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La sconfitta del Labour – Riflessioni sul socialismo democratico

Fonte: https://libcom.org/blog/labour-defeat-thoughts-democratic-socialism-21122019

di AngryWorkersWorld’s blog

Il “socialismo democratico” è attualmente il principale modello alternativo nel progetto di una trasformazione del capitalismo e quindi, in quanto tale, dobbiamo prenderlo sul serio, nonostante il nostro profondo disaccordo con esso. Con socialismo democratico intendiamo l’idea che usando le due gambe del movimento operaio organizzato – i sindacati e un partito socialista al governo – possiamo camminare passo dopo passo verso il socialismo. Il socialismo è definito come una società dominata dalla proprietà nazionalizzata o cooperativa dei mezzi di produzione e della rappresentanza dei lavoratori e delle lavoratrici quando si tratta della gestione di queste unità economiche. La strategia generale del socialismo democratico può essere sintetizzata brevemente.

L’idea è quella di fare una campagna per la vittoria elettorale di un partito socialista basato su un programma economico di parziale ri-nazionalizzazione di un numero limitato di settori chiave e sulla creazione di un settore più ampio di “economia solidale” formato da società cooperative o municipali che possano garantire una partecipazione più decentralizzata di lavoratori e lavoratrici. Insieme alle attività elettoralistiche, i socialisti democratici incoraggiano il sostegno della classe lavoratrice o delle organizzazioni dei “movimenti sociali” al di fuori del parlamento, al fine di disporre di una base di potere economico per esercitare pressione sia sul capitale che sul governo. Una volta che il partito è al potere, la strategia deve creare una dinamica tra a) cambiamenti istituzionali strutturali decretati dal governo che crei più spazio per la partecipazione delle organizzazioni della classe operaia (le cosiddette riforme non riformiste) e b) pressioni dal basso per difendere ed estendere questi spazi. Un esempio potrebbe essere quello di attuare riforme del settore bancario, che limitino la portata della speculazione finanziaria e dell’elusione fiscale e allo stesso tempo offrano un trattamento preferenziale alle “imprese di proprietà comune” quando si tratta di crediti commerciali. Mentre ciò accade a livello governativo, i sindacati delle aziende che potrebbero tentare di minare la riforma minacciando di disinvestire dovranno aumentare la pressione sulla gestione. I miglioramenti materiali della vita dei lavoratori e delle lavoratrici e il rafforzamento dei sindacati dovrebbero creare una maggiore unificazione all’interno della classe lavoratrice – una sorta di trampolino verso il socialismo.

Ci sono due cuori pulsanti in questo progetto. Vediamo moltx compagnx, stufx dell’isolamento sociale della cosiddetta “politica rivoluzionaria”, attrattx dai dibattiti pratici e strategici del progetto socialista democratico, che possono essere intellettualmente stimolanti. Questx compagnx possono provenire da organizzazioni anarchiche classiche o comunque “rivoluzionarie” o possono essere statx politicizzatx durante [la militanza] nei “movimenti sociali” orizzontali ma inefficaci e spesso autoreferenziali dell’era anti-globalizzazione o di Occupy. Comprendiamo la voglia di questx compagnx di “fare la differenza” e di pensare a passi a breve, medio e lungo termine verso il cambiamento sociale. Possiamo vedere molte persone della classe operaia che percepiscono i limiti dell’attività sindacale e che sperano che il Labour al governo possa trasformare i sindacati in potenti organizzazioni dei lavoratori. Vogliamo parlare al cuore di questx compagnx. Altra cosa è la solita palude fatta di politicanti all’interno di queste organizzazioni, dai DSA a Podemos al Labour di Corbyn, dove ci sono i soliti scontri e giochi di potere.

La direzione del progetto socialista democratico nel Regno Unito non è determinata principalmente dalle sue prospettive politiche, ma dalla sua composizione di classe. La nuova sinistra laburista è composta da tre forze principali: un settore di professionisti ambiziosi (anche precari) che sentono che secondo il loro stato di istruzione dovrebbero avere più voce in capitolo nella società. Vogliono anche una buona vita per “la classe lavoratrice”, ma il loro approccio è tecnocratico: persone istruite ed esperti progressisti dovrebbero decidere come vanno le cose, non i banchieri e l’élite parassitaria. Formano un’alleanza con la seconda forza principale, la burocrazia sindacale. L’apparato sindacale consente ai nuovi professionisti di parlare in nome dei lavoratori e delle lavoratrici e i capi sindacali possono estendere il loro potere nella classe politica. Il terzo elemento sono le parti più emarginate della classe lavoratrice che hanno dovuto subire anni di tagli e sanzioni. Il Labour guidato da Corbyn ha dato loro speranza, ma la macchina del partito finirà per strumentalizzare il loro status di vittime.

Potremmo scrivere un lungo elenco di punti di disillusione per il Corbinismo, che hanno avuto luogo anche prima del disastro elettorale. Il secondo leader dell’ala “di sinistra dura” del partito, John McDonnell, si sentì obbligato a sdoganare pubblicamente il criminale di guerra Tony Blair. Le persone che hanno votato con Blair per invadere l’Iraq sono presentate e ospitate come “candidati di sinistra”, come il deputato David Lammy. Gli attivisti alla conferenza del partito del 2017 hanno appreso che Momentum [l’organizzazione laburista che racchiude la sinistra del partito ascesa alla guida del Labour con Jeremy Corbyn NdR] poteva essere usato come braccio disciplinare, impedendo che i delegati votassero su questioni controverse, come il referendum sulla Brexit. Le attività nelle sezioni locali di partito sono in gran parte dominate da giochi di potere meschini e da formalità noiose.

Durante l’inverno 2019/20 si è scoperto che l’unica cosa che il Corbinismo è stato in grado di ri-nazionalizzare è la sinistra del partito. Mentre assistevamo a una delle più grandi ondate di proteste della classe lavoratrice – dall’Ecuador al Cile, dal Sudan all’Iran – la sinistra nel Regno Unito era completamente concentrata su tutto ciò che Corbyn o Johnson stavano dicendo in TV. La ristretta visione nazionalista sarebbe peggiorata se i laburisti fossero entrati nel governo: un socialista democratico avrebbe sostenuto mobilitazioni indisciplinate della classe lavoratrice, come i gilet gialli o le proteste in Iran, sotto un nuovo e fragile governo laburista? Possiamo provare ad adornare il “Corbinismo” con ogni tipo di armamentario dall’aspetto radicale e pensare nuovi meme, dal “corbinismo acido” al “vero comunismo di lusso” – ma alla fine abbiamo solo un partito che ci promette un aumento minimo del salario, banda larga gratuita e leggermente meno austerità. Ma il nostro obiettivo qui non è discutere di visioni utopiche, ma sottolineare le carenze interne di questa strategia politica.

1) Quella attuale non è una fase storica favorevole alla socialdemocrazia

Storicamente, la socialdemocrazia si è sviluppata durante le fasi di ripresa economica, basata su una capacità di produzione industriale nazionale relativamente forte. Ciò che affrontiamo ora è una crisi economica e un sistema di produzione internazionalizzato. Ciò limita sia l’ambito delle concessioni materiali sia le politiche economiche nazionali. In secondo luogo, la socialdemocrazia divenne principalmente egemonica nelle situazioni post-rivoluzionarie. La socialdemocrazia si basava su grandi organizzazioni all’interno della classe lavoratrice e su una classe dominante che consentiva la rappresentanza politica dei lavoratori e delle lavoratrici al fine di evitare tensioni rivoluzionarie. I comunisti di sinistra non si stancano mai di ripetere che l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale non è stata il risultato del riformismo del partito laburista, ma della contro-insurrezione dei Tory nella guerra fredda – per evitare il malcontento sociale su larga scala dopo la guerra. Ancora una volta, questa non è la situazione in cui ci troviamo oggi. Il punto principale che dobbiamo sottolineare è: affrontiamo condizioni di lotta più dure rispetto a quelle cui il socialismo democratico ci prepara. Non possiamo ignorare gli scontri quotidiani con i padroni e i loro violenti lacchè. Il socialismo democratico tende a enfatizzare eccessivamente l’autonomia della politica del governo. Nel Regno Unito la sinistra laburista ritrae il governo Thatcher e le sue “politiche malvagie” come la fonte del neoliberismo malvagio, mentre fu la crisi globale a metà degli anni ’70 che costrinse tutti i governi ad attaccare la classe lavoratrice. Non puoi votare per uscire da una cosa del genere.

2) Il socialismo democratico attuale ignora il carattere capitalista dello Stato

Le strategie socialiste democratiche si basano sul presupposto che lo stato sia al di sopra del “capitalismo” e possa quindi intervenire in esso come una forma politicamente neutra. Storicamente lo stato è emerso come il braccio violento per imporre e garantire relazioni di classe, ad esempio attraverso la definizione della proprietà privata, le leggi sui vagabondi e l’espansione militare dei mercati. Lo stato appare come una forza neutrale che è lì solo per occuparsi della legge e dell’ordine e della più ampia organizzazione della società. Ma la legge e l’ordine significano principalmente che le relazioni di proprietà che sono la base materiale per lo sfruttamento della classe lavoratrice vengono mantenute. Rendendoci cittadini, lo stato ci disarma come forza collettiva di classe. La politica statale separa la sfera della produzione sociale dalla sfera del processo decisionale sociale – dovremmo produrre il mondo, ma a parte dare un voto ogni quattro anni non abbiamo voce in capitolo su come è gestito il mondo. Materialmente l’apparato statale dipende dallo sfruttamento continuo ottenuto sia attraverso la tassazione che con il lavoro salariato.

3) Il socialismo democratico attuale fraintende il rapporto tra mercato e capitalismo

I socialisti democratici pensano che il passaggio dalla proprietà privata a quella pubblica (statale) sarà l’antidoto al capitalismo. Non vedono quindi alcuna contraddizione tra un “grande stato” e il socialismo, nonostante il fatto che l’intervento dello stato – indipendentemente da dove si trovi nello spettro politico – abbia sempre svolto il ruolo fondamentale nell’espansione, applicazione e difesa del mercato. Lo stesso processo di industrializzazione richiedeva la proprietà statale e la pianificazione economica centrale, ultimo ma non meno importante elemento per far rispettare l’ordine contro la classe lavoratrice industriale emergente. Durante questa fase non importava se la sinistra o la destra fossero al governo – la situazione sociale richiedeva una pianificazione statale su larga scala e non era una scelta politica. Inoltre, l’idea che le cooperative e la proprietà nazionale (statale) vadano di pari passo non è verificata dalla storia: il grande declino delle cooperative nel Regno Unito non è avvenuto sotto Thatcher, ma durante l’ascesa della pianificazione economica nazionale e della concentrazione nella produzione del settore durante un governo laburista degli anni ’60. La competizione tra aziende – la forma del mercato – o la formazione di monopoli è solo un’apparenza superficiale delle relazioni di classe sottostanti. Quindi non basterebbe solo “distruggere i monopoli”. È necessario un cambiamento ancora più fondamentale. Possiamo vederlo quando le relazioni di classe sono in crisi, quando i lavoratori e le lavoratrici organizzano scioperi di massa e scendono in strada. Lo stato, non importa se sia di destra o di sinistra, non ha problemi a sospendere il “libero mercato” in queste situazioni per reprimere e mantenere la società di classe. Ad esempio, dopo lo shock petrolifero degli anni ’70, non era in contraddizione che il governo di Indira Gandhi nazionalizzasse il settore minerario e bancario al fine di prevenire il collasso economico, nominasse il “socialismo” nella costituzione indiana, ottenesse il sostegno del Partito comunista e lanciasse contemporaneamente l’attacco più brutale contro gli scioperi dei ferrovieri e altri ribelli della classe operaia durante lo stato di emergenza.

4) Il socialismo democratico in pratica esorcizza la debolezza strutturale della classe lavoratrice concentrandosi sui professionisti

Gli attuali sostenitori del socialismo democratico sanno che la lotta di classe è a un basso livello, ma invece di concentrarsi sulla costruzione di nuclei organizzati all’interno della classe, si concentrano in gran parte sul reclutamento di professionisti e “attivisti”. Mentre precedenti sconvolgimenti rivoluzionari come il 1968 hanno messo in dubbio il ruolo dell'”intellettuale esperto”, l’attuale generazione lo celebra. Questo è molto ovvio per partiti come Podemos o Syriza, ma vale anche per la ripresa del Labour: la maggior parte dei nuovi membri del partito ha un’istruzione superiore e vive in aree metropolitane. Materialmente la nuova intellighenzia di sinistra si riproduce come il “l’individuo neoliberista” che finge di criticare: quasi nessuno di loro è un “intellettuale organico” forgiato nell’esistenza e nella lotta della classe operaia, la maggior parte sopravvive creando un’immagine social e accademica la cui opinione è valutata sul mercato. Sia che tu legga i “Modelli alternativi di proprietà” dai consiglieri del partito laburista, il “luxury communism” di Bastani o “Inventing the Future” di Srnicek, il soggetto principale è sempre la figura dell’attivista ben istruito e connesso in rete. Sfortunatamente questo costringe i nostri compagni socialisti democratici intellettuali a inseguire la propria stessa retroguardia. C’è un grande spazio vuoto quando si tratta della domanda su come le loro idee ben intenzionate verranno applicate e implementate. Chi imporrà la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici se sono viste come persone che sono in grado di impegnarsi in un discorso politico solo durante le elezioni? L’assenza di una strategia radicata nella classe lavoratrice porta quindi alla creazione di un’icona banale e kitsch del “popolo” – una massa di vittime oneste che hanno bisogno di appartenenza culturale e leadership politica.

5) La comprensione del socialismo democratico della “partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici” è formale e dunque imperfetta

Critichiamo i pensatori socialisti per aver visto la pianificazione statale essenzialmente opposta al capitalismo, sebbene di fronte alla storia la maggior parte di loro si affretterebbe ad aggiungere che la nazionalizzazione e la pianificazione devono andare di pari passo con la “democratizzazione dell’economia”. Il problema è che la loro comprensione della “partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici” è in gran parte formale, ad es. proposta sotto forma di quote dei lavoratori e delle lavoratrici nelle imprese, delegati sindacali nei consigli di amministrazione o diritto di voto quando si tratta di decisioni di gestione. Il suddetto background di classe di molti dei nuovi intellettuali socialisti contribuisce anche alla comprensione limitata – o alla reale traiettoria – di ciò che il controllo dei lavoratori e lavoratrici richiederebbe. La loro comprensione della classe è ampiamente economicistica – definita dal fatto che tutti i lavoratori dipendono dai salari. Questa comprensione della classe non si concentra sulla forma effettiva del processo di produzione e sulla sua divisione gerarchica del lavoro (lavoratori e lavoratrici intellettuali e manuali, lavoro produttivo e riproduttivo ecc.). Nelle loro politiche, la loro comprensione della “proprietà” dei mezzi di produzione e della “partecipazione democratica” dei lavoratori è formale. Solo perché i lavoratori e le lavoratrici o i sindacati detengono il 50% o il 100% delle azioni non significa molto. Se i lavoratori e le lavoratrici sono ancora costrette a sgobbare tutto il giorno, eseguendo solo una quantità limitata di compiti, questo non permetterà loro di comprendere, e quindi dire, come un’azienda o un settore sono effettivamente gestiti. Puoi dare loro un voto in un consiglio di amministrazione dell’azienda, ma saranno coloro che avranno una visione più ampia e più tempo – a causa del loro status professionale di intellettuali (ingegneri, scienziati ecc.) – che prenderanno le decisioni. Il “voto” sarà ridotto a un processo feticistico per confermare il monopolio delle conoscenze degli esperti. Come abbiamo visto nella storia, i lavoratori e le lavoratrici sopravvivono alle peggiori sconfitte inflitte dal nemico di classe. Ma i traumi più profondi e duraturi vengono inflitti quando l’oppressione e lo sfruttamento vengono attuati a loro nome – lo “stato operaio” del regime stalinista non apparteneva formalmente anche ai lavoratori e alle lavoratrici? Un semplice cambiamento nel governo o un passaggio dalla proprietà privata a quella statale non toccherebbe il nucleo di ciò che definisce la “classe lavoratrice”, il suo potere o la mancanza di potere.

6) I sindacati e il partito dei lavoratori non sono la classe operaia

La prospettiva socialista democratica si basa sull’idea di una trasmissione tra la classe lavoratrice e lo stato attraverso l’interazione delle due principali “organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici” – il partito parlamentare e i sindacati. Questa prospettiva si basa su una visione idealistica o preistorica dei sindacati come “rappresentazione democratica” della classe. Molti esempi storici (Labour-TUC nel Regno Unito nel 1926 o negli anni ’70, CC.OO in Spagna dopo Franco, Solidarnosc in Polonia dopo il 1981, PT-CUT in Brasile di recente ecc.) dimostrano che durante il momento più intenso delle ondate di lotta, il collegamento sindacale-governativo diventa l’ostacolo più pesante per l’iniziativa della classe lavoratrice. Durante gli ultimi anni in cui siamo stati rappresentanti sindacali, abbiamo avuto la possibilità di conoscere un bel po’ dei meccanismi interni di due importanti sindacati, entrambi fedeli al partito laburista. L’idea del socialismo democratico che queste organizzazioni siano la forza principale nel “tenere sotto pressione il governo e i suoi nemici” è totalmente illusoria. Il più delle volte possiamo vedere come il partito e la leadership sindacale strumentalizzino le lotte dei lavoratori e lavoratrici per i propri fini, ad es. i recenti “scioperi” simbolici al McDonald’s di Londra sono stati chiamati dalla dirigenza sindacale in un momento in cui si adattavano al circo della campagna laburista, ma in realtà hanno minato il lavoro organizzativo del sindacato. Molte delle riforme proposte che il Labour voleva introdurre, ad es. la contrattazione collettiva settoriale e i contratti, faciliterebbero la pianificazione economica per i più grandi capitalisti e rafforzerebbero la presa della leadership del sindacato centrale piuttosto che aumentare il potere indipendente dei lavoratori e delle lavoratrici. I contratti regionali e settoriali in Germania sono il miglior esempio.

7) Concentrarsi sulla “politica di palazzo” è uno spreco di energie

La leadership del socialismo democratico tende a cercare di aggirare i complessi problemi quotidiani delle relazioni di potere tra lavoro salariato e capitale e si concentra invece sull’avanzamento elettorale. Ma le questioni elettorali tendono a diventare un andare avanti e indietro. La politica governativa del socialismo del XXI secolo in America Latina (Chavez, Morales, Lula ecc.) e le sue debolezze strutturali hanno creato una diffusa disillusione. La sottomissione del governo Syriza in Grecia al sistema e ai suoi rappresentanti ha chiuso, piuttosto che aprire spazi per il movimento di classe contro l’austerità. Le lotte di potere interne a Podemos o a Momentum hanno creato cinismo e stanchezza. Adottando una strategia di voto per il “male minore” e chiedendo alle persone di votare per Macron per evitare Le Pen, la sinistra ha minato la propria posizione nella ribellione antigovernativa dei gilet gialli. Il clamore mediatico del corbinismo, l’impegno con le tattiche elettorali ecc. deviano l’attenzione dalle lotte quotidiane per l’autodifesa della classe lavoratrice. C’è anche un fraintendimento del parlamentarismo: solo perché un partito politico è composto da lavoratori e lavoratrici, ciò non rende la politica del partito e il parlamento una forma di politica della classe lavoratrice. Il parlamentarismo è l’esatto contrario della politica della classe lavoratrice, poiché si basa sulla cittadinanza individuale, non su relazioni collettive e pratiche. Ciò vale sia per il parlamentarismo nazionale sia per il “parlamentarismo light” sotto forma di “municipalismo radicale” (campagna per candidati indipendenti alle elezioni locali) che alcuni attivisti propongono. Il miglior esempio per descrivere i limiti della politica elettorale locale può essere trovato negli Stati Uniti. L’elezione di militanti del movimento di liberazione nera dopo il suo declino alla fine degli anni ’70 ha significato che in città come Chicago e Baltimora, i sindaci neri hanno dovuto applicare misure di austerità e di polizia contro le persone povere negli anni ’80, che hanno ulteriormente indebolito e diviso il movimento mentre hanno stabilizzato il sistema: chi meglio per far applicare tagli contro le persone nere povere delle città, che un sindaco nero? Mentre la storia ci fornisce ampi esempi, nel presente appaiono anche delle crepe. Se osserviamo Barcelona En Comu, la piattaforma dei cittadini che ha vinto le elezioni locali a Barcellona ed eletto la nuova sindaca, Colau, possiamo vedere vari momenti di tensione tra la classe lavoratrice locale e il nuovo governo locale “amico dei cittadini”, ad es. quando il governo locale ha agito contro i lavoratori e lavoratrici dell’aeroporto e della metropolitana in sciopero nel 2017. I/le compagnx spagnolx hanno anche notato che la “ridistribuzione” degli stipendi dei politici locali in piattaforme come Barcelona En Comu non ha favorito una maggiore equità interna ma ha creato un rafforzamento del ceto politico di movimento, un nuovo livello di attivisti professionisti con tutte le contraddizioni della professionalizzazione. Un risultato di queste tensioni con la classe lavoratrice locale è che Barcelona En Comu cerca di incanalare un po ‘del malcontento nelle acque nazionaliste catalane, come se l’indipendenza catalana avesse molto di più da offrire ai lavoratori e alle lavoratrici rispetto a un’altra linea di divisione all’interno della nostra classe. Ora affronteremo lo stesso problema in Scozia.

8) Il potere parlamentare e il potere statale sono due cose diverse

Supponiamo che un partito socialista riesca a entrare nel governo. L’idea di una strada parlamentare verso il socialismo trascura il fatto che “prendere il controllo del governo” e “avere il potere statale” sono due cose completamente diverse. Vi è una scarsa analisi dell’attuale struttura materiale e di classe sociale dello stato (amministrazione, funzionari pubblici, esercito) e della sua indipendenza dalla democrazia parlamentare; ad esempio, nonostante i cambiamenti nella sua forma esterna il nucleo materiale e la traiettoria dell’apparato statale russo (cioè strati sociali di persone impiegate nello svolgimento di funzioni statali) si è riprodotto dai tempi del regime zarista, attraverso la rivoluzione bolscevica, il terrore stalinista, Glasnost e Putin. Se vogliamo guardare più vicino a casa nostra [nel Regno Unito NdR], anche il riverito Tony Benn avrebbe dovuto capire (quando era Segretario di Stato per le industrie a metà degli anni ’70) come la lotta contro l’ala destra del partito laburista fosse un gioco da ragazzi rispetto alla lotta contro i “suoi” dipendenti pubblici.

9) Concentrandosi sullo scenario nazionale e sullo stato, il socialismo democratico tende a sottovalutare la relazione globale del capitale

Supponiamo che un partito socialista non solo riesca a entrare nel governo, ma riesca anche a dominare l’apparato statale. A causa del fatto che lo stato nazionale è l’elemento centrale della strategia per il socialismo democratico, il progetto si confronta immediatamente con la natura globale del capitale. Livelli più elevati di tassazione e altre imposizioni comporteranno una fuga di capitali tra le società globali. Il socialismo democratico risponde a tale questione proponendo ad esempio alleanze con le piccole imprese, come una sorta di fronte nazionale produttivo unito contro le multinazionali e la finanza. Abbiamo visto più volte come questa necessaria alleanza sposti il punto di vista ideologico verso il “patriottismo di sinistra” e altre stronzate. Se un governo laburista tentasse effettivamente di aumentare la tassazione e ridistribuire le attività, il risultato più probabile sarebbe una svalutazione della sterlina e un aumento dell’inflazione a causa di un deficit commerciale, che non può essere facilmente contrastato, data la composizione dell’agricoltura, del settore energetico, della manifattura. La nuova leadership della sinistra laburista – addestrata all’attivismo e al discorso politico e aiutata dalla sua influenza all’interno della leadership sindacale – sarà il miglior veicolo per dire ai lavoratori e alle lavoratrici di “lasciare un po ‘di tempo al nostro governo laburista”, per spiegare che “le società internazionali si sono alleate contro di noi” e che, nonostante l’inflazione, i lavoratori e le lavoratrici dovrebbero mantenere la calma e andare avanti; le lotte salariali saranno dichiarate eccessive o divisive o di coscienza economica ristretta. Abbiamo visto come, ad esempio, il governo Chavez in Venezuela abbia organizzato i “poveri urbani” contro gli scioperi delle/degli insegnanti che hanno richiesto salari più alti, denunciandoli come avidi e quindi responsabili della povertà di altre lavoratrici e lavoratori.

10) La lotta di classe non si sviluppa gradualmente

L’attenzione del socialismo democratico alla campagna elettorale e all’organizzazione ufficiale dei sindacati porta a un giudizio errato su come si sviluppa la lotta di classe. Storicamente le lotte di classe si sono sviluppate a passi da gigante – in una dinamica molto più complessa tra “organizzazione” e forze e fattori esterni. La convinzione che la lotta di classe si basi sull’organizzazione e la mobilitazione “passo dopo passo” spesso porta alla presenza di militanti di sinistra che ostacoleranno la futura ondata di lotta. A breve termine, coinvolgere i “leader della comunità” o il tuo parlamentare locale o fare affidamento sul sindacato o sull’apparato del partito per mobilitare o incoraggiare colleghi e colleghe lavoratori e lavoratrici, potrebbe sembrare utile. Ciò che inizialmente sembrava un trampolino di lancio si rivela un ostacolo: ad esempio, i mediatori [tra lavoratori e lavoratrici e padroni NdR] che si frappongono alle lotte o le illusioni create da forme esclusivamente simboliche di lotta. La sfida è trovare forme di lotta “passo dopo passo” che aiutino al momento, ma non pongano problemi a lungo termine. Nel loro bisogno di creare una trasformazione dell’azione delle lavoratrici e lavoraori (scioperi controllati, ecc.) sul campo in “pressione economica” per sostenere le politiche statali, gli organizzatori socialisti tendono ad avere paura del carattere spesso caotico e apparentemente spontaneo delle lotte. Corrono il pericolo di non comprendere che queste situazioni di rottura della normalità sono precisamente le situazioni in cui i lavoratori e le lavoratrici devono affrontare la loro responsabilità di riorganizzare la riproduzione sociale. Questi momenti sono gli snodi cruciali e i momenti di apprendimento pratico necessari in cui cambiamo le cose e noi stessi. Soffocare questo significa uccidere la partecipazione dei lavoratori e delle lavoratrici.

11) Il socialismo democratico e la sua paura della lotta di classe incontrollata diventa il becchino della lotta perché indebolisce l’attività necessaria della classe lavoratrice per difenderla

Il fatto che il più grande partito socialista della storia – la SPD tedesca – accettasse per la prima volta di sostenere il governo tedesco nei crediti di guerra del 1914 e reprimesse i moti rivoluzionari dei lavoratori e delle lavoratrici dopo la guerra non fu un atto di tradimento. Ciò faceva parte di una strategia di lungo termine per ottenere il potere governativo e riformare l’economia nazionale – per cui le “avventure” rivoluzionarie dei lavoratori rappresentavano un rischio. Dopo aver indebolito l’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici, la SPD ha dovuto affrontare la crisi globale del 1929, che ha limitato la sua strategia economica nazionale. La combinazione di questi due fattori – una classe operaia indebolita dalla tattica del governo e dall’impotenza nei confronti del capitale globale – ha portato la SPD ad aprire le porte alla svolta reazionaria più brutale nel 1933. Un altro esempio è il governo socialdemocratico sotto Allende in Cile nel 1973. Questo caso ci mostra come il rapporto tra movimenti della classe lavoratrice e governi di sinistra sia più complicato del quadro spesso meccanicistico della forza (movimento) e del contenitore-stabilizzatore (governo). Possiamo vedere che le prime riforme sociali furono introdotte da un governo di destra, che non riuscì a contenere la lotta di classe. Quando Allende subentrò, ebbe difficoltà a tenere sotto controllo le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici e delle persone povere, lotte che avrebbero potuto essere incoraggiate dal nuovo governo di sinistra. Allende temeva che le forze imperialiste locali dell’alta borghesia e quelle internazionali avrebbero usato il conflitto sociale come scusa per l’intervento. I disordini nell’industria hanno anche creato carenze che hanno minacciato di destabilizzare ulteriormente il governo. L’andamento dei prezzi a livello internazionale, in particolare dei prodotti minerari, ha limitato le possibilità di concessioni materiali nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici in sciopero. Le politiche di Allende nei confronti dei disordini della classe lavoratrice – che andavano dalle concessioni alla repressione militare – minarono e disarmarono letteralmente la classe operaia. Quando l’esercito locale, appoggiato dalla CIA, cominciò lo sterminio, la resistenza era già indebolita. Questo esempio storico sembra irrilevante per la situazione del Regno Unito o degli Stati Uniti di oggi, ma una volta che guardiamo oltre gli obiettivi a breve termine della tattica elettorale, affrontiamo ancora le stesse dinamiche fondamentali.

12) La strategia deve partire dalle lotte reali e dalle potenzialità e difficoltà reali imposte dal processo di produzione sociale

Abbiamo bisogno di strategie e abbiamo bisogno di organizzazione. Dobbiamo iniziare analizzando le condizioni e le relazioni reali della nostra classe: come è organizzata la produzione oggi, come è organizzata oltre i confini aziendali o nazionali, come siamo divisi come lavoratori e lavoratrici dal lavoro intellettuale e dalle conoscenze e come possiamo superare queste divisioni? Come possiamo avvalerci del fatto che i lavoratori e le lavoratrici cooperano lungo le filiere, spesso usando le moderne tecnologie di comunicazione per sviluppare nuove forme di organizzazioni transnazionali di lotta? In che modo oggi la nostra classe guida le sue lotte, dove utilizziamo i potenziali della produzione moderna e dove non riusciamo a usarli a nostro favore? In che modo le lotte nei luoghi di lavoro e nei settori industriali più grandi si collegano ad aree o regioni in cui i lavoratori e le lavoratrici sono più atomizzate? Dobbiamo creare una dinamica tra il potere industriale e sul posto di lavoro e l’inventiva delle persone della classe operaia per organizzare la loro sopravvivenza, sia sotto forma di cooperative, hack-lab, squat o progetti di comunità autogestiti. All’interno di queste lotte dobbiamo sviluppare l’organizzazione e la strategia per immaginare un controllo coordinato dei mezzi centrali di produzione, della loro difesa e della loro socializzazione oltre i confini nazionali. Ciò non accadrà nel giorno X di nostra scelta – ciò accadrà con la crescente disfunzionalità di questo sistema a cui contribuiranno le nostre lotte per la sopravvivenza. Il socialismo democratico e le sue strategie non saranno adeguati per la vastità, la durezza e la gioia di ciò che ci aspetta come classe lavoratrice.

Abbiamo visto che la strategia del socialismo democratico si scontra con le due principali forze storiche del capitalismo. In primo luogo, concentrandosi sull’arena nazionale si scontra con il carattere globale del capitale. In secondo luogo, riducendo la questione dello sfruttamento alla questione se i lavoratori e le lavoratrici operano sotto il comando privato o pubblico, la sua strategia si scontra con il sostanziale malcontento della classe lavoratrice. Un governo socialista sarebbe costretto a indebolire la propria base di potere per far fronte al continuo malcontento (“Mantieni la calma e concedi un po’ più di tempo al tuo governo dei lavoratori e delle lavoratrici”). A lungo termine questo crea disillusione e la base materiale per una svolta reazionaria. Questa è la lezione della storia.

“Un violador en tu camino”: lezioni della rivoluzione femminista cilena

Fonte: https://kohljournal.press/Feminist-Chilean-Revolution

di Camila Stipo

Il 18 ottobre 2019 il Cile ha visto l’inizio di una grande rivolta sociale, ora ribattezzata rivoluzione da moltx. Il suo slogan, “no son 30 pesos, son 30 años” (non 30 pesos ma 30 anni), mostra che il problema non era nell’aumento di 30 pesos della tariffa del trasporto pubblico; piuttosto, è indicativo di una questione profondamente radicata con i 30 anni che seguirono la fine della dittatura, in cui il governo non riuscì a produrre cambiamenti reali e ad affrontare le forti disuguaglianze tra le classi sociali. Che invece sono peggiorate.

Pertanto, e dopo alcune settimane di agitazione causate dalle evasioni di massa delle tariffe di trasporto pubblico da parte degli studenti delle scuole secondarie, il 18 ottobre sono scoppiati incendi in diverse parti della capitale. Come risposta il governo ha imposto uno stato eccezionale e fissato un coprifuoco. Queste misure non sono bastate a reprimere i disordini sociali e massicce proteste hanno preso il sopravvento. Gli scontri con le forze di sicurezza hanno portato a notizie preoccupanti da parte di Amnesty International e Human Rights Watch, con entrambe le organizzazioni che denunciano gravi violazioni dei diritti umani. Tra questi, le immagini che avrebbero attirato maggiormente l’attenzione erano quelle del danno oculare massiccio e senza precedenti causato dai proiettili antisommossa.

Col passare dei giorni e delle settimane, la violenza nelle strade si è intensificata. Nonostante il governo abbia revocato il coprifuoco dopo una settimana, gli scontri sono diventati più gravi e sono aumentati i resoconti strazianti delle torture, comprese le lesioni agli occhi. Catturate dalle telecamere dei telefoni cellulari, le operazioni irregolari della polizia sono state mostrate, in mezzo al caos e all’ingovernabilità nelle strade. È in un tale contesto che molte persone potrebbero perdere la fiducia, un sentimento accresciuto dai discorsi che mettono in guardia contro una possibile dissoluzione della democrazia. È anche in un tale contesto che la performance “un violador en tu camino” (uno stupratore sul tuo cammino) potrebbe trovare strada nella sfera pubblica.

“Un violador en tu camino” è stato creato dal collettivo femminista “Las Tesis”, originario della città di Valparaíso. Una canzone accompagnata da una semplice danza ha denunciato la violenza sessuale di cui le donne sono vittime, nonché la complicità di diverse istituzioni governative – “el violador eres tú” (lo stupratore sei tu), o addirittura “el estado opresor es un macho violador ”(lo stato oppressore è un macho stupratore). La performance ha avuto un tale impatto che è stata replicata in maniera massiccia in diverse città cilene e, ad oggi, in Perù, Argentina, Colombia, Uruguay, Messico, Spagna, Germania, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia , Canada, Grecia, Libano, India, Turchia, tra le altre aree geografiche.

Il forte impatto della performance non si limita alla sua portata internazionale. L’intervento è riuscito a annullare il clima di disperazione e violenza che aveva conquistato il Cile, anche se solo temporaneamente. In questo senso, “un violador en tu camino” è stato un canale di protesta sociale, riposizionando al contempo le richieste femministe al centro del dibattito.

È importante sottolineare che un’ondata femminista prende forma in Cile dal 2016, senza precedenti nella sua visibilità. Con slogan di massa come #Niunamenos (non più una morte per femminicidio) e il rapido aumento dei gruppi femministi intorno alle urgenti problematiche delle molestie per strada, della violenza di genere e della legalizzazione dell’aborto, tra gli altri, gli ultimi tre anni hanno visto una proliferazione di donne che si organizzano in Cile.

Nonostante il valore e il significato conferiti alla sommossa del 2019, pare esserci anche un lato oscuro: non solo essa avrebbe offuscato le richieste femministe, ma avrebbe anche messo a rischio le donne. La violenza sessuale esercitata dalle forze di sicurezza statali che hanno colpito soprattutto le donne (come affermato nel rapporto Human Rights Watch) è stata accompagnata dalla ripresa della disputa sullo spazio pubblico, minando in tal modo ciò che le donne avevano faticosamente rivendicato nel corso degli anni. Per molte donne il pericolo di essere semplicemente nelle strade ha generato l’ansia di uscire e partecipare all’organizzazione sociale e alle proteste. Inoltre molti uomini accusati di violenza di genere partecipano regolarmente a quegli spazi e momenti di azione collettiva, che alienano le donne che hanno subito l’abuso, che scelgono la non partecipazione piuttosto che essere nello stesso spazio dei loro aggressori.

Oltre a quello condotto da HRW, pochi studi supportano queste affermazioni. Ma le reti di organizzazioni di donne hanno messo questo problema sul tavolo per anni. Innumerevoli donne hanno presentato denunce in diversi momenti e incontri avviati da organizzazioni femministe. Ciò fa eco alle esperienze di altri processi e contesti rivoluzionari, in particolare, come sostengo in seguito, quelli sviluppati nelle regioni del Medio Oriente e del Nord Africa.

Come documentato da vari autori in diverse aree geografiche del MENA non è raro che i processi rivoluzionari rimandino le esigenze delle donne, considerandole richieste di secondo ordine o “specialistiche”. Tuttavia non solo queste richieste rappresentano quelle di almeno metà della popolazione, ma si estendono a una visione critica della cittadinanza politica. Ad esempio, una delle attuali richieste rivoluzionarie in Cile si rivolge a un sistema pensionistico privatizzato che non è in grado di garantire pensioni decenti alla popolazione pensionata. Sebbene ciò influisca sulla grande maggioranza de* lavoratori e lavoratrici cilene, il problema è particolarmente critico quando si tratta delle pensioni delle donne, poiché molte di loro hanno dedicato la propria vita al lavoro di assistenza domiciliare, impedendo loro di accedere ai risparmi di sicurezza sociale e a un piano pensionistico in grado di coprire le proprie esigenze.

In questo senso, l’intervento di La Tesis è un assemblaggio del contesto politico femminista. In primo luogo, si tratta di una forma non violenta di protesta, senza che sia meno diretta, accusatoria e decisiva. Attraverso la creatività, interrompe l’angoscia delle rivoluzionarie femministe causata dalla violenza nelle strade, mentre affina la consapevolezza dei mali sociali che devono essere affrontati. “El estado opresor es un macho violador” (lo stato oppressore è un macho stupratore) funziona a doppio livello. Da un lato, denuncia la complicità dello stato con la violenza di genere. D’altra parte, si riferisce metaforicamente alla cittadinanza come a una donna maltrattata che non può e non deve più sottostare alla violenza del suo violentatore.

L’intervento ha anche aperto uno spazio per l’organizzazione femminista attiva, con migliaia di persone che hanno rivisitato la performance. Per partecipare, è necessario comunicare, provare, concordare e incontrarsi faccia a faccia. Pertanto, con il forte supporto dei social network, la performance contribuisce al rilancio dei gruppi femministi che si erano allontanati dalla sfera pubblica e chiama all’organizzazione donne che non facevano parte prima dei movimenti femministi.

Inoltre questa performance rivendica e stimola la creatività come strumento di combattimento; le sue autrici hanno invitato le femministe a modificare i testi a piacimento per adattarli meglio ai diversi contesti e le donne hanno ascoltato questo richiamo a livello globale. Gli interventi adattati che sono stati organizzati comprendono esibizioni di donne anziane e versioni strumentali come il flamenco, e presentano una vasta gamma di capi, dall’abbigliamento da lutto a un’estetica latinoamericana intrisa di colori vivaci. Attraverso la canzone originale, l’intervento è chiaro nelle accuse che si estendono alla polizia, allo stato, ai giudici e al presidente, e gli adattamenti globali nominano le istituzioni della chiesa, il sistema neoliberale, i militari e altri come complici dell’abuso.

Infine, e forse soprattutto, Las Tesis è riuscita a far emergere la questione delle donne come una responsabilità inevitabile, portando un significato visivo e uditivo allo slogan “la rivoluzione será feminista o no será” (la rivoluzione sarà femminista o non lo sarà). Sebbene il potenziale di trasformazione e l’impatto a lungo termine di questo intervento non siano ancora stati sperimentati, è già possibile trarre una serie di lezioni dalle sue conseguenze a breve termine che possono essere estrapolate da e verso altre aree geografiche e in tempi rivoluzionari diversi.

Il primo punto è quello di organizzare insieme. I momenti rivoluzionari sono momenti di amicizia, solidarietà e sostegno tra tutt@ coloro che si trovano ai margini dello stato, della società e dei loro apparati. Tuttavia ciò non dovrebbe avvenire a spese delle donne che si organizzano in gruppo, per timore che vengano escluse da una nuova ridistribuzione del potere, come è successo più volte nel corso della storia. In secondo luogo, la creatività apre infinite possibilità di mobilitazione sociale, al di là delle modalità tradizionali di organizzazione. E in terzo luogo, è importante respingere la retrocessione delle richieste delle donne in secondo piano, indipendentemente dalle circostanze. Ciò che è “urgente” è semplicemente tale perché è stato deciso dalla regola patriarcale che si posiziona come misura e standard, anche per quanto riguarda le esigenze sociali. E’ un tipo di discorso che dobbiamo combattere e contro cui dobbiamo rivoltarci.

 

11 motivi per cui la tua falsa “preoccupazione” per la salute delle persone grasse non aiuta nessunx

Fonte: https://everydayfeminism.com/2016/01/concern-trolling-is-bullshit/

di Melissa A. Fabello e Linda Bacon

“Sono solo preoccupatx per la loro salute.”

“Sono una femminista, ma non credo che il grasso sia un problema femminista”.

“Sono per la body positive, ma non credo nel glorificare l’obesità.”

“Penso che le persone di grosse dimensioni meritino rispetto, ma penso che sarebbe per loro più facile se fossero magre.”

“Gli studi hanno dimostrato che l’obesità è la seconda causa di morte prevenibile, quindi non posso sostenere questo stile di vita”.

Stop.

Il concern trolling– che è l’atto di una persona che partecipa “a un dibattito proponendosi come un reale o potenziale ally che però si preoccupa di avere delle risposte prima di allearsi con una causa” – è qualcosa che vediamo troppo spesso, anche sulla nostra pagina Facebook sul femminismo quotidiano.

E molto spesso, otteniamo questo tipo di risposte “Ma questa libertà non è in realtà un po’ ‘ericolosa per la società?” sugli articoli che pubblichiamo sull’accettazione del grasso e sulla liberazione del corpo.

E ad essere onestx, è scoraggiante vedere le femministe – persone che generalmente tentiamo di sostenere nei contenuti- correre a citare ricerche imprecise e gettare in giro ideologie oppressive nel nome, presumibilmente, della “salute”.

Ma quando viviamo in un mondo che odia così disperatamente le persone di grandi dimensioni (um, ciao, “Guerra all’obesità”), comprendiamo pienamente come questi pregiudizi si trasformino in verità nelle nostre menti.

Ma poiché il concern trolling grassofobico è opprimente (e, in una nota più personale, ci fa rabbrividire), è tempo per noi – tutt@ noi, ma soprattutto le femministe – di smettere.

E poiché generalmente vediamo persone magre che fanno questi commenti, volevamo chiamarvi tutt@ per discutere sul perché questo comportamento sia così dannoso.

Quindi se hai bisogno di un po’ più di convincimento prima di dare alle tue dita, in bilico e pronte ad andare sulla tastiera, un periodo di riposo, ecco undici motivi per cui il concern trolling grassofobico ha senso zero.

1. Perché le ipotesi stereotipate sul peso di qualcunx sono oppressive

Sostieni di essere preoccupat@ per una persona grassa e la prima cosa a cui pensi è il diabete.

Va bene.

Che dire del giudizio negativo a cui sono sottopostx dalle persone – sia da parte degli individui che della società nel suo insieme – e l’impatto che ha sulla loro vita?

Pensa a come deve essere per le persone di grandi dimensioni, vale a dire la maggior parte delle persone che vivono negli Stati Uniti, confrontarsi quotidianamente su giornali, riviste, programmi televisivi e spot pubblicitari sul fatto che i loro corpi non sono attraenti e costituiscono un’orribile crisi di salute pubblica.

Ascoltare le ipotesi di dietist@ e altrx operator* sanitarx che a causa di una caratteristica fisica, il loro peso, devono essere non san@ e che hanno una cattiva cura di sé.

Avere quindi persone su Internet che dedicano interi thread di commenti a rimproverarlx.

Tuttx, grass@ o magr@, sono gravemente danneggiatx da questo messaggio. E come attivistx per la giustizia sociale è il tuo primo e più grande compito mostrare empatia verso le persone emarginate – e poi guardarti dentro per esaminare le tue ipotesi incontrastate.

Come Marilyn Wann afferma notoriamente nei suoi discorsi sulla diversità di peso, “L’unica cosa che chiunque può diagnosticare con precisione quando guarda una persona grassa è il proprio livello di pregiudizio sul peso”.

2. Perché il grasso non uccide

Esiste una statistica comunemente citata con cui le persone alimentano il fuoco del fat-shaming, ed è questa: che “l’obesità” è la seconda causa principale di morte prevenibile negli Stati Uniti.

Facciamo scoppiare quella bolla proprio qui: non è vero.

E sì, ovviamente se lo fai su Google, verranno fuori organizzazioni sanitarie che lo citano come un fatto. Ma ecco perché: perché uno studio sponsorizzato dal CDC del 2004 ha affermato che circa 350.000 decessi all’anno sono legati all’essere “in sovrappeso” o “obes@”, secondo solo al fumo.

Ma nel 2005 lo stesso giornale ha pubblicato una nuova analisi, con risultati scientificamente più accurati, avvicinando il numero a 25.000, una differenza del 94%.

Ma poiché è molto più facile creare paura, dicendo alla gente che è probabile che muoia, il fatto che sia stato un errore e che tu abbia più o meno le stesse possibilità di morire in un incidente d’auto e di morire per malattie legate all’obesità non è ampiamente pubblicizzato al popolo americano.

Quindi se pensavi che il grasso fosse mortale ed è quello che stavi usando per aiutare a “motivare” le persone alla magrezza, puoi smettere di farlo ora.

In verità se si desidera utilizzare la scala BMI spesso citata (ne riparleremo più avanti), le prove scientifiche in realtà indicano che le persone classificate come “sovrappeso” vivono più a lungo rispetto a quelle classificate come “normale”, e la maggior parte delle persone “obese” vive vite lunghe uguali a quelle delle loro “normali” controparti.

3. Perché il grasso non causa neanche la malattia

Ok. Quindi se il grasso stesso non è il problema, allora che dire del diabete e delle malattie cardiache, che siamo stati socializzati a credere che siano malattie “legate all’obesità”? Quelle non portano alla morte?

Beh sì.

E ha senso che la gente pensi che il problema sia il grasso. Dopotutto ci sono, in effetti, malattie (come il diabete e le malattie cardiache) che sono più comuni nelle persone più pesanti.

Ma ci sono anche maggiori episodi di morte annegando in luoghi dove ci sono più vendite di gelati.

Quindi, facciamo una breve lezione di statistica, ok?

La correlazione non equivale alla causalità.

Solo perché alcuni fattori, in superficie, sembrano correlati non significa che abbiano una relazione causale. Non è una semplice equazione causa-effetto, in cui la situazione A risulta nella situazione B.

Prendi lo scenario dell’annegamento e del gelato. Le persone non stanno annegando a causa del gelato, anche se potrebbe sembrare così in superficie. Piuttosto, sia l’annegamento che la vendita del gelato hanno più probabilità di accadere in spiaggia. La spiaggia, in questo caso, è ciò che potremmo definire un fattore di confusione.

Allo stesso modo ci sono fattori confondenti che complicano la relazione tra grasso e malattia.

Ad esempio, un fattore estremamente importante è quello della dieta. E non che coloro che seguono una dieta abbiano maggiori probabilità di essere san@ – al contrario, in realtà.

Sia la dieta che il peso sali-e-scendi –ovvero il processo di seguire una dieta, perdere peso, riguadagnare il peso (e talvolta anche di più), quindi proseguire con un’altra dieta, perdere peso, riguadagnare il peso, e avanti e avanti e avanti –aumentano l’infiammazione.

E l’infiammazione stessa è in realtà un fattore di rischio per molte malattie che sono generalmente attribuite all’obesità, come il diabete e le malattie cardiache.

E chi pensi sia più probabile che abbia vissuto una vita di dieta costante e peso sali-e-scendi? Persone di grandi dimensioni.

Correlazione. Ma nessuna causalità.

Vale a dire che non è così semplice come sembra in superficie. E solo perché sono presenti sia grasso che malattia non significa che il primo abbia causato il secondo.

4. Perché, in ogni caso, la grassofobia causa effetti negativi sulla salute

A bruciapelo: è difficile essere una persona grassa nella nostra società. E se sei una persona magra, considera questo: se tutte le altre cose della tua vita rimangono invariate, preferiresti essere grassa?

Probabilmente no – considerando che oltre la metà delle persone afferma che preferirebbe essere morta piuttosto che grassa.

E in un mondo in cui la discriminazione basata sul peso è dominante come il sessismo e il razzismo, è facile capire che essere di grandi dimensioni è un’esperienza stressante.

E questo semplicemente perché viviamo in una società che odia le persone grasse, come dimostra il semplice fatto che esiste la vergogna del grasso (e la sua difesa).

E il livello di stress associato a questo tipo di discriminazione – vivere la tua vita quotidiana ridicolizzat@ dalle persone e con meno accesso alle risorse e alla felicità– è anche associato a malattie cardiovascolari e diabete.

Ecco un modo per guardare a questo: i ricercatori hanno scoperto che il divario tra il peso reale e idealizzato di una persona (cioè la misura in cui sperimentano l’insoddisfazione del corpo) è un indicatore migliore della salute mentale e fisica rispetto alla scala BMI (che è comunque una cazzata totale).

Quindi il modo in cui ti senti nel tuo corpo (e in una società grassofobica, nessunx si sente bene con il proprio corpo, almeno tra tutte le persone i cui corpi sono visti come lo scenario peggiore) ha un impatto molto più significativo sul tuo benessere generale rispetto all’attuale forma e dimensione del tuo stesso corpo.

In effetti anche il CDC riferisce che i nostri comportamenti di salute quotidiani, come la dieta e l’esercizio fisico, rappresentano solo meno di un quarto delle differenze nei risultati di salute.

Ciò che conta di più, in realtà, è ciò che viene chiamato “determinanti sociali della salute”, e quelli includono cose come lo sviluppo della prima infanzia, il livello di istruzione, l’occupazione, la sicurezza alimentare e l’accesso alle abitazioni e all’assistenza sanitaria.

Cioè, ciò che è più probabile che causi cattiva salute è quanto sia oppressa una persona, non quali comportamenti si hanno.

Quindi se ti preoccupi davvero della salute di qualcun@, forse invece di suggerire che si metta a dieta, devi semplicemente eliminare la grassofobia.

Meglio ancora, per quanto odiamo il termine “leone da tastiera”, forse invece di cadere in quello schema digitando rabbiosamente nelle sezioni dei commenti (alla Kermit), concentra le tue energie sui determinanti sociali della salute spingendo per un cambiamento politico che affronti le disuguaglianze.

5. Perché anche la salute mentale è salute

Sono abbastanza sicura che nessun@ sia mai stat@ resx migliore se ridicolizzat@. In realtà c’è una ricerca che dice esattamente il contrario.

Perché quando ridicolizzi qualcunx, o un gruppo di persone, in base ai loro svantaggi sociali, soprattutto quando tu detieni il potere, si chiama bullismo.

E oltre al suddetto problema sociale della grassofobia, c’è anche il tipo individuale, uno contro uno, in cui le persone prendono il loro pregiudizio anti-grasso implicito socialmente e lo usano attivamente per abbattere l’autostima di un’altra persona.

Questo, ovviamente, può assumere la forma di lanciare insulti verso una persona di grandi dimensioni che è fuori per fare jogging. Potrebbe essere sussurri e risatine in risposta a qualcun@ che cammina per i corridoi a scuola. Potrebbe essere appendere le foto di persone che ritieni poco attraenti per la loro grassezza che servano per la tua “aspirazione alla magrezza“.

Oppure potrebbe prendere la forma di lasciare commenti su thread fat-positive, martellando nelle orecchie e negli occhi di tutt@ coloro che li incrociano la stessa vecchia retorica di BS che viene sposata dal pubblico in generale.

Ma la salute mentale è importante tanto quanto la salute fisica. E se sei davvero molt@ preoccupat@ per il benessere di qualcunx, è importante non deteriorare la sua salute emotiva e spirituale.

6. Perché “glorificare l’obesità” non è una brutta cosa

Facciamo molto lavoro nel campo dei disturbi alimentari – un luogo in cui conosciamo fin troppo bene l’idea di glorificare, di romanticizzare le malattie.

L’idea che puoi prendere qualcosa di dannoso e trasformarlo in qualcosa di bello o, nelle parole di Blythe Baird, “la cosa più interessante di me” è una cosa che ci preoccupa ogni giorno nel nostro lavoro, cercando di liberare il mondo per sempre dagli hashtag #proana e #promia – o almeno dai danni che possono causare.

Ma c’è una linea che abbiamo dovuto imparare a rispettare.

Nel movimento del disturbo alimentare ci sono due modi in cui può avvenire la “promozione”. Il primo è quello di sostenere la limitazione o l’eliminazione delle scelte di stile di vita e di trasformare il pensiero disordinato e gli schemi comportamentali in decisioni attive prese da coloro che soffrono per sentirsi più bellx, in salute o degnx.

Il secondo è diffondere il messaggio secondo cui i disturbi alimentari non sono qualcosa che dobbiamo nascondere, ma piuttosto parti di noi stessi che sono ugualmente degne di rispetto come il resto di noi stessi, combattendo così contro lo stigma della salute mentale.

Il primo è ciò che potremmo definire “glorificante” o “romanticizzante”. Il secondo lo chiameremmo semplicemente “normalizzazione”.

Ma quando si tratta di “obesità” – che non è una malattia (contrariamente a quanto potrebbe pensare l’AMA!) o presunta scelta di stile di vita, ma piuttosto semplicemente uno stato dell’essere– ciò che la gente chiama “glorificante” non può che essere, in realtà, normalizzazione.

E se le persone di grande taglia vogliono riprendere l’idea di glorificare l’obesità dicendo “Cazzo sì, lo sono“, allora ci siamo tutt@.

Ciò a cui non stiamo è il concern trolling che usa questa frase per sminuire e screditare le persone – e in particolare le donne – che, in un mondo duramente patriarcale, accettano e possiedono (e persino amano) i loro corpi, sia che si adattino a standard di bellezza ristretti sia che ciò non accada.

7. Perché le definizioni uniche di “salute” sono abiliste e perpetuano la barbarie

Quando le persone dicono di essere preoccupate per la salute de* altr*, crediamo che lo pensino davvero. Dopotutto ha senso, giusto?

Se la psicologia evoluzionistica è il tuo blocco, allora probabilmente ti attieni alla convinzione che in fondo il nostro cervello medio guidato dall’istinto di sopravvivenza alimenta l’universale culturale della propagazione delle specie. Ed è difficile far andare avanti una specie se stiamo morendo dappertutto per problemi di salute!

E questa convinzione spinge l’idea che ovviamente dovremmo preoccuparci della salute reciproca!

E va bene. Davvero. Divertiamoci per un secondo (anche se, per favore, lasciamo che sia chiaro che non apparteniamo al campo della psicologia evoluzionistica – e non andiamo avanti con le femministe che lo sono).

Ci sono ancora un milione di domande che abbiamo per te.

Ti piace come cazzo definisci “salute” in primo luogo? E chi può decidere di cosa si tratta? E come è possibile giudicare la salute in base alle dimensioni di una persona?

Ed è davvero appropriato valutare la salute? Sicuro, ancora una volta, da una lente della psicologia evolutiva, ha senso. Ma gli psicologi evolutivi credono anche nell’essenzialismo di genere– e sappiamo che merda sia perché è sessista, cissessista, e transfobico!

E quando diamo la priorità alla salute come valore quantificabile verso cui tutte le persone dovrebbero impegnarsi, siamo abilist@. Perché stiamo sottintendendo che esiste una versione di salute unica per tutt@ e che chiunque non rientri in questi parametri è indegn@ di rispetto.

8. Perché la perdita di peso non migliora comunque la salute

Mangiare bene e fare esercizio fisico migliora la salute? Sicuro. In una certa misura. Ma non è stato dimostrato che la perdita di peso lo fa.

Ad esempio: potresti visitare la grande macchina di Google in questo momento e probabilmente tirare su un milione e mezzo di studi che dimostrano che gli interventi di riduzione del peso a breve termine mostrano miglioramenti della salute a breve termine.

Tuttavia abbiamo due problemi con questo. Uno è che sono studi a breve termine, che non fanno molto per mostrarci qualcosa di sostanziale. Il secondo è che in tutti questi casi, le persone stanno alterando i loro comportamenti in qualche modo per raggiungere la perdita di peso. Quei cambiamenti da soli potrebbero spiegare i risultati di salute migliorati, indipendentemente dalla perdita di peso.

Quindi gli studi non dimostrano che la perdita di peso stessa sta migliorando la salute. Ciò che potrebbero mostrare è qualcosa con cui siamo d’accordo: che i cambiamenti nello stile di vita – come mangiare cibi più nutrienti e avere un’attività fisica regolare – portano a una salute migliore.

E cosa succede se si omettono i cambiamenti comportamentali dai risultati?

Uno studio sulla liposuzione che ha controllato i cambiamenti comportamentali non ha riscontrato alcun miglioramento nelle anomalie metaboliche associate all’obesità, nonostante la perdita di peso verificatasi.

In altre parole la salute di nessunx è migliorata dalla sola perdita di peso.

Altri studi sulla liposuzione, sebbene non controllino esplicitamente i cambiamenti comportamentali, sostengono che la perdita di peso non porta a miglioramenti metabolici. Anche se questo non è conclusivo, certamente, il bottino della guerra – vale a dire la ricompensa in termini di salute – è in discussione.

In realtà non abbiamo prove che suggeriscano che la perdita di peso migliora la salute a lungo termine. Al contrario la maggior parte degli studi a lungo termine suggeriscono che la perdita di peso aumenta il rischio di morte prematura.

E anche se volessi continuare a restare nel mito che la perdita di peso migliora la salute, sarebbe comunque vero che l’esercizio fisico e le restrizioni dietetiche non sono efficaci tecniche di perdita di peso. Perché sei letteralmente biologicamente cablato per non perdere peso oltre ciò che il tuo corpo ha considerato il tuo punto di riferimento.

Quindi, indipendentemente da ciò che fa una persona, non sarà in grado di mantenere perdite di peso considerevoli a lungo termine – a meno che non inizino pericolosi disordini alimentari e schemi di alimentazione e di esercizio pericolosamente disordinati, e in quel caso che senso ha “farlo per la salute”, eh?

9. Perché no, essere grassi non è affatto come essere un fumatore

Spesso, quando le persone vengono tirate in ballo nel fat-shaming, la loro risposta è qualcosa tipo “Ma abbiamo deriso i fumatori finché non hanno smesso di fumare! E questo fa bene alla salute pubblica!”

Ma ci sono alcune cose che non vanno in quella affermazione.

Innanzitutto, storicamente parlando, è inaccurata.

In realtà tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, un epidemiologo di nome Richard Doll pubblicò ricerche che suggerivano dapprima che il fumo potesse causare gravi danni alla salute e in secondo luogo che esistesse uno stretto legame tra fumo e cancro ai polmoni, cosa che fu ripetutamente confermata.

Quando gli Stati Uniti salirono a bordo nel 1964, ciò portò a vietare la pubblicità del tabacco e le etichette di avvertimento sui prodotti del tabacco, il che alla fine portò a una riduzione del consumo di tabacco.

Mentre si potrebbe sostenere che la “Guerra all’obesità” è, in effetti, simile alla “Guerra al tabacco”, ci sono differenze molto importanti:

Innanzitutto essere grassi è una caratteristica fisica, non un comportamento.

In secondo luogo è stato dimostrato che il fumo causa morte e malattie. Essere grass@, d’altra parte, no.

In terzo luogo l’idea che gettare la colpa e la vergogna sulle persone sia efficace nel cambiamento del comportamento sanitario è stata smentita ancora e ancora e ancora.

Quindi mentre è probabilmente vero che le persone hanno usato la tattica del ricoprire di vergogna sia nella “Guerra al tabacco” che nella “Guerra all’obesità”, è anche vero che la stessa vergogna non è ciò che crea il cambiamento.

Quindi anche se conservate l’idea errata che “l’obesità” sia pericolosa come il fumo e dovrebbe in qualche modo essere sradicata usando strategie simili, lo shaming non funzionerà.

10. Perché ti stai inserendo in un circolo vizioso

La credenza popolare ti ha convintx che essere grass@ –come vivere in povertà– è una scelta. E se una persona lavora abbastanza duramente per tirarsi fuori dalla sua situazione disperata, anche quella persona può godere del privilegio derivato dall’essere magr@.

E questa idea alimenta ciò che Jes Baker ha chiamato “valuta del corpo” – l’idea che “ci viene socialmente insegnato che se raggiungiamo il corpo ideale che vediamo nei media tradizionali … otterremo di conseguenza amore, dignità, successo e, in definitiva, felicità” e che i nostri corpi, quindi, agiscono come valuta.

Questa è una promessa sociale, come spiega Sonya Renee Taylor nel documentario Fattitude, “un giorno potrò davvero incassare il mio thin privilege“.

E questa fantasia – che la possibilità di ottenere magrezza porterà quindi alla felicità – è ciò che motiva tutt@ noi a partecipare alla cultura della dieta. Alimenta anche il desiderio di alcune persone, apparentemente, di aiutare le persone di taglia grande a vivere la loro vita in modo migliore.

Ma proprio come non abbiamo molta scelta sul nostro stato economico, non abbiamo nemmeno molta scelta sui nostri tipi di corpo. E mentre possiamo provare a cambiare entrambi, incontreremo senza dubbio più ostacoli e impossibilità che opportunità e successi.

Quindi quando perpetuiamo la narrazione che tutt@ noi abbiamo una scelta se i nostri corpi sono grassi o magri, promuoviamo l’idea che tutt@ dovrebbero sforzarsi sempre di essere magr@ – e questo è qualcosa che in realtà ci danneggia tutt@.

Nel frattempo spingiamo anche sull’idea che, dato che il grasso è malsano e quindi cattivo, le “scelte” che facciamo sul nostro corpo parlano anche delle nostre moralità e della misura in cui “meritiamo” una buona salute e rispetto.

Invece dovremmo riconoscere che nessunx di noi ha il pieno controllo su ciò che ci viene dato nella vita e che tutt@ meritiamo rispetto, a prescindere.

11. Perché Straight Up, Fat-Shaming ti rendono solo un* cretin*

Diciamolo: se sei un* concern troller, sei un* fat-shamer. E se sei un* fat-shamer, sei cattivx. Potresti avere le migliori intenzioni, ma quello che stai veramente facendo è prendere a calci le persone quando la società le sta già maltrattando. E’ già abbastanza.

Il concern trolling non ti rende un eroe. Non stai salvando la vita a nessunx.

Non stai motivando nessunx verso la salute. Non stai aiutando qualcunx a fronteggiare l’oppressione. Stai facendo del male alle persone. Tutto ciò che fa il concern trolling è ferire le persone, sia individualmente che socialmente.

E se questo non è un motivo sufficiente per rivalutare le tue azioni, allora qual è?

Pure Evil. La storia intrecciata della supremazia bianca e dell’odio verso il grasso

Fonte: https://www.bitchmedia.org/article/fat-shaming-heather-heyer-white-supremacy

di Shannon Weber

Il 12 agosto [2017 NdR], Heather Heyer ha difeso Charlottesville dalla violenza della folla dei neonazisti e dei suprematisti bianchi – e ha pagato con la sua vita quando James Alex Fields ha fatto precipitare la sua auto in una folla di manifestant@, uccidendola e ferendone molt@ altr@. Mentre milioni di persone si stavano riprendendo da quell’atto di terrorismo, Andrew Anglin, editore del sito web neonazista Daily Stormer, ha pubblicato un post sul blog intitolato “Heather Heyer: la donna uccisa in un episodio di rabbia era una grassa vecchia troia di 32 anni e senza figli. ”

“Nonostante la finta indignazione da parte dei media, la maggior parte delle persone è contenta che sia morta, poiché era la definizione di inutilità”, ha scritto Anglin. “Una donna di 32 anni senza figli è un peso per la società e non ha alcun valore.” Ha anche chiamato Heyer una “brutta grassa”, “creatura disgustosa” e “grassa grassona Heather”, tra gli altri insulti, e in seguito ha detto che si era sentito “divertito” dalle molteplici minacce di morte che aveva ricevuto a seguito della sua tirata. I membri del Daily Stormer e Stormfront, il “più antico forum web neonazista su Internet“, hanno deriso Heyer e hanno festeggiato la sua morte pubblicando meme con le parole ” BALENA COMUNISTA” sovrapposte a una foto in cui lei giace a terra parzialmente nuda mentre i medici di strada tentavano di salvarle la vita.

Il fat-shaming, insieme alla misoginia retrograda, è stato fondamentale per far avanzare la supremazia bianca negli Stati Uniti almeno dal 1800, secondo Amy Farrell, professore di studi americani e studi di genere al Dickinson College. Nel suo libro del 2011 Fat Shame: Stigma and the Fat Body in American Culture, Farrell sostiene che nel diciannovesimo secolo, il grasso divenne un indicatore per giudicare un corpo inferiore e al di fuori dei confini di quello che era considerato un “vero corpo americano”. “La grassezza”, scrive, “era un motivo usato per identificare i corpi inferiori” – immigrate, ex schiave e donne – e divenne un segno rivelatore di una persona “superiore” che cadeva in disgrazia.” Nel 1900, le cartoline che deridevano donne grasse bianche “promuovevano l’idea che il corpo di una donna bianca grassa fosse un corpo fuori controllo, attraente solo per quegli uomini che erano essi stessi meno civili.”


Una cartolina del 1907 con il gioco di parole “Discesa irlandese” si raffigura una serva irlandese di mezza età grassa che cade dalle scale e rompe i piatti dei pasti, un chiaro riferimento all’insufficiente bianchezza e all’incompetenza della donna. Farrell la definisce un’illustrazione dello stereotipo dell’immigrat@ imbroglione, stupid@ e grossolan@.

Identificare il grasso corporeo divenne un modo per classificare i corpi come devianti e difettosx. Dopo l’acclamazione di Charles Darwin nella creazione di un sistema per classificare il regno animale, alcuni scienziati sociali (che erano in gran parte bianchi e maschi) hanno tentato di escogitare un sistema simile per classificare le persone. Usando una scienza distorta, hanno giustificato le loro opinioni prevenute secondo cui il candore e la virilità erano al vertice di una gerarchia di civiltà. L’intolleranza al grasso è andata di pari passo con la disumanizzazione di persone di colore e persone di varie etnie europee non considerate sufficientemente bianche, come le persone irlandesi e italiane. Ad esempio, Saartjie Baartman è stata ridotta in schiavitù nella sua nativa Africa del Sud ed esibita in spettacoli di freaks europei a causa delle dimensioni delle sue labbra e glutei.

Alla sua morte, i suoi resti furono conservati e messi in mostra in un museo francese per decenni. La bianca mostrificazione e feticizzazione di Baartman è intimamente connessa alla sua femminilità nera ipersessualizzata e alla sua voluttuosa forma corporea. Questo uso della scienza distorta per confermare preesistenti pregiudizi è ciò che ha contribuito a spingere la popolarità dell’eugenetica per buona parte del 20° secolo, con conseguenti atrocità di massa, come la sterilizzazione forzata delle persone di colore, portoricane, delle donne indigene e delle persone con disabilità, così come la tortura psichiatrica, l’incarcerazione e l’omicidio di persone queer e trans.

Questi punti di vista hanno contribuito a spingere la popolarità dell’eugenetica fino al 20° secolo. Le ideologie eugenetiche furono esportate nella Germania nazista, dove prosperarono attraverso le mortali teorie di Adolf Hitler sulla purezza ariana. Nell’ambito dell’eugenetica del Terzo Reich, i nazisti “incoraggiarono l’allevamento selettivo per i tratti ariani (ad esempio, atletico, biondo e con gli occhi azzurri)”. L’incoraggiamento dell’atletismo al fine di propagare una razza adatta in forma è una retorica anti-grasso codificata per svalutare i corpi grassi. Il Dr. William Preble ha affermato nel suo articolo del 1915 “Obesità e malnutrizione” che “il popolo ebraico sembra propenso all’adiposità”, o al grasso corporeo, era forse una prefigurazione dell’ossessione nazista per “l’igiene razziale” e per la perfezione corporea in chiave antisemita.

Questa enfasi sui corpi in forma era associata a una fissazione sulla riproduzione eterosessuale, tutto uno sforzo per controllare i corpi delle donne bianche per fini razzisti. Secondo un suprematista bianco che capisce che “la razza bianca” deve essere preservata dal “genocidio bianco”, il controllo dei corpi delle donne bianche diventa fondamentale per la produzione del maggior numero possibile di bambini bianchi. Questo stereotipo vive in America. Uno stile simile del discorso ” il Führer sa” è in gioco nel suprematista bianco che fa fat-shaming su Heyer. Heyer, sfidando la visione normativa di magra, bionda, giovane bellezza femminile bianca rappresenta un tipo fondamentale di autonomia femminista che fa infuriare gli uomini bianchi violenti che si aspettano compliance dalle donne. Quindi, Heyer diventa “grassa grassona”, diventa – gasp! – “senza figli” e diventa il simbolo supremo del doppio standard sessuale: una troia.


E mentre le donne bianche grasse mantengono indubbiamente ancora il loro privilegio bianco (notate l’effusione di dispiacere per la morte di Heyer da parte dei bianchi che non potevano disturbarsi a versare una lacrima sugli omicidi di Rekia Boyd o Sandra Bland), essendo una donna grassa la società non consente che sia trattata con la stessa virtù e decenza umana di base che si ha per una donna magra. Possiamo vederlo dal più comune fat-shaming quotidiano al grottesco bullismo proveniente dal più alto ufficio politico del paese. Donald Trump, che ha difeso i neonazisti di Charlottesville, si è assicurato la presidenza pur essendo un accanito predatore sessuale e spietato campione di vergogna. Trump ha attaccato Rosie O’Donnell per anni, definendola “sciatta”, “maiale” con una “faccia grassa e brutta”. Ha fatto attacchi sessisti e razzisti contro l’ex Miss Universo Alicia Machado, che chiamò “Miss Piggy” e “Miss Faccende Domestiche”, costringendola ad un certo punto ad allenarsi davanti alle telecamere della TV. Il carattere e le azioni di Trump sono la prova che gli uomini bianchi al potere credono che i loro pregiudizi siano l’arbitro finale del valore di tutti gli altri. Questo fatto è applicabile in modo inquietante anche agli attacchi neonazisti contro Heyer.

Mentre si pensa ai terrificanti post di fat-shaming post-mortem su Heyer come ad un esempio di cyberbullismo sociopatico, cosa che sono senza dubbio – ed è un’esperienza fin troppo comune per ragazze e donne grasse – non dobbiamo però concludere lì la nostra analisi. Questo fat-shaming è anche un attacco a Heyer sia come una persona bianca “fallita” sia come una donna “fallita”: una “traditrice della razza bianca” che ha osato nominare la supremazia bianca e una donna incompleta che ha vissuto la vita alle sue condizioni invece che come una Barbie Ariana o come un contenitore per altrx bambinx bianchx stile Handmaid’s Tale. La Heyer fu “inutile” solo perché non sostenne un futuro distopico suprematista bianco, e per questo fu martirizzata, insieme alle molte persone di colore assassinate e incarcerate ogni giorno in nome della supremazia bianca.

La furia scatenata su Heyer da questi terroristi è, in definitiva, la rabbia degli ego feriti che non riescono a contenere lo spirito di una donna irraggiungibile. Anche se il loro odio è riuscito a ucciderla, ciò che rappresentava e ciò che continua a ispirare nelle altre persone brucia più luminoso di qualsiasi Tiki Torch culturalmente appropriata.

I 40.000 di noi che hanno marciato e si sono radunat@ insieme per difendere Boston dal razzismo, dall’antisemitismo e dall’istigazione neonazista alla violenza una settimana dopo Charlottesville ne sono la prova. Questi massicci suprematisti bianchi che screditano il valore di Heyer come essere umano non possono essere minimizzati come “trolling”. Lasciateli essere un invito all’azione nel nostro futuro attivismo mentre combattiamo per una società che esemplifica il meglio della nostra empatia umana, del nostro amore e rispetto per la differenza. Forse se lo avessimo fatto prima, un simpatizzante cyberbully e neo-nazista vergognoso non sarebbe seduto alla Casa Bianca.

Nazifemministe

di Paul B. Preciado

fonte: https://www.liberation.fr/debats/2019/11/29/feminazies_1766375

Da quando le donne parlano per sé stesse i rappresentanti del vecchio regime sessuale sono talmente nervosi che ora sono loro a rimanere senza parole. È forse per questo che i signori del patriarcato coloniale sono andati a pescare nel loro libro di storia necropolitica alla ricerca di insulti da lanciarci addosso e, caso curioso, hanno scelto quello che hanno sempre a portata di mano: nazista!

Dicono di noi che siamo delle nazifemministe. Dicono che non possono più salire in ascensore con una ragazza – che peccato – perché questa potrebbe essere una ‘nazifemminista’ che li accuserà di stupro. Dicono che non possono più esercitare liberamente l’arte della conquista virile alla francese. Dicono che le donne hanno preso il potere nelle università, che vincono premi letterari e che sono loro che, ebbre di gender studies, dettano legge nel cinema e nei media. Capovolgendo egemonia e subalternità, i padri del tecnopatriarcato attribuiscono un potere assoluto alle minoranze sessuali, alle donne, alle persone trans, omosessuali, ai froci, alle lesbiche e ai corpi di genere non binario; straordinariamente trasferiscono su quest’ultimi soggetti quelle violenze totalitarie che sono state e sono tuttora le loro. Come è possibile applicare l’aggettivo ‘nazista’ proprio ai corpi che il nazismo considerava subumani e dispensabili?

Nulla giustifica l’utilizzo dell’aggettivo ‘nazifemministe’ per qualificare le richieste di riconoscimento delle donne, delle persone trans, di quelle omosessuali o di sesso non binario come soggetti politici autonomi. Non penso che valga la pena perdersi in una discussione teorica. L’argomento migliore e più efficace è attenersi ai fatti.

Quando avremo violato e smembrato un numero di uomini pari alle donne, alle persone omosessuali o trans che avete violato e smembrato voi, semplicemente per il fatto di essere uomini, o perché il loro corpo o le loro pratiche non corrispondevano a ciò che noi intendiamo come corretta mascolinità eterosessuale sottomessa, allora potrete chiamarci nazifemministe. Quando avremo deciso in un Parlamento composto solo di donne, in un consiglio d’amministrazione composto solo di donne, che un uomo per il semplice fatto di essere uomo deve essere meno pagato di una donna in qualsiasi impiego e circostanza, allora potrete chiamarci nazifemministe. Quando vi sarà proibito di eiaculare fuori da una vagina, pena l’accusa di aborto e tutte le vostre pratiche sessuali al di fuori del letto eterosessuale saranno considerate grottesche o patologiche, allora potrete chiamarci nazifemministe. Quando le vostre gambe tremeranno nell’attraversare una strada buia e cercherete intimoriti le chiavi del portone nelle tasche per rientrare il più veloce possibile, quando una figura femminile in fondo al viale vi farà voltare e correre, quando le strade di ogni città saranno nostre, allora voi potrete chiamarci nazifemministe. Quando le scuole non insegneranno che libri di Gertrude Stein e Virginia Woolf e quando James Joyce e Gustave Flaubert saranno diventati degli scrittori “mascolinisti” e quando i musei d’arte dedicheranno una settimana all’anno all’esplorazione delle opere sconosciute degli ‘artisti maschili’ e quando le storiche pubblicheranno ogni dieci anni un magazine per parlare del ruolo degli ‘uomini invisibili nella storia’, allora, a quel punto, potrete chiamarci nazifemministe.

Quando le psicologhe, le psicanaliste e le psichiatre, esperte in sessualità umana, saranno esclusivamente delle lesbiche radicali che si riuniranno in assemblee chiuse per stabilire la differenza tra mascolinità normale e patologica, quando invece di commentare Freud e Lacan interpreteremo la vostra sessualità mascolina eterossessuale, le vostre aspettative e i vostri piaceri secondo le teorie di Valerie Solanas e Monique Wittig, allora potrete chiamarci nazifemministe. Quando le vostre madri, zie, cugine, sorelle, amiche e mogli avranno sempre qualcosa da dire sul vostro modo di vestire, di acconciarvi, di parlare, di essere brutti o grassi, belli o magri, e quando ve lo diranno costantemente, a voce alta, davanti a tutte, e fingeranno di farvi piacere con questa forma di controllo, e quando noi chiameremo questa forma di linguaggio ‘galanteria femminile’, allora potrete chiamarci nazifemministe. Quando usciremo in gruppo per pagarci un lavoratore del sesso precario che incontreremo mezzo nudo ai lati delle strade delle periferie delle città, un uomo giovane spesso immigrato al quale non riconosceremo il diritto al lavoro, che sarà considerato come un criminale e quando una polizia composta quasi soltanto da donne avrà il diritto di stuprare e perseguire, allora sì, nel momento in cui pagheremo cinque euro un lavoratore sessuale per una succhiata di clitoride in macchina, allora potrete chiamarci nazifemministe.

E anche se un giorno vi sottomettessimo, vi esotizzassimo, vi violentassimo e uccidessimo, se riuscissimo in un disegno storico di sterminio, espropriazione e sottomissione comparabile al vostro, allora saremmo semplicemente come voi. Allora, sì, da quel momento potremmo condividere con voi l’aggettivo ‘nazista’. Ma per essere all’altezza delle vostre tecniche politiche patriarcali avremmo bisogno di un lavoro collettivo monumentale, e di mettere in campo un odio organizzato e un’industria della vendetta che, sinceramente, non immagino né desidero. Per adesso, e lo dico con l’obiettività che metterebbe uno scienziato nel rimarcare la differenza tra il numero di granelli di sabbia del deserto del Sahara e il granello di sabbia che gli è entrato in un occhio, c’è del margine. Molto, molto margine.

Comunicato del Circolo Anarcofemminista Ni Amas Ni Esclavas sulla rivolta nella regione chilena

da https://hacialavida.noblogs.org/post/2019/11/26/comunicado-del-circulo-anarcofeminista-ni-amas-ni-esclavas-sobre-la-revuelta-en-la-region-chilena/

A un mese dall’inizio della rivolta sociale in $hile[1], siamo statx testimoni di molti episodi di violenza politica esercitata dalle forze di polizia e FF.AA. contro milioni di persone scese in strada a manifestare il malcontento e il rifiuto di un modello socioeconomico instaurato a costo della morte e dello sfruttamento di generazioni che hanno pagato le conseguenze del suo sviluppo negli ultimi 46 anni. L’azione diretta contro l’innalzamento del biglietto metro di 30 pesos, durante la quale migliaia di studenti hanno organizzato evasioni di massa, ha incoraggiato un’intera società a sollevarsi contro un sistema iniquo, a organizzare la rabbia accumulata e attaccare chi ci ha oppressx per secoli. Le varie lotte sociali sono emerse con le rispettive richieste, riuscendo a convogliarsi in un fronte comune contro lo stato e il capitale, privilegiando l’empatia e la solidarietà in una rivolta che non si ferma, né di fronte alla sproporzionata repressione né agli accordi per la pace. Non cadiamo nella trappola della nuova costituzione, elaborata a porte chiuse da una classe politica sconnessa dalla realtà e che ancora una volta esclude le persone protagoniste del tanto anelato cambio sociale.

Come anarcofemministe ci uniamo a questa grande lotta, crediamo che sia di somma importanza mettersi in gioco per l’autodeterminazione, il mutuo aiuto, l’azione diretta e l’organizzazione territoriale (essendo questi i pilastri che sorreggono questa trasformazione sociale), rendere visibili gli inganni istituzionali che storicamente la classe politica e imprenditoriale montano attraverso sotterfugi legalisti che favoriscono solamente coloro che hanno cooptato il potere, infestare con le nostre idee i distinti scenari e comunità che oggi più che mai sono terreno fertile per la diffusione delle nostre idee antiautoritarie.

Ripercorrendo la storia delle manifestazioni, proteste o rivolte in questa regione chiamata $hile possiamo individuare un obiettivo comune ancora oggi latente: la fine dell’abuso storico di una classe politico-economica che a suon di collusioni istituzionali, partitiche e imprenditoriali ha portato alla precarizzazione della vita della classe lavoratrice in ogni sua dimensione. Se facciamo questo percorso storico vediamo inoltre uno stato che dal principio ha tentato di silenziare, compromettere e schiacciare la rivolta sociale con il terrore, la repressione e la violenza. Questo terrorismo di stato si è dispiegato prima contro i popoli indigeni della regione, per eliminarli dalla scena della nascente patria, per il bene della fondazione dello stato nazionale $hileno con tutti i suoi dispositivi di controllo, per costruire un paese a immagine e somiglianza dell’Europa: bianco, civilizzato e progressista.

Il massacro razzista attuato dallo stato non è riuscito nel suo intento e questo è evidente nella resistenza da nord a sud dei popoli indigeni che storicamente hanno dovuto lottare e difendere le proprie terre, la propria cultura e le loro stesse vite dinanzi a uno stato che ha cercato sistematicamente di cancellarli dalle mappe. Successivamente questo stesso stato che ha promosso un avvenire sicuro e prospero, ha rivolto il massacro verso la sua propria gente, non a una gente qualsiasi bensì a quella che, da quando $hile è $hile, ha dovuto vivere in condizioni indegne, alla gente precaria, maltrattata, marginalizzata e dimenticata, gente che nel momento in cui alzava la voce si è vista scaternare il fuoco, la repressione, la tortura, la sparizione e la morte! Meccanismi che possiamo incontrare nella storia recente della regione chilena con l’instaurazione della dittatura civico-militare di Pinochet che a suon di minacce, proiettili e torture ha fatto del $chile il primo paese neoliberale del mondo, consolidando così una delle forme del capitalismo più sfacciato, autoritario e dispotico, forma che oggi lo stato non ha potuto continuare a occultare sotto il suo grande tappeto di convenzioni politiche, lobby, politiche pubbliche fatte di briciole e inganni giornalieri! Oggi lo stato chileno mostra la sua vera faccia, quella che lungo 30 anni di ‘democrazia’ ha provato a lavar via il sangue che scorre nelle sue istituzioni, nei suoi eserciti, tra le sue leggi, sul suo scudo e la sua bandiera; pallottole, pallini, lacrimogeni, gas urticante e proiettili che mostrano questa patria traboccante di sangue, sangue che di nuovo, nella rivolta iniziata il 18 ottobre 2019, torna a scorrere sulla protesta sociale, con più di 20 morti, 200 perdite oculari, torturatx, imprigionatx, sequestratx e stupratx.

L’azione militare brutale e mortale contro la cultura mapuche non si è fermata dopo la ditattura. Il suo obiettivo è disarticolare la storia dei popoli indigeni per riprodurla all’interno di una logica colonialista. In questo senso si ritiene valida la storia mapuche solo a partire da una rivalorizzazione del popolo detto chileno all’interno della sua etica e cosmologia, basate sul valore della terra e della natura. “Mapuche: gente di questa terra”, un motto che senza dubbio renderà giustizia ai disastri provocati da uno stato oppressore e assassino che ha definito il popolo mapuche terrorista. Dall’attuale crisi sociale provocata da una precaria e abusiva politica neoliberale, è stato dimostrato il sostegno alle persone Mapuche nella loro lotta autonoma, sostegno basato su organizzazioni sociali e appoggio reciproco che è emerso spontaneamente tra i nostri pari, identificandoci come anarcofemministe con gli ideali anticapitalisti della loro lotta. Attualmente lo stato ha giustificato la violenza approvando leggi che rafforzano ancora di più la repressione e criminalizzazione della protesta; ricattando e assassinando coloro che ritiene una minaccia al suo modello attuale.

È così che hanno discriminato e violentato il popolo mapuche da tempo immemore, nascondendolo all’opinione pubblica, criminalizzando e offuscando ciò che questo sta esigendo da anni: la liberazione, ricostituzione e autonomia del territorio mapuche, che dopo esser stato usurpato giace in mano di privati che lo distruggono e sfruttano. Il governo instilla nell’opinione pubblica disinformazione e menzogne attraverso i mezzi di comunicazione; menzogne che vorrebbero nascondere le montature contro la causa mapuche (una delle ultime è il caso del comunero Camilo Catrillanca [2], che il 14 novembre 2018 ha dimostrato fattivamente il comportamento assassino dei sicari dello stato). Allo stesso modo la ‘machi’ Francisca Linconao[3] che nel 2013 è stata accusata senza fondamento usando la legge anti-terrorista, è stata assolta per mancanza di prove nel 2018. Non sono oggi cessate le montature, la repressione e la violenza nei confronti del popolo indigeno, con la differenza che ora ad apportare il proprio sostegno non sono soltanto gruppi minoritari; ormai gran parte dei movimenti sociali, così come individualità che scendono in strada a manifestare, hanno compreso che l’oppressore è lo stesso in entrambe le cause: lo stato capitalista, patriarcale e colonialista.

Le rivolte e la disobbedienza civile messe in atto in questi giorni hanno evidenziato tutte le ingiustizie, le disuguaglianze e le violenze su cui si struttura lo stato del $hile, senza tralasciare la violenza politico-sessuale attuata attraverso stupri, molestie, denudamenti e insulti contro donne e dissidenze sessuali; uno dei congegni per seminare terrore, umiliazione e paralisi delle forze contrarie allo status quo! Si è dimostrata di nuovo, proprio come sotto la dittatura, la violenza machista storica che gli stati (tutti) hanno esercitato dal principio del mondo civilizzato; si è dimostrato che in una alleanza machiavellica gli stati hanno dispiegato atti di vessazione nei confronti delle individualità che rifuggono il sistema eteronormato e che resistono nelle loro esistenze differenti. Dopo una gran visibilità dei movimenti articolati dai femminismi, diventa un dovere continuare a espandere il nostro pensare, evidenziando violenze e combattendole congiuntamente.

Perciò ci dichiariamo contro lo stato, contro i suoi dispositivi, meccanismi e forme!

Rifiutiamo la violenza dello stato oligarchico, liberale e patriarcale contro il popolo mapuche, le marginalità, le donne, le persone omosessuali, le dissidenze sessuali e coloro che sono dimenticatx, proprio come la nostra infanzia catturata dal Sename.[4]

Esigiamo libertà e giustizia per tuttx, compagnx, prigionierx e cadutx.

Crediamo che l’unica maniera di continuare a combattere e resistere per riprenderci le nostre vite è l’organizzazione e le assemblee territoriali! Non crediamo nei loro contratti di pace, tantomeno nelle loro convenzioni costituenti sotto uno stato che storicamente è stato il nemico di tutti i popoli!

La lotta continua, la rivolta resiste!

Organizzati e riprendiamoci le nostre vite!

Círculo Anarcofeminista Ni Amas Ni Esclavas

Novembre 2019

[1] La dicitura ‘$hile’ è diffusa nel paese e marca la distinzione tra il Chile reale e lo stato neoliberale che deturpa il suo popolo e territorio in favore del capitale ($hile con $ simbolo del Peso)

[2] Camilo Catrillanca, 24enne mapuche della regione meridionale de La Auracanía e tra i leader della ATM (Alianza Territorial Mapuche), è stato ucciso da una pallottola sparata da Carabineros della squadra speciale denominata Comando Jungla il 14 novembre 2018. La sua morte ha generato proteste e scontri nelle maggiori città chilene. Il primo anniversario del suo assassinio è perció coinciso con le sollevazioni attuali.

[3] Francisca del Carmen Linconao Huircapan è una ‘machi’, un’autorità spirituale, guida e guaritrice. La causa intentata contro l’azienda forestale Palermo ha portato a una sentenza favorevole al popolo mapuche, costituendo un precedente giuridico pericoloso per lo sfruttamento indiscriminato dei territori da parte dei privati. Nel 2013 è stata ingiustamente incriminata in un caso di omicidio e nel 2016 incarcerata insieme ad altrx 10 comunerxs sulla base della denuncia falsa di un testimone estorta sotto minaccia di funzionari di polizia.

[4] Servicio Nacional de Menores, organismo di protezione delle persone minori dello stato chileno, tristemente noto per i sistematici maltrattamenti adottati nella totalità dei centri del territorio nazionale, nonché per gli innumerevoli casi di violenza sessuale (nel 50% dei casi).

Libano: una rivoluzione contro il settarismo. Cronaca del primo mese della rivolta

da https://crimethinc.com/2019/11/13/lebanon-a-revolution-against-sectarianism-chronicling-the-first-month-of-the-uprising

Dal 17 ottobre, il Libano ha assistito a manifestazioni a livello nazionale che hanno rovesciato il primo ministro e trasformato la società libanese. Queste manifestazioni fanno parte di un’ondata globale di rivolte (tra cui Ecuador, Cile, Honduras, Haiti, Sudan, Iraq, Hong Kong e Catalogna) in cui gli sfruttati e gli oppressi stanno sfidando la legittimità dei loro governanti. In Libano, un accordo settario di condivisione del potere risalente alla fine della guerra civile ha creato una classe dominante di signori della guerra che usano il clientelismo per mantenere il potere vincendo le elezioni, confermando la nostra tesi secondo cui la politica è guerra con altri mezzi. In questo resoconto completo degli eventi del mese scorso, un partecipante sul campo descrive dettagliatamente la rivolta libanese, analizzando come abbia minato le strutture patriarcali e trasceso le divisioni religiose per riunire le persone contro la classe dominante.

di Joey Ayoub

Come tutto ha avuto inizio

Per il popolo libanese, la settimana del 17 ottobre 2019 è stata tra le più movimentate della memoria recente.
Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, gli incendi hanno devastato il Libano e parti della Siria. Abbiamo perso fino a 3.000.000 di alberi (1200 ettari) in un paese di 10.500 chilometri quadrati (4035 miglia quadrate), quasi raddoppiando la media annuale della perdita di alberi in sole 48 ore. La risposta del governo è stata disastrosa. Il Libano aveva solo tre elicotteri, donati da civili che li avevano messi a disposizione, lasciati fermi in aeroporto perché il governo non aveva fatto la manutenzione. Sebbene il governo avesse stanziato fondi per la manutenzione, i soldi erano “scomparsi”, come accade per molti fondi in Libano che sono nelle mani della classe dominante settaria. Alla fine gli incendi sono stati domati dall’intervento congiunto di impiegati pubblici volontari (la protezione civile non è pagata da decenni) tra cui persone provenienti dai campi profughi palestinesi, volontari a caso, aerei inviati da Giordania, Cipro e Grecia e, fortunatamente, dalla pioggia. Sarebbe potuto andare molto, molto peggio.
Non soddisfatti della propria incompetenza, i politici libanesi hanno fatto fare da capro espiatorio ai siriani, diffondendo voci secondo cui i siriani stavano appiccando gli incendi e si stavano trasferendo in case libanesi abbandonate (evidentemente i siriani sono a prova di fuoco…). Alcuni dei maggiori politici, come il capo del Movimento patriottico libero (FPM) Mario Aoun, si sono lamentati del fatto che gli incendi hanno colpito solo le aree cristiane, ignorando il fatto che la regione Shouf, dove sono avvenuti molti degli incendi, è in realtà una zona a maggioranza drusa.
Invece di affrontare le ripercussioni degli incendi e prevenire quelle successive, lo stato ha esacerbato la situazione. Il 17 ottobre, lo stato ha approvato un disegno di legge per tassare le telefonate via Internet tramite servizi come WhatsApp. Lo hanno definito come un tentativo di ottenere entrate aggiuntive per sbloccare oltre 11 miliardi di dollari di “aiuti” promessi alla conferenza CEDRE (Conférence économique pour le développement par les réformes et avec les entreprises, ndt) a Parigi:
“Il vicepresidente della Banca mondiale per il Medio Oriente e il Nordafrica Ferid Belhaj ha affermato che se il Libano volesse vedere presto i soldi del CEDRE, dovrebbe prendere sul serio l’attuazione delle riforme”.
Queste “riforme” erano essenzialmente misure che punivano ulteriormente la maggioranza di meno abbienti, salvando la minoranza di ricchi.

Il Libano aveva già subito una serie di crisi economiche legate alla corruzione e al debito nazionale – la maggior parte del quale (circa il 90%) è detenuto dalle banche locali e dalla banca centrale – provocando corse agli sportelli bancari, carenza di carburante e scioperi. Quasi 90 miliardi di dollari sono concentrati in soli 24.000 conti bancari in Libano, vale a dire qualcosa tra i 6000 e gli 8000 titolari di conti in Libano hanno oltre otto volte la quantità di denaro che il governo spera di “sbloccare” con CEDRE. Sebbene molti media si siano concentrati sulla cosiddetta “tassa di WhatsApp”, in realtà è stata la combinazione di tutti questi fattori e molti altri a ispirare l’indignazione.
La notte del 17 ottobre, migliaia di persone sono scese nelle strade delle città del Libano, tra cui Beirut, Tiro, Baalbek, Nabatiyeh, Saida e molti altri luoghi in proteste spontanee. Le proteste sono state così partecipate che lo stato ha annullato immediatamente l’imposta. Quella notte, una donna di nome Malak Alaywe Herz ha preso a calci la guardia del corpo armata di un politico; il video è diventato virale e, come in Sudan, una donna è diventata un’icona rivoluzionaria. Entro il 18 ottobre, parti del centro di Beirut erano in fiamme e gran parte del paese era completamente chiuso da blocchi stradali, molti dei quali erano fatti con pneumatici incendiati.

Da quel momento mi sono unito alle proteste di Beirut e da allora ci vado quasi tutti i giorni. Come organizzatore delle proteste del 2015, cresciuto in Libano e che ne ha scritto dal 2012, ho capito subito che queste proteste sarebbero state diverse. Non ero l’unico preso da quel sentimento raro: la speranza. Al contrario, essa era ovunque. In questo resoconto, cercherò di spiegare perché queste proteste hanno già creato cambiamenti irreversibili nel paese, cambiamenti che le élite al potere dei signori della guerra e degli oligarchi stanno lottando per invertire.

La duplice natura dell’insurrezione

È importante considerare come l’insurrezione in corso abbia dimensioni sia riformiste che rivoluzionarie. È una rivolta contro l’ingiustizia e la corruzione e una rivoluzione contro il settarismo.
La dimensione riformista assume la forma di proteste contro la corruzione. Una richiesta comune, espressa nel canto kellon yaani kellon (“tutti significa tutti”), è che il governo si dimetta. Il 20 ottobre, quattro ministri associati alle forze libanesi (LF), un partito guidato dall’ex signore della guerra Samir Geagea, si sono dimessi; da allora, la LF ha cercato, piuttosto senza successo, di cavalcare l’onda delle proteste. La prima grande vittoria sono state le dimissioni del primo ministro Saad Hariri martedì 29 ottobre, facendo crollare efficacemente il governo come lo avevamo conosciuto, anche se, al momento della stesura di questo documento, è ancora il primo ministro custode [tecnicamente in carica, ndt].
Non ci sono richieste unificate provenienti dalle strade; in molti modi, c’è resistenza alla formulazione di un elenco di richieste. Detto questo, ci sono diverse richieste popolari, che richiedono principalmente la fine della corruzione e la politica settaria, che sono giustamente viste come intrecciate. Le vediamo nelle interviste di strada condotte dalle stazioni televisive, sui social media e tra i manifestanti stessi. Come hanno scritto Kareem Chehayeb e Abby Sewell, oltre alle dimissioni del governo, due richieste comuni sono state per “elezioni parlamentari anticipate con una nuova legge elettorale, per elezioni che non si basino sulla proporzionalità settaria” e “per un’indagine indipendente su furto e appropriazione indebita di fondi pubblici “. Quest’ultima richiesta è stata brevemente sintetizzata da un uomo di Arsal: “Non c’è una guerra. Si tratta di soldi. Hai rubato i soldi, restituisci i soldi”.

Le proteste sono anti-settarie in molti modi diversi. Trascendono ciò che potremmo pensare come una divisione sinistra/destra e includono persino i sostenitori tradizionali dei partiti politici settari. Questa rabbia è in atto da quasi tre decenni; i traumi intergenerazionali sono ancora più antichi. Dalla fine della guerra civile, la classe transnazionale dei signori della guerra-oligarchi del Libano ha perfezionato le regole del gioco. Lo stato funge da base attraverso la quale questa classe può fare affari con se stessa e principalmente con le élite del Golfo, dell’Iran e dell’ovest; le reti clientelari mantengono strutture di potere a beneficio di questa classe, mantenendo i segmenti della popolazione dipendenti da loro; le infrastrutture pubbliche sono state lasciate marcire mentre la rapida privatizzazione limita la libertà di movimento tra le regioni e paralizza regolarmente l’intero paese; e, più recentemente, la paura della violenza che trabocca dalla Siria è stata regolarmente evocata, tre decenni dopo la stessa guerra civile del paese, per imporre il senso di impotenza al popolo libanese.
Per farla breve: mentre cercavano di riprendersi da 15 anni di guerra civile, gli abitanti del Libano hanno trascorso gli ultimi tre decenni a barcamenarsi nella vita di un paese in cui avevano ben poco diritto di parola. Un’implosione era inevitabile, ma il modo in cui è accaduta sta sfidando le interpretazioni più ciniche della vita politica libanese, comprese quelle degli stessi libanesi.

Reclamare le nostre strade

Quando la guerra civile finì sotto la “tutela” (leggi: occupazione) del regime siriano, i poteri si sono ricomposti per creare una parvenza di politica al fine di promuovere il messaggio che gli anni ’90 sarebbero stati il ​​decennio della ricostruzione. A Beirut ciò ha comportato la privatizzazione praticamente di tutto. Il centro storico, che gli arabi di tutta la regione chiamano Al-Balad (letteralmente “il paese”) è stato trasformato in Solidere, la società privata fondata dalla famiglia Hariri. Questo “neoliberismo realmente esistente” era addolcito da un discorso ottimistico: la narrazione era che solo attraverso legami commerciali si poteva tenere a bada la minaccia della guerra civile. Questo era il tempo in cui nacque la nostra generazione, la generazione del dopoguerra che mi piace chiamare la “generazione del ripensamento”. Siamo cresciuti ascoltando storie dei “bei vecchi tempi” prima della guerra, quando Beirut aveva una linea del tram e le persone potevano vendere merci negli spazi pubblici. Inutile dire che quel quadro roseo degli anni prebellici non considerasse le molte crisi avvenute a livello regionale e nazionale, crisi che alla fine hanno portato alla guerra civile nel 1975.
Ma gli anni ’90 hanno visto anche altri sviluppi. Il parlamento ha approvato una legge di amnistia nel 1991, perdonando la maggior parte dei crimini commessi durante la guerra, consentendo a coloro che avevano il potere di entrare nel governo. La maggior parte degli attuali pesi massimi della politica erano signori della guerra o imparentati con i signori della guerra, oppure divennero attivi nell’era postbellica o nei suoi primi giorni o dopo la Rivoluzione dei cedri del 2005 che espulse l’esercito siriano.
Queste figure politiche includono Nabih Berri, leader del movimento Amal dagli anni ’80 e presidente del parlamento dal 1992; Michel Aoun, presidente della repubblica, leader del Free Patriotic Movement (FPM) tornato dall’esilio nel 2005, e suocero di Gebran Bassil, che è anche leader dell’FPM e ministro degli esteri; Samir Geagea, leader delle forze libanesi (LF) dagli anni ’80, liberato dal carcere nel 2005 e rivale storico di Aoun; Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah dal 1992; Walid Jumblatt, leader del Partito progressista “socialista” (PSP) dal 1977; e Samy Gemayel, leader del partito Kataeb e nipote di Bachir Gemayel, un signore della guerra assassinato nel 1982 mentre era presidente eletto. Inoltre, possiamo considerare Saad Hariri, leader del Future Movement (FM), ripetutamente primo ministro [Hariri è stato in carica come primo ministro dal 9 novembere 2009 fino al 13 giugno 2011 e poi di nuovo dal 18 dicembre 2016 al 29 ottobre 2019, ndt] e figlio del primo ministro assassinato Rafik Hariri, come uno degli oligarchi più importanti dell’era postbellica, insieme a Tammam Salam, ex primo ministro e figlio di Saeb Salam, sei volte primo ministro prima della guerra civile, e Najib Mikati, anche lui ex primo ministro e di solito citato come l’uomo più ricco del Libano.
In breve, il Libano è governato da dinastie politiche che sono state forgiate nel fuoco della guerra civile o durante la sua “ricostruzione” del dopoguerra. Questo è ciò che i manifestanti nella città settentrionale di Tripoli hanno denunciato il 2 novembre con il canto “noi siamo la rivoluzione popolare, voi siete la guerra civile”.

Tripoli, la luce della rivoluzione

Tripoli, la più grande città del Libano settentrionale, è stata in prima linea nella rivolta. Quasi ogni giorno dal 17 ottobre, migliaia di manifestanti a Tripoli sono scesi in piazza per chiedere la caduta del regime settario. Per citare un manifestante di 84 anni, “C’è così tanta povertà e privazione qui che non importa come andrà a finire, le cose andranno comunque meglio”. Oltre alle spettacolari esibizioni di mobilitazione popolare, Kellon Yaa Kellon e “la gente vuole la caduta del regime” risuonano quotidianamente.
Tripoli, una città a maggioranza sunnita, ha apertamente sfidato la narrazione settaria dichiarando che sta con Nabatiyeh, Tiro e Dahieh, tutte città a maggioranza sciita. Quando Hezbollah e Amal Shabbiha (criminali governativi) hanno attaccato i manifestanti a Nabatiyeh il 23 ottobre, Tripoli ha risposto “Nabatiyeh, Tripoli è con te fino alla morte”. Il canto “Rivoluzione popolare contro guerra civile”, rapidamente adottato nel resto del Libano, presenta una narrazione in cui coloro che ancora si aggrappano alle loro identità settarie come reliquie della guerra civile si oppongono a coloro che stanno cercando di costruire un futuro inclusivo di tutti indipendentemente dalle sette religiose. Le proteste di Tripoli hanno indicato dall’inizio che questa rivolta sarebbe stata diversa.

Tripoli ha mantenuto uno slancio diverso a causa delle strutture organizzative emerse. Come a Beirut, i manifestanti a Tripoli hanno allestito ospedali e forum di discussione delle persone oltre a occupare l’edificio comunale. Le mobilitazioni sono state così inclusive che, per la prima volta che ne sono a conoscenza, i manifestanti di altre parti del Libano sono andati a Tripoli per partecipare alle proteste, in risposta a un invito aperto. Il 22 ottobre, poco prima che i manifestanti iniziassero a cantare “la gente vuole la caduta del regime”, un uomo con un megafono ha dichiarato “se [il governo] chiudesse tutte le piazze, siete tutti benvenuti in Nour Square [la piazza principale]”. Per la prima volta, Tripoli è diventata il centro dell’indignazione nazionale libanese. Nour significa “luce” in arabo; lo scrittore libanese Elias Khoury ha chiamato Tripoli la luce della rivoluzione.

Per cogliere il significato di tutto ciò, è necessario capire che parti di Tripoli e il distretto di Akkar a nord di essa hanno storicamente sopportato il peso maggiore della violenza statale mentre venivano demonizzate dall’opinione pubblica e dai media come snodi dell’estremismo sunnita. Sia lo stato libanese che Hezbollah hanno adottato le proprie versioni della narrazione post guerra dell’11 settembre, e le aree a maggioranza sunnita del Libano settentrionale, tra le più povere del Libano e vicine alla Siria, sono diventate capri espiatori. Eppure, nonostante questi tentativi da parte dei partiti settari, la creazione di questo capro espiatorio del Nord non è riuscita a ostacolare questo movimento. Si possono trovare commenti settari online, di solito mescolati con commenti anti-rifugiati, ma non hanno influenzato in modo significativo lo slancio visto per le strade.
Questo è il motivo per cui lo status di Tripoli come capitale de facto della rivoluzione ha messo a disagio attori politici come l’FPM. La stazione televisiva di FPM, OTV, ha regolarmente demonizzato i manifestanti a Tripoli e Akkar, impegnandosi in una campagna di disinformazione sin dall’inizio. Un titolo affermava che Tripoli stava “copiando” la città siriana di Homs (brutalmente schiacciata dal regime di Assad nel 2014), suggerendo che i militanti di Idlib si stessero facendo strada. Un altro esperto di OTV ha proclamato “proprio come siamo andati in Siria e seppellito la loro rivoluzione, seppelliremo questa rivoluzione in Libano” (L’FPM non ha mai partecipato militarmente in Siria, ma ovviamente lo ha fatto il suo alleato Hezbollah). Quando un attivista a Beirut ha risposto ai sentimenti dei rifugiati anti-siriani cantando “Bassil out, rifugiati in”, OTV ha preso quel filmato e ha aggiunto il titolo “Formazione americana, incitamento saudita, infiltrazione siriana”.

La connessione con la Siria è profonda. I manifestanti a Tripoli hanno cantato “Idlib siamo con te fino alla morte”, in riferimento alla città siriana che continua ad essere bombardata dalle forze aeree russe e siriane; I canti siriani sono stati adottati e riproposti in tutto il Libano. Come ha scritto un attivista siriano, “l’establishment politico del Libano, in particolare la parte che è ancora al potere, è sempre più infastidito da Tripoli e fa di tutto per mettere in cattiva luce la città e i suoi abitanti”. Il capro espiatorio di Tripoli potrebbe essere visto come un’estensione della risposta del governo libanese alla rivoluzione siriana, in particolare da parte di Hezbollah, Amal e FPM. Sebbene ufficialmente non affiliato, il governo libanese ha preso una piega dura contro i rifugiati dall’elezione di Aoun nel 2016, non che il governo fosse pro-rifugiati prima. In particolare Bassil si è associato a questa retorica, da cui il canto pro-rifugiato anti-Bassil.
Il distretto di Akkar è stato senza dubbio il capro espiatorio di politici e media anche più di Tripoli. Sebbene le proteste siano iniziate insieme al resto del Libano, la copertura mediatica rimane minima. Il 30 ottobre, i manifestanti ad Akkar, come altrove nel paese, hanno fatto eco al famoso canto siriano “yalla erhal ya Bashar” (affrettati a lasciare, Bashar [Assad]), adattandolo a “yalla erhal Michel Aoun”, come ascoltato per la prima volta in Beirut. Quella stessa notte, le forze di sicurezza hanno attaccato una marcia ad Akkar mentre i manifestanti cercavano di bloccare le strade. La risposta violenta delle forze di sicurezza ha portato i manifestanti a contrapporre la risposta relativamente mite delle forze di sicurezza di Beirut alla loro risposta ad Akkar.

La sollevazione del sud e dell’est

L’altra parte della storia è ambientata nel sud, in particolare a Nabatiyeh e Tiro (nota come Sour in arabo), così come nella valle della Bekaa ad est.
I manifestanti a Nabatiyeh sono stati tra i primi a manifestare la notte del 17 ottobre. Entro il 18 ottobre alcuni stavano già sfidando tabù di vecchia data. Il solo suggerimento che un manifestante ha fatto in diretta televisiva che Nabih Berri, il cui movimento Amal domina politicamente la regione accanto a Hezbollah, sia stato per troppo tempo presidente del parlamento – ha terrorizzato il giornalista che lo intervistava; il tweet che documenta questo fatto è stato eliminato. Per capire perché ciò sia accaduto e perché ciò che sta accadendo nel Sud e nell’est sia così importante, dobbiamo discutere della shabbiha.

La shabbiha è stata storicamente un fenomeno siriano. La parola stessa deriva da “fantasma” o “ombra”; è spesso associata alle Mercedes nere S600 (chiamate al-shabah) che sono state usate per rapire dissidenti e manifestanti siriani. Più tardi, il termine assunse una connotazione più generale, descrivendo gli uomini disposti a essere violenti in nome dei loro zu’ama (singolare: za’im), signori della guerra o capi principali locali, che spesso ricevono ordini dall’alto. Questo può significare qualsiasi cosa, dal picchiare i manifestanti a rapirli, torturarli e persino ucciderli. Quest’ultimo fatto non è più così comune in Libano, motivo per cui il termine shabbiha ora descrive qualsiasi attore filo-governativo disposto a infliggere violenza sui manifestanti.

Questa immagine [https://twitter.com/joeyayoub/status/1185511737317056512] ad esempio, mostra una banda shabbiha pro-Amal a Tiro il 19 ottobre; un video [https://twitter.com/chehayebk/status/1185506613584650240] di quella stessa mattina mostra queste shabbiha che attaccano i manifestanti. A causa della loro natura, è spesso molto difficile identificare la shabbiha e quasi impossibile “dimostrare” una catena di comando. Ma per motivi sia storici che contemporanei, sono state associate al Movimento Amal e a Hezbollah (sebbene la shabbiha armata di FPM abbia anche attaccato i manifestanti in almeno un’occasione).
Anche se Beirut ha subito due grandi attacchi della shabbiha, vale la pena notare che pure gli eventi del 29 ottobre, quando centinaia di uomini Amal/Hezbollah sono andati nel centro di Beirut per picchiare manifestanti e giornalisti e distruggere le tende allestite da manifestanti, impallidiscono rispetto a ciò che si sta diffondendo nel sud. Il 23 ottobre Amal/Hezbollah shabbiha ha attaccato i manifestanti a Nabatiyeh, ferendone oltre 20. Ciò ha così scioccato i manifestanti che una mezza dozzina di membri del consiglio comunale si sono dimessi il giorno successivo sotto pressione. In risposta all’attacco del 23 ottobre, il 24 ottobre è stato chiamato “il giorno della solidarietà con Nabatiyeh” e un meme è stato diffuso con le parole “Nabatiyeh non si inginocchia, chiedi ai sionisti”. Nella “Domenica dell’Unità” (3 novembre), i manifestanti a Kfar Remen, storicamente noti per la loro resistenza comunista all’occupazione israeliana nel Libano meridionale, hanno incontrato i manifestanti di Nabatiyeh. Alcuni manifestanti in fuga dalla polizia affiliata a Hezbollah di Nabatiyeh sono andati a Kfar Remen per unirsi alle proteste.
Questa è una svolta straordinaria per una regione del Libano che è spesso considerata il territorio incontrastato di Hezbollah e Amal; lo stesso vale per la valle della Bekaa. Ma le sfide alle potenze dominanti sono continuate. Abbiamo ascoltato canti come “Non vogliamo un esercito in Libano tranne quello libanese” (una sfida all’attuale potere militare dominante, Hezbollah), nonché solidale con Tripoli e il resto del Libano. Abbiamo visto la violenza della shabbiha a Bint Jbeil, una città al confine meridionale che ha sofferto molto sotto l’occupazione israeliana e poi durante la guerra del 2006. Tiro si unì anche la prima sera, cantando “la gente vuole la caduta del regime”; entro il 19 ottobre, la shabbiha stava attaccando violentemente i manifestanti. I giornalisti sono stati costretti a fuggire dalla scena mentre la shabbiha picchiava indiscriminatamente chiunque sulla sua strada. Un testimone ha descritto come la mukhabarat (polizia segreta) seguiva i manifestanti accanto alla shabbiha.
Per quanto riguarda la valle della Bekaa, la copertura mediatica è stata relativamente bassa. Ci sono state proteste a Zahleh, Baalbek, Taalbaya, Bar Elias, Saadnayel, Chtoura, Majdal Anjar, Al-Fakeha, Hasbaya, Rashaya e Al-Khyara, tra gli altri luoghi.

Le reazioni a questi attacchi della shabbiha furono un primo segno della rottura della proverbiale barriera della paura. I manifestanti a Beirut hanno cantato “Tiro, Tiro, per te noi risorgeremo” (che fa rima in arabo), uno slogan che è diventato rapidamente comune in tutto il paese.
Da allora, abbiamo visto ripetersi uno schema ormai familiare: la repressione è seguita dalla resistenza, che a volte è seguita dai sostenitori settari che si presentano in gran numero, ma altre volte porta i dimostranti a prendere il sopravvento. Questa è una parte importante della rivolta; c’è anche un chiaro tentativo da parte dei manifestanti di “convertire” i sostenitori del partito settario sotto lo stendardo unificato della politica anti-settaria. Fino ad ora, ciò si è rivelato relativamente efficace: mentre non possiamo mai valutare chi sostiene ufficialmente i partiti settari e chi no, prove aneddotiche e testimonianze dirette suggeriscono che la maggioranza della popolazione sia almeno d’accordo con il malcontento più ampio che motiva i manifestanti.

L’Establishment risponde

Questi attacchi potrebbero essere descritti come la parte fondamentale della strategia del governo di usare il bastone e la carota. Per quanto riguarda la parte della carota, è stata piuttosto confusa. Gli attori principali [dell’Establishment, ndt]  hanno cercato di offrire una risposta coerente alle proteste, soprattutto perché non sono d’accordo tra loro e stanno provando, come al solito, a navigare a vista basando la propria politica giorno per giorno. La natura decentralizzata e orizzontale delle proteste ha ostacolato i tentativi dello stato di demonizzarle o cooptarle.
Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha tenuto un discorso il 19 ottobre. Al momento della stesura di questo documento, Nasrallah ha già parlato quattro volte dall’inizio della rivolta, un fenomeno insolito in sé. Sebbene Nasrallah non detenga una posizione ufficiale nel governo libanese, è visto come un regista di fatto a causa del potere militare di Hezbollah. Ma nonostante abbia una reputazione tra i suoi seguaci di essere relativamente sobrio nei suoi discorsi, il suo primo discorso è stato caratterizzato da autentica rabbia, arroganza e condiscendenza. Ha detto direttamente ai manifestanti che stanno sprecando il loro tempo e che questo “mandato” (la sua scelta di parole potrebbe anche essere tradotta come “era” o “patto”) non cadrà, in riferimento all’accordo del 2016 che ha portato Michel Aoun a diventare il presidente e Saad Hariri a diventare Primo Ministro (Ricordiamo che Nabih Berri non ha lasciato la sua posizione di Presidente del Parlamento dal 1992). Ha persino accusato i manifestanti di essere finanziati da ambasciate straniere, portando i manifestanti a rispondere dicendo “Sto finanziando la rivoluzione”, che da allora è diventato un meme ed è apparso anche sui segnali stradali. Un videomaker libanese ha risposto pubblicando un video dello stesso Nasrallah che afferma che Hezbollah è finanziata al 100% e armata dall’Iran.
Mantenendo il sostegno al governo, Nasrallah ha messo il suo peso dietro due degli uomini più impopolari della politica libanese: Gebran Bassil dell’FPM e Saad Hariri dell’FM. Ciò ha rivelato l’establishment come opportunista e corrotto. Proprio come i partiti politici settari si sono uniti nel 2016 per sconfiggere Beirut Madinati [la lista civica “Beirut è la mia città” raggiunse il 40% ma arrivò dietro la coalizione dei partiti di governo, ndt] alle elezioni comunali, si sono nuovamente uniti per sconfiggere la rivolta popolare. Ma Nasrallah ha commesso un grave errore. Dicendo che questo governo non cadrà, ha aggiunto pressione su Hariri affinché si dimettesse. Hariri era già l’anello più debole di questa coalizione, poiché doveva fare appello ai suoi rivali, il FPM e Hezbollah, per rimanere al potere contro i desideri dei suoi stessi sostenitori. Il 29 ottobre Hariri alla fine si è dimesso, apparentemente sorprendendo Hezbollah. In tredici giorni, i manifestanti avevano imposto il crollo di un governo che aveva richiesto mesi e mesi per essere formato.
Nelle settimane dall’inizio della rivoluzione, la classe dei signori della guerra e degli oligarchi si è impegnata per affrontare una crisi che non aveva previsto.
Ma come detto sopra, altri partiti politici hanno cercato di cavalcare l’onda della rivoluzione. Ciò è stato particolarmente evidente con Geagea e la LF, la storica rivale della FPM – una rivalità che risale alle sanguinose battaglie di Geagea-Aoun durante la guerra civile e che fu riaccesa dopo il 2005. La LF ha visto un’occasione d’oro quando è iniziata la rivoluzione: abbandonando un governo impopolare, l’LF credeva di poter indebolire i suoi rivali, poiché entrambi i gruppi si appellavano agli stessi voti settari. Ci sono stati anche sostenitori di LF che hanno bloccato le strade; questo ha creato un enigma per i manifestanti antigovernativi. Dopo le dimissioni di Hariri, alcuni manifestanti preferiscono concentrarsi sui grandi attori attualmente al governo – Aoun e Berri, rispettivamente presidente e portavoce del parlamento – eppure lo slogan “kellon yaani kellon” continua a dominare le proteste. Nonostante ciò che i sostenitori dell’FPM/Amal/Hezbollah vogliono credere, l’LF non è popolare tra i manifestanti; ha un supporto trascurabile nella maggior parte dei luoghi che hanno visto le proteste. Vi è un forte consenso sul fatto che nessun partito politico settario sarà sostenuto, non importa quanto duramente ci provino.
È ancora troppo presto per sapere quali saranno i prossimi passi del governo. Al momento della stesura di questo documento, il governo del “custode” deve ancora nominare nuovi ministri e il parlamento ha in programma di discutere una legge che garantisca un’amnistia generale che copra reati quali abuso di autorità, negligenza e crimini ambientali. La situazione si sta sviluppando molto rapidamente.

Energia Creativa

Le proteste in Libano sono state incredibilmente creative. Gli studenti di Tripoli hanno usato le gru per portare altri studenti fuori dalle scuole; i panini distribuiti a Beirut sono stati etichettati “finanziati da Arabia Saudita/Francia/Stati Uniti” per deridere quelli che sostengono che i manifestanti siano finanziati da potenze straniere; uno dei tanti posti di blocco è stato trasformato in un salotto con divani, un frigorifero e persone che giocavano a calcio e compariva su AirBnB (gratuitamente); i manifestanti hanno occupato Zaitunay Bay, un lungomare privato costruito sulla costa rubata di Beirut, e hanno proiettato il film V per Vendetta (ovviamente il 5 novembre); le immagini dei leader settari sono state demolite e bruciate; la gente ha sbattuto le pentole, facendo eco ai cacerolazos del Cile, per le strade e dalle loro case; i volontari hanno istituito mense a Beirut e Tripoli; uno storico cinema abbandonato è stato recuperato e riproposto come cinema, aula e luogo di ritrovo per artisti; la gente formava una catena umana da nord a sud; i manifestanti che bloccavano le strade cantavano “baby squalo” a un bambino bloccato nel traffico; i manifestanti indossano regolarmente maschere di Guy Fawkes, Dalì e Joker; gli organizzatori hanno creato forum aperti per riunire i manifestanti di Tripoli, Saida, Nabatieh, Zouk, Aley e Beirut. I manifestanti hanno “bloccato” una stazione ferroviaria per scherzo, per evidenziare una questione importante: le ferrovie del Libano sono state distrutte durante la guerra civile e mai ricostruite. La privatizzazione degli anni ’90 è avvenuta a spese di spazi e servizi pubblici, motivo per cui gran parte delle proteste hanno cercato di rivendicarli, impegnandosi in azioni di guerriglia gardening e simili.
L’idea generale qui è che i manifestanti debbano reinventare costantemente le loro tattiche al fine di rendere difficile per lo stato tenere il passo. Ad esempio, è in corso un dibattito sull’efficacia dei blocchi stradali. L’obiezione principale è che i politici non vengano danneggiati dai blocchi tanto quanto le persone comuni che cercano di andare al lavoro o mandare i loro figli a scuola. Allo stato attuale, questa tattica è ancora in uso, ma non è più quella principale. Nei giorni scorsi, i manifestanti si sono trasferiti per occupare o protestare di fronte a edifici governativi e altri simboli del potere: tutto, dalle case dei politici alle centrali elettriche nazionali (la maggior parte del Libano non ha ancora elettricità 24/7), passando per le principali telecomunicazioni e operatori di dati, banche, comuni e così via. Ora ci sono dozzine di azioni diverse su base giornaliera, con la maggior parte delle azioni annunciate solo un giorno prima. Al momento della stesura di questo articolo, studenti delle scuole superiori e dell’università – e alcuni studenti ancora più giovani – hanno protestato per tre giorni a Saida, Beirut, Jounieh, Tripoli, Koura, Bar Elias/Zahleh, Mansourieh, Hadath, Baalbek, Nabatiyeh, Al-Khyara, Al-Eyn, Mazraat Yachouh, Furn El Chebbak, Akkar, Tannourine, Batroun e Byblos/Jbeil, tra gli altri luoghi.
C’è stato anche uno sforzo online per contrastare le false notizie diffuse dai sostenitori del governo e degli stessi partiti politici, nonché per aiutare i manifestanti a rimanere informati più in generale: el3asas (“la guardia della città”) sta verificando la diffusione delle notizie sui social media e dalle agenzie di stampa ufficiali; una piattaforma online chiamata Daleel Thawra (“directory della rivoluzione https://www.daleelthawra.com/”) sta tenendo traccia delle varie azioni, attività e iniziative; TeleThawra (“TV della rivoluzione”) offre un’alternativa al Télé Liban di proprietà del governo libanese; Fawra Media (“Outburst Media”) mira a documentare “le persone e i gruppi che sostengono la rivoluzione libanese”; Sawt Alniswa (“Voice of Women”) è una rivista a conduzione femminile pubblicata settimanalmente; e Megaphone News è uno dei principali media indipendenti dal 2017.

Onde d’urto sotterranee

Questi sviluppi hanno aperto uno spazio per le persone e le narrazioni che sono generalmente soppresse a livello nazionale o di partito.
Oltre ai suddetti attivisti, palestinesi e siriani hanno partecipato attivamente alle proteste, in particolare nelle due maggiori città, Beirut e Tripoli. Alcuni elementi dei media settari ne hanno approfittato per ribadire le loro accuse secondo cui le proteste sono “infiltrate da stranieri”. Consapevoli di ciò, da allora molti palestinesi e siriani hanno imparato a muoversi nella politica libanese, principalmente mantenendo un profilo basso. Oltre a una protesta nel campo profughi di Ain El Helweh, dove i palestinesi hanno espresso direttamente solidarietà con le proteste libanesi, i palestinesi di Saida, Beirut, Tripoli e altrove dove finora hanno partecipato, hanno fatto attenzione a “restare in disparte nelle manifestazioni libanesi per evitare di essere accusati di istigare o usurpare il movimento di protesta ”. Ciò, in particolare, ha reso più difficile per gli xenofobi giocare il loro solito gioco, dato che è impossibile distinguere tra popolo libanese, palestinese e siriano a meno che non agitino le loro rispettive bandiere nazionali. (Questo testo: https://globalvoices.org/2018/02/01/lebanons-scapegoating-of-refugees-did-not-start-with-syrians-but-with-palestinians/ offre alcune informazioni sulla tattica del capro espiatorio).
Abbiamo anche visto, in misura minore, i canti dei manifestanti in solidarietà con gli egiziani, i sudanesi e altre parti arabe del Medio Oriente e della regione del Nord Africa, e c’è una certa consapevolezza, per lo più espressa sui social media, delle proteste in corso e della violenza in Iraq, Hong Kong, Rojava e Cile. Anche se rapidamente dimenticate a livello nazionale, abbiamo anche assistito a rivolte il primo giorno nelle carceri di Zahle e Roumieh in solidarietà con i manifestanti, nonché per richiamare l’attenzione sulle orribili condizioni carcerarie del Libano e per ripetere la richiesta di una legge di amnistia generale, quando in molti casi le persone vengono arrestate per presunti legami con gruppi jihadisti, possesso di droga e così via.
Allo stato attuale, non vi è stata alcuna grande partecipazione da parte dei lavoratori domestici migranti, che sono generalmente confinati nelle case familiari libanesi oppure stanno languendo in orribili prigioni sotterranee con diritti politici minimi o nulli sotto il famigerato sistema Kafala (sponsorizzazione) del paese. È improbabile che ciò cambi nel prossimo futuro, date le restrizioni imposte loro, ma se lo slancio delle proteste continua, potrebbe aprire abbastanza spazio politico per formare nuove connessioni.

La rivoluzione è femminile

Fino ad ora, le proteste si sono concentrate sulla lotta alla corruzione diffusa e al sistema settario. Ma il ruolo delle femministe, tra cui LGBTQ+ e / o attiviste non libanesi, suggerisce un tentativo da parte dei segmenti di manifestanti di creare un movimento più progressista e inclusivo. Le femministe hanno tenuto marce separate per evidenziare le strutture patriarcali che opprimono in modo sproporzionato le donne e le persone LGBTQ+, in particolare il fatto che le donne libanesi non possono ancora trasmettere la loro nazionalità ai loro coniugi e figli e il fatto che le leggi settarie del paese che regolano tali affari come il matrimonio, il divorzio, la custodia e così via discriminino le donne. Sia le donne che gli uomini hanno marciato per il diritto di trasmettere la nazionalità, a Tiro, a Tripoli e altrove.
Le donne hanno anche usato i loro corpi per proteggere altri manifestanti dalla polizia [https://twitter.com/lebnenereine/status/1184908295770968064]e prevenire l’escalation della violenza. Come ha affermato Leya Awadat, una delle partecipanti a queste “mura femministe”, “In questa società sciovinista, si vede male che gli uomini picchino pubblicamente le donne” (con l’enfasi sulla parola “pubblicamente”), quindi lo hanno usato a loro vantaggio.
Anche le persone LGBTQ+ sono state oggetto di insulti omofobi. Uno shabbiha che ha attaccato i manifestanti il ​​29 ottobre è stato ascoltato in diretta televisiva urlare “Gli uomini sono fottuti uomini!” Un ospite della OTV ha affermato che i manifestanti vogliono distruggere il settarismo in nome di una sorta di “agenda gay”.

Le marce femministe si incontrano sempre con le marce principali. L’idea non è quella di creare movimenti separati, ma piuttosto di far conoscere la loro presenza all’interno delle più ampie richieste di giustizia e uguaglianza. Le femministe hanno guidato molti dei blocchi stradali e lanciato molti slogan, oltre a mantenere una presenza attiva nelle attività quotidiane che aiutano a mantenere lo slancio di questa rivolta. Un modo per riuscirci è riappropriarsi di slogan e canzoni, sia tradizionali che recenti, e rimuovere le loro connotazioni sessiste. La famosa canzone “hela hela” contro Gebran Bassil insulta sua madre – è molto comune nel mondo di lingua araba usare le donne o i loro genitali come insulti – quindi le femministe l’hanno cambiata per insultare sia Gebran che “suo zio” (il presidente, Michel Aoun), creando un canto che da allora ha preso piede. Si sono riappropriate anche di una canzone tradizionale usata per mandare le donne al matrimonio, cambiando il testo in “andò a protestare, andò a chiudere le strade, andò a far cadere il governo”.

Cosa accadrà adesso?

Contrariamente a quanto alcuni avevano ipotizzato, adesso “l’elefante nella stanza” non è più il settarismo. Mentre il rischio di tensioni settarie rimarrà probabilmente per il prossimo futuro, il rischio più immediato è l’incombente crisi economica. Secondo me, questo è il motivo per cui forme di lotta più radicali stanno emergendo solo timidamente. La paura che le cose peggiorino molto è realistica; è molto difficile parlare di modi alternativi di organizzarsi, anche trascendendo le meschine (e pericolose) distinzioni libanesi/non libanesi, quando la preoccupazione principale della maggior parte delle persone è la probabilità di ritrovarsi con la scarsità di medicine e carburante e forse anche di carenze alimentari. Mentre una politica più radicale può svilupparsi organicamente se la situazione economica peggiora, è anche possibile invece che si rafforzino gli elementi più nazionalistici e settari della politica libanese. Queste ultime tendenze hanno decenni di esperienza al potere, mentre le forme più aperte di politica sono relativamente nuove, appena costruite per le strade e online.
Di conseguenza, una percezione dominante tra i manifestanti è che dobbiamo essere sia arrabbiati che cauti.
Detto questo, le mense, i presidi sanitarii gratuiti e il recupero di siti storici e aree costiere privatizzati sono tutte iniziative che implicitamente affermano ciò che possiamo chiamare i beni comuni. Ciò è cruciale da comprendere in un paese che non ha avuto beni comuni nella memoria recente, dove l’ideologia “pro-mercato” dominante precede l’istituzione dello stato nazionale del Libano.
Sebbene si possa sostenere che gli attori principali siano all’incirca una dozzina di personaggi pubblici, la ragione per cui le reti clientelari hanno funzionato finora ha anche a che fare con l’esistenza di un sottogruppo della popolazione che beneficia di queste reti. Si posizionano come intermediari tra gli oligarchi e coloro che cercano wasta (bustarelle, nepotismo, “chi conosci”) per ricevere servizi non forniti dallo stato. In altre parole, alcune persone hanno incentivi finanziari per mantenere le reti clientelari contro la creazione di qualsiasi cosa che possa essere chiamata istituzione pubblica. Riformare e poi rovesciare un tale sistema sarà difficile. Rovesciare un tale sistema mentre ci si confronta con il brutale potenziale dello stato sarà ancora più difficile.
Ma se la libera coalizione di progressisti anti-settari non affronta questo problema, è probabile che lo stato farà fare da capro espiatorio a quelli che ha già preso di mira: rifugiati e lavoratori siriani e palestinesi, lavoratori domestici migranti (principalmente dall’Etiopia, dallo Sri Lanka e dalle Filippine, in modo schiacciante donne), persone LGBTQ+ (cittadine e non cittadine), prostitute e simili. Qualsiasi individuo che non si adatta al paradigma patriarcale-capitalista-settario è a rischio di violenza fisica, psicologica e simbolica.
Infine, e questo è collegato al punto precedente, sconfiggere il settarismo politico e “il modo settario di fare le cose” è visto come una priorità immediata. Questo sistema, che risale al 1860 in una sua manifestazione o in un’altra, sta perdendo la sua aura di essere intoccabile con le generazioni del dopoguerra, sia i Millennial che, in particolare, la Generazione Z – coloro che hanno vissuto per tutta la vita ascoltando i loro genitori lamentarsi “Dov’è il governo? ”quando devono pagare due bollette separate per l’elettricità (privata e pubblica) e tre bollette separate per l’acqua (acqua corrente pubblica e privata, acqua potabile privata in bottiglia). Man mano che i signori della guerra invecchieranno, (due dei più potenti, Aoun e Berri, hanno rispettivamente 84 e 81 anni) vedremo l’inevitabile declino del settarismo dell’era della guerra civile. Ma mentre questo potrebbe essere inevitabile, la domanda è se i progressisti anti-settari riusciranno a costruire alternative sostenibili che possano sfidare il vecchio ordine.

L’ABOLIZIONE DELLA PRIGIONE È UNA COMPONENTE CHIAVE DELLA LIBERTÀ RIPRODUTTIVA

di LISA HOFMANN-KURODA

IL COMPLESSO INDUSTRIALE CARCERARIO SI PROFILA COME UNA DELLE PIÙ GRANDI ISTITUZIONI CHE PERPETUANO E ACUISCONO L’ACCESSO INIQUO ALLE CURE RIPRODUTTIVE.

“Dalla sterilizzazione forzata alla separazione familiare, lo stato carcerario stesso è un atto di violenza riproduttiva”, scrive l’abolizionista da lungo tempo Mariame Kaba. Kaba è solo una delle tante femministe nere che hanno sostenuto per decenni che uno schema di giustizia riproduttiva, piuttosto che di diritti riproduttivi deve tenere conto del ruolo delle carceri e della polizia nella lotta per un’autentica autonomia riproduttiva e corporea.

Facendo eco ai modi in cui le donne bianche, cisgender e dell’alta borghesia ignoravano e/o si opponevano attivamente all’inclusione delle donne nere e di altre donne di colore nel lavoro per i diritti di voto, le donne bianche dell’epoca Roe v. Wade in gran parte incorniciavano i loro argomenti per i diritti riproduttivi intorno alla nozione di scelta individuale, ignorando convenientemente che, per la maggior parte delle persone nere, di colore e altrimenti oppresse, la legalizzazione dell’aborto era e rimane in gran parte irrilevante per le loro possibilità materiali di accedere a tale procedura.

Anche prima di Roe v. Wade, tuttavia, le donne bianche “combattevano per il diritto di alcunx di noi di essere consideratx umanx, e quindi di lasciare alcune persone indietro”, come afferma succintamente Alicia Garza. Ci ricorda che, quando la pillola anticoncezionale era in fase di sviluppo negli anni ’30, alcunx di coloro che la sostenevano chiedevano anche che le donne nere e portoricane fossero sterilizzate con la forza.

Centrando le loro rivendicazioni sui diritti piuttosto che sull’accesso, le donne bianche hanno a lungo omesso di prendere in considerazione la questione per cui la riproduzione è una forma materiale di lavoro le cui condizioni, come tutte le forme di lavoro, sono rese ineguali all’interno di un sistema capitalista. Come afferma Yamani Hernandez, direttore esecutivo della National Network of Abortion Funds: “Sappiamo che in questo paese ci sono ingiustizie razziali ed economiche intrecciate con la salute riproduttiva, e quindi è difficile separarle perché le donne nere sono maggiormente colpite dalle disparità nell’ambito della salute“.

Hernandez sostiene questa affermazione con le statistiche: “Per la nostra hotline nazionale, il 50% delle persone che chiamano sono nere, quindi sappiamo chi è il nostro gruppo principale”. Sostenendo semplicemente il “diritto” legale di una persona di abortire, allora, si trascura tutta una serie di altri ostacoli che coloro che sono nerx, di colore, poverx, trans, senza documenti, diversamente abili e altrimenti oppressx devono superare per accedere all’autonomia del corpo e riproduttiva.

Al centro di queste barriere, il complesso industriale carcerario si profila come una delle più grandi istituzioni che perpetuano e acuiscono l’accesso iniquo alle cure riproduttive. La Child Welfare League americana afferma: “Oggi ci sono quasi 2 milioni di bambini sotto i 18 anni con un genitore in prigione o in arresto. La maggior parte di questi bambini ha meno di 10 anni. Il 4% delle donne nelle prigioni statali e il 3% di quelle nelle carceri federali sono in stato di gravidanza. Ciò lascia le loro famiglie, professionistx e responsabili politici coinvoltx, in un dilemma: cosa dovrebbe accadere quando i bambini nascono in carcere?”

Nel suo articolo “Le persone in prigione hanno diritto all’aborto”, la ricercatrice Rachel Roe ha osservato che “non esistono politiche applicate coerentemente in merito all’aborto in carcere” e che sappiamo molto poco su come le prigioni regolano l’aborto. Il regolamento governativo si svolge quasi del tutto al di fuori dei normali canali, lontano dal controllo pubblico, e spesso si traduce in violazioni dei diritti costituzionali delle donne. Finora, solo uno stato ha approvato uno statuto che tutela i diritti di aborto dex detenutx e solo due stati hanno promulgato regolamenti amministrativi”.

Ma non è solo il diritto all’aborto che è il problema. La critica femminista al sistema carcerario ha a lungo sottolineato i molteplici modi in cui la prigione minaccia la maternità e la salute riproduttiva. Ellen Barry, Anannya Bhattacharjee, Angela Davis e Cassandra Shaylor, ad esempio, hanno documentato la grave negligenza medica per le detenute incinte nelle prigioni e nei centri di detenzione per immigratx. Tale negligenza mette in pericolo la futura salute e fertilità delle donne e le loro attuali gravidanze. Le denunce di donne che partoriscono sul pavimento delle loro celle sono troppo comuni e il tasso di aborto spontaneo e di nati morti sono insolitamente alti tra detenutx. Inoltre, alcunx prigionierx, in particolare coloro che rimangono incintx a causa di abusi sessuali da parte delle guardie, sono spintx ad abortire e punitx se rifiutano, incluso essere in isolamento per 23 ore.

Inoltre un numero sproporzionato di persone incarcerate nelle carceri femminili (incluse le persone transessuali e di genere non conforme) vengono messe lì come punizione per l’esercizio dell’autodifesa nei casi di violenza sessuale e domestica. Come uniamo i punti per vedere i modi in cui coloro che cercano di fuggire o almeno contrastano le multipli oppressioni violente del patriarcato, della povertà e del razzismo attraverso l’accesso all’aborto sicuro e sostenibile, l’accesso alla chirurgia per transizioni di genere, il lavoro sessuale e altre modalità di autodeterminazione dei corpi e di autonomia riproduttiva sono persone rese sproporzionatamente vulnerabili dagli effetti del sistema carcerario.

Le carceri e i centri di detenzione per l’immigrazione sono luoghi di violenza sessuale che negano intrinsecamente l’autonomia e la libertà dei corpi e riproduttiva. Non solo le persone incarcerate si vedono negata la possibilità di avere o meno un aborto; se hanno figlx (sia per scelta che non per scelta), sono forzatamente separatx da loro alla nascita.

E le disparità razziali rendono l’abolizione delle carceri ancora più urgente nella nostra lotta per l’autonomia riproduttiva, dal momento che la stragrande maggioranza delle persone incarcerate sono nere, e le donne nere hanno tre o quattro volte più probabilità delle donne bianche di morire a causa di problemi legati alla gravidanza, secondo il CDC. Se queste statistiche sono vere per le donne non incarcerate, immaginate quanto siano peggio per le donne nere incarcerate, alle quali viene regolarmente negato l’accesso alle cure riproduttive.

Mentre i divieti di aborto continuano a guadagnare terreno negli Stati Uniti, le femministe devono imparare dai loro errori precedenti. Non potrà esserci vera libertà finché tuttx noi non saremo liberx.

Fonte: https://wearyourvoicemag.com/news-politics/prison-abolition-reproductive-care

Non dimentichiamo che il primo Pride della storia fu un riot contro la brutalità della polizia

di Laura Muth

Il mese del Pride è un momento di celebrazione per la comunità queer. Mentre la gioia del Pride potrebbe ancora essere un punto di partenza per la lotta in alcuni luoghi, nella maggior parte delle grandi città degli Stati Uniti questo mese sarà contrassegnato da parate e feste. I marchi pubblicitari stanno lanciando la merce timbrata dall’arcobaleno e sponsorizzano i carri da parata. Ma il Pride non è solo tempo di baldoria; è anche un momento del ricordo.

Celebriamo il Pride nel mese di giugno perché segna l’anniversario delle rivolte di Stonewall.

Nel 1969 la vita queer non era decisamente qualcosa che potesse essere celebrata dalla cultura mainstream. La polizia faceva regolarmente irruzione nei locali notturni gay, arrestando persone che indossavano vestiti che non erano conformi al loro genere assegnato o che erano sospettate di “istigare” a relazioni omosessuali. Fino al 1966 la Liquor Authority dello Stato di New York faceva chiudere o puniva in altro modo i locali che vendevano alcol ai membri della comunità LGBTQ+, sostenendo che un gruppo di persone queer era in qualche modo intrinsecamente più disordinato di un gruppo di persone etero.

Nel 1969 gli atti omosessuali – come baciare, tenersi per mano, ballare insieme – erano ancora illegali a New York. Così, la notte del 28 giugno 1969, la polizia fece irruzione nello Stonewall Inn, un famoso bar gay che è ancora aperto nel Greenwich Village.

Stonewall era uno dei pochi bar che accoglieva le drag queen, che erano spesso cacciate dagli altri spazi LGBT.

La polizia iniziò ad arrestare x proprietarx del locale e le persone dipendenti che stavano violando la legge sugli abiti adeguati al genere. Quando un ufficiale di polizia picchiò in testa una lesbica nera di nome Stormé DeLarverie perché si era lamentata che le sue manette erano troppo strette, la folla che si era radunata fuori dal club ne ebbe abbastanza.

Marsha P. Johnson, una drag queen nera, e Sylvia Rivera, una queen latina, furono due delle prime a resistere attivamente alla polizia quella notte, lanciando mattoni, bottiglie e bicchieri agli ufficiali. Le loro azioni scatenarono sei giorni di scontri nel quartiere che circonda lo Stonewall Inn e galvanizzarono il nascente movimento per i diritti omosessuali negli Stati Uniti.

Johnson e Rivera in seguito diedero vita a Street Transvestite Action Revolutionaries (STAR), un’organizzazione per giovani drag queen e donne trans di colore. Purtroppo anche oggi le persone queer di colore e in particolare le persone trans e le persone di colore gender non conforming continuano a essere le persone più vulnerabili della comunità queer, nonostante dobbiamo ringraziare Johnson e Rivera per la maggior parte delle nostre vittorie a partire dal 1969.

Oggi il 60% delle vittime della violenza anti-LGBTQ e dei crimini anti-HIV sono persone di colore, nonostante il fatto che le persone di colore costituiscano solo il 38% della popolazione degli Stati Uniti. Allo stesso modo, mentre solo il 3,5% circa della popolazione degli Stati Uniti è composta da persone immigrate privx di documenti, esse però costituiscono il 17% delle vittime secondo questo stesso studio. È difficile ottenere cifre precise sui crimini di odio, quindi c’è sicuramente un margine di errore in questi numeri, ma la tendenza è chiara e inquietante.

Nonostante la crescente accettazione della comunità LGBTQ+ in molte parti del paese, stanno aumentando anche i tassi di omicidio contro la nostra comunità. E come avrete già intuito, quei tassi sono particolarmente alti per le persone di colore trans e queer. Le persone transgender di colore affrontano i più alti tassi di criminalità violenta fra tutte le persone queer. La maggior parte delle vittime delle violenze anti-LGBTQ ha affermato che la polizia è “ostile” o “indifferente” nel momento in cui si denuncia il crimine.

Di conseguenza, moltx scelgono di non denunciare, per cui i numeri sono probabilmente peggiori di quanto noi conosciamo.

Mentre abbiamo raggiunto l’uguaglianza del matrimonio, restano ancora altre battaglie legali. Finora, solo due stati, California e Illinois, hanno bandito l’uso della “difesa da panico gay” in tribunale. In sostanza, la difesa da panico gay viene usata quando qualcunx ha commesso violenze contro una persona queer perché i presunti approcci sessuali di quella persona queer hanno reso x colpevole così spaventatx da averle aggredite.

Alcune persone sostengono che questa difesa è rara ed è improbabile che abbia successo, quindi vietarla non sarebbe necessario, ma uno studio ha scoperto che è stata utilizzata in circa la metà degli Stati Uniti, con un record misto di successi -un uomo in Texas è stato assolto dall’omicidio grazie all’utilizzo da parte del suo avvocato della scusante della “difesa da panico gay”. Ancora più importante, tuttavia, è il fatto che coloro che sostengono la necessità di vietare questa difesa sostengono anche che è importante non permettere all’identità queer di diventare una causa sufficiente per una violenza.

Ciò sembra particolarmente importante tra i crescenti tassi di omicidio nei confronti delle persone queer e trans. In 28 stati, è ancora legale licenziare qualcuno in base al suo reale o presunto orientamento sessuale o identità di genere. Dal momento che non esistono protezioni federali anti-discriminazione per le persone LGBTQ+, ci sono solo modi limitati per le persone in questi stati per contrattaccare.

Allo stesso modo, 28 stati non hanno protezioni per la comunità queer contro la discriminazione abitativa. Tre di questi stati (North Carolina, Tennessee e Arkansas) hanno persino approvato leggi statali che bloccano i governi locali dall’attuare le protezioni abitative per le persone LGBTQ+. Circa il 50% degli americani queer vive in stati che non hanno questo tipo di protezione.

E nonostante i nostri successi negli ultimi anni, l’implementazione di leggi di “esenzione religiosa” in stati controllati da legislatori repubblicani minacciano il nostro accesso a tutti i tipi di servizi e diritti, dall’adozione di bambini al ricevere cure mediche.

Adoro celebrare il Pride.

Come persona introversa, può sembrare che conservi tutte le mie energie di socializzazione per spenderle questo mese in sfilate, dimostrazioni, drag show e feste da ballo. Ma ora è un momento per non solo ricordare, ma anche far rivivere le radici rivoluzionarie del Pride.

I nostri diritti e le nostre stesse vite sono ancora sotto attacco, e le persone più vulnerabili della nostra comunità non hanno bisogno solo di solidarietà, ma di azione.

Fonte: https://thetempest.co/2018/06/26/social-justice/never-forget-that-the-first-pride-was-a-riot/?fbclid=IwAR0y8k9Fu3iKwXAax3P9nr_73iNVO6u2VIrCZmMFrBeYrz8HwTUUHeRfCpY

Il presidio permanente a Huesca contro l’apertura del più grande mattatoio d’Europa

di Concha Lòpez

Presto, se nulla lo impedirà, entrerà in funzionamento a Binéfar (Huesca) il più grande mattatoio d’Europa, che avrà la capacità di uccidere 32.000 maiali al giorno. Uno dopo l’altro, entrando vivi, impauriti, cercando di proteggersi a vicenda, annusando il sangue, percependo la morte, incapaci di scappare, urlando disperatamente. Uno dopo l’altro fino a 32.000 al giorno. Quasi otto milioni all’anno. Una fabbrica di morte. La più grande in Europa. Alcuni diranno che sarà un orgoglio per Binéfar, per Huesca, per la Spagna.

A Huesca lo sfruttamento degli animali è in piena espansione. Il bestiame è diventato un mezzo per riempire la Spagna svuotata, sebbene sia piena di sofferenza, dolore, pestilenza, contaminazione. Perché quella discarica non sarà solo il sito di un autentico olocausto animale, ma sarà anche al centro di un degrado ambientale come pochi altri. Secondo il rapporto tecnico registrato nel municipio di Binéfar, questo macro-mattatoio emetterà 126 tonnellate di CO2 ogni giorno, l’equivalente di quello assorbito da 6.500 alberi all’anno e 1,3 milioni di metri cubi di rifiuti inquinanti ogni anno. Nella parte posteriore del macro-mattatoio c’è un grande serbatoio intorno a cui si può camminare. Quando inizierà a funzionare, il macro-mattatoio sarà l’equivalente di due piscine olimpioniche, 5.000 metri cubi di acqua ogni giorno, 60 litri al secondo.

Mentre l’ONU mette in guardia contro l’impatto dell’allevamento da bestiame sul riscaldamento globale e le purine delle fattorie si rivelano come un potente veleno contro l’ambiente, Binéfar è pronto a ospitare l’orrore.

Nel territorio circostante abbondano edifici industriali che sorgono in mezzo al nulla. Sembrano asettici in lontananza. Alcuni più piccoli, altri enormi. Dentro, migliaia, decine di migliaia di animali stipati, nati, malati, morenti, partoriscono. Sofferenza. Sono le fattorie che forniranno al macro-mattatoio la sua materia prima essenziale: i corpi di quegli animali. Il traffico di camion che trasporta quei corpi ancora vivi alla loro destinazione crudele è costante nella zona. Quando aprirà la megaindustria aumenterà considerevolmente.

Il responsabile di questo progetto è Piero Pini, un uomo d’affari italiano che è stato collegato alla mafia e che è stato recentemente incarcerato in Ungheria per frode fiscale. In precedenza era stato arrestato in Polonia con l’accusa di una presunta truffa che presenta elementi simili a quelli previsti a Binéfar, dicono gli attivisti. Secondo la stampa italiana, il macello dell’imprenditore nella Polonia centrale copriva una rete di dozzine di aziende dedicate alle attività criminali.

A Binéfar c’è già un altro macello, molto più piccolo di quello progettato, e già i suoi effetti fanno sì che molti vicini si oppongano a questo nuovo progetto. La città puzza di urina, feci, malattie e sporcizia, dicono. In estate è insopportabile, devi chiudere le finestre e accendere l’aria condizionata. Alcuni anni fa potevi vedere sangue e budella nelle fogne della città. In alcuni momenti di pausa del giorno il silenzio permette di sentire le urla dei maiali. Le prime vittime del nuovo macro-mattatoio, a soli due chilometri dal centro urbano, saranno le sue decine di migliaia di animali uccisi al giorno, ma anche i vicini ne pagheranno il prezzo. Lo stanno già pagando. Il degrado ambientale può essere irreparabile.

L’annuncio dell’apertura di questo macro-mattatoio e le informazioni sull’opacità e le possibili irregolarità che circondano quel progetto hanno portato a Binéfar da tutta la Spagna diversx attivistx della liberazione animale, che hanno allestito un campo antispecista permanente in un parco pubblico proprio di fronte a quell’inferno e hanno coordinato le mobilitazioni in diversi luoghi per informare su ciò che accadrà nella città di Huesca.

Si sentono, come fattorie, in mezzo al nulla, in un paesaggio dove non c’è riparo dalle intemperie del tempo. Il sole, il caldo, la pioggia o il freddo sono implacabili e le uniche protezioni sono i teloni e le tende dove si rifugiano ogni giorno, dove ricevono il sostegno di alcuni e anche gli attacchi di altri.

Circondatx da abusi e schiavitù, affermano questx attivistx, ha senso difendere la liberazione degli animali giorno dopo giorno, renderla visibile e farla volare davanti ai camion che quotidianamente attraversano queste strade piene di terrore verso la morte. Tra la strada e i binari del treno, ogni volta che passa un convoglio, esibiscono striscioni, intonano cori di protesta.

Dal campo è si è dispiegato un attivismo di sensibilizzazione nella città, con distribuzione di opuscoli, “frammenti di verità” in cui scoprire cosa si troverà all’interno del macello, degustazioni di cibo vegano e discussioni con i vicini interessati a saperne di più riguardo a quella forma di lotta che è il veganismo.

Due settimane dopo aver piantato il campo, lx attivistx hanno manifestato contro il macro-mattatoio per le strade della città. Il 5 marzo, il collettivo Vegancha ha organizzato una giornata con conferenze e workshop a cui hanno partecipato più di quaranta persone. Poi hanno interrotto i lavori di costruzione del macro-mattatoio per reclamarne l’interruzione.

Durante questo periodo moltx attivistx di diverse parti dello stato sono passatx attraverso il campo, incluse persone provenienti da altre parti d’Europa che hanno conosciuto la protesta dai social network. Quellx che rimangono lì apprezzano in modo permanente l’opportunità di condividere la lotta e tessere reti di attivismo, unendo la lotta antispecista.

Il 25 maggio diversi gruppi antispecisti e attivistx arrivati da Madrid, Barcellona, Huesca, Iruña, Malaga, Valladolid, Girona, Teruel, Lleida, Valencia, Gasteiz e villaggi vicino a Binéfar si sono concentratx in una marcia chiamata sui social network e conclusa alle porte del macro-mattatoio, dove hanno letto un manifesto che espone le ragioni contro la sua apertura e contro lo sfruttamento di altri animali.

Negli ultimi giorni, un ordine di sfratto che non è stato ancora eseguito pesa sul campo. Dubitano che possa essere eseguito, a parte lo smantellamento delle tende e dei teloni, perché il terreno su cui sono state installate è un parco pubblico. Ma la minaccia è lì. E se se ne vanno, lamentano, nessuno informerà su cosa diavolo sta succedendo.

Lx attivistx assicurano che i lavori proseguono e il macro-mattatoio si aprirà a breve se nulla lo impediràe. In effetti, c’è chi dice che nella seconda metà di questo mese inizieranno “i test con gli animali”. Per questo motivo, chiedono mobilitazione, non solo animalista ma anche ambientalista, per concentrarsi su Binéfar affinché questa grande fabbrica di orrore e sofferenza non possa mai aprire le sue porte. In effetti, si riscontra tristemente con una certa sorpresa come le più potenti organizzazioni per i diritti degli animali e in difesa dell’ambiente abbiano appena alzato la voce contro questo macro-mattatoio, anche se alcune di loro sono in una lotta frontale contro i grandi allevamenti, l’altra faccia della stessa moneta.

Deve essere una lotta globale, insistono, e con essa vogliono anche contribuire a un dibattito che considerano urgente su come gli umani vogliono rapportarsi agli altri animali, alla vita che ci circonda.

Fonte: https://www.eldiario.es/caballodenietzsche/Campamento-Huesca-matadero-grande-Europa_6_907169299.html