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Come possiamo conciliare l’abolizione delle galere con il #MeToo?

In Italia il movimento femminista ci sembra non abbia attualmente una forte connessione con la lotta anti-carceraria. Per questo motivo vorremmo iniziare una ricerca e un confronto a partire dalla traduzione di questo articolo che spiega quali sono legami e risultati dell’intersezione tra femminismo e movimento abolizionista negli USA e perché le due lotte siano inscindibili. Abbiamo mantenuto il termine “abolizionismo” anche se in italia esso è perlopiù associato a movimenti istituzionalizzati, singoli o associazioni che aspirano all’eliminazione del carcere promuovendo però riforme consistenti in misure alternative alla detenzione. In questo testo, invece, con abolizionismo s’intende il rifiuto del carcere e della società carceraria, dunque una critica radicale all’esistente, posizione affine a quella di noi compagnx.

Tradotto da: https://filtermag.org/2018/09/25/how-can-we-reconcile-prison-abolition-with-metoo/

“Chiediamo ai movimenti di giustizia sociale di sviluppare strategie e analisi che affrontino sia la violenza dello stato che quella interpersonale, in particolare la violenza contro le donne. Attualmente, gli attivisti / movimenti che lottano contro la violenza dello stato (come i gruppi anticarcerari e contro la brutalità della polizia) spesso agiscono in isolamento da attivisti / movimenti che si occupano di violenza domestica e sessuale”. Queste parole furono scritte nel 2001 dall’organizzazione per l’abolizione della prigione, Critical Resistance e INCITE! Women of Colour Against Violence. [1] Gli ultimi 17 anni hanno visto un aumento dei gruppi e coordinamenti per l’abolizione delle carceri. In netto contrasto con i sostenitori della riforma carceraria, che spingono per migliorare le condizioni carcerarie ma ritengono che le carceri siano in definitiva necessarie per la sicurezza sociale, gli abolizionisti accusano le carceri stesse di essere luoghi di violenza tali da non poter mai essere adeguatamente riformate. Invece, le prigioni devono essere eliminate; così anche le condizioni che mandano le persone in prigione, incluse il razzismo, la povertà e le cause alla radice della violenza. In molte analisi sull’abolizione del carcere, tuttavia, si fa notare per la sua assenza un discorso su come affrontare la violenza di genere senza fare affidamento sulla polizia e le carceri. Allo stesso tempo, molte delle più importanti organizzazioni e movimenti che combattono la violenza domestica e sessuale continuano a fare affidamento su polizia e prigioni. All’indomani della condanna a sei mesi di carcere inflitta a Brock Turner, lo studente bianco di Stanford condannato per aver aggredito sessualmente una donna incosciente, gruppi femministi e attiviste hanno espresso indignazione per la brevità della condanna e chiesto la rimozione del giudice. “Punizioni più severe e condanne più lunghe sono sempre cadute più duramente sulle persone e le comunità di colore -devastandole-, pur fornendo poca sicurezza o prevenzione dalla violenza di genere”. Questo fare affidamento sulla criminalizzazione rafforza la violenza di stato, che non è solo perpetrata in modo schiacciate su uomini neri e marroni e poveri, ma sostiene anche un sistema che punisce le donne (cisgender e trans), gli uomini trans, le persone dal genere non conforme e intersessuali, anche quando loro stesse sono vittime della violenza. Abbiamo visto questo nel caso di Marissa Alexander, la donna che in Florida era stata inizialmente condannata a 20 anni di carcere dopo aver sparato un colpo di avvertimento per fermare l’aggressione del marito violento. Lo abbiamo visto nel caso di Ky Peterson, un uomo trans nero che sta scontando una pena detentiva di 20 anni dopo aver ucciso a morte l’uomo che lo aveva violentato.

Come siamo arrivate a questa divisione?

Nel 1994, il Congresso approvò il Violence Against Women Act (VAWA), che spinse la polizia a rispondere alle denunce di violenza domestica, violenza sessuale e altre violenze di genere. L’atto fu il risultato di anni di cause legali e di organizzazione da parte di molte femministe per costringere le forze dell’ordine a rispondere alla violenza di genere piuttosto che liquidarla come una questione interpersonale. In molte giurisdizioni, VAWA ha portato a leggi di arresto obbligatorie e a condanne detentive più punitive. Ha inoltre portato a politiche come i doppi arresti, in cui la polizia ha arrestato entrambe le persone. Alcune giurisdizioni condannano le vittime come testimoni materiali o impongono multe e minacciano una sopravvissuta con l’arresto se non coopera con l’accusa. (La città di Columbus, in Georgia, ha cambiato la sua politica di multe e arresti per la mancata cooperazione dopo una causa intentata da una sopravvissuta a un abuso, Cleopatra Harrison, e dal Southern Centre for Human Rights.) Il femminismo carcerario è il termine usato spesso per descrivere questo affidamento su un rafforzamento del controllo poliziesco, del perseguimento e della reclusione come soluzione primaria alla violenza di genere. In linea di massima, il femminismo carcerario considera le soluzioni alla violenza di genere attraverso la lente della classe media bianca, che ignora i modi in cui identità intersecanti, come razza, classe, identità di genere e status di immigrazione, rendono certe donne più vulnerabili alla violenza, inclusa la violenza di stato. Allo stesso tempo, l’incarcerazione delle donne è salita alle stelle. Nel 1980, le carceri e le prigioni della nazione detenevano 25.450 donne; 10 anni dopo, quel numero era quasi triplicato a 77.762. Nel 2000, quel numero era raddoppiato di nuovo a 156.044 e continua a crescere. A partire dal 2017, le prigioni e le carceri detengono 209.000 donne. (Questi numeri non includono donne detenute nelle prigioni per immigrate o nelle carceri minorili, o donne trans carceri maschili). Almeno la metà delle donne incarcerate ha denunciato violenze ancora prima dell’arresto. È anche vero che quasi il 90% delle persone incarcerate sono uomini (o identificati come uomini). Ma non tutte le attiviste femministe e anti-violenza adottano una soluzione carceraria. Per anni, attivisti e organizzazioni anti-violenza, come Beth Richie e INCITE! hanno sostenuto che l’aumento della criminalizzazione sostituisce l’abuso di un individuo con l’abuso da parte di forze dell’ordine, tribunali e prigioni mentre non fa nulla per affrontare le cause alla radice della violenza contro le donne. Lo abbiamo visto con Marisa Alexander, Ky Peterson e innumerevoli altre donne e persone transessuali. Nessuno sa quante migliaia di sopravvissute siano finite dietro le sbarre dopo che le forze dell’ordine non sono riuscite a garantire la loro sicurezza. Questo perché nessuna agenzia tiene traccia di questi dati. Le statistiche più recenti hanno quasi 20 anni, da un rapporto del Dipartimento di Giustizia del 1999 che affermava che quasi la metà delle donne nelle prigioni locali e nelle prigioni di stato erano state vittime di abusi prima del loro arresto. Ma, poiché le donne costituiscono circa il 10% della popolazione carceraria della nazione, molte delle analisi sull’incarcerazione di massa e sull’abolizione della prigione continuano a concentrarsi sugli uomini, un obiettivo che porta a un falso binario in cui gli uomini sono incarcerati e le donne sono vittime. È una divisione che esclude le persone (di qualsiasi genere) colpite sia dalla violenza interpersonale che da quella statale, e quindi non riesce a soddisfare i loro bisogni. Ho intervistato numerose sopravvissute alla violenza domestica imprigionate per essersi difese. Ancora e ancora, mi hanno detto che si sono rivolte alla polizia e al sistema legale, ed entrambi non sono riusciti a proteggerle. Forse la polizia ha portato via il loro aggressore per alcuni giorni, ma ciò non ha fermato la violenza. Forse i tribunali hanno emesso un ordine di protezione, un pezzo di carta che il loro abusatore ignorava in modo flagrante. Forse la polizia non ha fatto nulla. Forse il loro aggressore era la polizia. Lo stesso sistema legale che non è riuscito a proteggerle le ha poi punite per essere sopravvissute. In carcere, molte donne sono soggette a violenza, per mano di altre persone detenute, membri dello staff o per la stessa quotidianità carceraria. Allo stesso tempo, le organizzazioni per l’abolizione delle carceri continuano a riflettere l’incapacità della intera società di considerare i cambiamenti sociali e culturali come necessari per porre fine alla violenza di genere o sviluppare modi concreti per prevenire e affrontare la violenza domestica e sessuale nella vita quotidiana. “I due (piani, violenza di genere e violenza di stato ndr) non parlano davvero insieme”, dice Hyejin Shim. Shim lavora alle intersezioni tra violenza di genere e dello stato, sia come membro dello staff dell’Asian Women’s Shelter che come organizzatrice di Survived and Punished, un gruppo di base che sostiene sopravvissute alla violenza di genere criminalizzate e incarcerate. Sebbene gli sforzi per porre fine alla violenza di genere e all’abolizione del carcere siano spesso considerati incompatibili, Shim nota che “entrambi si concentrano sul porre fine alla violenza”, sia che la violenza provenga da un individuo, dallo stato o da entrambi.

Giustizia trasformativa

Un modo per affrontare la violenza interpersonale senza fare affidamento sulla violenza di stato è attraverso la giustizia trasformativa. La giustizia trasformativa si riferisce a un processo comunitario che affronta non solo i bisogni della persona che l’ha subita, ma anche le condizioni che hanno permesso questa violenza. In altre parole, invece di guardare l’atto (gli atti) di violenza in un contesto vuoto, i processi di giustizia trasformativa chiedono: “Cos’altro deve cambiare in modo che ciò non accada mai più? Che cosa deve accadere perché la sopravvissuta possa guarire?”. Non c’è una serie giusta o errata di passi da seguire nella giustizia trasformativa; invece, ogni processo dipende dalle persone e dalle circostanze. Shim osserva che le persone spesso si impegnano in processi di giustizia trasformativa, anche se non usano quel termine. Si uniscono per sostenere le persone sopravvissute nei loro ambienti, aiutandole a identificare ciò di cui hanno bisogno e come accedervi. Allo stesso tempo, Shim sottolinea che questi tipi di abilità sono spesso sottovalutate nelle cerchie organizzate. “Negli spazi di movimento, potresti avere una preparazione all’azione diretta o un corso di formazione per facilitatori, ma non uno per le capacità di lavorare attraverso i conflitti o sostenere le sopravvissute”, ha osservato. In questo momento #MeToo in cui più persone si fanno avanti con le loro esperienze di violenza sessuale e domestica, “il supporto necessario non c’è realmente o non è stato sviluppato”. Le organizzatrici anti-violenza hanno sviluppato risorse per contribuire a colmare queste lacune. Creative Interventions, un’organizzazione dedicata a fornire “risorse per le persone comuni per porre fine alla violenza”, ha sviluppato una guida online di 608 pagine sulle strategie per fermare la violenza interpersonale. Organizzatrici e sopravvissute agli abusi Ching-In Chen, Jai Dulani e Leah Lakshmi Piepnza-Samarasinha hanno compilato una zine di 111 pagine intitolata “The Revolution Starts at Home” (che più tardi è diventata un libro), che documenta i modi in cui le organizzatrici della giustizia sociale hanno affrontato i responsabili degli abusi. La guida di Creative Interventions, ad esempio, racconta come un centro di comunità culturale coreana di Oakland, in California, ha gestito un assalto sessuale, reso ancora più complicato da fattori interculturali. Nell’estate del 2006, il centro di Oakland ha invitato un insegnante di percussioni dalla Corea del Sud a insegnare in un laboratorio di batteria per una settimana. Una notte, ha aggredito sessualmente una degli studenti. Il centro di Oakland ha gestito il processo attraverso una serie di azioni, iniziando con una telefonata immediata al capo del centro di percussioni in Corea. Anche se “è stato culturalmente difficile per il gruppo coreano-americano fare richieste ai loro maggiori in Corea, tutti hanno deciso che era quello che doveva essere fatto”. Dopo che l’istituto coreano si è assunto la responsabilità e si è scusato, il centro di Oakland ha inviato una lista di richieste, tra cui l’impartizione di corsi di sensibilizzazione sull’assalto sessuale per tutti suoi membri, un impegno a mandare almeno una donna insegnante nei loro futuri scambi negli Stati Uniti, e una richiesta che l’insegnante scenda dalla sua posizione di comando per un periodo iniziale di sei mesi e partecipi alle sessioni di terapia femministe rivolte direttamente all’abuso. L’organizzazione di Oakland ha anche intrapreso azioni da parte sua, tra cui la fornitura di una serie di workshop sulla sensibilizzazione contro gli assalti sessuali per i membri del centro e membri di altri gruppi locali di percussioni, e dedicando il suo prossimo festival al tema della fuoriuscita dalla violenza sessuale. Con il consenso della vittima, i fatti relativi all’incidente sono stati stampati nel programma “come una sfida per la comunità ad assumersi la responsabilità collettiva per porre fine alle condizioni che perpetuano la violenza inclusa la collusione attraverso il silenzio”. La storia è lontana da un finale perfetto; la vittima (come preferiva essere chiamata, piuttosto che “sopravvissuta”) non è più ritornata nel centro culturale; il lungo processo sia di riflessione e di impegno istituzionale “ha indebolito l’energia e lo spirito dell’organizzazione e le amicizie che l’hanno tenuto insieme” e, quando l’insegnante di percussioni è tornato a partecipare ai festival in Corea del Sud, è stato visto con risentimento e sospetto dai visitatori americani coreani. Ma quando Liz, il presidente del centro, ha riflettuto in seguito sulla serie di eventi, ha detto: “Alcune persone ci hanno chiesto in seguito perché non abbiamo chiamato la polizia. Non era nemmeno un pensiero nella mente di nessuno. “Un altro capitolo di “The Revolution Starts at Home” (la fanzine) chiamato “assunzione di rischi: implementare strategie di responsabilità sociale di base” fornisce un altro esempio. Le autrici, un collettivo di donne di colore di Communities Against Rape and Abuse (CARA) – Alisa Bierria, Onion Carrillo, Eboni Colbert, Xandra Ibarra, Theryn Kigvamasud’Vashti e Shale Maulanaauthor – descrivono una serie di azioni intraprese da membri di un’alternativa comunità punk per affrontare le aggressioni sessuali di Lou, un uomo impiegato da un club popolare. Le autrici riportano che Lou “spingeva […] le donne a ubriacarsi e poi le costringeva a fare sesso contro la loro volontà”. Nelle loro discussioni su cosa fare, i membri della comunità “non riflettevano solo sulle esperienze dei sopravvissuti, ma anche su come la cultura locale abbia sostenuto un cattivo comportamento. “Ad esempio, il popolare settimanale alternativo spesso ha reso glamour la massiccia quantità di alcolici prevalenti nelle feste di Lou. Con il consenso delle sopravvissute, il gruppo ha progettato volantini che identificavano l’uomo e i suoi comportamenti, ha chiesto l’assunzione di responsabilità, ha criticato il giornale locale e suggerito di boicottare il club. In risposta, il giornale ha pubblicato un articolo in difesa dell’uomo, sottintendendo che, dal momento che le sopravvissute non avevano depositato accuse penali, le loro storie non erano credibili. Lou ha anche minacciato di denunciarle per diffamazione. Ma il gruppo ha continuato, lavorando con le sopravvissute a creare un documento che non solo condividesse le loro esperienze, ma articolasse anche un’analisi critica della violenza sessuale e della cultura dello stupro nella loro comunità e cosa intendessero per responsabilità della comunità. Hanno rilasciato la dichiarazione completa alla stampa e l’hanno pubblicata sul loro sito web, scatenando discussioni nella comunità musicale più ampia sulla violenza sessuale e la responsabilità. Lou ha smesso di essere invitato a feste ed eventi, i locali hanno iniziato a boicottare il club e le band fuori città evitato di suonare lì, spingendo Lou ad accettare di impegnarsi con il gruppo e negoziare un incontro faccia a faccia. Alla fine, comunque, non si è mai preso la responsabilità delle sue azioni. Il gruppo ha inoltre avviato un percorso per saperne di più sulla violenza sessuale, la sicurezza e la responsabilità, imparando a facilitare i propri seminari sulla sicurezza e la responsabilità e supportando il CARA e altre organizzazioni anti-violenza. “È un cambiamento fondamentale decidere di utilizzare le risorse per costruire la comunità che desideri [piuttosto] che spendere tutte le tue risorse combattendo il problema che vuoi eliminare”, hanno scritto gli organizzatori del CARA. Riflettendo di recente su questo scenario, Bierria, ora organizzatrce di Survived and Punished, ha osservato che “si è trattato di una potente contro-risposta a qualcosa di cui di solito non si parla”. Allo stesso tempo, ha sottolineato, “la responsabilità della comunità non è solo un processo di responsabilità. Sta creando condizioni all’interno della comunità che prevengono danni. “Può essere frustrante, ha riconosciuto. “Vogliamo [spesso] una soluzione più diretta. Ma le violenze sessuali e domestiche sono più complicate di così”. Negli ultimi due decenni, lei e altre hanno lavorato alle intersezioni della violenza di genere, della responsabilità della comunità e dell’abolizione del carcere, hanno documentato i loro processi, creando progetti e mappe stradali che lei e altre organizzatrici non avevano 20 anni fa. Questi esempi mostrano che i processi di responsabilità della comunità sono disordinati e raramente seguono un percorso uniforme. Spesso, tuttavia, mescolano e abbinano una serie diversa di strumenti alternativi che includono azioni sia per le organizzazioni che per gli individui. Consulenza per la persona che ha causato danni, rimozione dalle posizioni di comando, ammissione di colpa, scuse pubbliche e / o private, workshop e corsi di formazione e cambiamenti comportamentali specifici sono solo alcune delle richieste che le comunità possono fare. Indipendentemente dalle forme che assumono, continuare a esplorare alternative alla violenza di stato in risposta alla violenza di genere è un elemento essenziale dei movimenti per porre fine a entrambi.

[1] INCITE! has since changed its name to INCITE! Women, Gender Non-Conforming, and Trans people of Color Against Violence

L’attivismo politico marocchino e le virtù di una visione a lungo termine

di Patrick Snyder

Tradotto da http://www.jadaliyya.com/Details/38095/Moroccan-Political-Activism-and-the-Virtues-of-Taking-the-Long-View

Le rappresentazioni convenzionali sulle questioni politiche in Medio Oriente e Nord Africa tendono sempre ad oscillare tra estremi. Preso in una sorta di “Paradosso del Comma 22” (di fronte alle numerose opportunità non è possibile effettuare alcuna scelta N.d.T), l’attivismo politico nella regione è, nelle parole dello studioso iraniano Asef Bayat – “dannato se fa e dannato se non lo fa”, o è “irrazionale” e “aggressivo”, oppure è “apatico” e “morto” -. Questa tendenza alla divisione binaria dell’attivismo politico è ancora più evidente quando si guarda alla produzione scientifica sulla “Primavera Araba” e, in particolare, alla spiegazione del perché la maggior parte dei regimi autoritari della regione sia riuscita a sopravvivere. Tanti articoli e libri sono stati scritti sull’argomento negli ultimi sette anni, ma la spiegazione più comune attribuisce una continuità autoritaria a una serie di fattori chiave: forze armate frammentate o leali al potere, aumento del protezionismo e del “rentierismo”, una parte di repressione, e nel caso del Marocco, della Giordania e dei regni del Golfo, la speciale “legittimità” della monarchia. Secondo queste analisi la “Primavera araba” è finita, i suoi risultati conosciuti e l’attivismo politico nella regione ripristinato ai livelli di inerzia “pre-Primavera Araba”.

Tale visione viene in parte da una predilezione dello studio delle élite e delle istituzioni politiche formali, tuttavia lascia poco spazio per catturare tutte le ampie sfaccettature della contestazione popolare, il flusso e il riflusso dell’attivismo politico al di fuori del cerchio della politica delle élite, dei partiti politici, e delle (imperfette) elezioni. In altre parole, la fretta di “etichettare” i casi e i “risultati” finali oscura tutti i più importanti cambiamenti nelle relazioni tra stato e società che gli eventi di sette anni fa hanno accelerato e impone una teleologia dei complessi processi sociali e politici non facilmente quantificabili e percepibili dalla superficie. Questi processi sono ancora in corso e non sono iniziati da zero nel 2011. Quindi, per studiosx e attivistx sensibili alla base della contestazione popolare nella regione, la cosiddetta “primavera araba” è un termine improprio – né interamente Arabo (come nel caso dell’attivismo Amazigh in Marocco e Algeria) – non limitato alla primavera del 2011. Allo stesso tempo in moltx hanno spiegato le mobilitazioni della “Primavera araba” attraverso il linguaggio razionalista delle proteste a cascata e dell’aggiornamento degli interessi, una lettura del tutto fuorviante. In effetti, come chiarisce lo studioso di scienze politiche Marc Lynch, “non si è trattato semplicemente della scoperta di alcuni limiti ma la trasformazione degli interessi soggiacenti e dell’ideale concernente la legittimità morale dei regimi” che spingeva gli attori ad unirsi alle proteste – qualcosa che rivela molto sul “cambiamento delle identità e dei valori, piuttosto che informare sul calcolo di rischi e opportunità”. In altre parole, per moltx, le proteste del 2011 hanno alterato le percezioni di ciò che è possibile, ciò che è legittimo e ciò che è moralmente giusto –un mutamento di identità e credenze normative che rimangono coerenti e generative del futuro attivismo politico, anche nel caso della presenza di un’autorità formale autoritaria.

Lo Hirak del Rif e il campo da gioco alterato dell’attivismo marocchino

La cosa positiva nel guardare sul lungo termine le analisi degli effetti della “Primavera araba” – o di quelle che potrebbero essere meglio definite come “le rivoluzioni della dignità” – forse è rappresentata meglio dal Marocco di oggi. Dal 2016, un movimento di protesta importante, significativo e con forme di protesta in evoluzione chiamato Hirak del Rif ha attanagliato il regno. Le richieste del Hirak per l’uguaglianza politica, economica e sociale hanno avuto una forte eco in un paese dove le molestie, le umiliazioni e l’impunità – o hogra – dei funzionari di stato è molto diffusa e la diseguaglianza economica persistente. Queste realtà attestano l’inefficacia di decenni di liberalizzazione economica, delle iniziative sostenute dall’Occidente, della liberalizzazione apparente e delle riforme politiche, come quelle attuate sulla scia delle proteste di sette anni fa. Mentre i leader del Hirak sono stati incarcerati e condannati a pene severe, e la portata delle proteste sembra essere diminuita, il movimento Hirak è solo una parte di un movimento che non mostra segni di indebolimento. Con le parole del giornalista marocchino Reda Zaireg, mentre i cittadini comuni si sentono disincantati dalla “democratizzazione” in stallo, dall’ampliamento delle diseguaglianze e dalla crescita dell’oppressione, “sempre più cose vengono chiamate adesso con il loro nome”. Ci sono altri segni di una maggiore volontà di sfidare lo status quo nonché dell’emergere di forme di attivismo politico difficili da cooptare o reprimere.  Ad esempio, il boicottaggio prolungato – e chiaramente efficace – di alcuni dei maggiori marchi commerciali del Marocco, ovvero l’acqua Sidi Ali, la Centrale Danone e la benzina Afriquia. Mentre in parte si basa sulla protesta per l’aumento dei prezzi, il boicottaggio ha anche una connotazione politica evidente, poiché una parte importante delle grandi imprese commerciali marocchine o è detenuta dal re attraverso i suoi fondi di partecipazione, o da uomini politici e delle élite rispettosi del Palazzo. Per esempio, nonostante alcune delle società prese di mira sono possedute dal re stesso, fino a qualche anno fa egli deteneva una partecipazione anche nella Centrale Danone, che cedette nel 2015. Inoltre, il conglomerato petrolifero e di gas Afriquia è posseduto da Aziz Akhnnouch, alleato del Palazzo e dall’attuale ministro dell’agricoltura il cui partito, l’Unione degli indipendenti nazionali (RNI)ha giocato un ruolo fondamentale nel blocco politico durato parecchi mesi che si è concluso con la fine del mandato di Benkirane, del partito islamista al potere (Partito della giustizia e dello sviluppo, o PJD). Una personalità, quest’ultima, dal carisma e dalla popolarità difficilmente tollerabile per il Palazzo. I boicottaggi sono ugualmente un modo di esprimere la collera di fronte all’aumento del costo della vita in un paese paese in cui, malgrado la crescita macroeconomica relativamente positiva, le ineguaglianze economiche persistono e rimangono tra le più elevate della regione. La campagna di boicottaggio si sta svolgendo contemporaneamente a un altro movimento di attivismo politico guidato dai social media: una campagna contro le violenze sessuali in Marocco. Chiamata “Masakatsh” (Io non sto zitta), la campagna si è diffusa tra la popolazione marocchina, rompendo con una cultura di tolleranza e di indifferenza verso coloro che sopravvivono alle molestie sessuali. Nel momento in cui una nuova legge contro le molestie sessuali è recentemente entrata in vigore, le critiche hanno messo in evidenza come questa non sia assolutamente sufficiente – per esempio, la sua formulazione resta vaga, è di difficile applicazione e non riesce a interdire completamente il matrimonio dei minori. La campagna è stata lanciata in parte al momento dell’arresto per stupro in Francia della pop star marocchina Saad Lamjarred – è la terza accusa del genere che gli viene rivolta – e i/le marocchinx hanno usato i social media per pressare le radio a non mandare più in onda le sue canzoni. Il caso di Khadija, una 17enne marocchina che è stata rapita e violentata psicologicamente e fisicamente da un gruppo di uomini, ha anche contribuito a mobilizzare i/le sostenitrici della campagna, con notizie e immagini della giovane ragazza diffuse nei social media nelle recenti settimane. Nonostante il fatto che “Masaktach” e il boicottaggio siano molto differenti nella loro origine e nei loro obbiettivi, rappresentano tutti e due la forza e il dinamismo della sfera della contestazione politica pubblica in Marocco, sette anni dopo gli appelli alla dignità e alla libertà scoppiati nella regione mediorientale e nordafricana. Queste nuove forme di attivismo politico si svolgono in un ambiente mediatico nazionale che si è considerevolmente evoluto nel corso di questi due ultimi decenni, in parte grazie a un più grande accesso a internet e ai deboli tentativi di liberalizzazione politica. I media indipendenti, come Le Journal e Lakome, si sono moltiplicati alla fine degli anni ’90 e negli anni 2000 e hanno aiutato a contribuire alla formazione dell’ambiente politico che ha lanciato il Movimento del 20 febbraio 2011. Tuttavia, all’interno di regimi autoritari ibridi come il Marocco, tali media indipendenti fanno difficoltà, con le parole della studiosa Fadma Ait Mous e dello studioso Driss Ksikes, a trascendere il “momento liberale” nel quale sono stati fondati, soccombendo all’intimidazione politica, alla repressione o alla cooptazione. Tuttavia, qualunque sia la fine di ogni giornale indipendente, è sempre più difficile per ogni regime autoritario censurare le informazioni non favorevoli online o bloccare delle campagne con connotazioni politiche. In effetti, il mese scorso, le informazioni diffuse in Marocco riguardo la morte di una studentessa di diritto, Hayat Belkacem (che viveva nel Rif in rivolta N.d.T), di 20 anni, assassinata dalla marina marocchina mentre cercava di scappare dal regno hanno generato una protesta importante durante una partita di calcio a Tetouan. Gli spettatori gridavano il loro desiderio di rinunciare alla cittadinanza marocchina. Più o meno nello stesso tempo l’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, la più grande organizzazione indipendente del paese, diffondeva la notizia di una manifestante uccisa dalla polizia durante un corteo per i diritti delle proprietà collettive. Così, mentre il governo sostiene che la vittima, Fadila, sia morta a causa di un attacco cardiaco, testimoni oculari e la stessa AMDH dicono che è morta strangolata da una bandiera marocchina, un evento tragico e inquietante dal forte simbolismo. Questi esempi, che sono solo quelli più recenti, non sono enumerati per indicare la preminenza del ruolo dei social media nella promozione della democrazia: queste situazioni suggeriscono che gli/le attivistx marocchinx continuano ad adattarsi a un ambiente mediatico alterato nel quale le informazioni sensibili sul piano politico possono essere condivise rapidamente e in maniera larga. Particolare molto importante per controllare la narrazione e fare nascere dei dubbi sui racconti ufficiali del regime. Nell’insieme, questi esempi si aggiungono al sentimento crescente che le strategie collaudate dal regime in materia di divisione e di repressione non bastano più a contenere lo scontento popolare e costituiscono un avvertimento per gli analisti politici concentrati in maniera ossessiva sui partiti politici, le élite e le classi dirigenti. La fine dei tentativi di liberalizzazione superficiale, a cominciare dalla nomina nel 1998 di un Primo ministro dell’opposizione, ha fatto ben poco alla “democratizzazione” del Marocco. La conseguenza di ciò, come scrive la scrittrice Mounia Bennabi-Chraibi, è la diminuzione del potere e della rilevanza dei partiti e delle istituzioni politiche e “l’estensione concomitante della scena della protesta, l’accumulazione delle competenze e di esperienza delle e dei manifestanti, lo sviluppo di crescenti capacità di coordinamento autonome che controbilanciano le tendenze repressive del regime”. Pertanto, lo Hirak, insieme ad altre forme emergenti di attivismo politico in Marocco rivela in una certa misura i pericoli di attuare riforme superficiali o fare promesse vuote. In effetti, le richieste che risuonano in tutto il Marocco oggi fanno eco a quelle di sette anni fa e mettono a nudo a un numero sempre crescente di marocchinx l’inconsistenza dei precedenti sforzi “di riforma”.

Usi della catastrofe

Di Jocine Velasco

tradotto da https://communemag.com/the-uses-of-disaster/

Il cambiamento climatico è qui. Nel mezzo della tempesta, si presenta l’opportunità di rompere con il capitalismo e la sua spietata disuguaglianza. Cogliamo al volo l’occasione finché possiamo. Le alternative sono impensabili.

“Qual è questa sensazione che si manifesta durante così tanti disastri?” si chiede Rebecca Solnit nel suo libro del 2009 “A Paradise Built in Hell”. Esaminando le risposte umane a terremoti, incendi, esplosioni, attacchi terroristici e uragani nel corso dell’ultimo secolo, Solnit afferma che l’idea comune che i disastri rivelino il lato peggiore della natura umana è fuorviante. Invece, l’autrice dimostra come possiamo vedere in molti di questi eventi “una sensazione più profonda della felicità, ma intensamente positiva”, una speranza propositiva che galvanizza quelle che lei chiama “comunità della catastrofe”. Quando l’ordine sociale prestabilito viene temporaneamente sospeso, una miriade di “comunità d’eccezione” costituite attraverso la collettività e l’aiuto reciproco, nascono in risposta. Gli esempi di Solnit includono l’uragano Katrina, l’11 settembre e il terremoto di Città del Messico del 1985. Per momenti fugaci, dimentichiamo le differenze sociali e ci aiutiamo a vicenda. Ahimè, quando il disastro è passato, queste comunità svaniscono. Con le parole di A.Paradise, il “grande compito contemporaneo” che affrontiamo è la prevenzione di tale smottamento, “il recupero di questa comunanza di intenti senza crisi o pressioni”. Data la calamità del riscaldamento globale, questo compito diventa sempre più urgente. Come smantellare gli ordini sociali che rendono così catastrofici i disastri, mentre allo stesso tempo rendono ordinario lo straordinario comportamento umano che provocano?

L’argomentazione di Solnit suona vera anche se si è meno ottimisti di lei sul valore intrinseco della comunità. Negli inferni del presente, troviamo gli strumenti di cui abbiamo bisogno per costruire altri mondi, nonché scorci allettanti di qualcosa che spesso si ritiene impossibile. Questo non è motivo di giubilo, né di ottimismo. Ma è motivo di speranza.

Affinché questa speranza si realizzi, tuttavia, dobbiamo andare al di là dell’analisi empirica di Solnit su ciò che accade in risposta a specifici eventi disastrosi e cogliere il carattere generale della catastrofe capitalista. Questa non è semplicemente una serie di eventi singoli – gli uragani Katrina, Harvey e Irma – ma una condizione permanente. Per molti, l’ordinario è una catastrofe. Allo stesso modo, qualsiasi risposta coerente a tale catastrofe permanente dovrà essere diffusa e duratura per avere successo. Costruire il paradiso all’inferno non è abbastanza: dobbiamo lavorare contro l’inferno e andare oltre. Più che di comunità della catastrofe, abbiamo bisogno del comunismo della catastrofe.

Ovviamente, nel richiamare il comunismo della catastrofe, non stiamo suggerendo che il verificarsi di sempre più frequenti incubi eco-sociali in qualche modo inevitabilmente produrrà condizioni sempre più mature per il comunismo. Non possiamo adottare il fatalismo perverso del “tanto peggio, tanto meglio” né aspettare un ultimo uragano per spazzare via il vecchio ordine. Piuttosto, stiamo osservando che anche il più grande e terrificante di questi disastri straordinari può interrompere il disastro ordinario che è, per la maggior parte del tempo, troppo grande per essere compreso appieno. Ci sono momenti di interruzione che, sebbene siano terribili per la vita umana, potrebbero anche significare una catastrofe per il capitalismo.

Il comunismo della catastrofe non è separato dalle lotte esistenti. Piuttosto, enfatizza il processo rivoluzionario che sviluppa la nostra capacità collettiva di resistere e prosperare: un movimento all’interno, contro e al di là di questo disastro capitalista in corso. Come possono i numerosi progetti che creano mini-paradisi nell’inferno essere coerenti con qualcosa di più di comunità effimere? Il comunismo della catastrofe aggiunge una definizione chiarificatrice al longevo progetto politico che si contrappone allo Stato e al Capitale e trabocca i loro confini. Orienta il movimento di un potere collettivo che, pur essendo palpabile durante i disastri straordinari, resta sempre presente, specialmente nei luoghi e tra i gruppi che hanno vissuto la situazione di un disastro ordinario per centinaia di anni. Il cambiamento climatico fa diventare centrali le competenze esistenti in quelle lotte per la sopravvivenza.

IL CAPITALISMO DELLA CATASTROFE, IL CAPITALE COME CATASTROFE

Il geografo Neil Smith ha sostenuto in modo convincente che non esiste una catastrofe naturale. Denominare i disastri come “naturali” occlude il fatto che essi sono tanto il prodotto di divisioni politiche e sociali quanto di forze climatiche o geologiche. Se un terremoto distrugge le abitazioni a basso reddito mal costruite e mal mantenute in una città, ma lascia le case ben costruite dei ricchi, incolpare la natura significa semplicemente assolvere gli Stati, i costruttori e i padroni, per non parlare dell’economia capitalista che produce tali disuguaglianze in primo luogo. I disastri sono sempre co-produzioni in cui forze naturali come le placche tettoniche e i sistemi meteorologici lavorano insieme con le forze sociali, politiche ed economiche.

Il modo in cui si svolgono i disastri straordinari, quindi, non può essere separato dalle normali condizioni di catastrofe in cui si verificano. Era la categoria 4 dell’uragano Maria che ha devastato la colonia statunitense di Porto Rico, lasciando i residenti senza acqua potabile: un evento disastroso. Ma questa narrazione oscura il fatto che, prima dell’uragano, “il 99,5% della popolazione di Porto Rico era servita da sistemi idrici comunitari in violazione del Safe Drinking Water Act”, mentre “il 69,4% delle persone sull’isola era servito da fonti d’acqua che violavano gli standard sanitari di SDWA “, secondo un rapporto del Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Né tali eventi devastanti possono eclissare disastri più lenti come quello di Flint, nel Michigan, dove decenni di abbandono e inquinamento industriale del fiume Flint e dei Grandi Laghi hanno lasciato la comunità operaia, la maggioranza nera e latina senza acqua pulita. Facilmente trascurati perché mancano del potere spettacolare di un uragano o di un terremoto, disastri così estesi sfociano il confine tra disastro come evento e disastro come condizione. Ciò che per alcuni è una scossa improvvisa e inaspettata è per gli altri una questione di realtà quotidiana intensificata.

I cambiamenti climatici aumentano significativamente la frequenza e la gravità dei disastri sia lenti che veloci. Il riscaldamento globale significa una maggiore quantità di energia che circola nell’atmosfera e nelle superfici oceaniche. Ad esempio, quando gli oceani caldi creano celle a bassa pressione, l’energia termica, sotto l’influenza della rotazione terrestre, viene convertita nell’energia cinetica caratteristica degli uragani roteanti e delle tempeste tropicali. Le temperature più calde danno origine a più energia, che deve essere espressa in qualche modo (l’energia non può essere distrutta: può solo cambiare forma). La fisica di questo processo è diabolicamente complessa e difficile da studiare, tuttavia è possibile fare delle previsioni. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite suggerisce che il cambiamento climatico distruggerà cibo e acqua, danneggerà case e infrastrutture e porterà siccità e inondazioni, ondate di calore e uragani, mareggiate e incendi. I progressi delle scienze dell’attribuzione e delle conoscenze raccolte dal singolo grado Celsius del riscaldamento globale già in atto hanno reso possibile quantificare il contributo del cambiamento climatico agli eventi meteorologici estremi. Ora possiamo collegare il riscaldamento globale a calamità come l’ondata di caldo europeo del 2003 e l’ondata di calore russa del 2010, che ha ucciso decine di migliaia di persone, senza contare innumerevoli tempeste, inondazioni e altri eventi meteorologici.

Il fatto che il cambiamento climatico sia esso stesso creato dall’uomo (o meglio, provocato dal capitalismo) sottolinea ulteriormente l’impossibilità di separare eventi disastrosi da condizioni disastrose. La relazione tra le due corre in entrambe le direzioni: le condizioni danno luogo a eventi che, a loro volta, comportano ulteriori condizioni di radicamento. L’obiettivo dello stato-nazione durante e immediatamente dopo i disastri straordinari è di solito imporre l’ordine piuttosto che aiutare i sopravvissuti, e per questo motivo gli eventi catastrofici generalmente esacerbano il sottostante disastro del capitalismo. Nel terremoto di San Francisco del 1906, fu inviato l’esercito. Tra 50 e 500 sopravvissuti furono uccisi, e gli sforzi di ricerca, soccorso e spegnimento degli incendi auto-organizzati furono interrotti. I tentativi dello stato di gestire il disastro si sono dimostrati una forza disordinata, che ha distrutto le forme di auto-organizzazione dal basso. Una simile attenzione repressiva ai “saccheggiatori” (ad esempio i sopravvissuti) ha segnato la risposta dello stato americano all’uragano Katrina a New Orleans. Il 4 settembre 2005, sul ponte di Danziger, sette agenti di polizia hanno aperto il fuoco su un gruppo di neri che tentava di fuggire dalla città allagata, uccidendone due e ferendone gravemente altri quattro. L’assassinio di sopravvissuti neri in cerca di sicurezza illustra i mezzi con cui lo stato cerca di precludere le possibilità emancipatorie che potrebbero apparire durante tali disastri. In tali situazioni, lo stato non cerca altro che un ritorno alla normalità catastrofica per i poveri, i migranti e i neri. Tali azioni sono contrarie alle raccomandazioni anche dei sociologi mainstream della catastrofe. Nel 1960, ad esempio, il sociologo-militare Charles Fritz ha sostenuto incisivamente come lo stereotipo di un diffuso individualismo antisociale e di aggressività fiorente durante i disastri non fosse radicato nella realtà. Ha anche notato con acutezza che la distinzione tra disastri e normalità può “trascurare convenientemente le molte fonti di stress, tensione, conflitto e insoddisfazione che sono incorporate [sic] nella natura della vita quotidiana”.

Le disastrose macchinazioni di Stato e Capitale non si fermano comunque a eventi localizzati e puntuali, ma vanno dal locale al globale. Come hanno dimostrato scrittori come Naomi Klein e Todd Miller, disastri straordinari sono usati per prolungare, rinnovare ed estendere i comuni disastri di austerità, privatizzazioni, militarizzazione, polizia e confini. Questo è il capitalismo della catastrofe: un circolo vizioso in cui le normali condizioni di disastro esacerbano eventi di disastro straordinari, a loro volta intensificandone le condizioni originali. Eventi disastrosi permettono allo stato di implementare ciò che Klein chiama la “dottrina degli shock”. Questo processo implica la riqualificazione delle infrastrutture distrutte, dell’energia e delle infrastrutture di distribuzione agli standard neoliberali; lasciare i poveri senza elettricità o acqua potabile, costringendoli a trasferirsi in luoghi ancora più vulnerabili ai cambiamenti climatici; e incarcerandoli quando resistono o cercano di attraversare i confini per sfuggire a questa situazione insostenibile. Nei mesi successivi all’uragano Maria, Porto Rico ha sperimentato ulteriori privatizzazioni, peggioramento delle condizioni di lavoro e l’arrivo di colonialisti verdi: presunti filantropi come Elon Musk che nascondono le loro imprese iper-capitaliste dietro il paravento del recupero ambientale. La storia di Flint è simile, con le offerte fatte da Musk di risolvere i problemi infrastrutturali.

Le forze che agiscono nell’interesse dello Stato e del Capitale si presentano in un certo numero di forme, ovviamente. Gli attivisti del “Common Ground Collective” che fornivano aiuti d’emergenza all’indomani dell’uragano Katrina sono stati intensamente molestati non solo dai poliziotti razzisti ma anche da gente bianca armata che ha colto l’occasione per recitare in uno scenario post-apocalittico da fine-dei-tempi, con l’approvazione tacita e talvolta attiva facilitazione, della polizia.

SOPRAVVISSUTI IN ATTESA DELLA RIVOLUZIONE

Quello che lo studio degli eventi disastrosi e delle condizioni disastrose ci insegna è che il cambiamento climatico non è semplicemente una conseguenza involontaria della produzione capitalista, ma una crisi di riproduzione sociale (un termine che si riferisce alle strutture sociali auto-perpetuate che consentono la sopravvivenza quotidiana e generazionale e nello stesso tempo servono a mantenere intatte le disuguaglianze). Riconoscere questo non ci dà solo una nuova prospettiva sul problema, ma indica anche una fonte di speranza. È importante ricordare che le vite dei poveri, dei diseredati e dei colonizzati non sono modellate dal solo disastro. Coinvolgono, ad ogni cambiamento, forme di sopravvivenza e persistenza, spesso sotto forma di conoscenze e abilità trasmesse di generazione in generazione. Come insiste il filosofo Potawatomi Kyle Powys Whyte, mentre le popolazioni indigene conoscono bene la catastrofe sotto forma di centinaia di anni di tentativi di dominio coloniale, in quelle centinaia di anni hanno sviluppato le capacità per resistere e sopravvivere a disastri ordinari e straordinari. La studiosa femminista marxista Silvia Federici, nel frattempo, ha mostrato come il capitalismo abbia a lungo cercato, senza successo, di sradicare violentemente tutte le forme di sopravvivenza non capitalista. Nel suo saggio del 2001 “Women, Globalization, and the International Women’s Movement”, sostiene che “se la distruzione dei nostri mezzi di sussistenza è indispensabile per la sopravvivenza dei rapporti capitalistici, questo deve essere il nostro terreno di lotta”.

Una lotta del genere avvenne all’indomani del terremoto di Città del Messico del 1985, quando i proprietari terrieri e gli speculatori immobiliari videro un’opportunità per sfrattare definitivamente le persone di cui volevano liberarsi da molto tempo. I loro tentativi di demolire abitazioni che offrivano bassi rendimenti da locazione e di sostituirle con costosissimi condomini sono un chiaro esempio di capitalismo della catastrofe al lavoro. Eppure gli abitanti della classe lavoratrice hanno combattuto con grande successo. Migliaia di inquilini hanno marciato sul Palazzo Nazionale, chiedendo al governo di prendere possesso delle case danneggiate dai loro proprietari terrieri per l’eventuale vendita ai loro inquilini. In risposta, sono state sequestrate circa 7.000 proprietà. Qui, quindi, vediamo che i disastri straordinari non creano semplicemente lo spazio allo Stato e il Capitale per consolidare il loro potere, ma anche per resistere a queste stesse forme: una “versione di sinistra della dottrina degli shock”, per adottare la frase di Graham Jones. Il disastro ordinario che è il capitalismo può infatti essere interrotto da questi incidenti che, sebbene orribili per la vita umana, rappresentano anche una momentanea rovina per il capitalismo. In un saggio del 1988 intitolato “The Uses of an Earthquake”, Harry Cleaver suggerisce che ciò è particolarmente probabile nel crollo della capacità amministrativa e delle autorità governative a seguito di disastri straordinari. Questo crollo è forse ancor più probabile in luoghi in cui la governance dipende dalla sorveglianza, dall’uso dei dati sensibili e dalle tecnologie dell’informazione.

Cleaver rileva inoltre l’importanza delle storie di organizzazione collettiva nei quartieri colpiti dal terremoto. I sopravvissuti avevano legami organizzativi, una cultura di mutuo aiuto e aspettative di solidarietà. Gli inquilini sapevano di avere le spalle coperte a vicenda a causa delle loro relazioni reciproche. Questo punto è cruciale, perché ci consente di comprendere la comunità della catastrofe, non semplicemente come una risposta spontanea a disastri straordinari, ma piuttosto come il venire alla ribalta delle lotte quotidiane per la sopravvivenza e le pratiche sotterranee di aiuto reciproco. La loro esperienza di organizzazione contro i comuni disastri del capitalismo ha lasciato i residenti ben equipaggiati per affrontare un disastro straordinario.

In effetti, le relazioni di sostegno preesistenti sono state più efficaci nel sostenere le comunità colpite dall’uragano Maria. Il “Centros de Apoyo Mutuo” è una rete di mutuo soccorso decentrata costituita da gruppi, centri e pratiche consolidati, che ha distribuito cibo, ripulito i detriti e ricostruito le infrastrutture dell’isola. Lo ha fatto più velocemente e con maggiore attenzione ai bisogni dei residenti, rispetto alle reti di assistenza e logistica internazionale. Attraverso una sorta di bricolage o “arte del fare con ciò che è a portata di mano”, i centri di assistenza reciproca dimostrano che i non specialisti possono rapidamente raccogliere e condividere strumenti e abilità per la sopravvivenza. In tal modo, creano anche nuove forme di solidarietà e vita collettiva che vanno oltre la sopravvivenza.

“Quelle tempeste sono passate, e hanno distrutto molte cose”, dice Ricchi, un membro della rete statunitense Mutual Aid Disaster Relief. “Eliminando la rete energetica e riducendo l’accesso al cibo e all’acqua, hanno lasciato al buio l’isola di Borikén [il nome indigeno di Taíno per Porto Rico]. Ma in quell’oscurità si sono svegliati innumerevoli Boricuas, restano svegli fino a tardi e si alzano presto, facendo il lavoro di riprodurre la vita”.

Quella vita non è solo banale: i gruppi organizzano feste, lezioni di ballo e sessioni di cucina collettiva, in modo che gli orizzonti comuni possano aprirsi oltre la disperazione.
In un senso convenzionale e strettamente economico, c’è scarsità in queste situazioni, sebbene la scarsità sia messa in discussione da un’abbondanza di legami sociali. Tuttavia, disastri straordinari possono anche spingerci a riconoscere che la scarsità è una relazione sociale piuttosto che un semplice fatto numerico: il modo in cui i beni e le risorse sono distribuiti determina chi può usarli. All’indomani dell’uragano Sandy, è stata superata una “scarsità” di strumenti, non attraverso la produzione o l’acquisizione di altro, ma attraverso una nuova organizzazione. Le raccolte di strumenti sono state impostate come alternative alle relazioni sociali individualizzate e mercificate che dominano la società capitalista. Ci mostrano che non dovremmo essere troppo frettolosi per associare il cambiamento climatico a una maggiore scarsità.

LA CATASTROFE DELLE MIGRAZIONI

Le comunità sono spesso definite dal loro contenimento all’interno di un determinato luogo geografico, e quelle citate sopra certamente si adattano a questo disegno: rispondono a disastri straordinari nei luoghi dove sono avvenuti quei disastri. Eppure il cambiamento climatico, naturalmente, costringe le persone a spostarsi da un luogo all’altro, così che l’organizzazione contro i suoi effetti disastrosi richiede anche più ampie comunità di solidarietà. Il numero di persone attualmente classificate come “migranti forzati” si trova attualmente, secondo le cifre dell’ONU, a 68,5 milioni. L’accelerazione di questa ondata di spostamenti è impossibile da ignorare. Entro il 2050 si prevede che ci saranno 200 milioni di persone che saranno “migranti climatici”: costrette a spostarsi a causa dei disastri, sia ordinari che straordinari, che il riscaldamento globale sta portando. Questo, per sottolineare bene il punto, riguarda una persona su cinquanta nel mondo.

Attualmente, molte persone sono sfollate internamente, con solo una piccola parte che viaggia verso l’Europa, il Nord America o l’Australia. Tuttavia, man mano che il clima si destabilizza e le condizioni peggiorano, molti dei luoghi che attualmente servono come rifugi diventeranno inabitabili. Viaggiare in zone di latitudine più elevata e attraversare i confini delle nazioni più ricche che le occupano diventerà così sempre più essenziale per le persone. Vivere lì rende uno meno vulnerabile agli eventi disastrosi, non ultimo perché gli stati-nazione ricchi restano meglio equipaggiati – almeno finanziariamente – per mitigarli. La tendenza di questo movimento globale verso nord probabilmente intensificherà gli sforzi per difendere queste zone: il “complesso militare-ambientale-industriale” sta già progettando nuove forme di violenza per difendere i confini. Gli sforzi comuni per combattere tale violenza costituiranno alcune delle più importanti lotte contro il disastro climatico.

Mentre scriviamo, diverse strutture per l’Immigrazione e le Forze Doganali negli Stati Uniti sono presidiate da un movimento di protesta che mira a interrompere le operazioni di rimpatrio e deportazione. Nel Regno Unito, gli attivisti hanno respinto con successo i tentativi del governo di estendere l’applicazione delle leggi restrittive sull’immigrazione anche nelle scuole. A Glasgow, negli anni ’90, un progetto solidale che univa i migranti con gli autoctoni ha avuto un tale successo che le comunità della classe lavoratrice si sono rivelate in grado di ostacolare i raid dell’alba che miravano a deportare i loro nuovi amici e vicini. A nostro parere, anche queste sono “comunità della catastrofe” e non sono meno importanti di quelle di Città del Messico post-85 e della New Orleans post-Katrina. Queste comunità della catastrofe, quindi, sono spiragli di speranza: i microcosmi di un mondo formato diversamente. La riproduzione sociale organizzata non attraverso il lavoro salariato, le merci, la proprietà privata e tutte le loro violenze associate, ma attraverso la cura, la solidarietà e la passione per la libertà. Dimostrano con la loro esistenza che l’esistente non è immodificabile.

PARADISO CONTRO INFERNO

Questa speranza è vitale, ma troppo spesso la speranza ci uccide. Abbiamo bisogno di qualcosa di più dei microcosmi, anche perché tali esperimenti possono essere preziosi anche per il capitale. Qui è importante notare che il capitale non è omogeneo: ciò che è buono per alcuni capitalisti è negativo per altri, e ciò che è male per i singoli capitalisti in un breve periodo di tempo può essere buono per il capitale nel lungo periodo. Quindi, mentre le comunità che nascono dai disastri potrebbero essere una cattiva notizia per alcuni capitalisti e attori statali, altri invece le guarderanno con interesse. Come ricorda Ashley Dawson, il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha elogiato gli sforzi di soccorso influenzati dagli anarchici di Occupy Sandy dopo che l’uragano del 2012 ha travolto New York. Facendo così bene ciò che le forze statali e di mercato non potevano fare, i progetti di Occupy hanno mantenuto la vita sociale, dando a queste forze qualcosa da riconquistare una volta ripristinato lo status quo ante. E lo hanno fatto senza alcun costo diretto per lo stato.

Tale resoconto è parziale, ovviamente, e non considera il valore pedagogico delle comunità che nascono dai disastri. Al suo massimo, questo valore è allo stesso tempo negativo e positivo: il clamoroso “sì” a quegli altri modi di vivere urla contemporaneamente un “no” al comune disastro del capitale. La riproduzione sociale promossa è un cambio di direzione: un tentativo di riprodursi in altro modo e di resistere al ritorno del mercato che distruggerebbe i nostri corpi e il nostro ecosistema.

Lo vediamo chiaramente in molte delle “comunità della catastrofe” che nascono in risposta ai confini. Come Harsha Walia dimostra così brillantemente nel suo “Imperialismo di frontiera”, queste comunità non aiutano semplicemente le persone a mitigare la violenza del confine, ma resistono al concetto stesso di confine, come riassume bene lo slogan “No Borders”. In effetti, questa stessa frase evoca simultaneamente l’affermazione e la negazione su cui insistiamo: contrastare un aspetto di questo mondo mentre descrive le caratteristiche del prossimo. Questa è un’operazione politica dentro e contro l’inferno.

Tale negazione dovrà indubbiamente andare oltre la mitezza associata alle nozioni dominanti di comunità. Di fronte a quei poliziotti e vigilanti razzisti all’indomani dell’uragano Katrina, il Common Ground Collective si è impegnato in un’autodifesa armata ispirata alle Black Panthers e ad altri gruppi radicali. Né i conflitti esisteranno solo esternamente: il CGC ha anche dovuto trattare con i sostenitori che sembravano più interessati al “turismo della catastrofe” che ai loro sforzi di soccorso. Le comunità che nascono dalle catastrofi non saranno esenti dal gorgo della violenza che costituisce la catastrofe quotidiana: misoginia, supremazia bianca, classismo, abilismo, razzismo e numerose forme intersezionali di oppressione, sfortunatamente, si riverseranno nella loro organizzazione. Le comunità della catastrofe dovranno imparare come risolvere le cose altrimenti, mobilitando gli strumenti sociali e i processi di responsabilità che molti attivisti stanno già sviluppando oggi.

IL PARADISO OLTRE L’INFERNO

Il capitalismo è a proprio agio con il concetto di comunità. Troppo spesso, il termine è usato per etichettare la resilienza che il capitalismo stesso ha bisogno per sopravvivere al disastro ordinario e straordinario. Le comunità organizzate sono così svuotate da ogni potere trasformativo.
Non possiamo però abbandonare del tutto il concetto di comunità: una simile proposta sarebbe inutilmente idealistica, dato l’uso diffuso del termine. Ma riferirsi a comunità della catastrofe come quelle discusse sopra semplicemente come “comunità” significa negare il loro potenziale, legandole ad un presente in cui sono pur sempre ammirevoli e degne di attenzione, ma mai trasformative.
È per questo che insistiamo sul concetto di comunismo.

Laddove il comunismo è spesso presupposto dall’abbondanza materiale creata dalla produzione capitalista, il comunismo della catastrofe è radicato nell’abbondanza collettiva presente nelle comunità della catastrofe. Significa impossessarsi dei mezzi di riproduzione sociale. Non possiamo aspettarci, naturalmente, che ogni risultato sarà immediatamente comunista (la proprietà privata non è stata abolita in quelle comunità a Città del Messico nel 1985, per esempio). Il nostro uso del termine indica la vasta ambizione e il funzionamento di un movimento al di là di specifiche manifestazioni e risultati, la sua diffusione attraverso lo spazio e la sua esistenza continua al di là di disastri straordinari. Denomina l’ambizione di fondare niente meno che il mondo intero nell’abbondanza trovata nella riproduzione sociale della comunità disastrata. Come tale, soddisfa la definizione di comunismo che Marx ci dà: “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”.

Il comunismo del comunismo della catastrofe, quindi, è una mobilitazione sovversiva e trasformativa senza la quale la catastrofe in corso del riscaldamento globale non può e non deve essere fermata. Allo stesso tempo è la rovina delle molteplici ingiustizie strutturali che perpetuano e traggono forza dalla catastrofe, e una promulgazione della diffusa capacità collettiva di resistere e prosperare su un pianeta che cambia rapidamente. È estremamente ambizioso e richiede una ridistribuzione delle risorse su più scale; riparazioni per il colonialismo e la schiavitù; espropriazione della proprietà privata per le popolazioni indigene; e l’abolizione dei combustibili fossili, tra gli altri progetti monumentali. Siamo, chiaramente, ben lontani da ciò. Ma come notava Ernst Bloch, quello che è il “non-ancora” è già vivo nel nostro presente. Nelle risposte collettive al disastro, troviamo che molti degli strumenti per costruire quel nuovo mondo esistono già. Quando Solnit parla di quell’emozione “più profonda della felicità” che anima le persone sulla scia del disastro, coglie “uno sguardo su chi altro potremmo essere noi stessi e su cosa potrebbe diventare la nostra società”. Tra le rovine, nella terribile apertura dell’interruzione, lanciata contro le condizioni che producono e cercano di capitalizzare su quell’interruzione, siamo vicini al completo cambiamento, alla generalizzazione della consapevolezza che tutto – e tutti – potrebbero ancora essere trasformati. In altre parole, nella risposta collettiva al disastro, intravediamo un movimento reale che potrebbe ancora abolire lo stato di cose presenti.

Le proteste svelano la nuova faglia del conflitto in Iraq: il popolo contro la classe dirigente

La polizia antisommossa irachena impedisce ai manifestanti di prendere d’assalto l’edificio del consiglio provinciale durante una manifestazione a Bassora, in Iraq, il 15 luglio 2018 (foto AP).

di Renad Mansour

da https://www.worldpoliticsreview.com/articles/25161/protests-reveal-iraq-s-new-fault-line-the-people-vs-the-ruling-class

In quello che sta diventando un rituale estivo nel sud dell’Iraq, nel corso delle ultime settimane i/le manifestanti sono scesx in strada per esprimere le loro rimostranze in un caldo torrido. L’incapacità del governo di fornire i servizi di base, vale a dire l’elettricità e l’acqua, rende l’estate insopportabile a moltx irachenx. L’alto tasso di disoccupazione significa che in moltx non possono permettersi uno standard di vita minimo. Rispecchiando l’alto livello di disperazione, l’ultima ondata di proteste è diventata più violenta rispetto agli anni precedenti. In nove province irachene, i manifestanti hanno preso d’assalto gli edifici governativi e le infrastrutture, nonché gli uffici dei partiti politici, a volte incendiandoli. Nessun leader o partito politico è stato risparmiato. I manifestanti hanno attaccato persino gli uffici del religioso populista diventato politico Muqtada al-Sadr, che in passato era un leader delle proteste.

Anche se le ultime dimostrazioni non possono portare a cambiamenti immediati e significativi, segnalano l’instabilità del conflitto in Iraq. Per la prima volta, il governo di Baghdad ha preso di mira esplicitamente i manifestanti nel sud, portando a un numero senza precedenti i morti e i feriti; almeno otto dimostranti sono stati uccisi a partire da questa settimana (20 luglio N.d.T). Questa recente ondata di violenza suggerisce che la prossima faglia del conflitto in Iraq non sarà tra sciiti, sunniti e curdi, ma tra il popolo e la classe dirigente, che non è riuscita a governare negli ultimi 15 anni.

Anche se le proteste di quest’estate sono state sporadiche e senza una chiara leadership, e sebbene non porteranno a cambiamenti drastici, riflettono un substrato di disillusione popolare che mette in discussione la convivenza sociale in Iraq. A partire dall’estate del 2015, questo movimento di protesta è emerso per la prima volta a Bassora e si è diffuso in tutto il sud prima di arrivare nella capitale Baghdad. Nel settembre 2015 la folla è passata da poche centinaia di migliaia di persone a oltre un milione. Da allora, in diverse occasioni, in milioni hanno di nuovo marciato nelle strade di Baghdad e nel sud dell’Iraq per chiedere un cambiamento. Le proteste di questa estate segnalano che le rivendicazioni di questo movimento non sono svanite.

Un fattore importante che spiega l’aumento del movimento di protesta è il miglioramento della sicurezza in Iraq. La maggior parte delle città, tra cui Bassora e Baghdad, non sono testimoni di violenze estreme ormai da diversi anni. Gli iracheni sciiti ora protestano contro i loro stessi leader sciiti perché, al di là della sicurezza, lo stato non soddisfa i loro bisogni primari.

Ciò che chiariscono le attuali proteste, inoltre, è che non è più sufficiente per un aspirante leader politico iracheno mobilitare identità etnico-settarie per garantirsi un collegio elettorale e ottenere legittimità. Il movimento di protesta è emerso nel 2015 all’apice del dominio territoriale dello Stato islamico rispetto ad altre zone prevalentemente sunnite dell’Iraq, in un momento in cui i leader politici stavano ancora tentando di ottenere il consenso della popolazione utilizzando la logica etno-settaria. Molti manifestanti, tuttavia, hanno equiparato i loro leader allo Stato islamico, sostenendo che “il funzionario corrotto è simile al terrorista”.

Le principali rimostranze del movimento, allora come adesso, ruotano attorno all’incapacità del governo, fin dal 2003, di fornire servizi essenziali e occupazione. Ad esempio, Bassora si trova al centro della ricchezza petrolifera irachena. Un particolare che ha provocato l’ironia dei/delle suoi/sue abitanti. Le compagnie petrolifere internazionali e l’élite irachena hanno giovato dei miliardi di dollari di proventi in tutta la provincia, mentre solo una percentuale molto bassa è arrivata ai suoi residenti. Così, un manifestante ha scritto su uno striscione, “2.500.000 barili di petrolio al giorno; $ 70 USD al barile; 2500000×70 = 0”.

Moltx irachenx hanno deciso che il cambiamento può venire solo fuori dal sistema

La leadership irachena post-2003 è detenuta da manifestanti, molti dei quali continuano a governare oggi, responsabili del fallimento dello Stato nel provvedere per o rappresentare i suoi cittadini. Questo fallimento è stato evidenziato negli ultimi anni dall’incapacità di Baghdad di soddisfare le richieste dei manifestanti o colmare il divario tra i cittadini e l’élite politica. In diverse occasioni, il Primo Ministro Haider al-Abadi ha tentato di sedare le proteste apportando modifiche personali al suo Gabinetto. Nel 2016, ad esempio, ha rimescolato sei ministri come gesto simbolico di pacificazione dopo che i dimostranti, guidati da Sadr (politico e religioso sciita N.d.T), hanno preso d’assalto la Zona Verde e occupato il Parlamento. Tuttavia, per molti manifestanti, questi cambiamenti di facciata non affrontano i problemi sistemici del paese.

Piuttosto che un cambiamento nella leadership simile a quella delle rivolte arabe del 2011, il movimento di protesta iracheno sta richiedendo un cambiamento sistematico nell’ordine politico post-2003, e in particolare nel sistema di condivisione del potere delle quote noto come muhassasa. Sotto l’apparenza di inclusività, questo sistema ha potenziato e arricchito i leader sciiti, curdi e sunniti, che però non hanno condiviso il potere o la ricchezza con la popolazione irachena.

A peggiorare ulteriormente la situazione, le istituzioni statali rimangono deboli e sono lottizzate dai vecchi partiti politici. Ciò è stato evidente durante le recenti elezioni, che hanno registrato la più bassa affluenza dal 2003. A Baghdad, Bassora e in altre aree dove il movimento di protesta è stato più forte, l’affluenza è stata inferiore alla media nazionale. Moltx cittadinx di queste zone hanno deciso di boicottare il voto, sostenendo che il cambiamento non sarebbe arrivato grazie alle elezioni che al contrario rafforzano le stesse leadership corrotte.

In larga misura, chi ha boicottato aveva ragione. Sebbene il voto abbia comportato il fatto che circa il 65 per cento dei membri del parlamento sia formato da volti nuovi, i leader e i partiti che governeranno per i prossimi quattro anni sono rimasti gli stessi. Il processo di formazione del governo dopo le elezioni è stato caratterizzato dal negoziato tra i soliti volti noti della politica, tutti disposti a scendere a compromessi per ottenere un pezzo del bottino governativo. Persino Sadr, che ha conquistato la maggioranza dei seggi con una campagna anti-establishment, ha trattato con le figure del sistema che aveva attaccato durante la la campagna, alleandosi con il capo dell’Organizzazione Badr e la Lista di Fateh, Hadi al-Ameri; l’attuale vicepresidente Ayad Allawi; e il capo di Hikam, Ammar al-Hakim. Inoltre, ha trattative in corso con Abadi, l’attuale primo ministro. Per molti iracheni, queste trattative hanno rivelato che le elezioni servono a rafforzare l’élite piuttosto che fornire un mezzo per il cambiamento del sistema.

Allo stesso tempo, gli altri meccanismi istituzionali per determinare il cambiamento – la magistratura, le commissioni indipendenti e gli organi di governo locali – sono compromessi, deboli e politicizzati. Di conseguenza, moltx irachenx stanno concludendo che il cambiamento può venire solo dall’esterno del sistema, perché lo status quo diventerà insostenibile a lungo termine: continueranno a usare proteste e sollevazioni per esprimere le loro frustrazioni. E poiché l’ultima serie di proteste con ogni probabilità non porterà a un vero cambiamento, il senso di disillusione, segnato dal divario tra governanti e governati, continuerà a peggiorare.

Il 19 luglio in Nicaragua

Da http://www.alasbarricadas.org/noticias/node/40403

Oggi è il 19 luglio e nel mondo anarchico si celebra l’impresa della CNT a Barcellona avvenuta nel 1936. Ma visto che quel giorno stavo cercando funghi nella Loira (avevo intuito che stava per succedere qualcosa), preferisco ricordare come il 19 luglio 1979 il Fronte di liberazione nazionale sandinista abbia travolto la dittatura di Somoza in Nicaragua.

Sono stati degli anni, per me, pieni di ottimismo. L’anarchismo era in crisi, ovviamente. Quasi morto. Il marxismo trionfava ovunque. E vai! So che ora nei circoli di sinistra si dice che “quello non era il marxismo”, o che “il marxismo non era quello”. Però se vi immedesimate un attimo in quel periodo, dagli anni ‘70 ai successivi, il marxismo egemonizzava tantissimi movimenti di liberazione e guerriglieri, persino la Chiesa cattolica con la sua teologia della liberazione. Tantissimi sacerdoti hanno abbracciato la causa dei poveri e hanno mischiato Cristo a Marx, in un film che non ho capito bene, ma non fa niente (1).

Bisogna anche tenere a mente che a quel tempo non c’era internet né alcun sito di informazione di sinistra. Per scoprire cosa stava succedendo nel mondo, non c’era nient’altro da fare che leggere la stampa convenzionale o la stampa estera, o ascoltare le emittenti radio a onde corte che trasmettevano propaganda. Le riviste di sinistra, una volta caduta la dittatura di Franco, uscivano una volta al mese. E quando leggevi gli articoli, tra le poche cose scritte dai ben informati e la propaganda tossica che le persone ripetevano come pappagalli, puff. Dovevi immaginare tutto. Sto per dire, quindi, soltanto quello di cui mi sono fatto un’idea per come ho percepito i fatti.

L’anarchismo era un disastro nel ‘79, siamo d’accordo. Quattro gatti. I marxisti ti guardavano dall’alto verso il basso e se fossero entrati in un autobus con tutti i posti occupati, con assoluta sicumera si sarebbero seduti sopra di te, senza nemmeno chiedere il permesso. Hanno avuto l’Unione Sovietica, hanno avuto la Cina, il Vietnam, la Cambogia, una catena infinita di paesi governati da economie non di mercato. Gli anarchici non avevano nulla. Solo i vessilli del 1936. I marxisti avevano resistito agli Stati Uniti, e nella mappa del pianeta il posto occupato dai loro paesi stava diventando sempre più esteso. Il Nicaragua stava nella lista. Dal 1978, più o meno, erano notizie all’ordine del giorno “i colpi di mano del Fronte sandinista”, “gli omicidi commessi dal dittatore”, ecc. Eden Pastora, “il Comandante Zero”, organizzò un sorprendente assalto al congresso assieme ai suoi uomini e, cosa più importante, lo lasciarono vivo e accolsero tutte le loro richieste. E questo e quell’altro ancora…

Ed ecco, che cosa va a succedere? Una guerriglia povera, aiutata da varie circostanze, riesce a sconfiggere la Guardia Nazionale in Nicaragua. E il 19 luglio 1979, i sandinisti entrano vittoriosi a Managua. E dicono che faranno la rivoluzione: espropriazione delle famiglie di oligarchi e somozisti, riforma agraria, campagna di alfabetizzazione, diritti per i lavoratori. Il governo di transizione era composto da diverse tendenze, tutte con ottime intenzioni. Parte della Chiesa cattolica sosteneva la rivoluzione. In Spagna, la musica di Carlos Mejía Godoy veniva ascoltata ogni giorno nelle radio commerciali e le sue canzoni sulle masse contadine venivano vendute come ciambelle. Ne ho qualcuna conservata da qualche parte.

Per contestualizzare meglio le cose, quando i sandinisti hanno vinto, negli Stati Uniti governavano i democratici. Un tale Jimmy Carter. Certo, essere presidente degli Stati Uniti ti rende uno dei cattivi. Ma, più o meno, Carter ha gestito la questione sandinista cercando un compromesso. Poi succede tutto quello che accade dopo il 1979: nel 1980, fu eletto Ronald Reagan. E questo fatto ha scatenato tutte le peggiori forze provenienti dell’inferno, Satana e Attila, insieme a Papa Giovanni Paolo II.

Reagan, presidente dal novembre 1980, dichiarò guerra al Nicaragua. Non ci fu una dichiarazione formale, ma finanziò un esercito mercenario, i Contras, che armò fino ai denti offrendogli anche consulenti e operazioni segrete, armi, elicotteri. Gli Stati Uniti, la Patria dei Liberi, la più grande democrazia del pianeta, cominciarono una campagna terroristica contro il popolo del Nicaragua. Tutto dimostrato: gli USA hanno minato i porti del Nicaragua; compiuto operazioni di sterminio contro la popolazione, liquidando completamente le organizzazioni dei lavoratori agricoli; sabotato il trasporto, le comunicazioni, l’energia, tutte le forniture. Non vedendo altra possibilità, il governo sandinista firmò accordi con l’Unione Sovietica e Cuba, venendo così ascritto al mondo sovietico.

Come può essere sviluppata una rivoluzione, che dia terre ai contadini, diritti ai lavoratori, cibo, salute, cultura etc, mentre migliaia di uomini armati mettono bombe, sequestrano sindacalisti, assaltano le fabbriche, minano le strade, macellano i funzionari, lanciano missili da elicotteri, spiano con i satelliti? Non si può. Anche per dire una messa, dovevi mettere una scorta con le mitragliatrici.

Questa dinamica produce anche un altro effetto. I tipi ben intenzionati vengono messi da parte, perché tutto si concentra sulla difesa e sull’esercito: servizio militare, addestramento, logistica. E questo fa prevalere quella gente che, se non ha una cattiva disposizione, se la crea in un percorso accelerato. La discussione non è consentita, né lo scambio di opinioni, né la dissidenza, né la critica all’interno del Fronte, perché siamo in guerra e dobbiamo rimanere uniti. Inoltre, l’informazione è controllata, dosata, tutto diventa scuro, sinistro.

Aggiungiamo questo a quello che succede con qualsiasi nuovo governo: che i militanti diventano funzionari, che arrivano dozzine, centinaia, migliaia di individui il cui più grande desiderio è quello di mantenersi ben stretto il posto, fino all’arrivo della Fine del Mondo. E i dirigenti si corrompono, se non lo erano già. Daniel Ortega, che era un ragazzo per me sconosciuto, era Il Presidente. Pensavo che avrebbero messo Eden Pastora, invece no. Apparentemente il comandante Zero era un buon capo guerrigliero, ma per comandare il paese era necessario l’uomo della provvidenza, l’uomo forte: Ortega. In breve tempo si è scoperto che Eden Pastora era un nemico della rivoluzione, che era finita a pesci in faccia con Ortega. Non ricordo perché. Ci sono stati anche problemi con le comunità indigene dei miskito, che avrebbero ucciso dei sandinisti, o almeno così si diceva, e una serie di storie…che quando mi venivano raccontate dai sostenitori del governo, io non dicevo una parola, perché mi sembravano un così grande cumulo di bugie che non sapevo nemmeno da dove cominciare. Dico solo una cosa: i dirigenti, i leader, i capi e i “grandi uomini” sono cattivi. Ma intorno a loro c’è tutta una schiera di uomini grigi che si prendono cura di loro, li coccolano e li proteggono, perché è grazie alla loro esistenza, al loro benessere, al loro carisma indiscutibile e alle loro straordinarie qualità coltivate e protette con pazienza, che dipende lo stipendio che li fa arrivare a fine mese. Se i capi sono crudeli, quelli lo sono ancora di più. I grigi funzionari che fanno da attendenti al potere sono e saranno sempre la peste. E i sandinisti che andavano e venivano, nemmeno ti dicevano molto, magari qualche aneddoto, perché li mettevano in cooperative e comuni a occuparsi di qualsiasi cosa, ma non avevano una visione globale. In breve: non mi fidavo di nessuno. Lo stesso di adesso.

Risultato: nel 1990 il Fronte sandinista perde le elezioni. La gente era stufa della guerra, della corruzione, della violenza, della povertà, o qualunque cosa fosse, e fu eletta Violeta Chamorro che, siccome era neoliberista, ha messo il paese nicaraguense agli ultimi posti nella classifica della povertà mondiale. Amen. Tutto ciò è accaduto sotto il controllo dell’URSS. Siamo passati dall’arroganza marxista-leninista alla sconfitta assoluta. Il mondo dei due blocchi è passato alla storia. L’ho guardato stoicamente, perché sono un anarchico e sono abituato alla sconfitta. I leninisti, invece, fecero finta di niente. Come se non fosse successo nulla. Cercando di darsi un tono. E intanto il tempo passava.

Nel 1998 accadde qualcosa che mi colpì davvero: Daniel Ortega, il ragazzo del ’79, il comandante della rivoluzione, fu denunciato dalla figliastra Zoilamérica Narváez Murillo. In quel periodo ricordo Zoilamerica da una foto, come una ragazza sulla trentina. Bene, la ragazza testimonia davanti ai tribunali e alla stampa che il suo patrigno, Daniel Ortega, l’aveva stuprata ripetutamente tra il 1978 e il 1982, più o meno. Lei aveva 12 anni. La denuncia che ho letto faceva rizzare i capelli (2). Ma la cosa peggiore era la difesa di Ortega. Affermò che aveva l’immunità essendo un deputato, che tutto era caduto in prescrizione e che negava i fatti. La causa non è andata in giudizio “perché è prescritta”. E i fan di Ortega con cui ho parlato, mi risposero che la ragazza era pazza, che aveva del risentimento contro il patrigno, che era una “contras” e cose simili e peggiori. Quando ho risposto che la testimonianza della giovane donna era simile a quella di molte altre donne maltrattate, mi hanno detto che era normale che sembrasse così, perché la ragazza aveva preparato una falsa testimonianza studiata ad arte, ecc. E che avrebbero voluto sapere chi e quanto la stesse pagando. Che schifo.

Caliamo un velo pietoso su questa vicenda e arriviamo al 2006, quando Daniel Ortega, messi da parte i suoi problemi di pedofilia, è di nuovo il candidato alle presidenziali del Fronte Sandinista, e vince le elezioni una dopo l’altra, fino ad oggi. E sua moglie, quella attuale, diventa vicepresidente. Che grande coincidenza. Ortega propose e riuscì a riformare la norma che impediva la rielezione dei presidenti, e ora può rimanere lì fino alla fine del mondo, come nella burocrazia sovietica. Il programma che il suo partito ha in questo momento è piuttosto socialdemocratico: rispetto per la proprietà privata, la sanità pubblica, l’istruzione e tutto il resto. Continuano a invocare Dio ogni tanto, ma penso che abbiano completamente mollato la presa e parlano solo di Dio come una scusa per continuare ad averne beneficio, senza la teologia della liberazione o altro, perché la gente alla fin fine è cattolica(3). E ora Daniel sta manipolando il budget statale, che sembra essere piuttosto scarso, e propone una riforma della previdenza sociale e delle pensioni dannosa per le tasche dei poveri…

E così scoppia una rivolta della popolazione (4). Sono cose che capitano e qui mi fermo. Questa volta non sono i Contras, ma gli studenti, i pensionati, le casalinghe. Qual è la risposta del signor rivoluzionario? La repressione. Oltre 300 morti per mano delle forze di sicurezza e delle milizie irregolari. E qual è la risposta della sinistra? Come quando i sovietici schiacciarono le rivolte di Kronstad, Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia: che la destra golpista istiga le masse e che le masse realmente popolari stanno coi sandinisti. Che i morti nelle manifestazioni sono prodotti dagli stessi manifestanti, molti dei quali terroristi. Che ci sono rivendicazioni di cui si può discutere, ma non così, istigando la popolazione, costruendo barricate e altro ben di Dio. Queste cose vanno bene, quando il governo è di destra. Ma non quando c’è uno “stato sociale”, per chiamarlo così.

Ad ogni modo, io, come regola, sono dalla parte dei manifestanti che muoiono, anche se provengono dalla Fratellanza Musulmana. Non per fede: come regola.

I governanti, anche se hanno la bandiera rossa e nera, non li sopporto.
Il 19 luglio 1979, i sandinisti entrarono a Managua e formarono un governo…perché gli eroi inciampano sempre, sulla stessa pietra.

Note:

(1) Nelle parole dell’arcivescovo di El Salvador, Óscar Arnulfo Romero (per niente marxista tra l’altro), assassinato dai paramilitari nel 1980, proclamato beato dalla Chiesa cattolica, una spiegazione del perché il sostegno della Chiesa per i poveri: “Las mayorías pobres de nuestro país son oprimidas y reprimidas cotidianamente por las estructuras económicas y políticas de nuestro país. Entre nosotros siguen siendo verdad las terribles palabras de los profetas de Israel. Existen entre nosotros los que venden el justo por dinero y al pobre por un par de sandalias; los que amontonan violencia y despojo en sus palacios; los que aplastan a los pobres; los que hacen que se acerque un reino de violencia, acostados en camas de marfil; los que juntan casa con casa y anexionan campo a campo hasta ocupar todo el sitio y quedarse solos en el país. […] Es, pues, un hecho claro que nuestra Iglesia ha sido perseguida en los tres últimos años. Pero lo más importante es observar por qué ha sido perseguida. No se ha perseguido a cualquier sacerdote ni atacado a cualquier institución. Se ha perseguido y atacado aquella parte de la Iglesia que se ha puesto del lado del pueblo pobre y ha salido en su defensa. Y de nuevo encontramos aquí la clave para comprender la persecución a la Iglesia: los pobres. De nuevo son los pobres lo que nos hacen comprender lo que realmente ha ocurrido. Y por ello la Iglesia ha entendido la persecución desde los pobres. La persecución ha sido ocasionada por la defensa de los pobres y no es otra cosa que cargar con el destino de los pobres. […] El mundo de los pobres con características sociales y políticas bien concretas, nos enseña dónde debe encarnarse la Iglesia para evitar la falsa universalización que termina siempre en connivencia con los poderosos. El mundo de los pobres nos enseña cómo ha de ser el amor cristiano, que busca ciertamente la paz, pero desenmascara el falso pacifismo, la resignación y la inactividad; que debe ser ciertamente gratuito pero debe buscar la eficacia histórica. El mundo de los pobres nos enseña que la sublimidad del amor cristiano debe pasar por la imperante necesidad de la justicia para las mayorías y no debe rehuir la lucha honrada. El mundo de los pobres nos enseña que la liberación llegará no sólo cuando los pobres sean puros destinatarios de los beneficios de gobiernos o de la misma Iglesia, sino actores y protagonistas ellos mismos de su lucha y de su liberación desenmascarando así la raíz última de falsos paternalismos aun eclesiales. Y también el mundo real de los pobres nos enseña de qué se trata en la esperanza cristiana”

(2) Testimonianza di Zoilamérica in: http://www.latinamericanstudies.org/nicaragua/zoilamerica-testimonio.htm

(3) Più o meno al 20° minuto del video, si può ascoltare il discorso della Vice Presidente, moglie del Presidente, e dirmi se le cose che accadono nella testa della gente sono normali o cosa https://www.youtube.com/watch?v=t60mABJIHk4&t=1383s

(4) Il governo del Nicaragua lancia un attacco su larga scala contro la città di Masaya, la roccaforte dei manifestanti https://www.eldiario.es/internacional/Gobierno-fuerte-comunidad-indigena-Nicaragua_0_793721450.html

La Siria e l’imperialismo

Tradotto da http://m1aa.org/?p=1527

di KS of M1 Michigan Collective

Una rivoluzione contro il neoliberismo

Quando Bashar Al-Assad salì al potere in Siria nel 2000, qualsiasi illusione che il regime autoritario dinastico baathista fosse “socialista” in qualche modo avrebbe dovuto essere dissipata, se non fosse già accaduto quando Hafez Al-Assad prese il potere in un colpo di stato controrivoluzionario negli anni ’70. Il giovane Assad iniziò vigorosamente a liberalizzare i mercati siriani, in particolare il cibo e l’agricoltura, e ad aprire la Siria ai capitali stranieri. Nei successivi undici anni, insieme agli effetti dei cambiamenti climatici causati dal capitalismo globale, il programma neoliberista di Assad ha prodotto risultati devastanti: l’occupazione agricola è stata dimezzata, il costo delle merci è aumentato in modo significativo, i servizi pubblici sono stati tagliati, il reddito pro capite è diminuito drasticamente e la povertà crebbe dilagante. Mentre i centri urbani hanno lottato per assorbire il massiccio esodo rurale, le città rurali di piccole e medie dimensioni sono state decimate e si sono così poste le basi di classe della rivoluzione siriana. (1) (2).

Se il neoliberismo e decenni di violenta repressione furono il carburante per la rivoluzione siriana, la scintilla fu la primavera araba. L’ondata di rivolte rivoluzionarie pro-democratiche e anti-austerità iniziate in Tunisia e diffusesi in tutta la regione (che hanno colpito indiscriminatamente paesi allineati e contrari agli Stati Uniti) ha catturato l’immaginazione degli operai e degli studenti siriani, e nel 2011 il popolo siriano ha iniziato prendendosi le strade in segno di protesta contro il regime di Assad. Il regime di Assad ha “accolto” le richieste pacifiche dei manifestanti con proiettili e diversivi, similmente a come altri regimi mediorientali hanno risposto alle persone che resistevano all’austerità, all’autoritarismo e alla violenza di stato. Mentre i proiettili di Assad piovevano sulla sua opposizione, le proteste si trasformarono in una rivoluzione; rivolte spontanee e informali si sono trasformate in organizzazione rivoluzionaria. Influenzati dal lavoro dell’anarchico siriano Omar Aziz, oltre un centinaio di consigli di commissioni rivoluzionarie locali di diverse federazioni furono organizzati in tutta la Siria, a cominciare da Damasco e proliferando verso l’esterno. (3)

Mentre i giovani riempivano le strade chiedendo la fine del governo neoliberista e autoritario, lo stato baathista iniziò a perdere il suo decennale controllo del paese. La conseguente instabilità divenne un invito per l’intervento delle potenze imperiali e un’occasione di sviluppo delle correnti reazionarie. Mentre Assad rilasciava i jihadisti dalle carceri siriane (4) e uccideva i rivoluzionari di sinistra (5), Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e le altre potenze regionali che circondano la Siria iniziarono i loro tentativi di sviluppare approcci e strategie per approfittare dell’instabilità. Gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali offrirono assistenza limitata a una parte dell’opposizione siriana fin dall’inizio nel conflitto, allo scopo di proteggere la loro egemonia nella regione – ma presto concentrarono tutte le loro risorse sulla strategia di “combattere il terrore”. Russia e Iran intervennero militarmente, nel momento di maggiore difficoltà del regime di Assad, con la pretesa di “combattere il terrore” e di contrastare le manovre degli Stati Uniti. Mentre la rivoluzione offriva un’apertura alla lotta curda per l’autodeterminazione, lo stato turco intensificò la sua campagna di violenza per contrastare il progresso curdo*. All’interno di questo conflitto multiforme e multidimensionale, è emerso un tema comune tra gli interessi degli attori imperiali intervenienti: la priorità è “combattere il terrore”. Questo tema unificante in realtà non rende la situazione più facile da capire, ma espone strati di contraddizione e complessità nel modo in cui ciascun attore in questo conflitto si relaziona con gli altri. Il regime di Assad e le potenze del golfo hanno aiutato la nascita dell’ISIS e di altri gruppi jihadisti in Siria (6) (7) per ragioni opposte: per Assad era un capro espiatorio per screditare la rivoluzione; per gli stati del golfo, era quello di ottenere un punto d’appoggio in Siria. Gli Stati Uniti hanno armato i curdi (che erano soliti chiamare terroristi) per combattere l’ISIS e si sono messi in contrasto con la loro storica alleata Turchia. Il conflitto dei curdi con la Turchia e l’ISIS li ha messi in una posizione di collaborazione con il governo di Assad. Gli Stati Uniti, che chiedevano apertamente la fine del dominio di Assad, dichiararono una linea rossa invalicabile sull’uso di armi chimiche da parte del regime mentre eseguivano migliaia di attacchi aerei contro i nemici di Assad – e, a fini strategici e propagandistici, un paio di attacchi aerei contro obiettivi del regime mezzi vuoti (depositi di armi, capannoni, basi militari evacuate, Ndt), dopo essersi accordati con la Russia su quali fossero gli obiettivi accettabili e dando comunque un discreto preavviso prima delle incursioni (8) (9). Le complessità di come il conflitto si riproduce ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni, sono travolgenti. Tuttavia, chiaramente, implicito in questa decisione di dare la priorità al “combattere il terrore” c’è un solido consenso attorno al sostegno al regime di Assad, anche se questa posizione non è esplicitamente articolata. Sebbene non vi sia una sola tematica in grado di riassumere il conflitto, questo è un punto importante e una base per la discussione.

Più avanti in questo pezzo, vorrei collocare la discussione sulla geopolitica al suo posto precipuo, data la centralità di altre considerazioni: la tendenza a ridurre i conflitti e le rivoluzioni alle manovre degli Stati è orribilmente riduttiva, come lo è ridurre ogni causalità a considerazioni esclusivamente economiche – entrambe le tendenze sono espressione della (di una varietà di) analisi marxista-leninista dell’imperialismo e sono qualcosa che dobbiamo contrastare nell’ottica di un discorso finalmente umano sull’antimperialismo e sulla rivoluzione. Tuttavia, in primo luogo voglio criticare la concezione teorica esposta da molti marxisti-leninisti nei confronti dell’imperialismo e della Siria, per evidenziarne i suoi limiti. Sebbene le considerazioni economiche, geopolitiche e politiche non siano esclusivamente determinanti, sono comunque importanti e meritano qualche interrogativo.

Il Monopolio e il Mito del Capitalismo Multipolare

La complessità della presenza imperiale in Siria ha colto l’occidente alla sprovvista; è stato un momento in cui molti hanno finalmente realizzato che il mondo unipolare che sorgeva sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica dovesse essere messo in discussione, se non addirittura da considerare sulla via del tramonto. Direi che il mondo è ancora unipolare sotto diversi punti di vista, ma questo ordine sta effettivamente affrontando delle sfide. La politica post-seconda guerra mondiale di unire i rivali inter-capitalisti in tutto il mondo è diventata insostenibile, poiché l’emergere di Cina, Russia e altri mercati emergenti ha alterato il campo geopolitico. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Iran e anche la Siria sono tutti imperi di dimensioni e portata diverse, ma non si distinguono nella forma. Man mano che questi paesi si integrano ulteriormente nell’ordine capitalista globale, le loro tendenze verso l’espansione e l’ulteriore sfruttamento diventano più potenti. Lo stato imperiale nel capitalismo svolge il ruolo di facilitare la conquista e anche la difesa (proteggendo gli investimenti e gli interessi ad essi collegati). Il capitalismo non è storicamente l’unico motore dell’imperialismo, ma l’imperialismo è stato parte integrante del capitalismo sin dal suo inizio. (10)

L’idea che l’espansionismo imperiale sia inerente al capitalismo è un importante punto teorico, e non è una cosa che viene misconosciuta dai marxisti-leninisti. Tuttavia, c’è forse una strategia di elusione quando si parla di questo fatto. Una contraddizione all’interno della teoria marxista-leninista dell’imperialismo e del capitalismo monopolistico è che l’autodeterminazione capitalista ha come risultato l’impero. Il capitalismo è sostenuto solo dalla sua espansione. Riconoscere questo non implica che si sia contrari alla liberazione nazionale, ma piuttosto ci fornisce una lente anticapitalista critica per comprendere la liberazione nazionale. Con questa comprensione, possiamo andare avanti con il riconoscimento che la Russia e l’Iran, per esempio, non sono stati anti-imperialisti per definizione; sono imperi capitalisti emergenti, i cui interessi nello sfruttamento e nel territorio possono o non possono essere in conflitto con gli Stati Uniti (e l’un l’altro), ma non hanno forme diverse. Pertanto, i loro interventi in Siria sono interventi imperiali; e dato che Assad non avrebbe potuto sopravvivere alla rivoluzione popolare senza il sostegno russo e iraniano, crediamo che sia una farsa riferirsi al regime di Assad come espressione dell’autodeterminazione nazionale (11).

A parte la comoda abitudine di seguire la semplicistica logica binaria della guerra fredda, il sostegno geopoliticamente motivato a Bashar Al-Assad da parte di alcuni è il segno della generica aspirazione ad una multipolarità capitalista. I fondamenti teorici di questa idea possono essere trovati in Lenin, nella scuola della “Monthly Review” e nei teorici della “dipendenza” come Samir Amin – ed è fondamentale dire che questa aspirazione alla multipolarità capitalista si rivela allo stesso tempo come un’illusione e come una teoria controrivoluzionaria. Secondo questa teoria dell’imperialismo, l’imperialismo è guidato dagli interessi del capitale monopolistico, i cui interessi e istituzioni si sono fusi con la finanza e lo stato (12). Quindi l’imperialismo è un’espressione monopolistica del potere nel mercato globale, e la posizione antimperialista è impegnarsi in lotte di liberazione nazionale contro i capitalisti monopolistici del nucleo imperiale. In particolare, ciò che viene enfatizzato in questo contesto è la lotta tra gli stati che rappresentano i capitalisti, mentre la lotta tra lavoro e capitale viene relegata in un angolo. Abbiamo visto storicamente come questo di solito si sia tradotto nel “Frontismo popolare” e nella giustificazione di allearsi con la borghesia nazionale in quella che è essenzialmente una versione esagerata di una posizione favorevole alla piccola impresa; se ciò che è più importante è espellere i capitalisti monopolisti stranieri, allora un’alleanza con i capitalisti nazionali è giustificata. In effetti, questa strategia è ciò che spinse il regime baathista siriano inizialmente negli anni ’60, proprio come fu per gli ayatollah in Iran negli anni ’70. In entrambi i casi, la strategia ha lasciato le forze progressiste vulnerabili alle forze reazionarie all’interno del fronte, e il capitalismo e il conservatorismo sono stati rafforzati. (13) (14).

L’idea che sia assolutamente necessario prendere le parti all’interno delle rivalità inter-capitaliste per resistere al monopolio è un vicolo cieco fondato su due cruciali assunzioni economico-politiche borghesi: che la competizione capitalista assegna le risorse in modo efficiente e ottimale, e che il monopolio è il contrario della concorrenza (rimando al mio ultimo saggio sulla teoria del capitale monopolistico http://m1aa.org/?p=1486). In realtà, non vi è alcuna prova che la concorrenza capitalista assegni risorse migliori del monopolio capitalista, e tutto il monopolio che esiste è in realtà un’intensa competizione oligopolistica. I prezzi non sono determinati dal potere di mercato o dalla sua mancanza (come affermano gli economisti borghesi), ma sono determinati dalla intensità dello sfruttamento del lavoro (15). In effetti, ciò che conta per i lavoratori non sono *principalmente* le relazioni di potere tra capitalisti o nazioni capitaliste, ma le relazioni di potere tra lavoro e capitale. In effetti, uno studio del 2010 mostra che la disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti è cresciuta contemporaneamente a un calo delle grandi imprese; questo sviluppo contro-intuitivo comincia ad avere un senso quando consideriamo il fatto che questo aumento della disuguaglianza di reddito coincide con un declino del lavoro organizzato (16). La composizione di classe è ancora importante; i capitalisti nazionali tradiranno i lavoratori con la stessa rapidità dei capitalisti monopolistici e respingere i monopolisti senza rifiutare il capitalismo è un approccio limitato.

Ci opponiamo al monopolio e ai capitalisti monopolistici come chiunque altro, ma dobbiamo essere entrambi accurati su come il monopolio opera in relazione alla concorrenza capitalista, oltre che essere critici verso la strada che ha portato ripetutamente al Frontismo popolare e al capitalismo di stato. Un “mondo multipolare” di diversi imperi capitalisti concorrenti non può essere semplicemente assunto come “storicamente progressista”, poiché dice quasi nulla sulla relazione tra gli sfruttatori e gli sfruttati, non affronta i problemi di distribuzione delle risorse da solo, e in effetti, senza la componente di classe, può solo portare a maggiore sfruttamento e guerre a causa dell’aumentata concorrenza tra i capitali. L’egemonia degli Stati Uniti deve essere sfidata, ma sotto la direzione e nell’interesse dei lavoratori e dei popoli emarginati.

Nel caso del regime di Assad, le sembianze della multipolarità consentono all’intervento imperiale e al neoliberismo di essere equiparati all’anti-imperialismo e persino al socialismo. Trasformando il conflitto in un esercizio geopolitico ingannevole e borghese, la lotta di classe è lasciata sul versante della sinistra autoritaria. Il monopolio più grande e determinante che esiste è il monopolio che i capitalisti detengono sulle risorse produttive: sarebbe meglio se non lo ignorassimo.

Globalizzazione, inter-imperialismo e islamofobia

Sebbene l’era della tregua tra le potenze capitaliste sembri stia cadendo a pezzi in molti modi, ci sono relazioni significative e connessioni di reciproco interesse che legano insieme i rivali capitalisti. Queste relazioni sono generate dal sistema capitalista globale, in cui gli Stati Uniti sono in cima e pongono forti vincoli alla prospettiva dell’autodeterminazione. In un mondo in cui il profitto è definito dal grado di sfruttamento del lavoro e dall’estrazione delle risorse, l’integrazione nell’economia capitalista mondiale e l’adozione della forma merceologica occidentale pongono nuove domande e sfide per l’anti-imperialismo. Il modo in cui la sinistra autoritaria vuole definire potenze capitaliste come la Russia, l’Iran e la Siria come antimperialiste è inadeguato date le critiche qui fatte alla struttura del capitalismo monopolistico, ma ignora anche le implicazioni della globalizzazione neoliberista. Piuttosto che comprendere l’adozione della forma occidentale delle merci come propria forma di imperialismo occidentale – un risultato dell’egemonia mondiale occidentale, al servizio degli interessi capitalistici occidentali – molti a sinistra desiderano proteggere le élite neoliberiste nei paesi presumibilmente anti-imperialisti che stanno istituendo questa adozione. Putin, Assad, Khamenei non sono agenti insignificanti nella proliferazione del neoliberismo globale; e la loro supposta resistenza è sempre stata contraddetta dalla loro partecipazione al capitale globale. Le riforme neoliberali di Assad hanno scatenato la rivoluzione contro di lui, e sono stati Putin e Khamenei a venire in aiuto al neoliberismo in Siria.

Quando guardiamo al fatto che la Russia e la Cina hanno dei rilevanti investimenti negli Stati Uniti e quindi hanno un interesse per la crescita USA (17) (18), o che il giovane Assad ha aperto i mercati siriani all’occidente, vediamo che ci sono grandi aree di reciproco interesse tra le potenze capitaliste. Si potrebbe affermare che si tratta di rapporti di dipendenza dal nucleo imperiale occidentale: il mio interesse non è quello di esprimere giudizi su una situazione di dipendenza imperiale. Tuttavia, quando le classi emarginate che sono state impoverite da queste misure si innalzano in una rivoluzione contro il neoliberismo, non dovremmo avere esitazioni a scegliere da che parte stare. Quando le élite come Assad e la sua famiglia beneficiano di questo impoverimento, dovremmo sapere da che parte stiamo. Il regime di Assad e i suoi sostenitori non hanno schiacciato la rivoluzione per sconfiggere il capitalismo occidentale: in molti modi, lo hanno fatto per preservarlo.

Come accennato in precedenza, forse la più grande area di reciproco interesse tra le potenze capitaliste rivali in Siria e nel mondo si trova nella “guerra al terrore” islamofobica. Dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina, l’intera classe dirigente globale ha collaborato per anni alla campagna per sterminare i musulmani. Il jihadista è diventato il nemico archetipico dell’ordine e della stabilità per il sistema capitalista, e nessuna quantità di morti civili è considerata eccessiva in questa caccia portata avanti dagli imperialisti. Mentre la sinistra occidentale ha sollevato vigorosamente obiezioni a un paio di raid aerei contro obiettivi del regime di Assad (dei magazzini semivuoti) nel 2017 e nel 2018, non si è detto molto sui 273 civili siriani uccisi dalle forze di coalizione statunitensi nel maggio 2017 nella “lotta contro il terrore” (19) o delle migliaia di altri bombardamenti fatti dagli Stati Uniti in Siria. Il silenzio della sinistra occidentale quando gli imperialisti statunitensi uccidono i civili mentre cacciano i nemici di Assad ci aiuta a capire la natura totalizzante dell’egemonia culturale occidentale e dell’orientalismo: alcune cose sono diventate questioni risolte e quindi non più appartenenti al regno della politica – l’idea che le morti musulmane innocenti siano il sottoprodotto necessario della “Guerra al Terrore” è diventata così radicata che non vale più la pena parlarne per molti militanti di sinistra in occidente e altrove. Se invece dovessimo parlarne, la bancarotta intellettuale che sta nel sostegno ad Assad sarebbe evidente, poiché Assad sta usando il terrorismo come un comodo capro espiatorio e una giustificazione per la violenza nello stesso esatto modo in cui l’Occidente ha sempre fatto. E l’enorme quantità di civili innocenti che ha ucciso nel farlo è stata sbalorditiva. (20)

Un discorso eurocentrico e disumano

L’eurocentrismo dei sostenitori marxisti-leninisti di Assad è come una moneta dalle due facce. Privo di un sistema teorico che consenta chiaramente l’etica, la creatività e, in generale, la produzione del nuovo, si basa quasi esclusivamente su un calcolo storico riduttivo ed eurocentrico. Il materialismo storico ha un ruolo importante nella teoria sociale e rivoluzionaria, ma è limitato da standard eurocentrici di sviluppo e di potere; la vera autodeterminazione de-coloniale è elusa in questo quadro fintanto che ciò che è “storicamente progressista” è definito da criteri eurocentrici. Allo stesso tempo, i corpi delle persone dalla pelle scura sono reificati nella traiettoria rivoluzionaria marxista-leninista, con i Terzisti e altri che misurano il successo del marxismo da quanti corpi sono impegnati nella sua perpetuazione. Questa contraddizione in sostanza cerca di cancellare l’attività delle persone dalla pelle scura nella regione, con ogni atto di resistenza a un regime presuntamente “storicamente progressista” (nominalmente anti-americano) trasformato in un complotto della cospirazione della CIA. I sogni e le aspirazioni dei siriani che vivono nella povertà del neoliberismo sono meno importanti della posizione della Siria nello schema del capitale da monopolio difettoso, o delle presunte credenziali “laiche e secolari” del suo stato settario. Di fatto, ai siriani non è nemmeno permesso di sognare una vita migliore; sarebbe astorico. L’esistenza del regime è già giustificata come rivoluzionaria, e qualsiasi resistenza deve essere screditata come controrivoluzionaria, indipendentemente dallo scopo.

E quindi, quando dicono “storicamente progressista”, dovremmo chiedere “per chi?” – Il regime di Assad era “storicamente progressista” nei confronti degli innocenti musulmani detenuti nei siti segreti che la CIA ha costruito negli anni dopo l’11 settembre? (21) È “storicamente progressista” per le famiglie di coloro che furono uccisi quando assediò Aleppo? L’esercizio dell’universalizzazione di uno standard di progresso storico è un esercizio problematico che non si sposa bene con l’autodeterminazione – e ha sdoganato lo sviluppo capitalistico, le industrie estrattive, l’emarginazione di coloro che sono ai margini della società, così come l’imperialismo. È questa la rivoluzione che la sinistra autoritaria sostiene?

Crediamo che il popolo siriano, come tutte le persone, sia capace di una rivoluzione sociale; il disfattismo orientalista che ritrae il mondo al di fuori dell’Occidente come una massa monolitica di persone arretrate, che hanno bisogno di accontentarsi di ciò che hanno, deve essere respinto. La cancellazione di persone che hanno il sogno di vivere al di là della miseria neoliberista deve essere respinta. La presenza di manovre imperialiste e di elementi reazionari non esclude automaticamente ogni opposizione a regimi “storicamente progressisti”; questo è il mondo moderno, e l’impero e la reazione sono ovunque. Probabilmente, la totale sfiducia della sinistra occidentale nei confronti dei rivoluzionari siriani deriva da un’arroganza e un bigottismo profondamente radicati; perché non potevano fidarsi del fatto che i rivoluzionari siriani, che hanno vissuto con il jihadismo reazionario e l’imperialismo nelle loro stesse comunità per anni, sapessero meglio come affrontare questi elementi, in una sorta di paternalismo orientalista. (22) È legittimo criticare – è così che tutti miglioriamo – ma è tutt’altra cosa diffidare e screditare. Questo paternalismo parla dell’idea che il popolo siriano sia reificato agli occhi di alcuni della sinistra occidentale; non sono più esseri umani, ma ingranaggi in una macchina storica che hanno solo bisogno di svolgere il loro ruolo appropriato e utile nelle grandi narrazioni dell’imperialismo e della geopolitica.

Verso l’internazionalismo

Quindi, quali sono i modi in cui possiamo dimostrare la solidarietà internazionale ai nostri compagni in Siria e altrove? Come dovrebbe essere oggi un internazionalismo veramente antimperialista? In realtà, le risposte non sono ben definite; come con tutti gli sforzi organizzativi, dobbiamo imparare mentre andiamo avanti, mentre assorbiamo le critiche e le lezioni del passato. Tuttavia, la base minima che suggerirei di far passare è che gli internazionalisti e gli anti-imperialisti dovrebbero sostenere tutte le lotte per la giustizia sociale, la democrazia radicale e l’autodeterminazione in tutto il mondo. Ciò significa un rifiuto generale di tutti gli interventi imperialisti, che siano degli Stati Uniti o delle altre potenze imperiali. Ciò significa anche un rifiuto della globalizzazione neoliberista e il sostegno alle lotte contro l’austerità e la povertà.

Dobbiamo anche riconoscere che lo stato opera principalmente nell’interesse delle classi dominanti, siano essi capitalisti monopolistici o capitalisti nazionali o entrambi, e gli stati in generale sono istituzioni securitarie e di rapina, il cui interesse è distruggere i movimenti sociali o incanalare i movimenti sociali verso i propri fini. Uno stato non è un movimento, anche quando uno stato sostiene o è sostenuto da movimenti, e questa distinzione deve essere chiara quando si pensa alle lotte di liberazione nazionale. Come anarchici, dovremmo opporci a tutti gli stati, ma anche riconoscere i movimenti che stanno cercando di essere visti come legittimi e sostenerli nella misura in cui esigono giustizia sociale e autodeterminazione. Quindi, dobbiamo offrire un sostegno fondamentale alle lotte di liberazione nazionale contro l’impero, e riconoscere anche quando la facciata della liberazione nazionale e dell’anti-imperialismo vengono utilizzati esclusivamente per servire gli interessi imperialisti, capitalisti e statali – come nel caso di Assad.

Come antimperialisti, dobbiamo anche continuare a capire i problemi delle intersezioni. Le intersezioni di classe, razza, genere, orientamento sessuale e identità religiosa sono ancora importanti per le persone nella loro vita quotidiana, indipendentemente dal fatto che le oppressioni possano essere chiaramente rintracciate nell’impero o localmente. La nostra solidarietà ai popoli emarginati non deve essere limitata da stati apparentemente di sinistra o grandi narrazioni geopolitiche. Gli oppressi hanno il diritto di chiedere dignità a chiunque glielo neghi e abbiamo il dovere di sostenerli come compagni.

La tendenza degli attivisti a reificare le persone nella lotta rende ancora più chiaro che la cosa più importante che dobbiamo fare è costruire connessioni internazionali per la comunicazione e il supporto tangibile. In Occidente, l’anti-imperialismo non può rimanere entro i confini delle discussioni sui social network e dei meme di Stalin; le situazioni diventano astratte, gli argomenti diventano un mezzo per il capitale sociale. Le persone diventano semplici cose o dispositivi. È imperativo e urgente organizzare e agire in solidarietà con i nostri compagni oppressi e minacciati in Siria e in tutto il mondo. Come rivoluzionari e internazionalisti, abbiamo il dovere di rendere concreta la nostra solidarietà. Come può il movimento per la casa di Detroit riferirsi agli sfratti di massa in Cina? Come possono coloro che si trovano all’interno del movimento abolizionista carcerario degli Stati Uniti connettersi con coloro che vivono nella prigione a cielo aperto di Gaza? Come possono gli insegnanti iraniani e americani in sciopero lavorare insieme per la stessa causa? (23) Come può la nostra presenza nel cuore dell’impero contribuire a fermare le guerre di aggressione degli Stati Uniti? Queste sono le domande che dobbiamo porre e le connessioni che dobbiamo attivare, in dialogo con i nostri compagni nel mondo.

* Dato che questo pezzo doveva esporre il modo in cui dovremmo orientarci nei confronti della rivoluzione siriana, ho deciso di focalizzare la mia attenzione e non approfondire la lotta curda. Molto è stato scritto su Rojava dagli anarchici; non tanto è stato scritto in solidarietà con la rivoluzione siriana.

Note

(1)http://www.synaps.network/syria-trends#chapter-3699080

(2)https://syriafreedomforever.wordpress.com/2018/04/29/syria-is-not-exceptional-interview-with-joseph-daher-part-1/

(3)https://tahriricn.wordpress.com/2013/09/16/syria-the-struggle-continues-syrias-grass-roots-civil-opposition/

(4) https://syriafreedomforever.wordpress.com/2014/01/14/assad-and-isis-theyre-both-the-same

(5) https://isreview.org/issue/107/revolution-counterrevolution-and-imperialism-syria

(6) http://news.sky.com/story/is-files-reveal-assads-deals-with-militants-10267238

(7) https://www.thedailybeast.com/americas-allies-are-funding-isis

(8) https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/syria-air-strikes-us-russia-warn-ahead-airbase-donald-trump-putin-missile-attack-tomohawk-cruise-a7671736.html

(9) http://www.newsweek.com/now-russia-says-it-told-us-where-syria-it-was-allowed-bomb-895204

(10) https://antidotezine.com/2018/04/19/the-specter-of-slavery-still-stalks-the-land/

(11) https://www.sbs.com.au/news/russia-saved-syria-as-a-state-says-putin-during-assad-meeting

(12) https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1916/imp-hsc/ch07.htm

(13) http://www.marxist.com/in-defence-of-the-syrian-revolution-the-marxist-perspective-2.htm

(14) Moghadam, Valentine M. “Socialism or Anti-Imperialism? The Left and Revolution in Iran”

(15) Shaikh, Anwar. Capitalism: Competition, Crises, Conflict. 69

(16)https://thenextrecession.wordpress.com/2016/05/17/monopoly-or-competition-which-is-worse/

(17) http://money.cnn.com/2017/05/17/investing/russia-us-debt/index.html?iid=EL

(18) https://sputniknews.com/business/201608171044357006-russia-us-debt-investment/l

(19) http://sn4hr.org/wp-content/pdf/english/964_civilians_killed_in_May_2017_en.pdf

(20) https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-casualties/syrian-war-monitor-says-465000-killed-in-six-years-of-fighting-idUSKBN16K1Q1

(21) https://www.wired.com/2013/02/54-countries-rendition/

(22) https://socialistworker.org/better-off-red/12-save-kevin-cooper-the-crisis-in-syria-with-anand-gopal-and-yasser-munif @ 42:17

(23) https://www.allianceofmesocialists.org/what-can-u-s-teacher-protests-learn-from-iranian-teacher-protests/

Più imprese o meno imprese: il monopolio e la debole sinistra del Partito Democratico

Tradotto da http://m1aa.org/?p=1486

di K of First of May Anarchist Alliance Detroit Collective

Sulla scia della vittoria elettorale di Trump e dell’estrema destra, il Partito Democratico ha tentato di sfruttare strategicamente la crescente corrente populista del malcontento economico in questo paese. I democratici, da ferventi sostenitori del capitalismo quali sono, si sono trovati in cattive acque; l’ala clintoniana è stata efficace nel bloccare la maggior parte delle misure economiche progressiste, tra cui la legislazione in materia di assistenza sanitaria e legislazione contro il libero mercato. Allora, dove sono sono andati i democratici per ottenere il voto populista? Negli ultimi mesi, il partito ha lanciato una piattaforma economica chiamata “Un patto migliore” e tra tutte le agevolazioni fiscali per gli imprenditori e altre riforme insignificanti, nella loro proposta complessiva ce n’è una in particolare che attirerà sicuramente l’attenzione della gente: un nuovo orientamento contro il monopolio (1) (2). Questo orientamento è un tentativo superficiale di politica progressista di sinistra da parte di un partito politico storicamente favorevole agli affari, una diversione dalle reali questioni economiche che affrontiamo oggi, qui negli Stati Uniti o in tutto il mondo.

Sembra una questione semplice: i monopoli sono concentrazioni di potere economico nel mercato. L’idea convenzionale è che i monopoli sono in grado di ottenere profitti superiori alla media grazie alla loro posizione prevalente nel mercato; la loro capacità di aumentare i prezzi limitando la crescita dell’offerta, basata sui propri capricci e non sulla concorrenza, è considerata da molti economisti sia convenzionali che eterodossi come un segno di “imperfezione” del mercato e di “inefficienza”. Per arrivare al cuore di questo problema e spiegare perché l’attenzione al monopolio sia una diversione, dobbiamo capire cosa si intende per “imperfezione” e quale sia il ruolo del prezzo nell’economia neoclassica (la scuola di economia che è dominante in tutte le principali università di tutto il mondo ).

Nell’economia mainstream e nelle sue varianti (includo l’economia keynesiana e post-keynesiana qui, ma anche i marxisti come Hilferding, Lenin e la Monthly Review School), i prezzi dovrebbero essere segnali di informazione. All’interno di un prezzo vi è presumibilmente una misura della scarsità di un bene e della sua relazione con la domanda di quel bene. È importante sottolineare che in un mercato “perfettamente competitivo”, in cui le curve di domanda e offerta si incontrano, è considerato il prezzo di equilibrio – dove la quantità fornita e la quantità richiesta sono equivalenti. Dobbiamo comprendere l’economia neoclassica non come una scienza, ma come un progetto ideologico – e l’implicazione ideologica del prezzo di equilibrio è che è il punto in cui le scarse risorse sono allocate più “razionalmente” ed “efficientemente” si trova considerando la loro domanda. In particolare, si presume che questo fenomeno si verifichi solo quando il mercato è libero da “imperfezioni” che possono distorcere il prezzo, tra cui la regolamentazione governativa, l’attività dei sindacati e il potere di monopolio. Quest’ultimo aspetto è importante perché nell’economia tradizionale, le imprese in “concorrenza perfetta” sono considerate “acquirenti di prezzo” – cioè, nessuna singola impresa è abbastanza grande da influenzare il prezzo di mercato; i monopoli, invece, sono in grado di essere “regolatori dei prezzi” e possono quindi ridurre il prezzo di mercato al fine di escludere dal mercato altre imprese e aumentare la quota di mercato del monopolio e, quando il mercato viene completamente catturato, limitare l’offerta in ordine di aumentare i prezzi. Tuttavia, l’idea che le imprese in condizioni competitive siano “acquirenti di prezzo” è ridicola; il mito della concorrenza perfetta oscura in realtà il fatto che la concorrenza è in atto e che prezzi e riduzioni di costo competitivi sono parte integrante dell’esistenza di qualsiasi impresa sul mercato (7).

Le aziende più grandi, in scala, sono in grado di avere un vantaggio assoluto essendo in grado di mantenere bassi i costi. Ciò produce un ostacolo maggiore sulla capacità di altre imprese di entrare e competere sul mercato – ma ciò non significa che le grandi aziende non siano in competizione intensamente tra loro, né significa che le risorse vengano allocate in modi meno “socialmente ottimali” come se ci fossero solo tante piccole imprese. Tali conclusioni si susseguono solo se si accetta il quadro ideologico dell’economia borghese, dove la competizione viene esaltata come razionale piuttosto che condannata come distruttiva. Ci sono anche tutta una serie di ipotesi che fondano la possibilità del modello della “concorrenza perfetta”: assunzioni come la perfetta simmetria dell’informazione (il consumatore sa tanto di un bene quanto il venditore) e il comportamento iper-razionale di “massimizzare l’utilità” da parte di consumatori e imprese – tutte cose non solo imprecise, ma impossibili. Infine, non è chiaro cosa si intenda per allocazione “razionale” delle risorse quando la maggior parte della storia capitalista ha portato a un aumento della disuguaglianza (3) e quando esiti socialmente rilevanti come i cambiamenti climatici sono considerati “esternalità di mercato”.

Molti economisti di sinistra, progressisti, sostengono che il modello di competizione perfetta non ha rilevanza per la vita reale a causa del suo fondamento di false assunzioni, e quindi aggiungono modifiche al modello ortodosso come “concorrenza imperfetta” (prezzi fissati da istituzioni / monopoli). All’inizio, questo sembra essere un passo nella giusta direzione, in quanto chiunque può vedere che la concorrenza perfetta è una farsa assoluta e che studiare l’economia come se si comportasse in quel modo sarebbe irresponsabile. Tuttavia, introducendo imperfezioni nel modello, gli economisti di sinistra sono ancora intrappolati nel paradigma della perfezione. Sostenere che la concorrenza sia imperfetta presuppone che la concorrenza perfetta sia ancora lo standard con cui misuriamo la “razionalità” e l ‘”efficienza” dell’assegnazione delle risorse. L’azienda ideale è ancora considerata come un “acquirente di prezzi” e l’implicazione è ancora che meno imprese equivalgono ad un’allocazione meno razionale delle risorse – che una maggiore competizione porterebbe risultati più “socialmente ottimali” e una società più equa. L’eterodossia di sinistra sostiene in modo arretrato le conclusioni ideologiche della destra su come il capitalismo dovrebbe operare: più imprese hanno un mercato, meglio sarà. L’assunto sottintende che tale implicazione è duplice: che la concorrenza è vantaggiosa e che più imprese vi sono e più mercato hanno, più c’è competizione. Questo è inaccurato su tutti i fronti. Persino i marxisti come Hilferding e Lenin cadono in questa trappola assumendo che una volta ci fosse un’età d’oro del capitalismo competitivo – in realtà i monopoli sono sempre esistiti, il capitalismo ha sempre oscillato tra periodi di concentrazione relativamente alta e bassa (4) e i monopoli sono sempre stati competitivi.

Questo non significa certo che il capitalismo non abbia la tendenza a concentrare e centralizzare il capitale, ma la teoria spesso utilizzata per spiegare ciò che questo significa è radicata nell’ideologia borghese. La dicotomia che deve essere sfidata è l’idea che il monopolio e la competizione capitalistica sono opposti, quando in realtà si collocano nella stessa area. Non ci sono quasi mai monopoli puri, ma piuttosto c’è competizione monopolistica. I monopoli non sono stabili, entità statiche in grado di controllare i mercati senza concorrenza; la concentrazione di capitale intensifica solo la concorrenza. Se una massiccia impresa assume un settore, competerà con altri settori dell’economia per gli investimenti e si sposterà in altri settori per espandere il proprio mercato. La pressione del taglio dei costi è ancora imperativa, e quindi le leggi del movimento del capitale sono ancora le stesse di quelle del diciannovesimo secolo; contrariamente a quanto afferma Lenin, non siamo entrati in una nuova fase del capitalismo con nuove leggi di movimento. In termini empirici, le correlazioni tra “concentrazione di mercato” e categorie come rigidità dei prezzi, tassi di profitto e margini di profitto sono state del tutto nulle o inconcludenti (Shaikh, 370-379).

Politicamente, questo è motivo di perplessità e scetticismo riguardo alle campagne populiste contro il monopolio. Non è che il monopolio non sia una cosa negativa – intensifica la competizione – ma un monopolio reale e rilevante viene ignorato in tali campagne politiche: il monopolio del potere economico e della violenza della classe capitalista. Inquadrando i monopoli come nemici, ci ritroviamo a schierarci all’interno delle rivalità inter-capitaliste: grande impresa contro piccola impresa, grande capitalista contro piccolo capitalista. In realtà, e per i nostri scopi, le lotte che contano non sono tra i capitalisti, ma tra capitale e lavoro e tra mercato e popolo. La concorrenza perfetta è un mito potente e oscura l’esistenza di un conflitto di interessi tra padroni e lavoratori, con o senza monopolio, e non è un caso che il Partito Democratico abbia scelto questa campagna così poco compromettente e rischiosa come la base di un’importante piattaforma populista. Una tale mossa è in contraddizione rispetto all’affrontare le questioni economiche che hanno un impatto maggiore su di noi a livello globale, come la globalizzazione neoliberale, il razzismo istituzionale o la mancanza di beni pubblici. Il meglio che si può dire dei democratici è che sono degli opportunisti. Ma è la natura competitiva del capitalismo, e non la mancanza di competizione, ad essere distruttiva: la guerra quotidiana del taglio dei costi ci ha regalato salari stagnanti e disoccupazione attraverso l’automazione e lo sfruttamento accresciuto del mondo colonizzato. L’impatto sul nostro pianeta è stato grave e probabilmente irreversibile.

Il nemico, oggi, nell’era della globalizzazione neoliberista, è lo stesso di ieri: la competizione capitalista. Il monopolio è ed è sempre stato una parte della competizione capitalistica, quindi sorge la domanda: stiamo andando a combattere semplicemente contro il monopolio, o ci stiamo impegnando nella vera, significativa lotta contro il capitale? Onestamente, quando i democratici stanno parlando di livellare il campo di gioco, dobbiamo essere realistici su chi ha il permesso di stare sul campo e chi no.

Note:

[1]“Democratics are Finally Waking up to the Monopoly Problem” http://www.huffingtonpost.com/entry/democrats-antitrust_us_5976572fe4b0a8a40e817612

[2]“Chuck Schumer: A Better Deal for American Workers” https://www.nytimes.com/2017/07/24/opinion/chuck-schumer-employment-democrats.html

[3] Piketty’s Inequality Story in Six Charts https://www.newyorker.com/news/john-cassidy/pikettys-inequality-story-in-six-charts

[4]“Getting a Level Playing Field” https://thenextrecession.wordpress.com/2017/03/06/getting-a-level-playing-field/

[5]“Monopoly or Competition: Which is Worse?” https://thenextrecession.wordpress.com/2016/05/17/monopoly-or-competition-which-is-worse/

[6]“Productivity, Profit, and Market Power”

https://thenextrecession.wordpress.com/2017/09/05/productivity-profit-and-market-power/

[7]Shaikh, Anwar. “Capitalism: Competition, Conflict, and Crisis”

Perché il Rif marocchino si è rivoltato?

di Reda Zaireg

Il 28 ottobre 2016, nella località di al-Hoceima, Mohcine Fikri moriva pressato da una trituratrice di spazzatura mentre tentava di recuperare la merce che gli era stata confiscata dalle autorità. L’uomo, di 31 anni, era un commerciante di pesce. Era stato accusato di essere in possesso di quasi 500kg di pesce spada in questo periodo. È morto mentre cercava di opporsi alla distruzione del suo carico in un camion della spazzatura.

Una forte identità regionale.

La morte di Mohcine è diventato il punto di partenza della contestazione nel Rif, una regione del Nord del Marocco la cui storia è segnata dalla repressione e la marginalizzazione di cui ha sofferto durante il regno di Hassan II, padre di Muhammad VI. Il Rif gode di una forte identità regionale e ha storicamente avuto un certo grado di indipendenza rispetto al potere centrale. Nel 1921, quando ancora il Marocco era colonizzato dalla Francia e dalla Spagna, il resistente AbdelKrim El-Khattabi vi stabilì una Repubblica effimera dopo aver sconfitto l’esercito spagnolo. Nonostante la “Repubblica del Rif” sia stata sciolta solo cinque anni più tardi, nel 1926, ha segnato profondamente la memoria collettiva locale. Nel 1959 e nel 1984, delle rivolte sono scoppiate nel Rif e sono state brutalmente represse dal re Hassan II. Le circostanze della morte di Mohcine Fikri hanno suscitato un impeto di indignazione nella regione e al di fuori di essa. La sera del 28 ottobre le foto e i video che mostravano le sue spoglie hanno cominciato a circolare sui social ntework. Vari sit-in sono stati organizzati in differenti città del Marocco nei giorni seguenti.

Molteplici rivendicazioni

Le Hirak (“movimento”) è un movimento sociale nato a al-Hoceima in seguito al decesso di Mohcine Fikri. Le sue rivendicazioni sono molteplici: creazione di fabbriche, estensione della linea ferroviaria fino a al-Hoceima, costruzione di una università pluridisciplinare. Altre rivendicazioni sono la creazione di posti di lavoro e la riduzione della disoccupazione nella regione; la lotta contro la corruzione, in particolare della pesca marittima, e l’istituzione di una protezione sociale a favore delle/dei lavoratori.ci del settore. Il movimento reclama ugualmente la costruzione di una università pluridisciplinare, di un ospedale universitario e l’istallazione di un centro di oncologia a al-Hoceima. In effetti, il Rif conosce un alto tasso di tumori, e il Hirak rivendica un riconoscimento ufficiale del legame con l’utilizzo di iprite avvenuto durante la guerra del Rif (1921 – 1926) da parte della Spagna, nonché il tasso elevato di mortalità a causa del cancro nella regione.

Dopo la passività, la repressione

Una prima fase di scontro è stata caratterizzata da una sconvolgente passività del palazzo e da tentativi di negoziazione poco efficaci da parte dei rappresentanti dello Stato a livello locale. Poi, nel maggio 2017, il potere marocchino ha scelto di reprimere il movimento, dopo sette mesi di contestazione. Venerdì 26 maggio, Nasser Zefzafi, leader carismatico del Hirak ha interrotto un sermone che paragonava il movimento sociale a una fitna, ossia a una lotta fratricida, ossia una guerra civile in seno all’Islam. Il potere marocchino vi ha trovato il pretesto per reprimere il movimento sociale. Numerosi attivisti sono stati arrestati – una quarantina, entro il 26 e il 28 maggio; più di 200 fino a ora – e le manifestazioni sono state sistematicamente disperse. Nasser Zefzafi è stato arrestato il 29 maggio, dopo 3 mesi di latitanza. Attualmente è sotto processo a Casablanca e rischia una pena pesantissima (il 27 giugno 2018 è stato condannato a 20 anni. Con lui altri 51 attivisti hanno preso pene per 333 anni di carcere N.d.T.) Parallelamente all’ondata di arresti che ha toccato gli attivisti del Hirak, il re del Marocco ha promosso un’inchiesta sui ritardi della realizzazione del programma “al-Hoceima, faro del Mediterraneo” (Al-Hoceima Manarat al-Moutawassit); ha ricevuto i risultati a ottobre. Lanciato nel 2015, questo programma mobilizza un budget di circa 700 milioni di dollari, e mira ad accompagnare lo sviluppo della provincia d’al-Hoceima e a migliorarne la posizione economica, ma la sua realizzazione ha conosciuto dei ritardi notevoli. Se l’inchiesta effettuata dal Ministro degli interni e delle finanze ha messo l’accento sui “ritardi, ossia sulla non esecuzione di molteplici parti di questo programma di sviluppo”, ha escluso “qualsiasi atto di concussione e di frode”. Ciononostante il re ha ordinato alla Corte dei conti, giurisdizione finanziaria del regno, di realizzare una seconda inchiesta. In ottobre, il re ha ricevuto le conclusioni della seconda inchiesta sul progetto di al-Hoceima Manarat al-Moutawassit, che ha confermato “l’esistenza di molteplici disfunzioni registrate durante il precedente governo”, differenti settori ministeriali e istituzioni pubbliche che non hanno “onorato i loro impegni nella messa in opera dei progetti e le spiegazioni che hanno fornito non giustificano il ritardo che ha conosciuto la realizzazione di questo programma di sviluppo”. Ma d’altro canto l’inchiesta effettuata dalla Corte dei conti non ha rilevato l’esistenza di frodi, né deviazione dei fondi. Lo stesso giorno, Muhammad VI ha licenziato quattro ministri come conseguenza del ritardo nella realizzazione del progetto al-Hoceima Manarat al-Moutawassit. Il re del Marocco ha espresso ugualmente non “non soddisfazione” rispetto al lavoro dei cinque precedenti ministri, ai quali “nessuna funzione ufficiale sarà affidata in futuro”, secondo un comunicato del gabinetto reale.

Un movimento che dura

Il Hirak è attualmente in fase di latenza a causa dell’arresto dei suoi leader. Tuttavia, il movimento ha preso una forma stabile riemergendo in maniera più o meno ricorrente per più di dieci mesi. Con l’aumento della repressione e la divisione in zone della città da parte della polizia, i/le manifestanti hanno riadattato le loro pratiche e le loro strategie d’occupazione dello spazio pubblico: ai sit-in e manifestazioni programmate giorni prima sono state sostituite delle azioni fulminee. Delle forme di protesta spontanee cominciano appena un gruppo di manifestanti sceglie un luogo – una strada molto frequentata, un giardino o una piazza pubblica – e scandisce degli slogan del Hirak. Allora sono subito raggiunte dalle/dagli attivistx e i/le simpatizzanti presenti sul luogo. Quando poi le forze dell’ordine intervengono, la manifestazione è dispersa, ma “un altro gruppo di manifestanti prende la staffetta e rilancia la mobilitazione in un altro posto della città”, scrivono i ricercatori Hamza Essmili e Montasser Sakhi in una serie di osservazioni sul Hirak. http://taharour.org/?observations-autour-du-hirak-n-rif-%E2%B5%83%E2%B5%89%E2%B5%94%E2%B4%B0%E2%B4%BD-%E2%B5%8F-%E2%B5%94%E2%B5%94%E2%B5%89%E2%B4%BC-6

Las moras delle fragole contro il razzismo e il sessismo

Di Fatiha El Mouali e Salma Amzian

In questi giorni, il livello di vittimizzazione e paternalismo che abbiamo potuto osservare, ascoltare e leggere sulle proteste e le denunce delle donne marocchine, lavoratrici stagionali delle fragole nella provincia di Huelva, ha raggiunto livelli insopportabili. La Spagna sembra essere sorpresa da situazioni che vanno avanti da anni e che denunciamo da un decennio. Nadia Messaoudi aveva già denunciato, nel 2008, la situazione delle donne marocchine nei campi di Huelva pubblicando su un sito internet francese un articolo intitolato: “12000 donne marocchine per le fragole spagnole”. Anche Jaouad Midech faceva la stessa denuncia nello stesso anno. In seguito a una vasta indagine nei campi spagnoli, francesi e italiani, Chadia Arab pubblicava “Le marocchine a Huelva con il ‘contratto in origine’. Partire per tornare meglio”, un lavoro che attraverso delle interviste con delle lavoratrici stagionali e attraverso un ampio lavoro sul campo riportava in luce la stessa situazione nel 2009. Il lavoro è diventato un libro lo scorso febbraio con il titolo “Signore delle Fragole, dita fatate, le invisibili della migrazione stagionale marocchina in Spagna”. In Marocco, la rivista Bladi.net parlava di questa realtà nel 2010. Nel 2016, Fatiha el Mouali, coautrice di questo articolo, faceva la stessa denuncia in una giornata su femminismo e violenza a Barcellona. Prima di tutto, bisogna mettere in chiaro quello che alla maggior parte delle persone sembra non essere molto importate. Chi sono queste donne? Si tratta di donne lavoratrici migranti in situazione di sfruttamento e sotto molteplici violenze nei campi andalusi; donne marocchine provenienti da una ex colonia spagnola. Tutte loro provengono da zone impoverite del Marocco, terre abbandonate dai governi locali e saccheggiate dai poteri coloniali. Molti marocchini, soprattutto uomini giovani, venivano a lavorare nei campi andalusi prima della chiusura delle frontiere. Venivano a fare il lavoro stagionale e se ne andavano, senza nessuna intenzione o necessità di fermarsi in Spagna. Tutto è cambiato quando il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato il Marocco, nel 1984, ad applicare un piano di austerità che forzava il Governo ad abbassare gli investimenti in educazione, sanità, infrastrutture e servizi sociali. Questo piano toccò in maniera molto acuta il nord del Marocco. Non è una casualità che, un anno dopo, lo Stato spagnolo chiuderà le frontiere con l’approvazione della Legge sull’Immigrazione. Tutto faceva parte dello stesso piano: impoverire il Marocco creando nel suo territorio la necessità di migrare mentre si sviluppava tutto il macchinario conforme ai dispositivi di controllo ed espulsione dei migranti che risulta essere tanto redditizio per l’Europa.

Capitalismo e patriarcato razziale: l’orrore nei campi di Huelva

Dobbiamo comprendere la forma attraverso cui alcuni lavori si razzializzano e si genderizzano. Le donne marocchine fanno il lavoro che la popolazione bianca spagnola non vuole fare. Sono loro che raccolgono le fragole, non gli uomini, dal momento che l’immaginario coloniale spagnolo ci ha costruito come esseri sottomessi e obbedienti. È necessario tenere conto che, per questi lavori, si assumano principalmente donne che non hanno ricevuto un’educazione formale, provenienti dalle aree rurali e impoverite, donne con meno di 45 anni che lasciano figli/e minori in Marocco. Questa è la cruda realtà. Tutto questo per poterle sottomettere, sfruttarle e abusarne con maggior facilità e assicurarsi che non fuggano quando le rimandano indietro. Ma non è tutto. Cosa sta veramente succedendo a Heulva? Teresa Palomo, fotogiornalista che si è trasferita nella provincia di Huelva, racconta delle condizioni nelle quali le donne marocchine lavorano, da anni, nei campi andalusi. Molte di queste donne non conoscono nemmeno il nome dell’azienda che le ingaggia e nemmeno come formalizzare un reclamo. Non si permette che lavoratrici sociali o attivistx entrino nelle aziende agricole e se, per casualità, una di queste lavoratrici riesce a mettersi in contatto con questx, succede quanto segue. I capisquadra godono del favore di alcune delle donne – le più anziane nelle campagne stagionali – che sono usate come “spie”. Quando i rappresentati politici, per esempio, stanno per scoprire quello che sta succedendo, queste “spie”, alleate dei capisquadra, sono utilizzate per negare tutte le denunce e confermare la posizione degli imprenditori. Se questi scoprono che esiste la possibilità di una denuncia pubblica, i proprietari delle imprese puniscono le responsabili. Come? Con una o due settimane senza lavoro e raccolta, o inviandole direttamente indietro in Marocco. Inoltre sono da aggiungere le difficoltà linguistiche. La stragrande maggioranza di loro non legge lo spagnolo, quindi avrebbero anche bisogno di interpreti per formalizzare i reclami. Molte delle donne che sono arrivate a Huelga hanno dovuto fare un enorme investimento per pagare i propri visti e viaggiare anche se, secondo gli accordi, i viaggi dovrebbero essere pagati dalle imprese. In tanti casi, non arrivano nemmeno a guadagnare soldi sufficienti per recuperare tali spese, dal momento che in nessun momento è garantito che lavoreranno per i tre mesi che dura la stagione. Inoltre, devono pagare il loro mantenimento e in alcuni casi anche pagare l’affitto della casa. Nella busta paga che hanno firmato non viene pagato quanto stipulato per il lavoro per il quale furono contattate. I capisquadra le assicurano che il resto sarà inviato loro quando torneranno in Marocco, però si tratta di accordi sulla parola che non compaiono in nessuno dei documenti legali. In molte occasioni, il denaro che manca, senza alcun consenso, è usato per pagare il prezzo del viaggio di ritorno. A causa del fatto che la maggior parte delle donne non sa leggere è impossibile per loro rendersi conto di essere state ingannate. Molte di loro non sono a conoscenza di quanto debbano riscuotere, quindi vengono pagate meno o direttamente vengono derubate senza alcun lamento. Teresa riferisce che in caso di malattia o di qualsiasi disturbo non vengono portate dal medico. Se non sanno come muoversi o non hanno alcuna persona che le aiuta, la situazione diventa dura, e se fanno domande, le puniscono non facendole lavorare. Inoltre, vivono in cortijos o baracche che sono a chilometri di distanza dal centro urbano, mal collegate, così che se devono comprare da mangiare o andare dal medico debbono camminare per delle ore. Il numero degli aborti in questa zona è estremamente alto, specialmente tra le donne migranti. Gli abusi sessuali e gli stupri sono costanti e rimangono impuniti nelle aziende che si perdono in mezzo ai campi. In effetti a molte delle lavoratrici succede quanto segue. Quando arrivano in Spagna, i capisquadra prendono i loro passaporti fino a quando non vengono espulse in Marocco. Per restituire i passaporti, i capisquadra chiedono enormi somme di denaro o favori sessuali. Il visto delle lavoratrici dura fino alla fine della stagione. Tuttavia, a causa delle denunce pubbliche, i capisquadra hanno deciso che la stagione è finita. Il fine è di rimandarle tutte in Marocco, anche se i campi sono pieni di fragole. Ad Almonte, dove lavorano le donne che hanno cominciato a denunciare – il giorno 16 del mese di Ramadan – non è rimasta nessuna donna, sono state tutte rimpatriate in Marocco.

L’eredità coloniale e la raccolta della fragola

Non si tratta di un tema astratto. Solo la comprensione della maniera in cui razza, classe e genere si intrecciano nell’ordine coloniale moderno ci aiuterà a capire le violenze strutturali che si verificano nei campi andalusi, esercitate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Quando le donne marocchine si trasferiscono (o vengono trasferite) dal Marocco alla Spagna sono ancora intrappolate, bloccate in queste relazioni coloniali di dominazione. Pertanto, è sufficiente denunciare l’impresa Doñana 1998 o i membri de la Manada diventati capisquadra delle piantagioni? No, non lo è. È sufficiente denunciare gli abusi sessuali e le violazioni degli accordi? No, non lo è. È necessario sottolineare cosa si intende per “razzismo, sessismo, pratiche del capitalismo razziale e imperialista dello Stato in quanto gerarchie collegate tra loro (come abbiamo già detto prima)”. L’eredità coloniale spagnola non può essere compresa senza tener conto della realtà del prelievo economico praticato da secoli dalle imprese spagnole in Marocco per sfruttare le materie prime e arricchire le casse della potenza straniera. Attualmente, oltre a quanto detto, si estraggono persone, attraverso diverse strategie, per fare i lavori che gli/le spagnolx non sono disposti a fare. I territori dello Stato spagnolo sono teatro di molteplici crociate contro “il moro” e, anche, sono gli incaricati del controllo dei confini dell’Europa. La legge sull’immigrazione è stata creata in modo che lo Stato spagnolo potesse disporre dei corpi delle popolazioni delle ex colonie mentre si riservava il diritto a disporre di loro quando non fossero più necessari, un obiettivo che è stato raggiunto. La cosiddetta legge sugli stranieri è stata promulgata, tra gli altri motivi, per “stranierizzare” la popolazione marocchina delle attuali colonie africane spagnole, Ceuta e Melilla, obbligandole a sottomettersi a un processo di “regolarizzazione o espulsione”. È attraverso questa legge che si inizia a costruire la categoria del migrante lavoratore (sempre) stagionale. Che le esperienze dei/delle morx sotto questa legge razzista e coloniale non abbiano alcun impatto mediatico e discorsivo, ha a che fare, appunto, con la forma specifica di razzismo che colpisce la popolazione marocchina. Non possiamo capire la situazione dei/delle lavoratrici stagionali marocchine a Huelva senza prestare attenzione alle relazioni di potere che sono state inaugurate con il colonialismo. Queste relazioni di potere continuano oggi e, soprattutto, attraverso i processi di disumanizzazione vissuti dalle persone provenienti dai territori colonizzati, adesso convertiti in “territori di origine migratoria”. Lo ripetiamo perché sembra che non sia stato ancora ben assunto: è il sistema razzista, sessista e coloniale che converte le donne marocchine lavoratrici stagionali a Huelva in soggetti superflui che possono essere sfruttate, lavorativamente e sessualmente. Il discorso coloniale sulle donne marocchine, che le costringe a essere sottomesse, oppresse e prive di mezzi politici, è diventato ancora più sofisticato nel tempo. Durante l’epoca coloniale, le storie di viaggiatori, antropologi e cronisti coloniali hanno costruito impunemente “la donna marocchina”. Attualmente, in un mondo globalizzato che continua a produrre gli stessi discorsi e schemi, sono necessari dispositivi di controllo più sofisticati. Questa immagine cade a pezzi nel momento in cui noi diventiamo carne in questi territori e soprattutto quando diventiamo una voce. Pertanto, bisognava disegnare nuove e migliori forme per renderci invisibili e renderci mute. La forma più efficace per realizzare ciò fu la Legge sull’emigrazione, dispositivo disumanizzante, razzista e patriarcale. Da una parte si vieta alle donne marocchine emigrate nello stato spagnolo, attraverso il ricongiungimento familiare di lavorare, relegandole così ad un ruolo eterno di cura non retribuita. Così allo stesso tempo l’unica maniera che permette a una donna marocchina di lavorare è nell’ambito domestico. Ossia, occupando sempre lo stesso ruolo di cura, questa volta pagato, ma senza alcun diritto. Infine, ci sono le lavoratrici dei campi di Huelva, che hanno un permesso di lavoro. Di fatto la sola cosa che possiedono. Le ONG della zona, come Cruz Roja o Cepaim, sostengono di non avere prove di quello che sta accadendo. È importante notare che nessuna delle due è presente nei campi e cortijos in cui lavorano e vivono le donne per provare le denunce. Non avere la prova di un segreto di Pulcinella significa solo che si è complici. Non chiederemo a queste istituzioni una radicalità antirazzista che non fa parte, né mai farà parte, dei loro programmi. Però, se sono interessate a occuparsi dell’assistenza primaria, bisogna dire che, nel caso della situazione delle lavoratrici migranti nel campi andalusi, stanno evitando di occuparsi di questo compito in maniera allarmante. Dall’altra parte, vengono prodotte delle narrazioni e strategie femministe che non sono capaci di percepire la loro bianchezza e superare i limiti insiti nelle loro denunce e analisi ben intenzionate. Ignorare costantemente le questioni razziali e coloniali ha un prezzo che va ben oltre la teoria. Queste strategie non sono sufficienti e, quando queste omissioni si ripetono, diventano complici del capitalismo razziale e del patriarcato, oltre che dell’imperialismo. Questo è il motivo per cui è così necessario e urgente fare appello alle femministe, in modo che possano distaccarsi dalle loro esperienze particolari e locali, al fine di unirsi alla lotta delle donne marocchine senza imporre delle letture e strategie che lungi dall’aiutarle a liberarle finiscono per legittimare e radicare la violenza strutturale che le opprime. Dobbiamo anche allargare l’appello alle organizzazioni che combattono in questo territorio per i diritti umani e chiedere loro lo stesso esercizio di decentramento al fine di sviluppare strumenti efficaci tra tutti.

La donna marocchina esprime dignità e resistenza

I popoli marocchini manifestano resistenza e dignità. Il Rif, Yerada e il boicottaggio di Danone, Sidi Ali e Afriquia lo stanno ricordando. Le donne marocchine esprimono resistenza e dignità. Noi lo sappiamo, le nostre nonne e le nostre madri ce l’hanno insegnato. Le stagionali della fragola di Heulva ce lo stanno ricordando. Per noi, le denunce e le proteste a Huelva fanno parte di un momento politico della popolazione marocchina che non sta avendo l’attenzione che merita e che non è riducibile alla retorica che tiene come unico soggetto politico la classe operaia e “le donne”. Questo momento politico ci porta a farci illusioni con il risveglio di una consapevolezza che non è altro che quella che motivò Abdel Krim contro il colonialismo spagnolo. Le donne marocchine che oggi protestano contro il potere coloniale e razzista spagnolo sono mosse dallo stesso spirito di dignità. Quando ci uniremo ai/alle marocchinx della diaspora in Spagna? E le/gli altrx? Non dimentichiamo le centinaia di uomini razzializzati, soprattutto mori e neri, che lavorano nella stessa situazione e ricevono le stesse violenze nelle serre andaluse. Fratelli, anche a voi crediamo.

Tradotto da: https://www.elsaltodiario.com/explotacion-laboral/las-moras-de-la-fresa-contra-el-racismo-y-el-sexismo

L’Altro e la cultura orale settaria in Siria

di Ahmed Khalil

tratto da http://syriauntold.com/2018/06/the-other-and-oral-sectarian-culture-in-syria/

Fino a marzo 2011, quando scoppiarono le proteste popolari contro il regime siriano, discorsi pubblici e schietti su convinzioni settarie o rappresentazioni settarie dell’Altro erano semplicemente tabù. Questo divieto era imposto non solo dal regime nazionalista pan-arabo che governava la Siria, ma anche dalla società siriana e dalle convenzioni sociali tra le diverse sette. Il concetto di convivenza piuttosto che di cittadinanza governava i rapporti tra le sette della Siria. La cittadinanza fornisce un quadro per i diritti politici, legali e umani. È il risultato del progresso umano, sostenuto dal diritto internazionale e dalle costituzioni di più nazioni. Per parlare francamente e mettere quello che sto descrivendo in un contesto realistico, lasciatemi fare alcuni esempi delle narrazioni comunemente usate dalla comunità alawita in riferimento ad altre sette. Queste narrazioni rappresentano una percezione in gran parte immaginaria dell'”Altro”, presentano una paura settaria che ha avuto origine in alcune delle esperienze storiche della comunità in Siria e nella regione più ampia – in particolare l’occupazione ottomana di Siria e Libano e il suo retaggio di arretratezza, settarismo e spaesamento.

La prospettiva alawita rispetto alle altre sette

Sono nato e cresciuto in una città nelle campagne del centro di Hama, un governatorato caratterizzato da diversità etniche e confessionali. Ho vissuto lì fino alla scuola secondaria. Nonostante uno stato generale di pace e convivenza tra le componenti comunali del governatorato e l’assenza di guerre o di gravi incidenti tra le sue sette, ciascuna delle componenti comuni nutriva paure nei confronti dell”Altro”, una paura rafforzata dalle credenze settarie dominanti.
Quando mi fidanzai con una ragazza ismailita di Salamiya, la maggior parte dei miei parenti espresse repulsione e cercò di ostacolare il mio impegno in ogni modo possibile. Solo mio padre, mio fratello e mia sorella accettarono di andare con me a prenderle la mano, e solo con riluttanza. Non appena finimmo di leggere il nostro Fatihah se ne corsero a casa. “Se tuo fratello si dovesse sposare con quella ragazza Sam’ouli considerati divorziata”, minacciò il marito di mia sorella usando un termine dispregiativo per i membri della comunità religiosa della mia ragazza. La notizia del mio fidanzamento divenne il principale argomento di discussione in tutta la città, e molti ritennero che fosse naturale che fosse provocato da una persona come me: un ex detenuto, praticamente un estraneo e persino un rinnegato. Circa due mesi fa, un mio parente, un soldato che attualmente lavora a Daraa, ha sposato una vedova di Hauran con tre figli. È stato severamente condannato e ostracizzato, in primo luogo perché sua moglie è una sunnita e in secondo luogo perché è una vedova, quindi non più vergine e più vecchia di lui. Cosa ancora più importante, il loro matrimonio è avvenuto durante una feroce guerra per la quale gli alawiti accusano gli haurani e il governatorato di Daraa: il suo popolo rappresenta la punta di diamante della “cospirazione universale” in atto contro la Siria. In un altro esempio che mette in evidenza il rapporto spinoso tra le varie sette in Siria, uno dei miei parenti, che è un chierico, ama vantarsi con i suoi vicini e parenti che nessun sunnita è mai entrato nella sua casa. Ciò ispira il rispetto dei suoi concittadini, o almeno la maggior parte di loro. L’atteggiamento più popolare nei confronti del matrimonio misto si riflette nel proverbio: “Chi si sposa fuori dalla sua setta muore di una malattia che non è sua”. Questo punto di vista è particolarmente vero per la comunità alawita. Ogni volta che un disaccordo coniugale casuale diventa di dominio pubblico, come può accadere in qualsiasi famiglia, la gente dice che la colpa sta nel matrimonio anormale avvenuto al di fuori della setta. Per sminuire e denigrare la setta Ismailita, i membri di questa comunità sono spesso chiamati Sam’oulis Sam’ouliyin. Viceversa, altre sette chiamano gli alawiti Nusayriya o Nusayriyin, cosa che gli alawiti odiano e associano alle intenzioni di diminuire il loro valore. Un altro detto popolare nel nostro villaggio recita: “Mangia da un Salmouni [Ismaili] e dormi da un Cristiano”. In questo caso, gli alawiti pensano che i cristiani non si preoccupino di essere puri e di non “purificarsi” con acqua dopo essere usciti dal bagno. Di contro, i cristiani sono fedeli e degni di fiducia, al contrario degli ismailiti, di cui non ci si può fidare di dormire nelle loro case. D’altra parte, Ismailis ha un proverbio che dice: “Il nemico di tuo nonno non può essere tuo amico”. In altre parole, gli alawiti odiano gli ismailiti e serbano rancore verso di loro. Il detto rimanda alle battaglie degli anni ’20 che si svolgevano nella costa siriana (ora governatorato di Tartus) tra lo sceicco Saleh al-Ali e le sue forze (alawiti) e la comunità ismailita.

Inoltre, ci sono norme chiaramente delineate per quanto riguarda le sette e il cibo. Ad esempio, gli alawiti mangiano solo carne di pecora, mucche e capre maschi. In quanto tale, la maggioranza degli alawiti non andrebbe dai macellai sunniti o non alawiti per timore che la carcassa sia femminile o macellata in modo improprio secondo i criteri islamici; tale carne è popolarmente chiamata Fataayes. Nella costa siriana, c’è una credenza comune che i cristiani diventano molto brutti e rugosi quando invecchiano, in parte perché mangiano carne di maiale, ma anche perché hanno chiesto al Signore freschezza e bellezza per la loro giovinezza. Gli alawiti accusano la setta Murshidi (una propaggine degli alawiti dalla prima metà del XX secolo sotto la guida di Salman al-Murshid) di avere come usanza una festa speciale piena di vizio in cui uomini e donne sposati si concedono ad una cerimonia promiscua nella quale dopo che si spengono le luci non si capisce più niente.

Gli alawiti nella nostra zona sono convinti che i beduini siano meschini e ingannevoli e bisogna sempre diffidare di loro. L’area era stata abitata da beduini che vivevano in tende fatte con pelli di capra, che lavoravano nella pastorizia e si prendevano cura delle mandrie del villaggio. La relazione tra gli abitanti del villaggio e i beduini è quindi caratterizzata da una dinamica dipendente da datore di lavoro, cioè dal proprietario della mandria da un lato e dal lavoro dei beduini dall’altro.

Uno Stato fondamentalmente settario

Il regime siriano, specialmente negli ultimi cinquanta anni, ha sicuramente manipolato le tensioni settarie perpetuando indirettamente tali concetti settari affinché le relazioni inter-settarie rimanessero superficiali e piene di paure, ammonizioni e profonda sfiducia. Per esempio, io ho studiato in una grande scuola che ha ricevuto studenti da tutti i villaggi vicini e diverse sette. Il nostro preside (un membro del partito Baath al governo) veniva nella nostra classe all’inizio di ogni anno, esaminava gli studenti e il loro background e identificava la setta e l’orientamento politico di ognuno di noi. Quando iniziammo ad incontrare nuovi colleghi e ad essere socialmente più consapevoli, con visite e stretta conoscenza con gli amici di tutte le sette, il sistema settario si sradicò dalle nostre teste e la nostra infanzia cominciò a crollare. In contrasto con gli aneddoti e le narrazioni che riempivano il nostro serbatoio di conoscenza e avevano plasmato le nostre percezioni degli “Altri”, le credenze di sinistra e marxiste che abbiamo ricevuto nella nostra prima adolescenza sono arrivate come antidoti alla vecchia coscienza. Come risultato di quella socializzazione e delle conversazioni che abbiamo avuto insieme, siamo stati categorizzati dal leader baathista come nemici del Baath. In una fase successiva, quando eravamo detenuti, abbiamo scoperto che le nostre amicizie e conversazioni venivano effettivamente segnalate ai servizi di sicurezza. Le autorità e il loro apparato di sicurezza erano desiderosi di preservare il sistema dietro le tradizionali relazioni settarie e si preoccupavano di qualsiasi segno di nuova consapevolezza o di diverse pratiche sociali da quelle che vogliono promuovere tra i loro soggetti. Tutto ciò, naturalmente, veniva coperto dalla falsa propaganda sulla “unità nazionale”, sul “nazionalismo” e sulla “coesione sociale”, mentre qualsiasi ricerca sociale o approcci scientifici alle sette in Siria erano severamente proibiti, compresi eventuali tentativi di discutere di settarismo nei media, nei forum culturali o ovunque nella sfera pubblica. In quanto tali, l’ignoranza reciproca e le paure nonché le illusioni sugli Altri furono solo rafforzate.

Nell’esercito, il servizio militare obbligatorio rende inevitabile che persone di diverse sette e tribù si fondano l’una con l’altra. Come ex detenuto, non ho prestato servizio nell’esercito, ma “servito” sette anni in prigione. I miei parenti e io comunque sappiamo di cosa è fatto l’esercito, specialmente i rapporti sociali che esistono tra i suoi membri. Non si può discutere di sette nell’esercito, dal momento che il controllo della sicurezza sull’esercito è troppo severo e spaventoso. Eppure, nonostante l’apparente cameratismo tra le reclute, esiste una discriminazione settaria non dichiarata per quanto riguarda i privilegi, l’assegnazione di posti e i permessi.

Matrimoni misti e onore

Tornando al mio fidanzamento, una osservazione divertente è degna di essere menzionata qui. Quando un giovane completava i suoi studi in Occidente, in Russia o in generale in Europa, e si sposava con una donna occidentale, la gente si dirigeva a casa sua per incontrare la moglie. Tale matrimonio può anche essere motivo di orgoglio per la famiglia dell’uomo! Tuttavia, se sposa una donna del suo stesso vicinato, ma non di una setta diversa, scoppia una bomba di rovina e oscurità! Alcuni attribuiscono questo tollerare il matrimonio con donne straniere al cosiddetto complesso “Khawaja [straniero o aristocratico]”. Naturalmente, tale reazione non è uguale in tutte le sette. Per esempio, si sa che le reazioni più dure esistono tra i Drusi, che potrebbero arrivare fino all’omicidio, specialmente quando le donne druse si sposano da fuori della loro setta. In altre sette, come gli alawiti e i cristiani, la disapprovazione non supera il boicottaggio. Nel caso dei sunniti, il matrimonio misto è relativamente più accettato e non pone problemi nel caso degli ismailiti.
Allo stesso modo, il matrimonio tra un uomo alawita e una donna sciita non solleva problemi. Nonostante le differenze ideologiche tra le due sette, esistono alcune intersezioni che li rendono “alleati” o in reciproco intendimento, in particolare per la loro venerazione nei confronti dell’Imam Ali bin Abi Talib, il quarto califfo.

Per le donne, sposare un uomo di un’altra setta è spesso più difficile, e la punizione è a volte l’omicidio. Tuttavia, i matrimoni misti tra famiglie influenti, facoltose o ben conosciute, specialmente quelle che occupano alte sfere di potere, non rappresenteranno minacce. Ad esempio, la regista e artista Nayla Atrash era sposata con il compianto attore Khaled Taja. Nonostante il fatto che Atrash sia una Drusa e Taja un Damasceno sunnita, la loro famiglia non ha obiettato al loro matrimonio. Forse è più corretto dire che nessuno ha osato diffamare questo matrimonio. Lo stesso dicasi per il matrimonio di Jamal Khaddam, figlio di Abdul Halim Khaddam (sunnita) con Hanan Khairbek (alawita). Tra gli episodi più famosi di questo tipo ci sono, tra gli altri, il Presidente e la First Lady sunnita, così come suo fratello Maher e la sua moglie sunnita. Pertanto, i “crimini d’onore” sono commessi da persone povere contro altre persone povere. Al potere non potrebbe importare di meno delle sette e delle religioni: l’obiettivo è mantenere la società frammentata e disintegrata. Ciò che perpetua significativamente questa situazione settaria è la legislazione siriana. Per esempio, il delitto “d’onore” è punito con un massimo di sette anni di reclusione, ed è stato limitato a due anni prima del 2011. Inoltre, i minori sono incoraggiati a commettere tali crimini perché la loro pena non supera i mesi di carcere.

Mantenere i segreti e la reincarnazione

Uno dei problemi più eclatanti in merito all’immagine settaria dell’Altro è quello che ha a che fare con la morte. È noto che gli alawiti credono nella reincarnazione, cioè il concetto che l’anima di una persona si separa dal loro corpo fisico nel momento in cui muore e assume le forme in un’altra creatura, che è necessariamente un altro uomo o un’altra donna. Se la persona deceduta era buona, la sua anima entrerà necessariamente nel corpo di un’altra persona. Molte storie sono state raccontate tra gli alawiti su persone che “hanno superato le loro generazioni”, cioè che erano state altre persone appartenenti ad altre famiglie. Quando uno dei nostri giovani vicini cominciò a crescere in una donna, la storia della sua cosiddetta vita precedente cominciò a circolare nel villaggio. Era stata un pilota bombardiere israeliano il cui aereo era stato abbattuto durante la guerra di ottobre del 1973. Morì e rinacque nel nostro villaggio. Questo ritorno alla vita in una famiglia alawita significava che l’anima di quella ragazza ebrea era “pura”. Gli alawiti credono che la maggior parte delle anime sunnite siano impure, così quando assumono nuovi corpi diventano spesso animali oppure disabili. Inoltre, se l’anima di una persona alawita è malvagia, si reincarnerà come un animale (serpente, cane, asino, etc).

Storie e credenze alawite vanno ancora oltre. Hanno anche opinioni sul colore delle persone. Un albino ha un’anima maledetta e deve aver commesso molti peccati nelle sue “generazioni” passate. Una persona molto bruna è spesso considerata “di pelle nera”, che è un esempio di idee razziste contenute in queste credenze. Ad esempio, la maggior parte degli alawiti è convinta che tutti i palestinesi abbiano la pelle scura, quindi i miei familiari non potevano credere che alcuni dei miei amici fossero palestinesi, solo perché la loro pelle era troppo bianca o marrone-giallognola. Solo un mio amico palestinese è stato riconosciuto per il suo colore scuro della pelle.
La fede alawita è tenuta nascosta agli estranei e agli alawiti non iniziati. Se succede che un alawita lo fa passare a un non-alawita, Dio lo trasformerà in un animale, lo renderà cieco o paralizzato. Ciò contribuisce a un timore generale di eventuali “fughe” sulla religione alawita. Anche rivelare la credenza religiosa alle donne, incluse le donne alawite, rende probabile che il rivelatore sia handicappato o in qualche modo punito da Dio. Questo è spesso spiegato dalla convinzione che le donne non sono degne di portare il Segreto e sono fondamentalmente prive di ragione e di fede.

Gli alawiti credono anche che i sunniti abbiano una religione segreta diversa da quella insegnata nelle scuole e nelle moschee. Gli alawiti non possono essere persuasi diversamente. Credono che i sunniti abbiano un codice segreto che nasconde le loro vere credenze nei confronti di altre sette, credenze che li rendono inclini a odiare i non-sunniti e persino disposti a ucciderli quando ne hanno la possibilità. Quasi tutti gli alawiti concordano sul fatto che i sunniti odiano l’Imam Ali. È difficile convincere un alawita che, per i sunniti, Ali è il quarto califfo, il cugino del profeta e uno dei primi credenti nel Messaggio Muhammadiano, e che non è tenuto in nessun conto rispetto al resto dei califfi Abu Bakr, Omar e Othman…Questi tre califfi, come è noto, sono condannati dagli alawiti perché credono abbiano cospirato contro Ali dopo la morte del Profeta e che persino lo volessero morto. Prima della rivolta siriana che si è evoluta in una guerra civile, i rapporti tra le sette e le comunità siriane erano, secondo me, governati dalla taqiyya [dissimulazione] o persino dall’ipocrisia. Ciò rispecchiava il rapporto tra il regime politico e la popolazione, poiché si temeva che la tirannia spesso producesse la politica taqiyya: apparire diversamente da ciò che si trova nelle parti più interne delle persone. I siriani di diverse sette si mescolano al lavoro, nei lavori pubblici, nelle aziende private, nei campi agricoli, negli stabilimenti commerciali e nei negozi. Bevono il tè e talvolta mangiano insieme…ma questa relazione rimane superficiale, limitata alle necessità di convivenza in una geografia sotto un’unica regola. Ma una volta coinvolto il matrimonio misto, quella relazione apparentemente solida si disintegra presto e diventa persino brutta e ostile. Le leggi siriane, in particolare la legge sullo status personale, rafforzano questa relazione ambigua tra le sette siriane. Chiunque desideri sposare una donna musulmana (sunnita, alawita, ismailita etc.) deve sposare pubblicamente l’islam secondo le regole della sharia. Quando un fratello uccide sua sorella perché ha sposato un estraneo, non solo il codice penale siriano definisce l’omicidio un “crimine d’onore”, ma attenua anche la pena in modo sostanziale. Ciò aumenta il settarismo e il mantenimento del concetto di stato pre-moderno. Queste cose possono, non appena le circostanze sono favorevoli, portare a gravi ostilità e alla guerra. Generalmente i regimi tirannici mantengono questa latente ostilità quando è necessario, specialmente quando le persone osano ribellarsi contro i loro governanti e aspirare alla giustizia e alla libertà.

Concetti settari come fonte di conflitto

Le credenze e le narrazioni settarie, che si tramandano tra le mura domestiche, fungono da serbatoio psicologico ed emotivo assorbito dai bambini piccoli. In teoria, questo serbatoio controlla il loro comportamento e i loro pensieri mentre crescono, facendogli vedere l’Altro attraverso le prospettive ideologiche in cui sono stati indottrinati durante i primi dieci anni della loro vita.

Questo vale per tutte le sette in Siria. Le dottrine settarie prosperano in modo spettacolare durante i periodi di guerra, il che crea il clima più appropriato per eliminare quella maschera di amore e pace che le persone erano costrette a indossare. La guerra rivela le idee che definiscono e descrivono l’Altro e diventano i principi guida della violenza, dell’omicidio e della morte. “Il settario ‘Altro’ è l’unico nemico che desidera uccidermi e violentare mia moglie, quindi devo averlo a pranzo prima che lui mi abbia a cena”. Questo è stato il caso dall’inizio del 2011, quando le basi ideologiche per il conflitto civile siriano erano mature dopo decenni di incoraggiamento. Cenni di queste divisioni erano già in mostra nel 2004, che ha visto momenti di notevole instabilità settaria, tra cui la rivolta curda a Qamishli e le rivolte a Masyaf. A marzo, Qamishli ha assistito alle ostilità tra i visitatori arabi di Deir Ez-Zor e dei curdi locali dopo una partita di calcio. A Masyaf un semplice disaccordo tra due autisti di autobus al terminal degli autobus, uno Ismaili e l’altro alawita, divenne subito un fatto grave. Se il disaccordo fosse stato tra due persone della stessa comunità, il problema sarebbe stato solo una lite, ma dal momento che le sette erano coinvolte, la disputa nelle diverse città si è evoluta in uno stato prolungato di ostilità, conflitto e reciproco allontanamento tra alawiti e ismailiti. Una delle “armi” più significative della guerra massicciamente distruttiva e corruttrice in Siria sono le dottrine e le narrative orali diffuse dai membri di ogni setta riguardo alle altre sette. La maggior parte di queste dottrine e di queste narrazioni sono delle vere e proprie invenzioni, tramandate di generazione in generazione e alimentate da manipolazioni politiche da parte di autorità tiranniche, che alla fine diventano fatti che giustificano la brutalità di cui oggi siamo testimoni sotto forma di massacri e mutilazioni. Questo fattore settario emerso durante gli anni della guerra siriana era stato sancito dai due Assad e sfruttato in conflitti politici, in particolare durante il conflitto con i Fratelli Musulmani (nel 1979 e nel 1985). Credo che lo sfruttamento del fattore settario da parte del regime sia stato una delle principali ragioni della sopravvivenza della dinastia di Assad durante questo periodo. Il ruolo del fanatismo settario è evidente durante la guerra civile, che dura ormai da sette anni. In effetti, questo fattore è stato sfruttato da entrambe le parti in guerra per creare la percezione di un conflitto sunnita-alawita, immagine che è stata incoraggiata dalle potenze regionali e dal regime allo stesso modo. La domanda qui è: quanto è fattibile eliminare queste rappresentazioni orali dell’Altro dalle relazioni sociali in Siria?

Forse queste narrazioni e culture orali dedicate all’odio dell’Altro spariranno solo sotto un sistema democratico laico, in cui varie componenti della società siriana si possano aprire l’una all’altra e una ricerca approfondita venga condotta pubblicamente e in modo trasparente riguardo le credenze e le dottrine, e venga diffusa sia sui media che nella sfera pubblica. Vivremo abbastanza per vedere questo sogno diventare realtà? Forse.