma a parte dare un voto ogni quattro anni non abbiamo voce in capitolo su come è gestito il mondo. Materialmente l’apparato statale dipende dallo sfruttamento continuo ottenuto sia attraverso la tassazione che con il lavoro salariato.

3) Il socialismo democratico attuale fraintende il rapporto tra mercato e capitalismo

I socialisti democratici pensano che il passaggio dalla proprietà privata a quella pubblica (statale) sarà l’antidoto al capitalismo. Non vedono quindi alcuna contraddizione tra un “grande stato” e il socialismo, nonostante il fatto che l’intervento dello stato – indipendentemente da dove si trovi nello spettro politico – abbia sempre svolto il ruolo fondamentale nell’espansione, applicazione e difesa del mercato. Lo stesso processo di industrializzazione richiedeva la proprietà statale e la pianificazione economica centrale, ultimo ma non meno importante elemento per far rispettare l’ordine contro la classe lavoratrice industriale emergente. Durante questa fase non importava se la sinistra o la destra fossero al governo – la situazione sociale richiedeva una pianificazione statale su larga scala e non era una scelta politica. Inoltre, l’idea che le cooperative e la proprietà nazionale (statale) vadano di pari passo non è verificata dalla storia: il grande declino delle cooperative nel Regno Unito non è avvenuto sotto Thatcher, ma durante l’ascesa della pianificazione economica nazionale e della concentrazione nella produzione del settore durante un governo laburista degli anni ’60. La competizione tra aziende – la forma del mercato – o la formazione di monopoli è solo un’apparenza superficiale delle relazioni di classe sottostanti. Quindi non basterebbe solo “distruggere i monopoli”. È necessario un cambiamento ancora più fondamentale. Possiamo vederlo quando le relazioni di classe sono in crisi, quando i lavoratori e le lavoratrici organizzano scioperi di massa e scendono in strada. Lo stato, non importa se sia di destra o di sinistra, non ha problemi a sospendere il “libero mercato” in queste situazioni per reprimere e mantenere la società di classe. Ad esempio, dopo lo shock petrolifero degli anni ’70, non era in contraddizione che il governo di Indira Gandhi nazionalizzasse il settore minerario e bancario al fine di prevenire il collasso economico, nominasse il “socialismo” nella costituzione indiana, ottenesse il sostegno del Partito comunista e lanciasse contemporaneamente l’attacco più brutale contro gli scioperi dei ferrovieri e altri ribelli della classe operaia durante lo stato di emergenza.

4) Il socialismo democratico in pratica esorcizza la debolezza strutturale della classe lavoratrice concentrandosi sui professionisti

Gli attuali sostenitori del socialismo democratico sanno che la lotta di classe è a un basso livello, ma invece di concentrarsi sulla costruzione di nuclei organizzati all’interno della classe, si concentrano in gran parte sul reclutamento di professionisti e “attivisti”. Mentre precedenti sconvolgimenti rivoluzionari come il 1968 hanno messo in dubbio il ruolo dell'”intellettuale esperto”, l’attuale generazione lo celebra. Questo è molto ovvio per partiti come Podemos o Syriza, ma vale anche per la ripresa del Labour: la maggior parte dei nuovi membri del partito ha un’istruzione superiore e vive in aree metropolitane. Materialmente la nuova intellighenzia di sinistra si riproduce come il “l’individuo neoliberista” che finge di criticare: quasi nessuno di loro è un “intellettuale organico” forgiato nell’esistenza e nella lotta della classe operaia, la maggior parte sopravvive creando un’immagine social e accademica la cui opinione è valutata sul mercato. Sia che tu legga i “Modelli alternativi di proprietà” dai consiglieri del partito laburista, il “luxury communism” di Bastani o “Inventing the Future” di Srnicek, il soggetto principale è sempre la figura dell’attivista ben istruito e connesso in rete. Sfortunatamente questo costringe i nostri compagni socialisti democratici intellettuali a inseguire la propria stessa retroguardia. C’è un grande spazio vuoto quando si tratta della domanda su come le loro idee ben intenzionate verranno applicate e implementate. Chi imporrà la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici se sono viste come persone che sono in grado di impegnarsi in un discorso politico solo durante le elezioni? L’assenza di una strategia radicata nella classe lavoratrice porta quindi alla creazione di un’icona banale e kitsch del “popolo” – una massa di vittime oneste che hanno bisogno di appartenenza culturale e leadership politica.

5) La comprensione del socialismo democratico della “partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici” è formale e dunque imperfetta

Critichiamo i pensatori socialisti per aver visto la pianificazione statale essenzialmente opposta al capitalismo, sebbene di fronte alla storia la maggior parte di loro si affretterebbe ad aggiungere che la nazionalizzazione e la pianificazione devono andare di pari passo con la “democratizzazione dell’economia”. Il problema è che la loro comprensione della “partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici” è in gran parte formale, ad es. proposta sotto forma di quote dei lavoratori e delle lavoratrici nelle imprese, delegati sindacali nei consigli di amministrazione o diritto di voto quando si tratta di decisioni di gestione. Il suddetto background di classe di molti dei nuovi intellettuali socialisti contribuisce anche alla comprensione limitata – o alla reale traiettoria – di ciò che il controllo dei lavoratori e lavoratrici richiederebbe. La loro comprensione della classe è ampiamente economicistica – definita dal fatto che tutti i lavoratori dipendono dai salari. Questa comprensione della classe non si concentra sulla forma effettiva del processo di produzione e sulla sua divisione gerarchica del lavoro (lavoratori e lavoratrici intellettuali e manuali, lavoro produttivo e riproduttivo ecc.). Nelle loro politiche, la loro comprensione della “proprietà” dei mezzi di produzione e della “partecipazione democratica” dei lavoratori è formale. Solo perché i lavoratori e le lavoratrici o i sindacati detengono il 50% o il 100% delle azioni non significa molto. Se i lavoratori e le lavoratrici sono ancora costrette a sgobbare tutto il giorno, eseguendo solo una quantità limitata di compiti, questo non permetterà loro di comprendere, e quindi dire, come un’azienda o un settore sono effettivamente gestiti. Puoi dare loro un voto in un consiglio di amministrazione dell’azienda, ma saranno coloro che avranno una visione più ampia e più tempo – a causa del loro status professionale di intellettuali (ingegneri, scienziati ecc.) – che prenderanno le decisioni. Il “voto” sarà ridotto a un processo feticistico per confermare il monopolio delle conoscenze degli esperti. Come abbiamo visto nella storia, i lavoratori e le lavoratrici sopravvivono alle peggiori sconfitte inflitte dal nemico di classe. Ma i traumi più profondi e duraturi vengono inflitti quando l’oppressione e lo sfruttamento vengono attuati a loro nome – lo “stato operaio” del regime stalinista non apparteneva formalmente anche ai lavoratori e alle lavoratrici? Un semplice cambiamento nel governo o un passaggio dalla proprietà privata a quella statale non toccherebbe il nucleo di ciò che definisce la “classe lavoratrice”, il suo potere o la mancanza di potere.

6) I sindacati e il partito dei lavoratori non sono la classe operaia

La prospettiva socialista democratica si basa sull’idea di una trasmissione tra la classe lavoratrice e lo stato attraverso l’interazione delle due principali “organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici” – il partito parlamentare e i sindacati. Questa prospettiva si basa su una visione idealistica o preistorica dei sindacati come “rappresentazione democratica” della classe. Molti esempi storici (Labour-TUC nel Regno Unito nel 1926 o negli anni ’70, CC.OO in Spagna dopo Franco, Solidarnosc in Polonia dopo il 1981, PT-CUT in Brasile di recente ecc.) dimostrano che durante il momento più intenso delle ondate di lotta, il collegamento sindacale-governativo diventa l’ostacolo più pesante per l’iniziativa della classe lavoratrice. Durante gli ultimi anni in cui siamo stati rappresentanti sindacali, abbiamo avuto la possibilità di conoscere un bel po’ dei meccanismi interni di due importanti sindacati, entrambi fedeli al partito laburista. L’idea del socialismo democratico che queste organizzazioni siano la forza principale nel “tenere sotto pressione il governo e i suoi nemici” è totalmente illusoria. Il più delle volte possiamo vedere come il partito e la leadership sindacale strumentalizzino le lotte dei lavoratori e lavoratrici per i propri fini, ad es. i recenti “scioperi” simbolici al McDonald’s di Londra sono stati chiamati dalla dirigenza sindacale in un momento in cui si adattavano al circo della campagna laburista, ma in realtà hanno minato il lavoro organizzativo del sindacato. Molte delle riforme proposte che il Labour voleva introdurre, ad es. la contrattazione collettiva settoriale e i contratti, faciliterebbero la pianificazione economica per i più grandi capitalisti e rafforzerebbero la presa della leadership del sindacato centrale piuttosto che aumentare il potere indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici. I contratti regionali e settoriali in Germania sono il miglior esempio.

7) Concentrarsi sulla “politica di palazzo” è uno spreco di energie

La leadership del socialismo democratico tende a cercare di aggirare i complessi problemi quotidiani delle relazioni di potere tra lavoro salariato e capitale e si concentra invece sull’avanzamento elettorale. Ma le questioni elettorali tendono a diventare un andare avanti e indietro. La politica governativa del socialismo del XXI secolo in America Latina (Chavez, Morales, Lula ecc.) e le sue debolezze strutturali hanno creato una diffusa disillusione. La sottomissione del governo Syriza in Grecia al sistema e ai suoi rappresentanti ha chiuso, piuttosto che aprire spazi per il movimento di classe contro l’austerità. Le lotte di potere interne a Podemos o a Momentum hanno creato cinismo e stanchezza. Adottando una strategia di voto per il “male minore” e chiedendo alle persone di votare per Macron per evitare Le Pen, la sinistra ha minato la propria posizione nella ribellione antigovernativa dei gilet gialli. Il clamore mediatico del corbinismo, l’impegno con le tattiche elettorali ecc. deviano l’attenzione dalle lotte quotidiane per l’autodifesa della classe lavoratrice. C’è anche un fraintendimento del parlamentarismo: solo perché un partito politico è composto da lavoratori e lavoratrici, ciò non rende la politica del partito e il parlamento una forma di politica della classe lavoratrice. Il parlamentarismo è l’esatto contrario della politica della classe lavoratrice, poiché si basa sulla cittadinanza individuale, non su relazioni collettive e pratiche. Ciò vale sia per il parlamentarismo nazionale sia per il “parlamentarismo light” sotto forma di “municipalismo radicale” (campagna per candidati indipendenti alle elezioni locali) che alcuni attivisti propongono. Il miglior esempio per descrivere i limiti della politica elettorale locale può essere trovato negli Stati Uniti. L’elezione di militanti del movimento di liberazione nera dopo il suo declino alla fine degli anni ’70 ha significato che in città come Chicago e Baltimora, i sindaci neri hanno dovuto applicare misure di austerità e di polizia contro le persone povere negli anni ’80, che hanno ulteriormente indebolito e diviso il movimento mentre hanno stabilizzato il sistema: chi meglio per far applicare tagli contro le persone nere povere delle città, che un sindaco nero? Mentre la storia ci fornisce ampi esempi, nel presente appaiono anche delle crepe. Se osserviamo Barcelona En Comu, la piattaforma dei cittadini che ha vinto le elezioni locali a Barcellona ed eletto la nuova sindaca, Colau, possiamo vedere vari momenti di tensione tra la classe lavoratrice locale e il nuovo governo locale “amico dei cittadini”, ad es. quando il governo locale ha agito contro i lavoratori e lavoratrici dell’aeroporto e della metropolitana in sciopero nel 2017. I/le compagnx spagnolx hanno anche notato che la “ridistribuzione” degli stipendi dei politici locali in piattaforme come Barcelona En Comu non ha favorito una maggiore equità interna ma ha creato un rafforzamento del ceto politico di movimento, un nuovo livello di attivisti professionisti con tutte le contraddizioni della professionalizzazione. Un risultato di queste tensioni con la classe lavoratrice locale è che Barcelona En Comu cerca di incanalare un po ‘del malcontento nelle acque nazionaliste catalane, come se l’indipendenza catalana avesse molto di più da offrire ai lavoratori e alle lavoratrici rispetto a un’altra linea di divisione all’interno della nostra classe. Ora affronteremo lo stesso problema in Scozia.

8) Il potere parlamentare e il potere statale sono due cose diverse

Supponiamo che un partito socialista riesca a entrare nel governo. L’idea di una strada parlamentare verso il socialismo trascura il fatto che “prendere il controllo del governo” e “avere il potere statale” sono due cose completamente diverse. Vi è una scarsa analisi dell’attuale struttura materiale e di classe sociale dello stato (amministrazione, funzionari pubblici, esercito) e della sua indipendenza dalla democrazia parlamentare; ad esempio, nonostante i cambiamenti nella sua forma esterna il nucleo materiale e la traiettoria dell’apparato statale russo (cioè strati sociali di persone impiegate nello svolgimento di funzioni statali) si è riprodotto dai tempi del regime zarista, attraverso la rivoluzione bolscevica, il terrore stalinista, Glasnost e Putin. Se vogliamo guardare più vicino a casa nostra [nel Regno Unito NdR], anche il riverito Tony Benn avrebbe dovuto capire (quando era Segretario di Stato per le industrie a metà degli anni ’70) come la lotta contro l’ala destra del partito laburista fosse un gioco da ragazzi rispetto alla lotta contro i “suoi” dipendenti pubblici.

9) Concentrandosi sullo scenario nazionale e sullo stato, il socialismo democratico tende a sottovalutare la relazione globale del capitale

Supponiamo che un partito socialista non solo riesca a entrare nel governo, ma riesca anche a dominare l’apparato statale. A causa del fatto che lo stato nazionale è l’elemento centrale della strategia per il socialismo democratico, il progetto si confronta immediatamente con la natura globale del capitale. Livelli più elevati di tassazione e altre imposizioni comporteranno una fuga di capitali tra le società globali. Il socialismo democratico risponde a tale questione proponendo ad esempio alleanze con le piccole imprese, come una sorta di fronte nazionale produttivo unito contro le multinazionali e la finanza. Abbiamo visto più volte come questa necessaria alleanza sposti il punto di vista ideologico verso il “patriottismo di sinistra” e altre stronzate. Se un governo laburista tentasse effettivamente di aumentare la tassazione e ridistribuire le attività, il risultato più probabile sarebbe una svalutazione della sterlina e un aumento dell’inflazione a causa di un deficit commerciale, che non può essere facilmente contrastato, data la composizione dell’agricoltura, del settore energetico, della manifattura. La nuova leadership della sinistra laburista – addestrata all’attivismo e al discorso politico e aiutata dalla sua influenza all’interno della leadership sindacale – sarà il miglior veicolo per dire ai lavoratori e alle lavoratrici di “lasciare un po ‘di tempo al nostro governo laburista”, per spiegare che “le società internazionali si sono alleate contro di noi” e che, nonostante l’inflazione, i lavoratori e le lavoratrici dovrebbero mantenere la calma e andare avanti; le lotte salariali saranno dichiarate eccessive o divisive o di coscienza economica ristretta. Abbiamo visto come, ad esempio, il governo Chavez in Venezuela abbia organizzato i “poveri urbani” contro gli scioperi delle/degli insegnanti che hanno richiesto salari più alti, denunciandoli come avidi e quindi responsabili della povertà di altre lavoratrici e lavoratori.

10) La lotta di classe non si sviluppa gradualmente

L’attenzione del socialismo democratico alla campagna elettorale e all’organizzazione ufficiale dei sindacati porta a un giudizio errato su come si sviluppa la lotta di classe. Storicamente le lotte di classe si sono sviluppate a passi da gigante – in una dinamica molto più complessa tra “organizzazione” e forze e fattori esterni. La convinzione che la lotta di classe si basi sull’organizzazione e la mobilitazione “passo dopo passo” spesso porta alla presenza di militanti di sinistra che ostacoleranno la futura ondata di lotta. A breve termine, coinvolgere i “leader della comunità” o il tuo parlamentare locale o fare affidamento sul sindacato o sull’apparato del partito per mobilitare o incoraggiare colleghi e colleghe lavoratori e lavoratrici, potrebbe sembrare utile. Ciò che inizialmente sembrava un trampolino di lancio si rivela un ostacolo: ad esempio, i mediatori [tra lavoratori e lavoratrici e padroni NdR] che si frappongono alle lotte o le illusioni create da forme esclusivamente simboliche di lotta. La sfida è trovare forme di lotta “passo dopo passo” che aiutino al momento, ma non pongano problemi a lungo termine. Nel loro bisogno di creare una trasformazione dell’azione delle lavoratrici e lavoraori (scioperi controllati, ecc.) sul campo in “pressione economica” per sostenere le politiche statali, gli organizzatori socialisti tendono ad avere paura del carattere spesso caotico e apparentemente spontaneo delle lotte. Corrono il pericolo di non comprendere che queste situazioni di rottura della normalità sono precisamente le situazioni in cui i lavoratori e le lavoratrici devono affrontare la loro responsabilità di riorganizzare la riproduzione sociale. Questi momenti sono gli snodi cruciali e i momenti di apprendimento pratico necessari in cui cambiamo le cose e noi stessi. Soffocare questo significa uccidere la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici.

11) Il socialismo democratico e la sua paura della lotta di classe incontrollata diventa il becchino della lotta perché indebolisce l’attività necessaria della classe lavoratrice per difenderla

Il fatto che il più grande partito socialista della storia – la SPD tedesca – accettasse per la prima volta di sostenere il governo tedesco nei crediti di guerra del 1914 e reprimesse i moti rivoluzionari dei lavoratori e delle lavoratrici dopo la guerra non fu un atto di tradimento. Ciò faceva parte di una strategia di lungo termine per ottenere il potere governativo e riformare l’economia nazionale – per cui le “avventure” rivoluzionarie dei lavoratori rappresentavano un rischio. Dopo aver indebolito l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, la SPD ha dovuto affrontare la crisi globale del 1929, che ha limitato la sua strategia economica nazionale. La combinazione di questi due fattori – una classe operaia indebolita dalla tattica del governo e dall’impotenza nei confronti del capitale globale – ha portato la SPD ad aprire le porte alla svolta reazionaria più brutale nel 1933. Un altro esempio è il governo socialdemocratico sotto Allende in Cile nel 1973. Questo caso ci mostra come il rapporto tra movimenti della classe lavoratrice e governi di sinistra sia più complicato del quadro spesso meccanicistico della forza (movimento) e del contenitore-stabilizzatore (governo). Possiamo vedere che le prime riforme sociali furono introdotte da un governo di destra, che non riuscì a contenere la lotta di classe. Quando Allende subentrò, ebbe difficoltà a tenere sotto controllo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici e delle persone povere, lotte che avrebbero potuto essere incoraggiate dal nuovo governo di sinistra. Allende temeva che le forze imperialiste locali dell’alta borghesia e quelle internazionali avrebbero usato il conflitto sociale come scusa per l’intervento. I disordini nell’industria hanno anche creato carenze che hanno minacciato di destabilizzare ulteriormente il governo. L’andamento dei prezzi a livello internazionale, in particolare dei prodotti minerari, ha limitato le possibilità di concessioni materiali nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in sciopero. Le politiche di Allende nei confronti dei disordini della classe lavoratrice – che andavano dalle concessioni alla repressione militare – minarono e disarmarono letteralmente la classe operaia. Quando l’esercito locale, appoggiato dalla CIA, cominciò lo sterminio, la resistenza era già indebolita. Questo esempio storico sembra irrilevante per la situazione del Regno Unito o degli Stati Uniti di oggi, ma una volta che guardiamo oltre gli obiettivi a breve termine della tattica elettorale, affrontiamo ancora le stesse dinamiche fondamentali.

12) La strategia deve partire dalle lotte reali e dalle potenzialità e difficoltà reali imposte dal processo di produzione sociale

Abbiamo bisogno di strategie e abbiamo bisogno di organizzazione. Dobbiamo iniziare analizzando le condizioni e le relazioni reali della nostra classe: come è organizzata la produzione oggi, come è organizzata oltre i confini aziendali o nazionali, come siamo divisi come lavoratori e lavoratrici dal lavoro intellettuale e dalle conoscenze e come possiamo superare queste divisioni? Come possiamo avvalerci del fatto che i lavoratori e le lavoratrici cooperano lungo le filiere, spesso usando le moderne tecnologie di comunicazione per sviluppare nuove forme di organizzazioni transnazionali di lotta? In che modo oggi la nostra classe guida le sue lotte, dove utilizziamo i potenziali della produzione moderna e dove non riusciamo a usarli a nostro favore? In che modo le lotte nei luoghi di lavoro e nei settori industriali più grandi si collegano ad aree o regioni in cui i lavoratori e le lavoratrici sono più atomizzate? Dobbiamo creare una dinamica tra il potere industriale e sul posto di lavoro e l’inventiva delle persone della classe operaia per organizzare la loro sopravvivenza, sia sotto forma di cooperative, hack-lab, squat o progetti di comunità autogestiti. All’interno di queste lotte dobbiamo sviluppare l’organizzazione e la strategia per immaginare un controllo coordinato dei mezzi centrali di produzione, della loro difesa e della loro socializzazione oltre i confini nazionali. Ciò non accadrà nel giorno X di nostra scelta – ciò accadrà con la crescente disfunzionalità di questo sistema a cui contribuiranno le nostre lotte per la sopravvivenza. Il socialismo democratico e le sue strategie non saranno adeguati per la vastità, la durezza e la gioia di ciò che ci aspetta come classe lavoratrice.

Abbiamo visto che la strategia del socialismo democratico si scontra con le due principali forze storiche del capitalismo. In primo luogo, concentrandosi sull’arena nazionale si scontra con il carattere globale del capitale. In secondo luogo, riducendo la questione dello sfruttamento alla questione se i lavoratori e le lavoratrici operano sotto il comando privato o pubblico, la sua strategia si scontra con il sostanziale malcontento della classe lavoratrice. Un governo socialista sarebbe costretto a indebolire la propria base di potere per far fronte al continuo malcontento (“Mantieni la calma e concedi un po’ più di tempo al tuo governo dei lavoratori e delle lavoratrici”). A lungo termine questo crea disillusione e la base materiale per una svolta reazionaria. Questa è la lezione della storia.

“Un violador en tu camino”: lezioni della rivoluzione femminista cilena

Fonte: https://kohljournal.press/Feminist-Chilean-Revolution

di Camila Stipo

Il 18 ottobre 2019 il Cile ha visto l’inizio di una grande rivolta sociale, ora ribattezzata rivoluzione da moltx. Il suo slogan, “no son 30 pesos, son 30 años” (non 30 pesos ma 30 anni), mostra che il problema non era nell’aumento di 30 pesos della tariffa del trasporto pubblico; piuttosto, è indicativo di una questione profondamente radicata con i 30 anni che seguirono la fine della dittatura, in cui il governo non riuscì a produrre cambiamenti reali e ad affrontare le forti disuguaglianze tra le classi sociali. Che invece sono peggiorate.

Pertanto, e dopo alcune settimane di agitazione causate dalle evasioni di massa delle tariffe di trasporto pubblico da parte degli studenti delle scuole secondarie, il 18 ottobre sono scoppiati incendi in diverse parti della capitale. Come risposta il governo ha imposto uno stato eccezionale e fissato un coprifuoco. Queste misure non sono bastate a reprimere i disordini sociali e massicce proteste hanno preso il sopravvento. Gli scontri con le forze di sicurezza hanno portato a notizie preoccupanti da parte di Amnesty International e Human Rights Watch, con entrambe le organizzazioni che denunciano gravi violazioni dei diritti umani. Tra questi, le immagini che avrebbero attirato maggiormente l’attenzione erano quelle del danno oculare massiccio e senza precedenti causato dai proiettili antisommossa.

Col passare dei giorni e delle settimane, la violenza nelle strade si è intensificata. Nonostante il governo abbia revocato il coprifuoco dopo una settimana, gli scontri sono diventati più gravi e sono aumentati i resoconti strazianti delle torture, comprese le lesioni agli occhi. Catturate dalle telecamere dei telefoni cellulari, le operazioni irregolari della polizia sono state mostrate, in mezzo al caos e all’ingovernabilità nelle strade. È in un tale contesto che molte persone potrebbero perdere la fiducia, un sentimento accresciuto dai discorsi che mettono in guardia contro una possibile dissoluzione della democrazia. È anche in un tale contesto che la performance “un violador en tu camino” (uno stupratore sul tuo cammino) potrebbe trovare strada nella sfera pubblica.

“Un violador en tu camino” è stato creato dal collettivo femminista “Las Tesis”, originario della città di Valparaíso. Una canzone accompagnata da una semplice danza ha denunciato la violenza sessuale di cui le donne sono vittime, nonché la complicità di diverse istituzioni governative – “el violador eres tú” (lo stupratore sei tu), o addirittura “el estado opresor es un macho violador ”(lo stato oppressore è un macho stupratore). La performance ha avuto un tale impatto che è stata replicata in maniera massiccia in diverse città cilene e, ad oggi, in Perù, Argentina, Colombia, Uruguay, Messico, Spagna, Germania, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia , Canada, Grecia, Libano, India, Turchia, tra le altre aree geografiche.

Il forte impatto della performance non si limita alla sua portata internazionale. L’intervento è riuscito a annullare il clima di disperazione e violenza che aveva conquistato il Cile, anche se solo temporaneamente. In questo senso, “un violador en tu camino” è stato un canale di protesta sociale, riposizionando al contempo le richieste femministe al centro del dibattito.

È importante sottolineare che un’ondata femminista prende forma in Cile dal 2016, senza precedenti nella sua visibilità. Con slogan di massa come #Niunamenos (non più una morte per femminicidio) e il rapido aumento dei gruppi femministi intorno alle urgenti problematiche delle molestie per strada, della violenza di genere e della legalizzazione dell’aborto, tra gli altri, gli ultimi tre anni hanno visto una proliferazione di donne che si organizzano in Cile.

Nonostante il valore e il significato conferiti alla sommossa del 2019, pare esserci anche un lato oscuro: non solo essa avrebbe offuscato le richieste femministe, ma avrebbe anche messo a rischio le donne. La violenza sessuale esercitata dalle forze di sicurezza statali che hanno colpito soprattutto le donne (come affermato nel rapporto Human Rights Watch) è stata accompagnata dalla ripresa della disputa sullo spazio pubblico, minando in tal modo ciò che le donne avevano faticosamente rivendicato nel corso degli anni. Per molte donne il pericolo di essere semplicemente nelle strade ha generato l’ansia di uscire e partecipare all’organizzazione sociale e alle proteste. Inoltre molti uomini accusati di violenza di genere partecipano regolarmente a quegli spazi e momenti di azione collettiva, che alienano le donne che hanno subito l’abuso, che scelgono la non partecipazione piuttosto che essere nello stesso spazio dei loro aggressori.

Oltre a quello condotto da HRW, pochi studi supportano queste affermazioni. Ma le reti di organizzazioni di donne hanno messo questo problema sul tavolo per anni. Innumerevoli donne hanno presentato denunce in diversi momenti e incontri avviati da organizzazioni femministe. Ciò fa eco alle esperienze di altri processi e contesti rivoluzionari, in particolare, come sostengo in seguito, quelli sviluppati nelle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa.

Come documentato da vari autori in diverse aree geografiche del MENA non è raro che i processi rivoluzionari rimandino le esigenze delle donne, considerandole richieste di secondo ordine o “specialistiche”. Tuttavia non solo queste richieste rappresentano quelle di almeno metà della popolazione, ma si estendono a una visione critica della cittadinanza politica. Ad esempio, una delle attuali richieste rivoluzionarie in Cile si rivolge a un sistema pensionistico privatizzato che non è in grado di garantire pensioni decenti alla popolazione pensionata. Sebbene ciò influisca sulla grande maggioranza de* lavoratori e lavoratrici cilene, il problema è particolarmente critico quando si tratta delle pensioni delle donne, poiché molte di loro hanno dedicato la propria vita al lavoro di assistenza domiciliare, impedendo loro di accedere ai risparmi di sicurezza sociale e a un piano pensionistico in grado di coprire le proprie esigenze.

In questo senso, l’intervento di La Tesis è un assemblaggio del contesto politico femminista. In primo luogo, si tratta di una forma non violenta di protesta, senza che sia meno diretta, accusatoria e decisiva. Attraverso la creatività, interrompe l’angoscia delle rivoluzionarie femministe causata dalla violenza nelle strade, mentre affina la consapevolezza dei mali sociali che devono essere affrontati. “El estado opresor es un macho violador” (lo stato oppressore è un macho stupratore) funziona a doppio livello. Da un lato, denuncia la complicità dello stato con la violenza di genere. D’altra parte, si riferisce metaforicamente alla cittadinanza come a una donna maltrattata che non può e non deve più sottostare alla violenza del suo violentatore.

L’intervento ha anche aperto uno spazio per l’organizzazione femminista attiva, con migliaia di persone che hanno rivisitato la performance. Per partecipare, è necessario comunicare, provare, concordare e incontrarsi faccia a faccia. Pertanto, con il forte supporto dei social network, la performance contribuisce al rilancio dei gruppi femministi che si erano allontanati dalla sfera pubblica e chiama all’organizzazione donne che non facevano parte prima dei movimenti femministi.

Inoltre questa performance rivendica e stimola la creatività come strumento di combattimento; le sue autrici hanno invitato le femministe a modificare i testi a piacimento per adattarli meglio ai diversi contesti e le donne hanno ascoltato questo richiamo a livello globale. Gli interventi adattati che sono stati organizzati comprendono esibizioni di donne anziane e versioni strumentali come il flamenco, e presentano una vasta gamma di capi, dall’abbigliamento da lutto a un’estetica latinoamericana intrisa di colori vivaci. Attraverso la canzone originale, l’intervento è chiaro nelle accuse che si estendono alla polizia, allo stato, ai giudici e al presidente, e gli adattamenti globali nominano le istituzioni della chiesa, il sistema neoliberale, i militari e altri come complici dell’abuso.

Infine, e forse soprattutto, Las Tesis è riuscita a far emergere la questione delle donne come una responsabilità inevitabile, portando un significato visivo e uditivo allo slogan “la rivoluzione será feminista o no será” (la rivoluzione sarà femminista o non lo sarà). Sebbene il potenziale di trasformazione e l’impatto a lungo termine di questo intervento non siano ancora stati sperimentati, è già possibile trarre una serie di lezioni dalle sue conseguenze a breve termine che possono essere estrapolate da e verso altre aree geografiche e in tempi rivoluzionari diversi.

Il primo punto è quello di organizzare insieme. I momenti rivoluzionari sono momenti di amicizia, solidarietà e sostegno tra tutt@ coloro che si trovano ai margini dello stato, della società e dei loro apparati. Tuttavia ciò non dovrebbe avvenire a spese delle donne che si organizzano in gruppo, per timore che vengano escluse da una nuova ridistribuzione del potere, come è successo più volte nel corso della storia. In secondo luogo, la creatività apre infinite possibilità di mobilitazione sociale, al di là delle modalità tradizionali di organizzazione. E in terzo luogo, è importante respingere la retrocessione delle richieste delle donne in secondo piano, indipendentemente dalle circostanze. Ciò che è “urgente” è semplicemente tale perché è stato deciso dalla regola patriarcale che si posiziona come misura e standard, anche per quanto riguarda le esigenze sociali. E’ un tipo di discorso che dobbiamo combattere e contro cui dobbiamo rivoltarci.