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Non ci sarà libertà per tutti i corpi senza la liberazione di donne e femme grasse nere

Ho deciso di tradurre quest’articolo perché in Italia, più che in altri paesi, sono ancora troppo forti la discriminazione e i pregiudizi sul grasso. Anche in ambienti che consideriamo “liberati” e che in altri campi sono molto critici rispetto a ciò che viene promosso dal sistema, in questo caso risultano quietamente accondiscendenti rispetto alle informazioni che scienza e media forniscono, senza alcun tentativo -neppure goffo o incompleto- di analisi radicale, che possa connettere l’oppressione della grassezza ad altri sistemi di oppressione -penso soprattutto all’oppressione del genere, della razza, dell’abilismo. Per questo motivo anche in Italia ha preso piede il movimento body positivity che con la sua lettura bianca ed edulcorata di quello che è un vero e proprio squilibrio di potere finisce per perpetrare immaginari grassofobici e coltivare la grassofobia interiorizzata sia nelle persone grasse che nelle persone magre. SP

Da https://wearyourvoicemag.com/body-politics/bopoincolor/body-positivity-white-supremacy-fatphobia?fbclid=IwAR0NrQPCI7ePtIfMqi0ET2X4LzbzNy8d18GRkHpC9_3etVyTRAWeAS63AWI

Nel suo pezzo per la nostra campagna #BodyPositivityInColor, Sydney Greene scrive su come la comunità body positivity si basi e celebri cisgender, donne bianche sottili e cancelli così il motivo per cui abbiamo bisogno di accettazione del grasso, ignorando il lavoro di donne e femme grasse nere che hanno iniziato il movimento di accettazione del grasso come bisogno di liberazione.

Di Sydney Greene

Il movimento body positivity – che mira a difendere l’accettazione e la salute in ogni dimensione – ha lavorato molto nel modo in cui la società vede e accetta i corpi. Ma come ogni movimento sociale, le sue carenze sono radicate nella mancanza di riconoscimento delle persone grasse, che -nonostante la creazione del movimento per l’accettazione del grasso- continuano ad affrontare una tumultuosa battaglia perché i loro corpi continuano ad essere sottoposti a controlli, messi in discussione o semplicemente cancellati.

Il mese scorso, il commentatore culturale Ashleigh Tribble di AshleighChubbyBunny, ha scatenato una discussione necessaria e veritiera su come il movimento per la liberazione di tutti i corpi si è trasformato in un movimento imbiancato e cooptato, in cui il riconoscimento e l’accettazione di corpi grassi, in particolare quelli di donne e femme grasse nere, è scarsa. Le parole di Tribble erano basate sulla foto di una “Body Confidence Coach” di Instagram– una donna bianca e magra seduta su un letto e che si afferrava lo stomaco, sottolineando il “grasso” che si trovava nella sua parte centrale.

L’immagine è solo una delle migliaia di foto #bodypositivity simili sui social media. Con una rapida ricerca dell’hashtag su Instagram, troverai donne bianche per lo più sottili, che sfoggiano le loro cosce leggermente floride con la cellulite o che posano sfacciatamente in bikini a mangiare la pizza, il tutto in nome della liberazione. Nell’era di internet, il movimento di positività del corpo ha sfornato influencer e blogger che hanno sviluppato seguaci stile-culto costruendo i loro brand sulla body positivity, arrivando a migliaia di follower, offerte di libri e workshop su come “amare il tuo corpo”.

Ma per coloro che esistono al di fuori dello spettro di un corpo “slim thick“* –corpi curvy accettabili con cosce spesse, vita piccola e pancia piatta – questo cosiddetto movimento di empowerment e accettazione non ha accolto tutt* a braccia aperte, in particolare donne nere e femme particolarmente grasse che sono state le radici del movimento.

“Sono una voce forte per donne nere e femme grasse perché non sono questo”, ha detto Tribble a Wear Your Voice Magazine. “Le donne e le femme grasse sono sempre mammifere, ipersessualizzate, disumanizzate, usate per il momento comico o come esempi da non seguire, e io non esisto in nessuna di quelle realtà, quindi volevo mostrare qualcos’altro”.

Ma le forze della supremazia bianca, dell’anti-nero e della grassofobia si sono infiltrate in uno spazio un tempo accogliente per donne nere e femme grasse e l’hanno trasformato in uno spazio pesantemente commercializzato e grassofobico, deviando nettamente il movimento dal suo scopo originale. Il movimento di body positivity è stato originariamente scolpito in uno spazio dove l’accettazione e l’amor proprio – che sono spesso riservati a corpi bianchi, sottili e in forma – aveva tutto il diritto di essere riservato ai corpi emarginati (grassi, trans, queer, disabili, di colore). Molti “influencer” e “attivisti” di body positivity – in particolare quelli con corpi privilegiati – si sono concentrati nel movimento pur non riconoscendo la presenza di persone grasse e, cosa più importante, il lavoro di donne e femme grasse, che hanno dato a quelle influencer bianche la liber di restare nei loro privilegi.

L’anno scorso, l’attrice Rebel Wilson –che ha parlato candidamente della body image– ha ricevuto critiche dopo aver affermato di essere stata la prima donna grassa a recitare in una commedia romantica, nonostante grasse donne nere come Queen Latifah e Mo’Nique avevano recitato in commedie romantiche mentre Wilson stava ancora lanciando la sua carriera di attrice nel 2002. Tuttavia Wilson ha ribadito la sua idea e ha poi sostenuto che si era creata solo una “zona grigia” con le due attrici perché o non potevano essere considerate plus size oppure gli studi che avevano gli attori potrebbero non aver fatturato i loro film come commedia romantica.

La risposta di Wilson è stata un debole tentativo di svalutare il lavoro che donne nere grasse avevano fatto con successo prima di lei e che ha spianato la strada a Wilson nel suo film nel 2019. È una narrazione che vediamo troppo spesso nel movimento della body positivity, e le donne bianche hanno bisogno di riconoscere e risolvere questo problema.

All’interno dei movimenti sociali nel corso della storia accade in modo ricorrente che un gruppo privilegiato si concentri sul fronte del movimento mentre intrappola altre voci marginalizzate alle spalle, ma contemporaneamente fa ancora affidamento sulle mani di quelle persone marginalizzate per fare tutto il lavoro. Nel discorso di Sojourner Truth Ain’t I A Woman” alla Convention della destra femminile dell’Ohio nel 1851, Truth ha criticato la cancellazione delle donne nere nel movimento Abolition e nel movimento Suffrage. Truth ha sfidato le donne bianche del movimento Suffrage che hanno focalizzato il loro attivismo sulle esperienze vissute dalle bianche ed hanno escluso le esperienze delle donne nere.

Le parole di Truth possono essere valide anche nel movimento di body positivity. Le donne grasse nere e le femme come Sonya Renee Taylor, Stephanie Yeboah e Ashleigh Shackleford sono nomi che si perdono in un mare di blogger privilegiat* bianc* e magr* che vogliono che tu creda alla loro versione di body positivity -e non danno nemmeno credito alle donne che l’hanno iniziato, per non parlare della loro complicità nella supremazia bianca e nella grassofobia.

“È importante essere critic* verso le donne bianche e le loro carenze in questo movimento perché il loro coinvolgimento mantiene solo lo status quo”, ha detto Tribble. “A causa della loro posizione come standard di bellezza nella nostra società occidentale di supremazia bianca, non ha senso continuare ad essere centrat* su loro e sulle loro questioni in opposizione alle persone che si occupano di questioni a loro estranee, che restano marginalizzate dai sistemi di oppressione per non essere donne bianche e magre.”

Le persone lungo lo spettro possono avere difficoltà ad accettare i loro corpi e possono soffrire gli effetti della grassofobia come disturbi alimentari e problemi di immagine del corpo. Ma non riconoscere i propri privilegi all’interno del più ampio contesto del movimento di body positivity e il modo in cui il corpo di qualcun* può essere più accettat* rispetto a corpi più grassi, fa un cattivo servizio al movimento. La vera intenzione di #bodypositivity è accettare e celebrare tutti i corpi, liber* da oppressione. Non riconoscendo le radici del movimento – quelle radici che sono donne e femme di Fat Black – non promuove la liberazione per tutt*.

Sgranocchiare e spremere il grasso dello stomaco e schiaffare un tag #bodypositivity su di esso non è liberazione. Ignorare i sistemi di supremazia bianca e anti-nero in relazione alla grassofobia non libererà tutti i corpi. La vera liberazione per tutt* è una riflessione di come i privilegi -non importa quanto questi privilegi siano consapevoli- possono ancora avvantaggiare alcun* e, d’altra parte, possono creare attivamente spazio per coloro che hanno corpi più emarginati.

Specismo e abilismo

L’alpaca Domino

Di pattrice jones

tradotto da: http://blog.bravebirds.org/archives/3225

Le persone che si preoccupano di giustificare il loro presunto diritto di sfruttare, rinchiudere nelle gabbie, uccidere e controllare la riproduzione di animali non umani di solito hanno un numero limitato di argomenti. Tra quelli più comuni c’è l’idea che solo gli umani abbiano delle capacità particolari e che questa superiorità nelle varie abilità autorizzi le persone a fare qualsiasi cosa vogliano agli animali non umani. Come ho sentito dire una volta dall’attivista per i diritti dei disabili Mary Fantaske: “Non è solo come l’abilismo; questo è l’abilismo.”

La coscienza, il senso dell’io, l’uso di strumenti, il linguaggio…tutte queste cose sono state presentate come abilità che dimostrano la superiorità umana e giustificano l’egemonia umana. Lasciamo da parte per un momento il fatto che molti animali non umani hanno, in realtà, le capacità che si dice siano una peculiarità dei soli umani (i corvi e le scimmie creano utensili, elefanti e ghiandaie esibiscono un senso dell’io, gli uccelli e le api comunicano tramite complesse coniugazioni di segnali, e persino gli uccelli, per non parlare di tutti i mammiferi, condividono con noi l’architettura cerebrale di base responsabile della coscienza). Abbiamo anche messo da parte il fatto che molti animali hanno abilità che non possediamo. Concentriamoci invece sulla logica dell’argomentazione: abbiamo l’abilità X, quindi siamo superiori e possiamo fare ciò che ci piace a coloro che non hanno questa capacità.

Questo è davvero un modo pericoloso di pensare. Le persone con disabilità sono state rinchiuse a vita, sterilizzate contro la loro volontà, usate come cavie senza consenso, costrette a lavorare senza stipendio, private dei diritti civili e sottoposte a molte altre dolorose vessazioni dovute a questo modo di pensare. Per fare solo un esempio, la nozione che la lingua dei segni non fosse realmente un linguaggio e che quindi i non udenti fossero subumani condusse direttamente alla disgregazione delle famiglie sorde, alla sterilizzazione forzata dei sordi, all’incarcerazione e all’asservimento dei giovani sordi, e molti altri abusi che sconvolgono la coscienza di chi apprende questa storia per la prima volta (se non conosci questa storia, o la storia della resistenza sorda a quella oppressione, ti suggerisco di iniziare con l’antologia Deaf World a cura di Lois Bragg.)

Questo esempio non solo illustra l’abilismo intrinseco nella difesa della supremazia umana basata sul concetto di capacità, ma evidenzia anche il rischio di definire “l’umano” per mezzo di una particolare abilità. Questo ci porta alla capacità più comunemente rivendicata come la ragione della superiorità e della supremazia umana: la razionalità.

Homo Sapiens significa letteralmente “uomo saggio” con i sapiens destinati a distinguersi da membri presumibilmente meno intelligenti del genere homo. A parte l’arroganza di pensare a noi stessi come i più intelligenti di tutti, questa definizione concentra la capacità cognitiva come la definizione stessa dell’umanità.

Nel proporre questo nome per la nostra specie, Carl Linnaeus si rifece ad Aristotele, che aveva chiamato “uomo” (intendendo con uomo il maschio) “l’animale razionale”. Le ecofemministe hanno da tempo identificato l’elevazione della ragione sull’emozione come uno dei fattori in una visione del mondo che eleva i maschi e l’umanità sulle donne e sulla natura; allo stesso modo, alcuni teorici critici della razza hanno dimostrato come la bianchezza sia incorporata nelle concezioni moderne dell’umano. A livello quotidiano, gli uomini sessisti spesso si presumono più razionali e meno emotivi delle donne, che sono anche disumanizzate in altri modi; i bianchi razzisti sostengono di essere intrinsecamente più intelligenti delle persone di colore, che sono anche disumanizzate in altri modi. E così, questa definizione di “umano” per mezzo della presunta superiorità delle nostre capacità cognitive non solo facilita la subordinazione degli animali e la discriminazione delle persone con disabilità, ma è un aspetto di presunte “altre” forme di oppressione come il razzismo e il sessismo.

Come discuterò a fondo nel mio prossimo libro, provvisoriamente intitolato “Human Error”, lo specismo non solo distorce il nostro punto di vista sugli animali non umani ma distorce anche il senso di noi stessi, in modi che possono rendere difficile per noi risolvere problemi come il cambiamento climatico e la violenza delle armi. Qualsiasi vegano che si è trovato in discussioni senza fine con mangiatori di carne che non si danno pace, indipendentemente da quante volte gli abbiate fatto notare le loro incoerenze logiche, è incappato nell’errore specista della “razionalità umana”. Se vogliamo veramente minare la supremazia umana, dovremo lavorare all’interno di un modello più realistico di ciò che motiva il comportamento umano, e ciò richiederà un ripensamento di ciò che intendiamo per “umano”. Nel frattempo, ecco alcune fonti di maggiori informazioni e idee sui legami tra l’abilismo e lo specismo:

-“The Oxen at the Intersection” di pattrice jones – Questo libro sulla lotta infruttuosa per salvare due buoi dopo che uno di loro è diventato disabile include un capitolo intitolato “Riti di disabilità” all’interno di una sezione più ampia intitolata “Intersezioni pericolose” ed è destinato ad essere un caso di studio di come pensare ecologicamente alla difesa degli animali.
-“Beasts of Burden” di Sunaura Taylor – Libro di memorie e parte di un’indagine accademica, questo libro di un’artista e attivista disabile sfida sia gli attivisti per i diritti degli animali che gli attivisti per i diritti dei disabili a lottare.

-Mary Fantaske in “Intersections Between Ableism & Speciesism (video) – Questa breve presentazione della conferenza del 2013 sui diritti umani di “Animal Rights” in “Guelph 2013” copre diverse idee chiave.

– “Aphroism” di Aph Ko e Syl Ko – Questa raccolta di post di blog di due neri vegani non affronta direttamente la disabilità, ma fornisce un’introduzione accessibile alle sfide antirazziste al concetto di umano.

Ma, un attimo, ho ancora una cosa da dire, o piuttosto da rivelare. Nel corso della discussione, ho parlato di Domino, un alpaca neuro-atipico la cui disabilità sembra essere correlata alla sua capacità di estendere l’amicizia e di prendersi cura dei residenti di altre specie, in particolare un maiale precedentemente chiamato Val e una giovane pecora traumatizzata chiamata Shadow.

Non è l’unico membro neuro-divergente della nostra comunità multi-specie. Ci sono anche io. Come ho detto durante l’evento, la co-fondatrice di “Vine” Miriam Jones e io ci siamo incontrate nel contesto di una lotta per i diritti dei disabili. Il nostro personale retribuito e i volontari principali includono molte persone con disabilità. Negli ultimi anni, ci siamo impegnate a identificarci come un’organizzazione guidata da LGBTQ, eppure non siamo state così entusiaste di essere un santuario degli animali gestito in parte da persone con disabilità. Perché? Potrebbe essere perché la maggior parte delle nostre disabilità non è nel regno della mobilità, ma piuttosto nel regno presumibilmente irrazionale della psiche?

Io posso parlare solo per me stessa. Non sono solo neuro-atipica, ma ho anche una significativa diagnosi di salute mentale e problemi persistenti con la memoria, probabilmente radicati nella lesione cerebrale traumatica precoce. Mi preoccupo anche mentre scrivo questo che rivelare queste cose mi porterà a essere stereotipata in modo da inibire la mia capacità di essere un difensore efficace per gli animali. Ma penso che andrò avanti e farò “coming out” perché abbiamo davvero bisogno di sfidare le idee abiliste costruite nello specismo, partendo dall’errore che gli umani “normali” sono principalmente animali razionali.

 

Le carceri non sono femministe

Marcha nocturna feminista. Foto: Pablo Ibáñez

Marcha nocturna feminista. Foto: Pablo Ibáñez

di C.A.M.P.A. (Colectivo de apoyo a mujeres presas en Aragon, Collettivo di solidarietà alle donne prigioniere d’Aragona)

Tradotto da http://arainfo.org/las-carceles-no-son-feministas/

Rispetto al caso di Laura Luelmo molte voci femministe hanno invitato alla sorellanza, a chiamare il fatto col suo nome (violenza di genere) a voler essere libere di tornare a casa (e non coraggiose nel farlo)…tutto ciò veniva accompagnato ancora una volta dalla richiesta del carcere o di pene più dure per i soggetti accusati delle azioni. La mediatizzazione dei crimini più terribili (e il suo impatto emotivo sulla società) crea un brodo di coltura perfetto per implementare politiche in materia penale, quello che conosciamo come populismo punitivo. Il populismo punitivo ha la sua base nel pensiero neoliberale secondo il quale le responsabilità sono individuali e la società è una somma di libere volontà, presumendo che non esistono condizioni materiali e che la nostra personalità non si costruisce a partire da interazioni sociali.

Istituire l’ergastolo nei casi di crimini sessuali non contribuirà a far cessare gli omicidi né le aggressioni su donne da parte di uomini; ciò che farà è rafforzare l’idea che le responsabilità sono esclusivamente individuali(1). L’internamento penitenziario, col suo carattere di istituzione totale, genera di per sé un alto livello di conflittualità. Il carcere – ricorrendo alla sua terminologia – non diminuisce il crimine e oltretutto non “ri-socializza” i/le condannati/e, cioè non migliora le loro condizioni sociali né personali, al contrario le deteriora. L’effetto dissuasivo della pena (a maggiore pena minor numero di delitti) è un mito. I crimini sono, nella stragrande maggioranza dei casi, prodotto di vuoti ed errori nella struttura sociale del sistema, tra cui l’educazione sessuale e affettiva, le precarie condizioni economiche, la mancanza di accesso al welfare eccetera. Perciò il castigo individuale non è utile nella soluzione e nel risanamento del danno.

Il sistema penitenziario riproduce e legittima le disuguaglianze strutturali sui cui si fonda. Noi del C.A.M.P.A. (Collettivo di Solidarietà alle Donne Prigioniere di Aragona) sosteniamo l’abolizione delle carceri come alternativa al mantenimento del sistema penitenziario il quale sostiene il peggioramento delle relazioni sociali e delle condizioni delle persone. La filosofa Angela Davis propone che le azioni per l’eliminazione di questi meccanismi punitivi instaurino poco a poco le proprie alternative al carcere (2).

Bisogna esigere un sistema che garantisca salute, lavoro, casa, etc. e alternative basate sulla cura e la protezione reale delle persone; un sistema che rivitalizzi l’educazione a tutti i livelli da un punto di vista antipunitivista e transfemminista. Ciò supporrebbe ad esempio sostenere una giustizia trasformativa, per mediare tra riparazione e riconciliazione con le persone coinvolte nel conflitto e la comunità, favorendo così la coesione e non la rottura del tessuto sociale. Piegando la facoltà di intervento nella società a nostro favore.

Coinvolgere la comunità

Emerge inoltre la necessità di sostituire il sistema penale (la relazione tra crimine e castigo), coinvolgendo la comunità come elemento necessario per il lavoro educativo e come spazio per generare legami e reti di aiuto. Il principale effetto negativo del giustizialismo (inasprire le pene, istituire l’ergastolo…) è che non si parte mai da un’analisi delle cause dei problemi sociali (supportato dalla menzogna che dice che è irrilevante la causa, e che se la pena è dura il delitto non verrà commesso di nuovo).

Il giustizialismo quindi prescinde dal femminismo, prescinde dalle cause e considera i crimini esclusiva responsabilità delle persone che li commettono e le uniche contromisure che si adottano in merito sono basate sul castigo e non sulla riparazione del danno.

Se parliamo della violenza maschilista come una serie di problemi individuali scollegati fra loro otterremo soltanto l’invisibilizzazione della loro reale causa: la struttura etero patriarcale che agisce come nesso del problema. Perciò sottoscriviamo le parole di Laia Sierra: “è legittimo, comprensibile e da rispettare che nel dolore si possa chiedere il ‘pugno di ferro’ contro i carnefici, ma l’empatia e la solidarietà con le vittime e con le sopravvissute non ci può far accettare che lo Stato attui riguardo ciò la sua politica criminale (3).

Non focalizzarsi sul castigo

A partire dai femminismi abbiamo alcune responsabilità. Dobbiamo ricercare una nuova logica, diversa da quella imposta dal sistema eteropatriarcale e cominciare a pensare al luogo in cui ci troviamo, in questo caso nel circuito del sistema penale.

Se ci si riferisce a noi come “donne aggredite” che vanno protette e che vivono nella paura, caute, insicure, e ci si colloca nella categoria delle vittime (anche da parte di certo femminismo) chi sarà e dove troveremo la nostra “entità salvatrice”? Nello Stato? Nel sistema penale? Nella giustizia? Negli uomini che ci aggrediscono? Sono questi i salvatori?

L’antropologa Rita Segato nel suo libro La guerra contra las mujeres scrive: “Questa costruzione coloniale moderna del valore residuale del destino femminile è ciò che dobbiamo smontare, contrastare e riprogrammare, perché è da questo schema binario e minorizzante che derivano non solo i mali che colpiscono la vita delle donne ma anche quelli che riguardano la società contemporanea nella sua interezza”.

Chi finisce in carcere?

Il giustizialismo, il punire individualmente e nella maniera più dura, si scontra frontalmente con la socializzazione, la collettività e con l’obiettivo di lavorare alle intersezioni che agiscono nei conflitti sociali in maniera proficua e vitale. Il punto è come educhiamo la società per comprendere il problema della violenza sessuale come un problema politico e non morale, come ben sottolinea Segato.

Pensare che il carcere sia necessario non è nient’altro che quel che ci hanno fatto credere fosse un tratto intrinseco alla vita e al nostro sistema politico e sociale. Per questo non è facile disfarci di questo supposto bisogno di punire e rinchiudere le persone per restare nell’ordine stabilito. In questo modo possiamo comprendere che si incarcerano le persone non per il delitto che commettono ma proprio per le loro condizioni sociali: poveri/e, dissidenti, marginali. Quando la rappresentazione simbolica della “malvagità” si spinge a definire mediaticamente un “Altro/a” come nemico, modifica le condizioni di visibilità di un problema che è strutturale e non individuale.

Il carcere pretende di occultare le persone detenute etichettandole come mostri delinquenti, in modo che generino indifferenza e repulsione nella società. Ciò non è altro che un modo di deresponsabilizzarci, dato che la cittadinanza si sente in tal modo estranea al criminale e i funzionari estranei al boia (4).

Il punto di vista abolizionista è difficile da gestire quando la cultura del castigo è radicata in tutti i fronti, tanto in quello degli oppressori quanto in quello delle oppresse. Ci basiamo da secoli su una cultura del castigo dell’Altro, dell’eretico, della strega, del pazzo, del delinquente, del mafioso, del pedofilo, del terrorista, insomma, del nemico. La cultura così istituita è, in sintesi, un elemento di addestramento e etichettatura che agisce attraverso il meccanismo peccato-punizione per produrre soggettività “a immagine e somiglianza” del funzionamento capitalista.

Si tratta, quindi, di continuare a seminare, pensare e costruire alternative e strategie contro i sistemi che ci opprimono e ci impediscono una vita degna e sostenibile e che, in definitiva, valga la pena di essere vissuta. È necessario che i femminismi si muovano in questo senso e non in altri. Mettendo i femminismi dalla nostra parte. Perché le carceri non sono femministe.

Note

  1. La violenza machista, una volta messa alle sbarre, si presenta come una eccezionalità individuale, separandola dalle pratiche sociali e dalle violenze quotidiane e convenzionali che la rendono possibile, invisibilizzando il carattere storico della società patriarcale e dell’attuale struttura sociale di relazioni di potere. Se vogliamo costruire un mondo più giusto, più umano, il carcere non serve nemmeno per i nostri peggiori nemici. Dobbiamo pensare a un’altra modalità di risoluzione dei conflitti che non passi per la logica giustizialista che punisce esclusivamente le persone e non si occupa delle condizioni che danno forma al conflitto”
    C.A.M.P.A., Come affrontare il caso de ‘La Manada’ da un’ottica transfemminista antigiustizialista
    https://campazgz.wordpress.com/2018/05/03/como-enfrentar-el-caso-de-la-manada-desde-un-feminismo-antipunitivista/disciplina y un control para poder ejercer el control sobre esa población

  2. Davis, A. Abolition Democracy: Beyond Prisons, Torture, and Empire, Seven Stories Press (October 1, 2005)

  3. Sierra, L. Populismo punitivo o como se instrumentaliza el dolor de las víctimas. http://www.pikaramagazine.com/2018/02/populismo-punitivo-o-como-se-instrumentaliza-el-dolor-de-las-victimas/

  4.  Guagliardo, V.: De los dolores y las penas. Ensayo abolicionista y sobre la objeción de conciencia. Traficantes de sueños, Madrid, 2013.

 

 

Come possiamo conciliare l’abolizione delle galere con il #MeToo?

In Italia il movimento femminista ci sembra non abbia attualmente una forte connessione con la lotta anti-carceraria. Per questo motivo vorremmo iniziare una ricerca e un confronto a partire dalla traduzione di questo articolo che spiega quali sono legami e risultati dell’intersezione tra femminismo e movimento abolizionista negli USA e perché le due lotte siano inscindibili. Abbiamo mantenuto il termine “abolizionismo” anche se in italia esso è perlopiù associato a movimenti istituzionalizzati, singoli o associazioni che aspirano all’eliminazione del carcere promuovendo però riforme consistenti in misure alternative alla detenzione. In questo testo, invece, con abolizionismo s’intende il rifiuto del carcere e della società carceraria, dunque una critica radicale all’esistente, posizione affine a quella di noi compagnx.

Tradotto da: https://filtermag.org/2018/09/25/how-can-we-reconcile-prison-abolition-with-metoo/

“Chiediamo ai movimenti di giustizia sociale di sviluppare strategie e analisi che affrontino sia la violenza dello stato che quella interpersonale, in particolare la violenza contro le donne. Attualmente, gli attivisti / movimenti che lottano contro la violenza dello stato (come i gruppi anticarcerari e contro la brutalità della polizia) spesso agiscono in isolamento da attivisti / movimenti che si occupano di violenza domestica e sessuale”. Queste parole furono scritte nel 2001 dall’organizzazione per l’abolizione della prigione, Critical Resistance e INCITE! Women of Colour Against Violence. [1] Gli ultimi 17 anni hanno visto un aumento dei gruppi e coordinamenti per l’abolizione delle carceri. In netto contrasto con i sostenitori della riforma carceraria, che spingono per migliorare le condizioni carcerarie ma ritengono che le carceri siano in definitiva necessarie per la sicurezza sociale, gli abolizionisti accusano le carceri stesse di essere luoghi di violenza tali da non poter mai essere adeguatamente riformate. Invece, le prigioni devono essere eliminate; così anche le condizioni che mandano le persone in prigione, incluse il razzismo, la povertà e le cause alla radice della violenza. In molte analisi sull’abolizione del carcere, tuttavia, si fa notare per la sua assenza un discorso su come affrontare la violenza di genere senza fare affidamento sulla polizia e le carceri. Allo stesso tempo, molte delle più importanti organizzazioni e movimenti che combattono la violenza domestica e sessuale continuano a fare affidamento su polizia e prigioni. All’indomani della condanna a sei mesi di carcere inflitta a Brock Turner, lo studente bianco di Stanford condannato per aver aggredito sessualmente una donna incosciente, gruppi femministi e attiviste hanno espresso indignazione per la brevità della condanna e chiesto la rimozione del giudice. “Punizioni più severe e condanne più lunghe sono sempre cadute più duramente sulle persone e le comunità di colore -devastandole-, pur fornendo poca sicurezza o prevenzione dalla violenza di genere”. Questo fare affidamento sulla criminalizzazione rafforza la violenza di stato, che non è solo perpetrata in modo schiacciate su uomini neri e marroni e poveri, ma sostiene anche un sistema che punisce le donne (cisgender e trans), gli uomini trans, le persone dal genere non conforme e intersessuali, anche quando loro stesse sono vittime della violenza. Abbiamo visto questo nel caso di Marissa Alexander, la donna che in Florida era stata inizialmente condannata a 20 anni di carcere dopo aver sparato un colpo di avvertimento per fermare l’aggressione del marito violento. Lo abbiamo visto nel caso di Ky Peterson, un uomo trans nero che sta scontando una pena detentiva di 20 anni dopo aver ucciso a morte l’uomo che lo aveva violentato.

Come siamo arrivate a questa divisione?

Nel 1994, il Congresso approvò il Violence Against Women Act (VAWA), che spinse la polizia a rispondere alle denunce di violenza domestica, violenza sessuale e altre violenze di genere. L’atto fu il risultato di anni di cause legali e di organizzazione da parte di molte femministe per costringere le forze dell’ordine a rispondere alla violenza di genere piuttosto che liquidarla come una questione interpersonale. In molte giurisdizioni, VAWA ha portato a leggi di arresto obbligatorie e a condanne detentive più punitive. Ha inoltre portato a politiche come i doppi arresti, in cui la polizia ha arrestato entrambe le persone. Alcune giurisdizioni condannano le vittime come testimoni materiali o impongono multe e minacciano una sopravvissuta con l’arresto se non coopera con l’accusa. (La città di Columbus, in Georgia, ha cambiato la sua politica di multe e arresti per la mancata cooperazione dopo una causa intentata da una sopravvissuta a un abuso, Cleopatra Harrison, e dal Southern Centre for Human Rights.) Il femminismo carcerario è il termine usato spesso per descrivere questo affidamento su un rafforzamento del controllo poliziesco, del perseguimento e della reclusione come soluzione primaria alla violenza di genere. In linea di massima, il femminismo carcerario considera le soluzioni alla violenza di genere attraverso la lente della classe media bianca, che ignora i modi in cui identità intersecanti, come razza, classe, identità di genere e status di immigrazione, rendono certe donne più vulnerabili alla violenza, inclusa la violenza di stato. Allo stesso tempo, l’incarcerazione delle donne è salita alle stelle. Nel 1980, le carceri e le prigioni della nazione detenevano 25.450 donne; 10 anni dopo, quel numero era quasi triplicato a 77.762. Nel 2000, quel numero era raddoppiato di nuovo a 156.044 e continua a crescere. A partire dal 2017, le prigioni e le carceri detengono 209.000 donne. (Questi numeri non includono donne detenute nelle prigioni per immigrate o nelle carceri minorili, o donne trans carceri maschili). Almeno la metà delle donne incarcerate ha denunciato violenze ancora prima dell’arresto. È anche vero che quasi il 90% delle persone incarcerate sono uomini (o identificati come uomini). Ma non tutte le attiviste femministe e anti-violenza adottano una soluzione carceraria. Per anni, attivisti e organizzazioni anti-violenza, come Beth Richie e INCITE! hanno sostenuto che l’aumento della criminalizzazione sostituisce l’abuso di un individuo con l’abuso da parte di forze dell’ordine, tribunali e prigioni mentre non fa nulla per affrontare le cause alla radice della violenza contro le donne. Lo abbiamo visto con Marisa Alexander, Ky Peterson e innumerevoli altre donne e persone transessuali. Nessuno sa quante migliaia di sopravvissute siano finite dietro le sbarre dopo che le forze dell’ordine non sono riuscite a garantire la loro sicurezza. Questo perché nessuna agenzia tiene traccia di questi dati. Le statistiche più recenti hanno quasi 20 anni, da un rapporto del Dipartimento di Giustizia del 1999 che affermava che quasi la metà delle donne nelle prigioni locali e nelle prigioni di stato erano state vittime di abusi prima del loro arresto. Ma, poiché le donne costituiscono circa il 10% della popolazione carceraria della nazione, molte delle analisi sull’incarcerazione di massa e sull’abolizione della prigione continuano a concentrarsi sugli uomini, un obiettivo che porta a un falso binario in cui gli uomini sono incarcerati e le donne sono vittime. È una divisione che esclude le persone (di qualsiasi genere) colpite sia dalla violenza interpersonale che da quella statale, e quindi non riesce a soddisfare i loro bisogni. Ho intervistato numerose sopravvissute alla violenza domestica imprigionate per essersi difese. Ancora e ancora, mi hanno detto che si sono rivolte alla polizia e al sistema legale, ed entrambi non sono riusciti a proteggerle. Forse la polizia ha portato via il loro aggressore per alcuni giorni, ma ciò non ha fermato la violenza. Forse i tribunali hanno emesso un ordine di protezione, un pezzo di carta che il loro abusatore ignorava in modo flagrante. Forse la polizia non ha fatto nulla. Forse il loro aggressore era la polizia. Lo stesso sistema legale che non è riuscito a proteggerle le ha poi punite per essere sopravvissute. In carcere, molte donne sono soggette a violenza, per mano di altre persone detenute, membri dello staff o per la stessa quotidianità carceraria. Allo stesso tempo, le organizzazioni per l’abolizione delle carceri continuano a riflettere l’incapacità della intera società di considerare i cambiamenti sociali e culturali come necessari per porre fine alla violenza di genere o sviluppare modi concreti per prevenire e affrontare la violenza domestica e sessuale nella vita quotidiana. “I due (piani, violenza di genere e violenza di stato ndr) non parlano davvero insieme”, dice Hyejin Shim. Shim lavora alle intersezioni tra violenza di genere e dello stato, sia come membro dello staff dell’Asian Women’s Shelter che come organizzatrice di Survived and Punished, un gruppo di base che sostiene sopravvissute alla violenza di genere criminalizzate e incarcerate. Sebbene gli sforzi per porre fine alla violenza di genere e all’abolizione del carcere siano spesso considerati incompatibili, Shim nota che “entrambi si concentrano sul porre fine alla violenza”, sia che la violenza provenga da un individuo, dallo stato o da entrambi.

Giustizia trasformativa

Un modo per affrontare la violenza interpersonale senza fare affidamento sulla violenza di stato è attraverso la giustizia trasformativa. La giustizia trasformativa si riferisce a un processo comunitario che affronta non solo i bisogni della persona che l’ha subita, ma anche le condizioni che hanno permesso questa violenza. In altre parole, invece di guardare l’atto (gli atti) di violenza in un contesto vuoto, i processi di giustizia trasformativa chiedono: “Cos’altro deve cambiare in modo che ciò non accada mai più? Che cosa deve accadere perché la sopravvissuta possa guarire?”. Non c’è una serie giusta o errata di passi da seguire nella giustizia trasformativa; invece, ogni processo dipende dalle persone e dalle circostanze. Shim osserva che le persone spesso si impegnano in processi di giustizia trasformativa, anche se non usano quel termine. Si uniscono per sostenere le persone sopravvissute nei loro ambienti, aiutandole a identificare ciò di cui hanno bisogno e come accedervi. Allo stesso tempo, Shim sottolinea che questi tipi di abilità sono spesso sottovalutate nelle cerchie organizzate. “Negli spazi di movimento, potresti avere una preparazione all’azione diretta o un corso di formazione per facilitatori, ma non uno per le capacità di lavorare attraverso i conflitti o sostenere le sopravvissute”, ha osservato. In questo momento #MeToo in cui più persone si fanno avanti con le loro esperienze di violenza sessuale e domestica, “il supporto necessario non c’è realmente o non è stato sviluppato”. Le organizzatrici anti-violenza hanno sviluppato risorse per contribuire a colmare queste lacune. Creative Interventions, un’organizzazione dedicata a fornire “risorse per le persone comuni per porre fine alla violenza”, ha sviluppato una guida online di 608 pagine sulle strategie per fermare la violenza interpersonale. Organizzatrici e sopravvissute agli abusi Ching-In Chen, Jai Dulani e Leah Lakshmi Piepnza-Samarasinha hanno compilato una zine di 111 pagine intitolata “The Revolution Starts at Home” (che più tardi è diventata un libro), che documenta i modi in cui le organizzatrici della giustizia sociale hanno affrontato i responsabili degli abusi. La guida di Creative Interventions, ad esempio, racconta come un centro di comunità culturale coreana di Oakland, in California, ha gestito un assalto sessuale, reso ancora più complicato da fattori interculturali. Nell’estate del 2006, il centro di Oakland ha invitato un insegnante di percussioni dalla Corea del Sud a insegnare in un laboratorio di batteria per una settimana. Una notte, ha aggredito sessualmente una degli studenti. Il centro di Oakland ha gestito il processo attraverso una serie di azioni, iniziando con una telefonata immediata al capo del centro di percussioni in Corea. Anche se “è stato culturalmente difficile per il gruppo coreano-americano fare richieste ai loro maggiori in Corea, tutti hanno deciso che era quello che doveva essere fatto”. Dopo che l’istituto coreano si è assunto la responsabilità e si è scusato, il centro di Oakland ha inviato una lista di richieste, tra cui l’impartizione di corsi di sensibilizzazione sull’assalto sessuale per tutti suoi membri, un impegno a mandare almeno una donna insegnante nei loro futuri scambi negli Stati Uniti, e una richiesta che l’insegnante scenda dalla sua posizione di comando per un periodo iniziale di sei mesi e partecipi alle sessioni di terapia femministe rivolte direttamente all’abuso. L’organizzazione di Oakland ha anche intrapreso azioni da parte sua, tra cui la fornitura di una serie di workshop sulla sensibilizzazione contro gli assalti sessuali per i membri del centro e membri di altri gruppi locali di percussioni, e dedicando il suo prossimo festival al tema della fuoriuscita dalla violenza sessuale. Con il consenso della vittima, i fatti relativi all’incidente sono stati stampati nel programma “come una sfida per la comunità ad assumersi la responsabilità collettiva per porre fine alle condizioni che perpetuano la violenza inclusa la collusione attraverso il silenzio”. La storia è lontana da un finale perfetto; la vittima (come preferiva essere chiamata, piuttosto che “sopravvissuta”) non è più ritornata nel centro culturale; il lungo processo sia di riflessione e di impegno istituzionale “ha indebolito l’energia e lo spirito dell’organizzazione e le amicizie che l’hanno tenuto insieme” e, quando l’insegnante di percussioni è tornato a partecipare ai festival in Corea del Sud, è stato visto con risentimento e sospetto dai visitatori americani coreani. Ma quando Liz, il presidente del centro, ha riflettuto in seguito sulla serie di eventi, ha detto: “Alcune persone ci hanno chiesto in seguito perché non abbiamo chiamato la polizia. Non era nemmeno un pensiero nella mente di nessuno. “Un altro capitolo di “The Revolution Starts at Home” (la fanzine) chiamato “assunzione di rischi: implementare strategie di responsabilità sociale di base” fornisce un altro esempio. Le autrici, un collettivo di donne di colore di Communities Against Rape and Abuse (CARA) – Alisa Bierria, Onion Carrillo, Eboni Colbert, Xandra Ibarra, Theryn Kigvamasud’Vashti e Shale Maulanaauthor – descrivono una serie di azioni intraprese da membri di un’alternativa comunità punk per affrontare le aggressioni sessuali di Lou, un uomo impiegato da un club popolare. Le autrici riportano che Lou “spingeva […] le donne a ubriacarsi e poi le costringeva a fare sesso contro la loro volontà”. Nelle loro discussioni su cosa fare, i membri della comunità “non riflettevano solo sulle esperienze dei sopravvissuti, ma anche su come la cultura locale abbia sostenuto un cattivo comportamento. “Ad esempio, il popolare settimanale alternativo spesso ha reso glamour la massiccia quantità di alcolici prevalenti nelle feste di Lou. Con il consenso delle sopravvissute, il gruppo ha progettato volantini che identificavano l’uomo e i suoi comportamenti, ha chiesto l’assunzione di responsabilità, ha criticato il giornale locale e suggerito di boicottare il club. In risposta, il giornale ha pubblicato un articolo in difesa dell’uomo, sottintendendo che, dal momento che le sopravvissute non avevano depositato accuse penali, le loro storie non erano credibili. Lou ha anche minacciato di denunciarle per diffamazione. Ma il gruppo ha continuato, lavorando con le sopravvissute a creare un documento che non solo condividesse le loro esperienze, ma articolasse anche un’analisi critica della violenza sessuale e della cultura dello stupro nella loro comunità e cosa intendessero per responsabilità della comunità. Hanno rilasciato la dichiarazione completa alla stampa e l’hanno pubblicata sul loro sito web, scatenando discussioni nella comunità musicale più ampia sulla violenza sessuale e la responsabilità. Lou ha smesso di essere invitato a feste ed eventi, i locali hanno iniziato a boicottare il club e le band fuori città evitato di suonare lì, spingendo Lou ad accettare di impegnarsi con il gruppo e negoziare un incontro faccia a faccia. Alla fine, comunque, non si è mai preso la responsabilità delle sue azioni. Il gruppo ha inoltre avviato un percorso per saperne di più sulla violenza sessuale, la sicurezza e la responsabilità, imparando a facilitare i propri seminari sulla sicurezza e la responsabilità e supportando il CARA e altre organizzazioni anti-violenza. “È un cambiamento fondamentale decidere di utilizzare le risorse per costruire la comunità che desideri [piuttosto] che spendere tutte le tue risorse combattendo il problema che vuoi eliminare”, hanno scritto gli organizzatori del CARA. Riflettendo di recente su questo scenario, Bierria, ora organizzatrce di Survived and Punished, ha osservato che “si è trattato di una potente contro-risposta a qualcosa di cui di solito non si parla”. Allo stesso tempo, ha sottolineato, “la responsabilità della comunità non è solo un processo di responsabilità. Sta creando condizioni all’interno della comunità che prevengono danni. “Può essere frustrante, ha riconosciuto. “Vogliamo [spesso] una soluzione più diretta. Ma le violenze sessuali e domestiche sono più complicate di così”. Negli ultimi due decenni, lei e altre hanno lavorato alle intersezioni della violenza di genere, della responsabilità della comunità e dell’abolizione del carcere, hanno documentato i loro processi, creando progetti e mappe stradali che lei e altre organizzatrici non avevano 20 anni fa. Questi esempi mostrano che i processi di responsabilità della comunità sono disordinati e raramente seguono un percorso uniforme. Spesso, tuttavia, mescolano e abbinano una serie diversa di strumenti alternativi che includono azioni sia per le organizzazioni che per gli individui. Consulenza per la persona che ha causato danni, rimozione dalle posizioni di comando, ammissione di colpa, scuse pubbliche e / o private, workshop e corsi di formazione e cambiamenti comportamentali specifici sono solo alcune delle richieste che le comunità possono fare. Indipendentemente dalle forme che assumono, continuare a esplorare alternative alla violenza di stato in risposta alla violenza di genere è un elemento essenziale dei movimenti per porre fine a entrambi.

[1] INCITE! has since changed its name to INCITE! Women, Gender Non-Conforming, and Trans people of Color Against Violence

L’opera di Mario Mieli, il rapporto tra generi e lo sfuttamento del lavoro

Ultimo appuntamento della rassegna Intersezioni

Domenica 16 settembre 2018 alle ore 20 presso la sede Cobas in via R.Cocchia n.6 – Salerno.

Dibattito su “L’opera di Mario Mieli e il rapporto tra generi e sfruttamento del lavoro”

intervengono Federico Zappino e il collettivo della Cagne sciolte

a seguire cena vegana

“Con Elementi di critica omosessuale, dato alle stampe nel 1977, Mario Mieli mette a fuoco in modo insuperato la relazione tra desiderio e capitalismo, consegnando alle minoranze di genere e sessuali, nonché alle più ampie maggioranze che “passano” per maggioritarie, quanto di più importante chiunque intenda lottare oggi per rivoluzionare i presupposti della propria subalternità culturale e materiale, dovrebbe fissare saldamente nella testa” F. Zappino, il queer come modo di produzione [https://www.dinamopress.it/news/queer-modo-produzione/]

 

Opuscolo – Migrazione e detenzione delle donne nel CPR di Ponte Galeria

riceviamo e diffondiamo:

Migrazione e detenzione delle donne nel CPR di Ponte Galeria – Alcuni spunti di riflessione

Quanto scritto è frutto di una stesura collettiva, il tentativo di rendere fruibili su carta alcuni dei ragionamenti che hanno costruito il percorso di lotta contro le frontiere che portiamo avanti in città, e che hanno contribuito a decostruire alcuni dei pregiudizi e costrutti sessisti e suprematisti che ognuna di noi ha dentro. Ci auguriamo che apra a ragionamenti più approfonditi e condivisi sulle oppressioni multiple di genere, razza e classe.
Lungi dal voler essere esaustivo, ci auguriamo che quanto qui riportato possa aver fornito qualche strumento di riflessione in più sui meccanismi che operano all’interno dei centri di detenzione per migranti e sugli svariati dispositivi di controllo che vi ruotano intorno; che gli spunti per la discussione proposti siano una parte di una riflessione più ampia che ragioni sulle molteplici facce di un’oppressione che sistematicamente garantisce e nega privilegi per nascita.
Speriamo con ciò di veder allargarsi le fila di quelle solidali che si ritrovano fuori da un CPR o che lottano contro una frontiera, sia essa fatta di filo spinato o di idee stigmatizzanti.

Nemiche e nemici delle frontiere

Stampa e diffondi l’opuscolo migrazione e detenzione PG

La Siria e l’imperialismo

Tradotto da http://m1aa.org/?p=1527

di KS of M1 Michigan Collective

Una rivoluzione contro il neoliberismo

Quando Bashar Al-Assad salì al potere in Siria nel 2000, qualsiasi illusione che il regime autoritario dinastico baathista fosse “socialista” in qualche modo avrebbe dovuto essere dissipata, se non fosse già accaduto quando Hafez Al-Assad prese il potere in un colpo di stato controrivoluzionario negli anni ’70. Il giovane Assad iniziò vigorosamente a liberalizzare i mercati siriani, in particolare il cibo e l’agricoltura, e ad aprire la Siria ai capitali stranieri. Nei successivi undici anni, insieme agli effetti dei cambiamenti climatici causati dal capitalismo globale, il programma neoliberista di Assad ha prodotto risultati devastanti: l’occupazione agricola è stata dimezzata, il costo delle merci è aumentato in modo significativo, i servizi pubblici sono stati tagliati, il reddito pro capite è diminuito drasticamente e la povertà crebbe dilagante. Mentre i centri urbani hanno lottato per assorbire il massiccio esodo rurale, le città rurali di piccole e medie dimensioni sono state decimate e si sono così poste le basi di classe della rivoluzione siriana. (1) (2).

Se il neoliberismo e decenni di violenta repressione furono il carburante per la rivoluzione siriana, la scintilla fu la primavera araba. L’ondata di rivolte rivoluzionarie pro-democratiche e anti-austerità iniziate in Tunisia e diffusesi in tutta la regione (che hanno colpito indiscriminatamente paesi allineati e contrari agli Stati Uniti) ha catturato l’immaginazione degli operai e degli studenti siriani, e nel 2011 il popolo siriano ha iniziato prendendosi le strade in segno di protesta contro il regime di Assad. Il regime di Assad ha “accolto” le richieste pacifiche dei manifestanti con proiettili e diversivi, similmente a come altri regimi mediorientali hanno risposto alle persone che resistevano all’austerità, all’autoritarismo e alla violenza di stato. Mentre i proiettili di Assad piovevano sulla sua opposizione, le proteste si trasformarono in una rivoluzione; rivolte spontanee e informali si sono trasformate in organizzazione rivoluzionaria. Influenzati dal lavoro dell’anarchico siriano Omar Aziz, oltre un centinaio di consigli di commissioni rivoluzionarie locali di diverse federazioni furono organizzati in tutta la Siria, a cominciare da Damasco e proliferando verso l’esterno. (3)

Mentre i giovani riempivano le strade chiedendo la fine del governo neoliberista e autoritario, lo stato baathista iniziò a perdere il suo decennale controllo del paese. La conseguente instabilità divenne un invito per l’intervento delle potenze imperiali e un’occasione di sviluppo delle correnti reazionarie. Mentre Assad rilasciava i jihadisti dalle carceri siriane (4) e uccideva i rivoluzionari di sinistra (5), Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e le altre potenze regionali che circondano la Siria iniziarono i loro tentativi di sviluppare approcci e strategie per approfittare dell’instabilità. Gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali offrirono assistenza limitata a una parte dell’opposizione siriana fin dall’inizio nel conflitto, allo scopo di proteggere la loro egemonia nella regione – ma presto concentrarono tutte le loro risorse sulla strategia di “combattere il terrore”. Russia e Iran intervennero militarmente, nel momento di maggiore difficoltà del regime di Assad, con la pretesa di “combattere il terrore” e di contrastare le manovre degli Stati Uniti. Mentre la rivoluzione offriva un’apertura alla lotta curda per l’autodeterminazione, lo stato turco intensificò la sua campagna di violenza per contrastare il progresso curdo*. All’interno di questo conflitto multiforme e multidimensionale, è emerso un tema comune tra gli interessi degli attori imperiali intervenienti: la priorità è “combattere il terrore”. Questo tema unificante in realtà non rende la situazione più facile da capire, ma espone strati di contraddizione e complessità nel modo in cui ciascun attore in questo conflitto si relaziona con gli altri. Il regime di Assad e le potenze del golfo hanno aiutato la nascita dell’ISIS e di altri gruppi jihadisti in Siria (6) (7) per ragioni opposte: per Assad era un capro espiatorio per screditare la rivoluzione; per gli stati del golfo, era quello di ottenere un punto d’appoggio in Siria. Gli Stati Uniti hanno armato i curdi (che erano soliti chiamare terroristi) per combattere l’ISIS e si sono messi in contrasto con la loro storica alleata Turchia. Il conflitto dei curdi con la Turchia e l’ISIS li ha messi in una posizione di collaborazione con il governo di Assad. Gli Stati Uniti, che chiedevano apertamente la fine del dominio di Assad, dichiararono una linea rossa invalicabile sull’uso di armi chimiche da parte del regime mentre eseguivano migliaia di attacchi aerei contro i nemici di Assad – e, a fini strategici e propagandistici, un paio di attacchi aerei contro obiettivi del regime mezzi vuoti (depositi di armi, capannoni, basi militari evacuate, Ndt), dopo essersi accordati con la Russia su quali fossero gli obiettivi accettabili e dando comunque un discreto preavviso prima delle incursioni (8) (9). Le complessità di come il conflitto si riproduce ogni giorno, con tutte le sue contraddizioni, sono travolgenti. Tuttavia, chiaramente, implicito in questa decisione di dare la priorità al “combattere il terrore” c’è un solido consenso attorno al sostegno al regime di Assad, anche se questa posizione non è esplicitamente articolata. Sebbene non vi sia una sola tematica in grado di riassumere il conflitto, questo è un punto importante e una base per la discussione.

Più avanti in questo pezzo, vorrei collocare la discussione sulla geopolitica al suo posto precipuo, data la centralità di altre considerazioni: la tendenza a ridurre i conflitti e le rivoluzioni alle manovre degli Stati è orribilmente riduttiva, come lo è ridurre ogni causalità a considerazioni esclusivamente economiche – entrambe le tendenze sono espressione della (di una varietà di) analisi marxista-leninista dell’imperialismo e sono qualcosa che dobbiamo contrastare nell’ottica di un discorso finalmente umano sull’antimperialismo e sulla rivoluzione. Tuttavia, in primo luogo voglio criticare la concezione teorica esposta da molti marxisti-leninisti nei confronti dell’imperialismo e della Siria, per evidenziarne i suoi limiti. Sebbene le considerazioni economiche, geopolitiche e politiche non siano esclusivamente determinanti, sono comunque importanti e meritano qualche interrogativo.

Il Monopolio e il Mito del Capitalismo Multipolare

La complessità della presenza imperiale in Siria ha colto l’occidente alla sprovvista; è stato un momento in cui molti hanno finalmente realizzato che il mondo unipolare che sorgeva sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica dovesse essere messo in discussione, se non addirittura da considerare sulla via del tramonto. Direi che il mondo è ancora unipolare sotto diversi punti di vista, ma questo ordine sta effettivamente affrontando delle sfide. La politica post-seconda guerra mondiale di unire i rivali inter-capitalisti in tutto il mondo è diventata insostenibile, poiché l’emergere di Cina, Russia e altri mercati emergenti ha alterato il campo geopolitico. Gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’Iran e anche la Siria sono tutti imperi di dimensioni e portata diverse, ma non si distinguono nella forma. Man mano che questi paesi si integrano ulteriormente nell’ordine capitalista globale, le loro tendenze verso l’espansione e l’ulteriore sfruttamento diventano più potenti. Lo stato imperiale nel capitalismo svolge il ruolo di facilitare la conquista e anche la difesa (proteggendo gli investimenti e gli interessi ad essi collegati). Il capitalismo non è storicamente l’unico motore dell’imperialismo, ma l’imperialismo è stato parte integrante del capitalismo sin dal suo inizio. (10)

L’idea che l’espansionismo imperiale sia inerente al capitalismo è un importante punto teorico, e non è una cosa che viene misconosciuta dai marxisti-leninisti. Tuttavia, c’è forse una strategia di elusione quando si parla di questo fatto. Una contraddizione all’interno della teoria marxista-leninista dell’imperialismo e del capitalismo monopolistico è che l’autodeterminazione capitalista ha come risultato l’impero. Il capitalismo è sostenuto solo dalla sua espansione. Riconoscere questo non implica che si sia contrari alla liberazione nazionale, ma piuttosto ci fornisce una lente anticapitalista critica per comprendere la liberazione nazionale. Con questa comprensione, possiamo andare avanti con il riconoscimento che la Russia e l’Iran, per esempio, non sono stati anti-imperialisti per definizione; sono imperi capitalisti emergenti, i cui interessi nello sfruttamento e nel territorio possono o non possono essere in conflitto con gli Stati Uniti (e l’un l’altro), ma non hanno forme diverse. Pertanto, i loro interventi in Siria sono interventi imperiali; e dato che Assad non avrebbe potuto sopravvivere alla rivoluzione popolare senza il sostegno russo e iraniano, crediamo che sia una farsa riferirsi al regime di Assad come espressione dell’autodeterminazione nazionale (11).

A parte la comoda abitudine di seguire la semplicistica logica binaria della guerra fredda, il sostegno geopoliticamente motivato a Bashar Al-Assad da parte di alcuni è il segno della generica aspirazione ad una multipolarità capitalista. I fondamenti teorici di questa idea possono essere trovati in Lenin, nella scuola della “Monthly Review” e nei teorici della “dipendenza” come Samir Amin – ed è fondamentale dire che questa aspirazione alla multipolarità capitalista si rivela allo stesso tempo come un’illusione e come una teoria controrivoluzionaria. Secondo questa teoria dell’imperialismo, l’imperialismo è guidato dagli interessi del capitale monopolistico, i cui interessi e istituzioni si sono fusi con la finanza e lo stato (12). Quindi l’imperialismo è un’espressione monopolistica del potere nel mercato globale, e la posizione antimperialista è impegnarsi in lotte di liberazione nazionale contro i capitalisti monopolistici del nucleo imperiale. In particolare, ciò che viene enfatizzato in questo contesto è la lotta tra gli stati che rappresentano i capitalisti, mentre la lotta tra lavoro e capitale viene relegata in un angolo. Abbiamo visto storicamente come questo di solito si sia tradotto nel “Frontismo popolare” e nella giustificazione di allearsi con la borghesia nazionale in quella che è essenzialmente una versione esagerata di una posizione favorevole alla piccola impresa; se ciò che è più importante è espellere i capitalisti monopolisti stranieri, allora un’alleanza con i capitalisti nazionali è giustificata. In effetti, questa strategia è ciò che spinse il regime baathista siriano inizialmente negli anni ’60, proprio come fu per gli ayatollah in Iran negli anni ’70. In entrambi i casi, la strategia ha lasciato le forze progressiste vulnerabili alle forze reazionarie all’interno del fronte, e il capitalismo e il conservatorismo sono stati rafforzati. (13) (14).

L’idea che sia assolutamente necessario prendere le parti all’interno delle rivalità inter-capitaliste per resistere al monopolio è un vicolo cieco fondato su due cruciali assunzioni economico-politiche borghesi: che la competizione capitalista assegna le risorse in modo efficiente e ottimale, e che il monopolio è il contrario della concorrenza (rimando al mio ultimo saggio sulla teoria del capitale monopolistico http://m1aa.org/?p=1486). In realtà, non vi è alcuna prova che la concorrenza capitalista assegni risorse migliori del monopolio capitalista, e tutto il monopolio che esiste è in realtà un’intensa competizione oligopolistica. I prezzi non sono determinati dal potere di mercato o dalla sua mancanza (come affermano gli economisti borghesi), ma sono determinati dalla intensità dello sfruttamento del lavoro (15). In effetti, ciò che conta per i lavoratori non sono *principalmente* le relazioni di potere tra capitalisti o nazioni capitaliste, ma le relazioni di potere tra lavoro e capitale. In effetti, uno studio del 2010 mostra che la disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti è cresciuta contemporaneamente a un calo delle grandi imprese; questo sviluppo contro-intuitivo comincia ad avere un senso quando consideriamo il fatto che questo aumento della disuguaglianza di reddito coincide con un declino del lavoro organizzato (16). La composizione di classe è ancora importante; i capitalisti nazionali tradiranno i lavoratori con la stessa rapidità dei capitalisti monopolistici e respingere i monopolisti senza rifiutare il capitalismo è un approccio limitato.

Ci opponiamo al monopolio e ai capitalisti monopolistici come chiunque altro, ma dobbiamo essere entrambi accurati su come il monopolio opera in relazione alla concorrenza capitalista, oltre che essere critici verso la strada che ha portato ripetutamente al Frontismo popolare e al capitalismo di stato. Un “mondo multipolare” di diversi imperi capitalisti concorrenti non può essere semplicemente assunto come “storicamente progressista”, poiché dice quasi nulla sulla relazione tra gli sfruttatori e gli sfruttati, non affronta i problemi di distribuzione delle risorse da solo, e in effetti, senza la componente di classe, può solo portare a maggiore sfruttamento e guerre a causa dell’aumentata concorrenza tra i capitali. L’egemonia degli Stati Uniti deve essere sfidata, ma sotto la direzione e nell’interesse dei lavoratori e dei popoli emarginati.

Nel caso del regime di Assad, le sembianze della multipolarità consentono all’intervento imperiale e al neoliberismo di essere equiparati all’anti-imperialismo e persino al socialismo. Trasformando il conflitto in un esercizio geopolitico ingannevole e borghese, la lotta di classe è lasciata sul versante della sinistra autoritaria. Il monopolio più grande e determinante che esiste è il monopolio che i capitalisti detengono sulle risorse produttive: sarebbe meglio se non lo ignorassimo.

Globalizzazione, inter-imperialismo e islamofobia

Sebbene l’era della tregua tra le potenze capitaliste sembri stia cadendo a pezzi in molti modi, ci sono relazioni significative e connessioni di reciproco interesse che legano insieme i rivali capitalisti. Queste relazioni sono generate dal sistema capitalista globale, in cui gli Stati Uniti sono in cima e pongono forti vincoli alla prospettiva dell’autodeterminazione. In un mondo in cui il profitto è definito dal grado di sfruttamento del lavoro e dall’estrazione delle risorse, l’integrazione nell’economia capitalista mondiale e l’adozione della forma merceologica occidentale pongono nuove domande e sfide per l’anti-imperialismo. Il modo in cui la sinistra autoritaria vuole definire potenze capitaliste come la Russia, l’Iran e la Siria come antimperialiste è inadeguato date le critiche qui fatte alla struttura del capitalismo monopolistico, ma ignora anche le implicazioni della globalizzazione neoliberista. Piuttosto che comprendere l’adozione della forma occidentale delle merci come propria forma di imperialismo occidentale – un risultato dell’egemonia mondiale occidentale, al servizio degli interessi capitalistici occidentali – molti a sinistra desiderano proteggere le élite neoliberiste nei paesi presumibilmente anti-imperialisti che stanno istituendo questa adozione. Putin, Assad, Khamenei non sono agenti insignificanti nella proliferazione del neoliberismo globale; e la loro supposta resistenza è sempre stata contraddetta dalla loro partecipazione al capitale globale. Le riforme neoliberali di Assad hanno scatenato la rivoluzione contro di lui, e sono stati Putin e Khamenei a venire in aiuto al neoliberismo in Siria.

Quando guardiamo al fatto che la Russia e la Cina hanno dei rilevanti investimenti negli Stati Uniti e quindi hanno un interesse per la crescita USA (17) (18), o che il giovane Assad ha aperto i mercati siriani all’occidente, vediamo che ci sono grandi aree di reciproco interesse tra le potenze capitaliste. Si potrebbe affermare che si tratta di rapporti di dipendenza dal nucleo imperiale occidentale: il mio interesse non è quello di esprimere giudizi su una situazione di dipendenza imperiale. Tuttavia, quando le classi emarginate che sono state impoverite da queste misure si innalzano in una rivoluzione contro il neoliberismo, non dovremmo avere esitazioni a scegliere da che parte stare. Quando le élite come Assad e la sua famiglia beneficiano di questo impoverimento, dovremmo sapere da che parte stiamo. Il regime di Assad e i suoi sostenitori non hanno schiacciato la rivoluzione per sconfiggere il capitalismo occidentale: in molti modi, lo hanno fatto per preservarlo.

Come accennato in precedenza, forse la più grande area di reciproco interesse tra le potenze capitaliste rivali in Siria e nel mondo si trova nella “guerra al terrore” islamofobica. Dagli Stati Uniti alla Russia, alla Cina, l’intera classe dirigente globale ha collaborato per anni alla campagna per sterminare i musulmani. Il jihadista è diventato il nemico archetipico dell’ordine e della stabilità per il sistema capitalista, e nessuna quantità di morti civili è considerata eccessiva in questa caccia portata avanti dagli imperialisti. Mentre la sinistra occidentale ha sollevato vigorosamente obiezioni a un paio di raid aerei contro obiettivi del regime di Assad (dei magazzini semivuoti) nel 2017 e nel 2018, non si è detto molto sui 273 civili siriani uccisi dalle forze di coalizione statunitensi nel maggio 2017 nella “lotta contro il terrore” (19) o delle migliaia di altri bombardamenti fatti dagli Stati Uniti in Siria. Il silenzio della sinistra occidentale quando gli imperialisti statunitensi uccidono i civili mentre cacciano i nemici di Assad ci aiuta a capire la natura totalizzante dell’egemonia culturale occidentale e dell’orientalismo: alcune cose sono diventate questioni risolte e quindi non più appartenenti al regno della politica – l’idea che le morti musulmane innocenti siano il sottoprodotto necessario della “Guerra al Terrore” è diventata così radicata che non vale più la pena parlarne per molti militanti di sinistra in occidente e altrove. Se invece dovessimo parlarne, la bancarotta intellettuale che sta nel sostegno ad Assad sarebbe evidente, poiché Assad sta usando il terrorismo come un comodo capro espiatorio e una giustificazione per la violenza nello stesso esatto modo in cui l’Occidente ha sempre fatto. E l’enorme quantità di civili innocenti che ha ucciso nel farlo è stata sbalorditiva. (20)

Un discorso eurocentrico e disumano

L’eurocentrismo dei sostenitori marxisti-leninisti di Assad è come una moneta dalle due facce. Privo di un sistema teorico che consenta chiaramente l’etica, la creatività e, in generale, la produzione del nuovo, si basa quasi esclusivamente su un calcolo storico riduttivo ed eurocentrico. Il materialismo storico ha un ruolo importante nella teoria sociale e rivoluzionaria, ma è limitato da standard eurocentrici di sviluppo e di potere; la vera autodeterminazione de-coloniale è elusa in questo quadro fintanto che ciò che è “storicamente progressista” è definito da criteri eurocentrici. Allo stesso tempo, i corpi delle persone dalla pelle scura sono reificati nella traiettoria rivoluzionaria marxista-leninista, con i Terzisti e altri che misurano il successo del marxismo da quanti corpi sono impegnati nella sua perpetuazione. Questa contraddizione in sostanza cerca di cancellare l’attività delle persone dalla pelle scura nella regione, con ogni atto di resistenza a un regime presuntamente “storicamente progressista” (nominalmente anti-americano) trasformato in un complotto della cospirazione della CIA. I sogni e le aspirazioni dei siriani che vivono nella povertà del neoliberismo sono meno importanti della posizione della Siria nello schema del capitale da monopolio difettoso, o delle presunte credenziali “laiche e secolari” del suo stato settario. Di fatto, ai siriani non è nemmeno permesso di sognare una vita migliore; sarebbe astorico. L’esistenza del regime è già giustificata come rivoluzionaria, e qualsiasi resistenza deve essere screditata come controrivoluzionaria, indipendentemente dallo scopo.

E quindi, quando dicono “storicamente progressista”, dovremmo chiedere “per chi?” – Il regime di Assad era “storicamente progressista” nei confronti degli innocenti musulmani detenuti nei siti segreti che la CIA ha costruito negli anni dopo l’11 settembre? (21) È “storicamente progressista” per le famiglie di coloro che furono uccisi quando assediò Aleppo? L’esercizio dell’universalizzazione di uno standard di progresso storico è un esercizio problematico che non si sposa bene con l’autodeterminazione – e ha sdoganato lo sviluppo capitalistico, le industrie estrattive, l’emarginazione di coloro che sono ai margini della società, così come l’imperialismo. È questa la rivoluzione che la sinistra autoritaria sostiene?

Crediamo che il popolo siriano, come tutte le persone, sia capace di una rivoluzione sociale; il disfattismo orientalista che ritrae il mondo al di fuori dell’Occidente come una massa monolitica di persone arretrate, che hanno bisogno di accontentarsi di ciò che hanno, deve essere respinto. La cancellazione di persone che hanno il sogno di vivere al di là della miseria neoliberista deve essere respinta. La presenza di manovre imperialiste e di elementi reazionari non esclude automaticamente ogni opposizione a regimi “storicamente progressisti”; questo è il mondo moderno, e l’impero e la reazione sono ovunque. Probabilmente, la totale sfiducia della sinistra occidentale nei confronti dei rivoluzionari siriani deriva da un’arroganza e un bigottismo profondamente radicati; perché non potevano fidarsi del fatto che i rivoluzionari siriani, che hanno vissuto con il jihadismo reazionario e l’imperialismo nelle loro stesse comunità per anni, sapessero meglio come affrontare questi elementi, in una sorta di paternalismo orientalista. (22) È legittimo criticare – è così che tutti miglioriamo – ma è tutt’altra cosa diffidare e screditare. Questo paternalismo parla dell’idea che il popolo siriano sia reificato agli occhi di alcuni della sinistra occidentale; non sono più esseri umani, ma ingranaggi in una macchina storica che hanno solo bisogno di svolgere il loro ruolo appropriato e utile nelle grandi narrazioni dell’imperialismo e della geopolitica.

Verso l’internazionalismo

Quindi, quali sono i modi in cui possiamo dimostrare la solidarietà internazionale ai nostri compagni in Siria e altrove? Come dovrebbe essere oggi un internazionalismo veramente antimperialista? In realtà, le risposte non sono ben definite; come con tutti gli sforzi organizzativi, dobbiamo imparare mentre andiamo avanti, mentre assorbiamo le critiche e le lezioni del passato. Tuttavia, la base minima che suggerirei di far passare è che gli internazionalisti e gli anti-imperialisti dovrebbero sostenere tutte le lotte per la giustizia sociale, la democrazia radicale e l’autodeterminazione in tutto il mondo. Ciò significa un rifiuto generale di tutti gli interventi imperialisti, che siano degli Stati Uniti o delle altre potenze imperiali. Ciò significa anche un rifiuto della globalizzazione neoliberista e il sostegno alle lotte contro l’austerità e la povertà.

Dobbiamo anche riconoscere che lo stato opera principalmente nell’interesse delle classi dominanti, siano essi capitalisti monopolistici o capitalisti nazionali o entrambi, e gli stati in generale sono istituzioni securitarie e di rapina, il cui interesse è distruggere i movimenti sociali o incanalare i movimenti sociali verso i propri fini. Uno stato non è un movimento, anche quando uno stato sostiene o è sostenuto da movimenti, e questa distinzione deve essere chiara quando si pensa alle lotte di liberazione nazionale. Come anarchici, dovremmo opporci a tutti gli stati, ma anche riconoscere i movimenti che stanno cercando di essere visti come legittimi e sostenerli nella misura in cui esigono giustizia sociale e autodeterminazione. Quindi, dobbiamo offrire un sostegno fondamentale alle lotte di liberazione nazionale contro l’impero, e riconoscere anche quando la facciata della liberazione nazionale e dell’anti-imperialismo vengono utilizzati esclusivamente per servire gli interessi imperialisti, capitalisti e statali – come nel caso di Assad.

Come antimperialisti, dobbiamo anche continuare a capire i problemi delle intersezioni. Le intersezioni di classe, razza, genere, orientamento sessuale e identità religiosa sono ancora importanti per le persone nella loro vita quotidiana, indipendentemente dal fatto che le oppressioni possano essere chiaramente rintracciate nell’impero o localmente. La nostra solidarietà ai popoli emarginati non deve essere limitata da stati apparentemente di sinistra o grandi narrazioni geopolitiche. Gli oppressi hanno il diritto di chiedere dignità a chiunque glielo neghi e abbiamo il dovere di sostenerli come compagni.

La tendenza degli attivisti a reificare le persone nella lotta rende ancora più chiaro che la cosa più importante che dobbiamo fare è costruire connessioni internazionali per la comunicazione e il supporto tangibile. In Occidente, l’anti-imperialismo non può rimanere entro i confini delle discussioni sui social network e dei meme di Stalin; le situazioni diventano astratte, gli argomenti diventano un mezzo per il capitale sociale. Le persone diventano semplici cose o dispositivi. È imperativo e urgente organizzare e agire in solidarietà con i nostri compagni oppressi e minacciati in Siria e in tutto il mondo. Come rivoluzionari e internazionalisti, abbiamo il dovere di rendere concreta la nostra solidarietà. Come può il movimento per la casa di Detroit riferirsi agli sfratti di massa in Cina? Come possono coloro che si trovano all’interno del movimento abolizionista carcerario degli Stati Uniti connettersi con coloro che vivono nella prigione a cielo aperto di Gaza? Come possono gli insegnanti iraniani e americani in sciopero lavorare insieme per la stessa causa? (23) Come può la nostra presenza nel cuore dell’impero contribuire a fermare le guerre di aggressione degli Stati Uniti? Queste sono le domande che dobbiamo porre e le connessioni che dobbiamo attivare, in dialogo con i nostri compagni nel mondo.

* Dato che questo pezzo doveva esporre il modo in cui dovremmo orientarci nei confronti della rivoluzione siriana, ho deciso di focalizzare la mia attenzione e non approfondire la lotta curda. Molto è stato scritto su Rojava dagli anarchici; non tanto è stato scritto in solidarietà con la rivoluzione siriana.

Note

(1)http://www.synaps.network/syria-trends#chapter-3699080

(2)https://syriafreedomforever.wordpress.com/2018/04/29/syria-is-not-exceptional-interview-with-joseph-daher-part-1/

(3)https://tahriricn.wordpress.com/2013/09/16/syria-the-struggle-continues-syrias-grass-roots-civil-opposition/

(4) https://syriafreedomforever.wordpress.com/2014/01/14/assad-and-isis-theyre-both-the-same

(5) https://isreview.org/issue/107/revolution-counterrevolution-and-imperialism-syria

(6) http://news.sky.com/story/is-files-reveal-assads-deals-with-militants-10267238

(7) https://www.thedailybeast.com/americas-allies-are-funding-isis

(8) https://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/syria-air-strikes-us-russia-warn-ahead-airbase-donald-trump-putin-missile-attack-tomohawk-cruise-a7671736.html

(9) http://www.newsweek.com/now-russia-says-it-told-us-where-syria-it-was-allowed-bomb-895204

(10) https://antidotezine.com/2018/04/19/the-specter-of-slavery-still-stalks-the-land/

(11) https://www.sbs.com.au/news/russia-saved-syria-as-a-state-says-putin-during-assad-meeting

(12) https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1916/imp-hsc/ch07.htm

(13) http://www.marxist.com/in-defence-of-the-syrian-revolution-the-marxist-perspective-2.htm

(14) Moghadam, Valentine M. “Socialism or Anti-Imperialism? The Left and Revolution in Iran”

(15) Shaikh, Anwar. Capitalism: Competition, Crises, Conflict. 69

(16)https://thenextrecession.wordpress.com/2016/05/17/monopoly-or-competition-which-is-worse/

(17) http://money.cnn.com/2017/05/17/investing/russia-us-debt/index.html?iid=EL

(18) https://sputniknews.com/business/201608171044357006-russia-us-debt-investment/l

(19) http://sn4hr.org/wp-content/pdf/english/964_civilians_killed_in_May_2017_en.pdf

(20) https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-casualties/syrian-war-monitor-says-465000-killed-in-six-years-of-fighting-idUSKBN16K1Q1

(21) https://www.wired.com/2013/02/54-countries-rendition/

(22) https://socialistworker.org/better-off-red/12-save-kevin-cooper-the-crisis-in-syria-with-anand-gopal-and-yasser-munif @ 42:17

(23) https://www.allianceofmesocialists.org/what-can-u-s-teacher-protests-learn-from-iranian-teacher-protests/

Benefit per “La lima”

Sabato 21 luglio 2018 – presso Murotorto a Eboli (Sa)

Evento benefit per “La lima”, cassa di solidarietà

http://www.informa-azione.info/nasce_la_cassa_di_solidariet%C3%A0_la_lima

h.20.00
Discussione: situazione specifica del Cpr di Roma, contro frontiere e oppressioni multiple, approccio intersezionale alla lotta
h.22.00
Cena vegan di autofinanziamento
h.22.30
Concerti: Maybe i’m…(afro/punk – Salerno), Monobanda71 (onemanband garage/blues – Napoli), Amphist (Death-Crust, Campania)

Dj set a seguire

Las moras delle fragole contro il razzismo e il sessismo

Di Fatiha El Mouali e Salma Amzian

In questi giorni, il livello di vittimizzazione e paternalismo che abbiamo potuto osservare, ascoltare e leggere sulle proteste e le denunce delle donne marocchine, lavoratrici stagionali delle fragole nella provincia di Huelva, ha raggiunto livelli insopportabili. La Spagna sembra essere sorpresa da situazioni che vanno avanti da anni e che denunciamo da un decennio. Nadia Messaoudi aveva già denunciato, nel 2008, la situazione delle donne marocchine nei campi di Huelva pubblicando su un sito internet francese un articolo intitolato: “12000 donne marocchine per le fragole spagnole”. Anche Jaouad Midech faceva la stessa denuncia nello stesso anno. In seguito a una vasta indagine nei campi spagnoli, francesi e italiani, Chadia Arab pubblicava “Le marocchine a Huelva con il ‘contratto in origine’. Partire per tornare meglio”, un lavoro che attraverso delle interviste con delle lavoratrici stagionali e attraverso un ampio lavoro sul campo riportava in luce la stessa situazione nel 2009. Il lavoro è diventato un libro lo scorso febbraio con il titolo “Signore delle Fragole, dita fatate, le invisibili della migrazione stagionale marocchina in Spagna”. In Marocco, la rivista Bladi.net parlava di questa realtà nel 2010. Nel 2016, Fatiha el Mouali, coautrice di questo articolo, faceva la stessa denuncia in una giornata su femminismo e violenza a Barcellona. Prima di tutto, bisogna mettere in chiaro quello che alla maggior parte delle persone sembra non essere molto importate. Chi sono queste donne? Si tratta di donne lavoratrici migranti in situazione di sfruttamento e sotto molteplici violenze nei campi andalusi; donne marocchine provenienti da una ex colonia spagnola. Tutte loro provengono da zone impoverite del Marocco, terre abbandonate dai governi locali e saccheggiate dai poteri coloniali. Molti marocchini, soprattutto uomini giovani, venivano a lavorare nei campi andalusi prima della chiusura delle frontiere. Venivano a fare il lavoro stagionale e se ne andavano, senza nessuna intenzione o necessità di fermarsi in Spagna. Tutto è cambiato quando il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato il Marocco, nel 1984, ad applicare un piano di austerità che forzava il Governo ad abbassare gli investimenti in educazione, sanità, infrastrutture e servizi sociali. Questo piano toccò in maniera molto acuta il nord del Marocco. Non è una casualità che, un anno dopo, lo Stato spagnolo chiuderà le frontiere con l’approvazione della Legge sull’Immigrazione. Tutto faceva parte dello stesso piano: impoverire il Marocco creando nel suo territorio la necessità di migrare mentre si sviluppava tutto il macchinario conforme ai dispositivi di controllo ed espulsione dei migranti che risulta essere tanto redditizio per l’Europa.

Capitalismo e patriarcato razziale: l’orrore nei campi di Huelva

Dobbiamo comprendere la forma attraverso cui alcuni lavori si razzializzano e si genderizzano. Le donne marocchine fanno il lavoro che la popolazione bianca spagnola non vuole fare. Sono loro che raccolgono le fragole, non gli uomini, dal momento che l’immaginario coloniale spagnolo ci ha costruito come esseri sottomessi e obbedienti. È necessario tenere conto che, per questi lavori, si assumano principalmente donne che non hanno ricevuto un’educazione formale, provenienti dalle aree rurali e impoverite, donne con meno di 45 anni che lasciano figli/e minori in Marocco. Questa è la cruda realtà. Tutto questo per poterle sottomettere, sfruttarle e abusarne con maggior facilità e assicurarsi che non fuggano quando le rimandano indietro. Ma non è tutto. Cosa sta veramente succedendo a Heulva? Teresa Palomo, fotogiornalista che si è trasferita nella provincia di Huelva, racconta delle condizioni nelle quali le donne marocchine lavorano, da anni, nei campi andalusi. Molte di queste donne non conoscono nemmeno il nome dell’azienda che le ingaggia e nemmeno come formalizzare un reclamo. Non si permette che lavoratrici sociali o attivistx entrino nelle aziende agricole e se, per casualità, una di queste lavoratrici riesce a mettersi in contatto con questx, succede quanto segue. I capisquadra godono del favore di alcune delle donne – le più anziane nelle campagne stagionali – che sono usate come “spie”. Quando i rappresentati politici, per esempio, stanno per scoprire quello che sta succedendo, queste “spie”, alleate dei capisquadra, sono utilizzate per negare tutte le denunce e confermare la posizione degli imprenditori. Se questi scoprono che esiste la possibilità di una denuncia pubblica, i proprietari delle imprese puniscono le responsabili. Come? Con una o due settimane senza lavoro e raccolta, o inviandole direttamente indietro in Marocco. Inoltre sono da aggiungere le difficoltà linguistiche. La stragrande maggioranza di loro non legge lo spagnolo, quindi avrebbero anche bisogno di interpreti per formalizzare i reclami. Molte delle donne che sono arrivate a Huelga hanno dovuto fare un enorme investimento per pagare i propri visti e viaggiare anche se, secondo gli accordi, i viaggi dovrebbero essere pagati dalle imprese. In tanti casi, non arrivano nemmeno a guadagnare soldi sufficienti per recuperare tali spese, dal momento che in nessun momento è garantito che lavoreranno per i tre mesi che dura la stagione. Inoltre, devono pagare il loro mantenimento e in alcuni casi anche pagare l’affitto della casa. Nella busta paga che hanno firmato non viene pagato quanto stipulato per il lavoro per il quale furono contattate. I capisquadra le assicurano che il resto sarà inviato loro quando torneranno in Marocco, però si tratta di accordi sulla parola che non compaiono in nessuno dei documenti legali. In molte occasioni, il denaro che manca, senza alcun consenso, è usato per pagare il prezzo del viaggio di ritorno. A causa del fatto che la maggior parte delle donne non sa leggere è impossibile per loro rendersi conto di essere state ingannate. Molte di loro non sono a conoscenza di quanto debbano riscuotere, quindi vengono pagate meno o direttamente vengono derubate senza alcun lamento. Teresa riferisce che in caso di malattia o di qualsiasi disturbo non vengono portate dal medico. Se non sanno come muoversi o non hanno alcuna persona che le aiuta, la situazione diventa dura, e se fanno domande, le puniscono non facendole lavorare. Inoltre, vivono in cortijos o baracche che sono a chilometri di distanza dal centro urbano, mal collegate, così che se devono comprare da mangiare o andare dal medico debbono camminare per delle ore. Il numero degli aborti in questa zona è estremamente alto, specialmente tra le donne migranti. Gli abusi sessuali e gli stupri sono costanti e rimangono impuniti nelle aziende che si perdono in mezzo ai campi. In effetti a molte delle lavoratrici succede quanto segue. Quando arrivano in Spagna, i capisquadra prendono i loro passaporti fino a quando non vengono espulse in Marocco. Per restituire i passaporti, i capisquadra chiedono enormi somme di denaro o favori sessuali. Il visto delle lavoratrici dura fino alla fine della stagione. Tuttavia, a causa delle denunce pubbliche, i capisquadra hanno deciso che la stagione è finita. Il fine è di rimandarle tutte in Marocco, anche se i campi sono pieni di fragole. Ad Almonte, dove lavorano le donne che hanno cominciato a denunciare – il giorno 16 del mese di Ramadan – non è rimasta nessuna donna, sono state tutte rimpatriate in Marocco.

L’eredità coloniale e la raccolta della fragola

Non si tratta di un tema astratto. Solo la comprensione della maniera in cui razza, classe e genere si intrecciano nell’ordine coloniale moderno ci aiuterà a capire le violenze strutturali che si verificano nei campi andalusi, esercitate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Quando le donne marocchine si trasferiscono (o vengono trasferite) dal Marocco alla Spagna sono ancora intrappolate, bloccate in queste relazioni coloniali di dominazione. Pertanto, è sufficiente denunciare l’impresa Doñana 1998 o i membri de la Manada diventati capisquadra delle piantagioni? No, non lo è. È sufficiente denunciare gli abusi sessuali e le violazioni degli accordi? No, non lo è. È necessario sottolineare cosa si intende per “razzismo, sessismo, pratiche del capitalismo razziale e imperialista dello Stato in quanto gerarchie collegate tra loro (come abbiamo già detto prima)”. L’eredità coloniale spagnola non può essere compresa senza tener conto della realtà del prelievo economico praticato da secoli dalle imprese spagnole in Marocco per sfruttare le materie prime e arricchire le casse della potenza straniera. Attualmente, oltre a quanto detto, si estraggono persone, attraverso diverse strategie, per fare i lavori che gli/le spagnolx non sono disposti a fare. I territori dello Stato spagnolo sono teatro di molteplici crociate contro “il moro” e, anche, sono gli incaricati del controllo dei confini dell’Europa. La legge sull’immigrazione è stata creata in modo che lo Stato spagnolo potesse disporre dei corpi delle popolazioni delle ex colonie mentre si riservava il diritto a disporre di loro quando non fossero più necessari, un obiettivo che è stato raggiunto. La cosiddetta legge sugli stranieri è stata promulgata, tra gli altri motivi, per “stranierizzare” la popolazione marocchina delle attuali colonie africane spagnole, Ceuta e Melilla, obbligandole a sottomettersi a un processo di “regolarizzazione o espulsione”. È attraverso questa legge che si inizia a costruire la categoria del migrante lavoratore (sempre) stagionale. Che le esperienze dei/delle morx sotto questa legge razzista e coloniale non abbiano alcun impatto mediatico e discorsivo, ha a che fare, appunto, con la forma specifica di razzismo che colpisce la popolazione marocchina. Non possiamo capire la situazione dei/delle lavoratrici stagionali marocchine a Huelva senza prestare attenzione alle relazioni di potere che sono state inaugurate con il colonialismo. Queste relazioni di potere continuano oggi e, soprattutto, attraverso i processi di disumanizzazione vissuti dalle persone provenienti dai territori colonizzati, adesso convertiti in “territori di origine migratoria”. Lo ripetiamo perché sembra che non sia stato ancora ben assunto: è il sistema razzista, sessista e coloniale che converte le donne marocchine lavoratrici stagionali a Huelva in soggetti superflui che possono essere sfruttate, lavorativamente e sessualmente. Il discorso coloniale sulle donne marocchine, che le costringe a essere sottomesse, oppresse e prive di mezzi politici, è diventato ancora più sofisticato nel tempo. Durante l’epoca coloniale, le storie di viaggiatori, antropologi e cronisti coloniali hanno costruito impunemente “la donna marocchina”. Attualmente, in un mondo globalizzato che continua a produrre gli stessi discorsi e schemi, sono necessari dispositivi di controllo più sofisticati. Questa immagine cade a pezzi nel momento in cui noi diventiamo carne in questi territori e soprattutto quando diventiamo una voce. Pertanto, bisognava disegnare nuove e migliori forme per renderci invisibili e renderci mute. La forma più efficace per realizzare ciò fu la Legge sull’emigrazione, dispositivo disumanizzante, razzista e patriarcale. Da una parte si vieta alle donne marocchine emigrate nello stato spagnolo, attraverso il ricongiungimento familiare di lavorare, relegandole così ad un ruolo eterno di cura non retribuita. Così allo stesso tempo l’unica maniera che permette a una donna marocchina di lavorare è nell’ambito domestico. Ossia, occupando sempre lo stesso ruolo di cura, questa volta pagato, ma senza alcun diritto. Infine, ci sono le lavoratrici dei campi di Huelva, che hanno un permesso di lavoro. Di fatto la sola cosa che possiedono. Le ONG della zona, come Cruz Roja o Cepaim, sostengono di non avere prove di quello che sta accadendo. È importante notare che nessuna delle due è presente nei campi e cortijos in cui lavorano e vivono le donne per provare le denunce. Non avere la prova di un segreto di Pulcinella significa solo che si è complici. Non chiederemo a queste istituzioni una radicalità antirazzista che non fa parte, né mai farà parte, dei loro programmi. Però, se sono interessate a occuparsi dell’assistenza primaria, bisogna dire che, nel caso della situazione delle lavoratrici migranti nel campi andalusi, stanno evitando di occuparsi di questo compito in maniera allarmante. Dall’altra parte, vengono prodotte delle narrazioni e strategie femministe che non sono capaci di percepire la loro bianchezza e superare i limiti insiti nelle loro denunce e analisi ben intenzionate. Ignorare costantemente le questioni razziali e coloniali ha un prezzo che va ben oltre la teoria. Queste strategie non sono sufficienti e, quando queste omissioni si ripetono, diventano complici del capitalismo razziale e del patriarcato, oltre che dell’imperialismo. Questo è il motivo per cui è così necessario e urgente fare appello alle femministe, in modo che possano distaccarsi dalle loro esperienze particolari e locali, al fine di unirsi alla lotta delle donne marocchine senza imporre delle letture e strategie che lungi dall’aiutarle a liberarle finiscono per legittimare e radicare la violenza strutturale che le opprime. Dobbiamo anche allargare l’appello alle organizzazioni che combattono in questo territorio per i diritti umani e chiedere loro lo stesso esercizio di decentramento al fine di sviluppare strumenti efficaci tra tutti.

La donna marocchina esprime dignità e resistenza

I popoli marocchini manifestano resistenza e dignità. Il Rif, Yerada e il boicottaggio di Danone, Sidi Ali e Afriquia lo stanno ricordando. Le donne marocchine esprimono resistenza e dignità. Noi lo sappiamo, le nostre nonne e le nostre madri ce l’hanno insegnato. Le stagionali della fragola di Heulva ce lo stanno ricordando. Per noi, le denunce e le proteste a Huelva fanno parte di un momento politico della popolazione marocchina che non sta avendo l’attenzione che merita e che non è riducibile alla retorica che tiene come unico soggetto politico la classe operaia e “le donne”. Questo momento politico ci porta a farci illusioni con il risveglio di una consapevolezza che non è altro che quella che motivò Abdel Krim contro il colonialismo spagnolo. Le donne marocchine che oggi protestano contro il potere coloniale e razzista spagnolo sono mosse dallo stesso spirito di dignità. Quando ci uniremo ai/alle marocchinx della diaspora in Spagna? E le/gli altrx? Non dimentichiamo le centinaia di uomini razzializzati, soprattutto mori e neri, che lavorano nella stessa situazione e ricevono le stesse violenze nelle serre andaluse. Fratelli, anche a voi crediamo.

Tradotto da: https://www.elsaltodiario.com/explotacion-laboral/las-moras-de-la-fresa-contra-el-racismo-y-el-sexismo

INTERSEZIONI_Rassegna maggio-settembre 2018

Il blog collettivo “La piega” è nato nel luglio del 2017 con l’obiettivo di dare una lettura intersezionale alle diverse tematiche legate alla liberazione e al superamento delle oppressioni che viviamo nelle nostre vite e che attraversano la società in cui viviamo. Il posizionamento contro le frontiere e la repressione delle persone migranti o la loro gestione nel circuito della cosiddetta accoglienza, l’apertura di un dibattito sulla relazione tra animale e umano in un’ottica antispecista, l’approfondimento del confonto nei mondi del transfemminismo queer, la messa in discussione del linguaggio e degli obiettivi della sinistra e l’autoreferenzialità dei percorsi di movimento: questi sono alcuni temi che hanno caratterizzato il lavoro del blog in questi mesi, con i nostri post e le varie traduzioni di contributi che abbiamo reputato interessanti. In occasione della pubblicazione del numero zero cartaceo de “La piega”, abbiamo deciso di raggiungere un altro obiettivo che ci eravamo posti all’inizio del nostro percorso e cioè mettere in relazione e confronto esperienze di lotta e di riflessione che si sviluppano su varie tematiche, sempre in un’ottica intersezionale. Per questo motivo è nata questa rassegna di quattro incontri, rassegna che abbiamo chiamato appunto “Intersezioni”, con lo scopo di aprire un’altra piega, un luogo fisico di scambio di idee e di relazioni complici nel medesimo percorso ed esperienza di liberazione contro le oppressioni. Questo è il programma competo di “Intersezioni”:

Sabato 19 maggio ore 20.00 – Spazio sociale “Murotorto” Eboli (Sa).

Proiezione del documentario “No Pet” sul randagismo e dibattito con l’autore Davide Majocchi. A seguire cena sociale e dj set.

Domenica 3 giugno ore 18.00 – sede Cobas – via R.Cocchia, Salerno

TSO, dalla proposta di riforma al superamento del controllo psichiatrico, dibattito con il collettivo “Senzanumero”.

Domenica 17 giugno ore 11 – Spazio sociale “Murotorto” Eboli (Sa).

Dai ghetti ai campi di lavoro. L’evoluzione del sistema di “accoglienza”, repressione e sfruttamento delle persone migranti. Incontro di formazione con la rete “Campagne in lotta”.

A seguire pranzo sociale.

Domenica 16 settembre. Dibattito su “L’opera di Mario Mieli e il rapporto tra generi e sfruttamento del lavoro” con F.Zappino e le Cagne sciolte