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Las moras delle fragole contro il razzismo e il sessismo

Di Fatiha El Mouali e Salma Amzian

In questi giorni, il livello di vittimizzazione e paternalismo che abbiamo potuto osservare, ascoltare e leggere sulle proteste e le denunce delle donne marocchine, lavoratrici stagionali delle fragole nella provincia di Huelva, ha raggiunto livelli insopportabili. La Spagna sembra essere sorpresa da situazioni che vanno avanti da anni e che denunciamo da un decennio. Nadia Messaoudi aveva già denunciato, nel 2008, la situazione delle donne marocchine nei campi di Huelva pubblicando su un sito internet francese un articolo intitolato: “12000 donne marocchine per le fragole spagnole”. Anche Jaouad Midech faceva la stessa denuncia nello stesso anno. In seguito a una vasta indagine nei campi spagnoli, francesi e italiani, Chadia Arab pubblicava “Le marocchine a Huelva con il ‘contratto in origine’. Partire per tornare meglio”, un lavoro che attraverso delle interviste con delle lavoratrici stagionali e attraverso un ampio lavoro sul campo riportava in luce la stessa situazione nel 2009. Il lavoro è diventato un libro lo scorso febbraio con il titolo “Signore delle Fragole, dita fatate, le invisibili della migrazione stagionale marocchina in Spagna”. In Marocco, la rivista Bladi.net parlava di questa realtà nel 2010. Nel 2016, Fatiha el Mouali, coautrice di questo articolo, faceva la stessa denuncia in una giornata su femminismo e violenza a Barcellona. Prima di tutto, bisogna mettere in chiaro quello che alla maggior parte delle persone sembra non essere molto importate. Chi sono queste donne? Si tratta di donne lavoratrici migranti in situazione di sfruttamento e sotto molteplici violenze nei campi andalusi; donne marocchine provenienti da una ex colonia spagnola. Tutte loro provengono da zone impoverite del Marocco, terre abbandonate dai governi locali e saccheggiate dai poteri coloniali. Molti marocchini, soprattutto uomini giovani, venivano a lavorare nei campi andalusi prima della chiusura delle frontiere. Venivano a fare il lavoro stagionale e se ne andavano, senza nessuna intenzione o necessità di fermarsi in Spagna. Tutto è cambiato quando il Fondo Monetario Internazionale ha obbligato il Marocco, nel 1984, ad applicare un piano di austerità che forzava il Governo ad abbassare gli investimenti in educazione, sanità, infrastrutture e servizi sociali. Questo piano toccò in maniera molto acuta il nord del Marocco. Non è una casualità che, un anno dopo, lo Stato spagnolo chiuderà le frontiere con l’approvazione della Legge sull’Immigrazione. Tutto faceva parte dello stesso piano: impoverire il Marocco creando nel suo territorio la necessità di migrare mentre si sviluppava tutto il macchinario conforme ai dispositivi di controllo ed espulsione dei migranti che risulta essere tanto redditizio per l’Europa.

Capitalismo e patriarcato razziale: l’orrore nei campi di Huelva

Dobbiamo comprendere la forma attraverso cui alcuni lavori si razzializzano e si genderizzano. Le donne marocchine fanno il lavoro che la popolazione bianca spagnola non vuole fare. Sono loro che raccolgono le fragole, non gli uomini, dal momento che l’immaginario coloniale spagnolo ci ha costruito come esseri sottomessi e obbedienti. È necessario tenere conto che, per questi lavori, si assumano principalmente donne che non hanno ricevuto un’educazione formale, provenienti dalle aree rurali e impoverite, donne con meno di 45 anni che lasciano figli/e minori in Marocco. Questa è la cruda realtà. Tutto questo per poterle sottomettere, sfruttarle e abusarne con maggior facilità e assicurarsi che non fuggano quando le rimandano indietro. Ma non è tutto. Cosa sta veramente succedendo a Heulva? Teresa Palomo, fotogiornalista che si è trasferita nella provincia di Huelva, racconta delle condizioni nelle quali le donne marocchine lavorano, da anni, nei campi andalusi. Molte di queste donne non conoscono nemmeno il nome dell’azienda che le ingaggia e nemmeno come formalizzare un reclamo. Non si permette che lavoratrici sociali o attivistx entrino nelle aziende agricole e se, per casualità, una di queste lavoratrici riesce a mettersi in contatto con questx, succede quanto segue. I capisquadra godono del favore di alcune delle donne – le più anziane nelle campagne stagionali – che sono usate come “spie”. Quando i rappresentati politici, per esempio, stanno per scoprire quello che sta succedendo, queste “spie”, alleate dei capisquadra, sono utilizzate per negare tutte le denunce e confermare la posizione degli imprenditori. Se questi scoprono che esiste la possibilità di una denuncia pubblica, i proprietari delle imprese puniscono le responsabili. Come? Con una o due settimane senza lavoro e raccolta, o inviandole direttamente indietro in Marocco. Inoltre sono da aggiungere le difficoltà linguistiche. La stragrande maggioranza di loro non legge lo spagnolo, quindi avrebbero anche bisogno di interpreti per formalizzare i reclami. Molte delle donne che sono arrivate a Huelga hanno dovuto fare un enorme investimento per pagare i propri visti e viaggiare anche se, secondo gli accordi, i viaggi dovrebbero essere pagati dalle imprese. In tanti casi, non arrivano nemmeno a guadagnare soldi sufficienti per recuperare tali spese, dal momento che in nessun momento è garantito che lavoreranno per i tre mesi che dura la stagione. Inoltre, devono pagare il loro mantenimento e in alcuni casi anche pagare l’affitto della casa. Nella busta paga che hanno firmato non viene pagato quanto stipulato per il lavoro per il quale furono contattate. I capisquadra le assicurano che il resto sarà inviato loro quando torneranno in Marocco, però si tratta di accordi sulla parola che non compaiono in nessuno dei documenti legali. In molte occasioni, il denaro che manca, senza alcun consenso, è usato per pagare il prezzo del viaggio di ritorno. A causa del fatto che la maggior parte delle donne non sa leggere è impossibile per loro rendersi conto di essere state ingannate. Molte di loro non sono a conoscenza di quanto debbano riscuotere, quindi vengono pagate meno o direttamente vengono derubate senza alcun lamento. Teresa riferisce che in caso di malattia o di qualsiasi disturbo non vengono portate dal medico. Se non sanno come muoversi o non hanno alcuna persona che le aiuta, la situazione diventa dura, e se fanno domande, le puniscono non facendole lavorare. Inoltre, vivono in cortijos o baracche che sono a chilometri di distanza dal centro urbano, mal collegate, così che se devono comprare da mangiare o andare dal medico debbono camminare per delle ore. Il numero degli aborti in questa zona è estremamente alto, specialmente tra le donne migranti. Gli abusi sessuali e gli stupri sono costanti e rimangono impuniti nelle aziende che si perdono in mezzo ai campi. In effetti a molte delle lavoratrici succede quanto segue. Quando arrivano in Spagna, i capisquadra prendono i loro passaporti fino a quando non vengono espulse in Marocco. Per restituire i passaporti, i capisquadra chiedono enormi somme di denaro o favori sessuali. Il visto delle lavoratrici dura fino alla fine della stagione. Tuttavia, a causa delle denunce pubbliche, i capisquadra hanno deciso che la stagione è finita. Il fine è di rimandarle tutte in Marocco, anche se i campi sono pieni di fragole. Ad Almonte, dove lavorano le donne che hanno cominciato a denunciare – il giorno 16 del mese di Ramadan – non è rimasta nessuna donna, sono state tutte rimpatriate in Marocco.

L’eredità coloniale e la raccolta della fragola

Non si tratta di un tema astratto. Solo la comprensione della maniera in cui razza, classe e genere si intrecciano nell’ordine coloniale moderno ci aiuterà a capire le violenze strutturali che si verificano nei campi andalusi, esercitate dallo Stato e dalle sue istituzioni. Quando le donne marocchine si trasferiscono (o vengono trasferite) dal Marocco alla Spagna sono ancora intrappolate, bloccate in queste relazioni coloniali di dominazione. Pertanto, è sufficiente denunciare l’impresa Doñana 1998 o i membri de la Manada diventati capisquadra delle piantagioni? No, non lo è. È sufficiente denunciare gli abusi sessuali e le violazioni degli accordi? No, non lo è. È necessario sottolineare cosa si intende per “razzismo, sessismo, pratiche del capitalismo razziale e imperialista dello Stato in quanto gerarchie collegate tra loro (come abbiamo già detto prima)”. L’eredità coloniale spagnola non può essere compresa senza tener conto della realtà del prelievo economico praticato da secoli dalle imprese spagnole in Marocco per sfruttare le materie prime e arricchire le casse della potenza straniera. Attualmente, oltre a quanto detto, si estraggono persone, attraverso diverse strategie, per fare i lavori che gli/le spagnolx non sono disposti a fare. I territori dello Stato spagnolo sono teatro di molteplici crociate contro “il moro” e, anche, sono gli incaricati del controllo dei confini dell’Europa. La legge sull’immigrazione è stata creata in modo che lo Stato spagnolo potesse disporre dei corpi delle popolazioni delle ex colonie mentre si riservava il diritto a disporre di loro quando non fossero più necessari, un obiettivo che è stato raggiunto. La cosiddetta legge sugli stranieri è stata promulgata, tra gli altri motivi, per “stranierizzare” la popolazione marocchina delle attuali colonie africane spagnole, Ceuta e Melilla, obbligandole a sottomettersi a un processo di “regolarizzazione o espulsione”. È attraverso questa legge che si inizia a costruire la categoria del migrante lavoratore (sempre) stagionale. Che le esperienze dei/delle morx sotto questa legge razzista e coloniale non abbiano alcun impatto mediatico e discorsivo, ha a che fare, appunto, con la forma specifica di razzismo che colpisce la popolazione marocchina. Non possiamo capire la situazione dei/delle lavoratrici stagionali marocchine a Huelva senza prestare attenzione alle relazioni di potere che sono state inaugurate con il colonialismo. Queste relazioni di potere continuano oggi e, soprattutto, attraverso i processi di disumanizzazione vissuti dalle persone provenienti dai territori colonizzati, adesso convertiti in “territori di origine migratoria”. Lo ripetiamo perché sembra che non sia stato ancora ben assunto: è il sistema razzista, sessista e coloniale che converte le donne marocchine lavoratrici stagionali a Huelva in soggetti superflui che possono essere sfruttate, lavorativamente e sessualmente. Il discorso coloniale sulle donne marocchine, che le costringe a essere sottomesse, oppresse e prive di mezzi politici, è diventato ancora più sofisticato nel tempo. Durante l’epoca coloniale, le storie di viaggiatori, antropologi e cronisti coloniali hanno costruito impunemente “la donna marocchina”. Attualmente, in un mondo globalizzato che continua a produrre gli stessi discorsi e schemi, sono necessari dispositivi di controllo più sofisticati. Questa immagine cade a pezzi nel momento in cui noi diventiamo carne in questi territori e soprattutto quando diventiamo una voce. Pertanto, bisognava disegnare nuove e migliori forme per renderci invisibili e renderci mute. La forma più efficace per realizzare ciò fu la Legge sull’emigrazione, dispositivo disumanizzante, razzista e patriarcale. Da una parte si vieta alle donne marocchine emigrate nello stato spagnolo, attraverso il ricongiungimento familiare di lavorare, relegandole così ad un ruolo eterno di cura non retribuita. Così allo stesso tempo l’unica maniera che permette a una donna marocchina di lavorare è nell’ambito domestico. Ossia, occupando sempre lo stesso ruolo di cura, questa volta pagato, ma senza alcun diritto. Infine, ci sono le lavoratrici dei campi di Huelva, che hanno un permesso di lavoro. Di fatto la sola cosa che possiedono. Le ONG della zona, come Cruz Roja o Cepaim, sostengono di non avere prove di quello che sta accadendo. È importante notare che nessuna delle due è presente nei campi e cortijos in cui lavorano e vivono le donne per provare le denunce. Non avere la prova di un segreto di Pulcinella significa solo che si è complici. Non chiederemo a queste istituzioni una radicalità antirazzista che non fa parte, né mai farà parte, dei loro programmi. Però, se sono interessate a occuparsi dell’assistenza primaria, bisogna dire che, nel caso della situazione delle lavoratrici migranti nel campi andalusi, stanno evitando di occuparsi di questo compito in maniera allarmante. Dall’altra parte, vengono prodotte delle narrazioni e strategie femministe che non sono capaci di percepire la loro bianchezza e superare i limiti insiti nelle loro denunce e analisi ben intenzionate. Ignorare costantemente le questioni razziali e coloniali ha un prezzo che va ben oltre la teoria. Queste strategie non sono sufficienti e, quando queste omissioni si ripetono, diventano complici del capitalismo razziale e del patriarcato, oltre che dell’imperialismo. Questo è il motivo per cui è così necessario e urgente fare appello alle femministe, in modo che possano distaccarsi dalle loro esperienze particolari e locali, al fine di unirsi alla lotta delle donne marocchine senza imporre delle letture e strategie che lungi dall’aiutarle a liberarle finiscono per legittimare e radicare la violenza strutturale che le opprime. Dobbiamo anche allargare l’appello alle organizzazioni che combattono in questo territorio per i diritti umani e chiedere loro lo stesso esercizio di decentramento al fine di sviluppare strumenti efficaci tra tutti.

La donna marocchina esprime dignità e resistenza

I popoli marocchini manifestano resistenza e dignità. Il Rif, Yerada e il boicottaggio di Danone, Sidi Ali e Afriquia lo stanno ricordando. Le donne marocchine esprimono resistenza e dignità. Noi lo sappiamo, le nostre nonne e le nostre madri ce l’hanno insegnato. Le stagionali della fragola di Heulva ce lo stanno ricordando. Per noi, le denunce e le proteste a Huelva fanno parte di un momento politico della popolazione marocchina che non sta avendo l’attenzione che merita e che non è riducibile alla retorica che tiene come unico soggetto politico la classe operaia e “le donne”. Questo momento politico ci porta a farci illusioni con il risveglio di una consapevolezza che non è altro che quella che motivò Abdel Krim contro il colonialismo spagnolo. Le donne marocchine che oggi protestano contro il potere coloniale e razzista spagnolo sono mosse dallo stesso spirito di dignità. Quando ci uniremo ai/alle marocchinx della diaspora in Spagna? E le/gli altrx? Non dimentichiamo le centinaia di uomini razzializzati, soprattutto mori e neri, che lavorano nella stessa situazione e ricevono le stesse violenze nelle serre andaluse. Fratelli, anche a voi crediamo.

Tradotto da: https://www.elsaltodiario.com/explotacion-laboral/las-moras-de-la-fresa-contra-el-racismo-y-el-sexismo

INTERSEZIONI_Rassegna maggio-settembre 2018

Il blog collettivo “La piega” è nato nel luglio del 2017 con l’obiettivo di dare una lettura intersezionale alle diverse tematiche legate alla liberazione e al superamento delle oppressioni che viviamo nelle nostre vite e che attraversano la società in cui viviamo. Il posizionamento contro le frontiere e la repressione delle persone migranti o la loro gestione nel circuito della cosiddetta accoglienza, l’apertura di un dibattito sulla relazione tra animale e umano in un’ottica antispecista, l’approfondimento del confonto nei mondi del transfemminismo queer, la messa in discussione del linguaggio e degli obiettivi della sinistra e l’autoreferenzialità dei percorsi di movimento: questi sono alcuni temi che hanno caratterizzato il lavoro del blog in questi mesi, con i nostri post e le varie traduzioni di contributi che abbiamo reputato interessanti. In occasione della pubblicazione del numero zero cartaceo de “La piega”, abbiamo deciso di raggiungere un altro obiettivo che ci eravamo posti all’inizio del nostro percorso e cioè mettere in relazione e confronto esperienze di lotta e di riflessione che si sviluppano su varie tematiche, sempre in un’ottica intersezionale. Per questo motivo è nata questa rassegna di quattro incontri, rassegna che abbiamo chiamato appunto “Intersezioni”, con lo scopo di aprire un’altra piega, un luogo fisico di scambio di idee e di relazioni complici nel medesimo percorso ed esperienza di liberazione contro le oppressioni. Questo è il programma competo di “Intersezioni”:

Sabato 19 maggio ore 20.00 – Spazio sociale “Murotorto” Eboli (Sa).

Proiezione del documentario “No Pet” sul randagismo e dibattito con l’autore Davide Majocchi. A seguire cena sociale e dj set.

Domenica 3 giugno ore 18.00 – sede Cobas – via R.Cocchia, Salerno

TSO, dalla proposta di riforma al superamento del controllo psichiatrico, dibattito con il collettivo “Senzanumero”.

Domenica 17 giugno ore 11 – Spazio sociale “Murotorto” Eboli (Sa).

Dai ghetti ai campi di lavoro. L’evoluzione del sistema di “accoglienza”, repressione e sfruttamento delle persone migranti. Incontro di formazione con la rete “Campagne in lotta”.

A seguire pranzo sociale.

Domenica 16 settembre. Dibattito su “L’opera di Mario Mieli e il rapporto tra generi e sfruttamento del lavoro” con F.Zappino e le Cagne sciolte

Sessismo e specismo: quale connessione?

Tratto da http://vine.bravebirds.org

Il farmaco Premarin è fatto con l’urina di cavalle in gravidanza. Le fattrici vengono crudelmente
confinate e sottoposte a procedure invasive durante la gravidanza solo per vedersi sottrarre i puledri subito dopo la nascita. Questa perversione dei cicli riproduttivi delle cavalle produce un
farmaco dannoso che viene commercializzato alle donne per convincerle che i loro naturali cicli
riproduttivi sono segni di malattia. Commercializzato come una cura per la menopausa, Premarin fa male sia alle cavalle che alle donne per fornire profitti ad una società farmaceutica.
Questa intersezione tra l’oppressione delle donne e l’oppressione degli animali non è unica. Le donne e gli animali, insieme alla terra e ai bambini, sono stati storicamente considerati proprietà dei capi delle famiglie. Il patriarcato (il controllo maschile della vita politica e familiare) e il pastoralismo (il modo di vivere degli animali) sono comparsi sul palcoscenico storico insieme e non possono essere separati, perché sono giustificati e perpetuati dalle stesse ideologie e pratiche.
Sia le donne che gli animali sono stati storicamente considerati meno intelligenti e più vicini alla natura degli uomini. Tattiche come l’oggettivazione, il mettere in ridicolo e il controllo della riproduzione sono state e continuano ad essere utilizzate per controllare e sfruttare sia le donne che gli animali. Ecco alcuni dei sintomi attuali dell’intersezione malata tra lo specismo e il sessismo:

Latte
Il latte può essere definito come lo sfruttamento delle capacità riproduttive della mucca per
produrre profitti per l’industria lattiero-casearia. Le mucche sono forzatamente e ripetutamente
ingravidate in modo che i loro corpi producano il latte destinato a sostenere i vitelli. La gente poi ruba sia il latte che i vitelli. Le mucche soffrono di disturbi fisici dolorosi, come la mastite, nonché
dell’angoscia di vedersi strappare i propri figli e la propria libertà. Nel contempo il latte e i suoi
prodotti sono responsabili di una malsana accelerazione nella comparsa delle mestruazioni nelle
ragazze e sono anche correlati con il cancro al seno nelle donne.
Così le ghiandole mammarie delle mucche vengono sfruttate per produrre un prodotto che danneggia le ghiandole mammarie delle donne.

Stupro
Una donna su tre è aggredita sessualmente nella sua vita — una su quattro prima dei 18 anni. Gli
esperti concordano sul fatto che lo stupro riguarda il potere, non il sesso. Lo stupro mette in atto l’idea che le donne e i bambini sono oggetti che possono essere usati per piacere senza riguardo per i loro desideri o esperienze soggettive. Lo stesso atteggiamento è alla base di una serie di pratiche abusive nei confronti degli animali, che vanno dai circhi all’allevamento industriale. Anche gli animali vengono violentati, a volte per il piacere del maschio umano stupratore ma più spesso per controllare la loro riproduzione in modo che le imprese possano avere il piacere del profitto.

Combattimenti tra galli
Gli stereotipi sessuali e di genere danneggiano sia gli animali umani che non umani. Nel
combattimento tra galli, il comportamento naturale dei galli (che combatteranno fino alla morte per
proteggere il gregge dai predatori) viene pervertito in modo tale da costringerli a recitare le idee umane sulla mascolinità. Gli uccelli sono traumatizzati e sistematicamente messi in pericolo in modo che i loro padroni possano sentirsi dei grandi uomini. Muoiono in maschere stilizzate di mascolinità che non hanno nulla a che fare con il comportamento naturale degli uccelli ma solo con tutto ciò che è utile a rafforzare le idee umane sul genere. Nel frattempo anche i ragazzi umani vengono traumatizzati perconformarsi alle idee comuni della mascolinità. Coloro che non lo fanno potrebbero subire abusi verbali o fisici di natura omofobica fino ad arrivare anche alla morte.

La Violenza Domestica
La violenza domestica è un modo in cui gli uomini mantengono il controllo delle donne, dei bambini e degli animali nelle loro famiglie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha identificato la violenza domestica contro le donne come un’emergenza sanitaria globale di prim’ordine. Qui negli Stati Uniti, la violenza da parte del partner è la ragione principale per cui le donne arrivano al pronto soccorso e almeno due donne incinte su dieci vengono picchiate dai loro partner maschi. Molto spesso, la violenza domestica comprende l’abuso di animali da compagnia come un modo per spaventare, traumatizzare, o controllare le donne. Molte donne rimangono in famiglie pericolose perché i ricoveri per le donne maltrattate non accettano gli animali e temono ciò che accadrà ai loro compagni animali se li lasciano soli con l’aggressore. Nessuno sa quanti animali da compagnia sono stati uccisi da abusanti domestici o quante donne sono morte perché sono rimaste per proteggere un animale da compagnia.

Uova
Qualcuno di noi può immaginare la vita di galline allevate in batteria — uccelli! — ammassati nelle
gabbie senza abbastanza spazio per allargare le loro ali o sdraiarsi comodamente… incapaci di
nidificare o di trascorrere del tempo con i galli o deporre le loro uova in privato… con le punte dei loro becchi bruciate in modo che non si becchino a morte per frustrazione e sofferenza? E perché? Perché le aziende possano trarre profitto dai frutti dei loro sistemi riproduttivi: le loro preziose uova. Il controllo della riproduzione è uno dei fondamenti dello specismo e del sessismo. In effetti, proprio come le galline sono oppresse in particolare per poter sfruttare i loro organi riproduttivi, sono in molti a credere che il punto d’origine del patriarcato sia stato il controllo dei sistemi riproduttivi delle donne.

Turismo Sessuale
A nessuno piace parlarne, ma è vero. Ora, in molti paesi poveri, e anche qui negli Stati Uniti, le donne e i bambini sono letteralmente ridott* in schiavitù dall’industria del sesso. I clienti – gli uomini che impongono consapevolmente sesso a ragazze, ragazzi e donne che non sono liberi di rifiutarsi- uomini che a volte viaggiano in altre città o paesi stranieri solo per poterlo fare così – sono quasi esclusivamente provenienti dagli Stati Uniti e da altri paesi ricchi. Rinchius* e violentat* ogni giorno, queste donne e questi bambini subiscono traumi fisici ed emotivi indicibili. Come le galline nelle fabbriche di uova, molt* vengono uccis* quando i loro corpi sono diventati così esausti a causa degli abusi che non è più redditizio sostenerli.

Uno dei principi fondamentali del movimento di liberazione animale è che non c’è differenza morale tra umani e animali non umani. Se qualcosa non dovrebbe essere fatto agli umani, non dovrebbe essere fatto agli animali. E viceversa. Se prendiamo seriamente la liberazione animale, allora dobbiamo lavorare per la liberazione di tutti gli animali, umani e non umani. Se prendiamo seriamente il femminismo, allora dobbiamo evitare lo specismo proprio come evitiamo il sessismo.

Oltre l’autorappresentazione, mettiamo in gioco i nostri corpi

1. Dopo le elezioni del 4 marzo la situazione politica del paese resta incerta e presenta alcuni aspetti di novità rispetto al passato. Le urne hanno bocciato sonoramente i partiti che hanno governato la crisi negli ultimi anni attraverso l’attuazione delle politiche europee e invece hanno premiato chi si è tenuto (almeno nella retorica) in una posizione contro l’austerity o ha proposto una rottura con Bruxelles. Soprattutto nel mezzogiorno, i Cinque Stelle sono stati riconosciuti da milioni di persone come l’unica alternativa elettorale credibile al fallimento delle politiche del lavoro di Renzi, Confindustria e soci. Quello che resta incerto, pur in un quadro di sostanziale stabilità complessiva del dominio capitalista nel nostro paese, è chi avrà la direzione politica che dovrà guidare l’accumulazione del capitale nei prossimi anni: diversamente da quella che viene spacciata come una presunta “uscita dalla crisi” da destra o da sinistra, si tratta di capire quali saranno gli schieramenti che avranno in mano questo ruolo che sarà giocoforza usato contro le persone sfruttate. Completamente scartata dagli elettori è stata la possibilità di tentare una via di uscita da sinistra: diversamente rispetto ad altri paesi come Inghilterra, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo etc., la sinistra cosiddetta radicale è stata giudicata come interna al disastro provocato dalla sinistra liberale e non le si è data nessuna chance di guidare eventualmente un governo che conciliasse (fittiziamente) gli interessi del capitale con quelli di chi è sfruttatx. La stessa esperienza di “Potere al popolo!” raccoglie la metà dei voti della lista di “Rivoluzione Civile” del 2013 e si colloca così nella lunga scia dei tentativi falliti di rianimare il cadavere politico di Rifondazione Comunista.

2. Il fallimento di “Potere al popolo!” (PaP) ci porta dritti alla questione che più ci interessa, ovvero quella della ripresa dei movimenti anticapitalisti e rivoluzionari in questo paese. Il tentativo elettorale di PaP aveva anche il chiaro obiettivo di mettere un cappello e realizzare un’egemonia politica sui movimenti di lotta che si muovono ancora in Italia, un tentativo di ridurre e presentare tutte le lotte e le esperienze antagoniste sotto l’unica regia del centro sociale Ex-Opg di Napoli. Questa struttura politica, forte del sostegno del sindaco De Magistris, ha pensato di allearsi con vari gruppi della sinistra (Rifondazione, Pci, Usb, Sinistra Anticapitalista, Rete dei Comunisti, Eurostop etc.) per riuscire a presentarsi come l’avanguardia delle lotte e dei “centri sociali” e iniziare a costruire il proprio partito. Lo scarso risultato elettorale di PaP non può lasciare quindi in secondo piano la ricaduta politica negativa che avrà comunque questa operazione: la cultura fortemente lavorista e riformista moderata di Ex-Opg (rimarranno agli annali le dichiarazioni a favore della Costituzione) ha portato un deciso arretramento nel dibattito politico delle varie realtà anticapitaliste, e alle persone coinvolte in questo percorso (tante e tanti militanti di base a cui si è lisciato continuamente il pelo per tenerle in futuro legate alla dirigenza dell’Ex-Opg) si è proposta una strada completamente fallimentare. Non c’è nessuno spazio per la sinistra radicale a livello elettorale, ma non c’è nemmeno uno spazio di autorappresentazione delle lotte da usare per portare avanti un politica riformista già ampiamente bocciata dal passato remoto e recente: basti pensare al fallimento di Syriza, un partito arrivato al governo in seguito a una mobilitazione popolare molto forte e con il sostegno di varie esperienze sociali e mutualistiche, che ora gestisce i lager per migranti e le politiche di austerità.

3. In questo scenario piuttosto sconfortante restano varie esperienze importanti e significative che ci danno comunque una prospettiva politica di impegno per i prossimi anni. È certo dura non avere le scorte di entusiasmo di “Potere al popolo!”, ma possiamo far valere almeno la nostra rabbia contro le oppressioni. Ci sono lotte molto dure in questo paese, lotte che hanno visto negli ultimi mesi l’uccisione da parte dello Stato di alcuni nostri compagni e vedono in generale una repressione molto forte: dalle lotte dei/delle migranti ai movimenti femministi, dalle pratiche antifasciste alle lotte sindacali, sono tante le situazioni in cui c’è bisogno di mettere in gioco i nostri corpi. Costruire una presenza rivoluzionaria qui e ora è davvero un’impresa complicata, non solo per la repressione ma anche per la tara politica di una militanza diffusa che crede sia più facile e comodo postare su internet le scene di poche lotte (alle quali magari non si è nemmeno partecipato) per risultare efficaci e poi legittimarsi nei contesti politici più allargati. Così facendo però si aumenta solo il proprio ego ipertrofico (anche detto “entusiasmo”) e si ostacolano di fatto i percorsi di lotta. Abbiamo visto in queste settimane anche compagni e compagne denunciate in seguito alle riprese filmate dei cortei fatte non dalla questura ma da alcuni gruppi che dicono di partecipare ai movimenti. Rompere questo gioco delle identità e della legittimazione dei leaderini di movimento che si fanno pubblicità (magari per poi presentarsi alle elezioni) ci sembra un presupposto decisivo per fare chiarezza, cominciando anche a discutere di cosa significhi “mutualismo” in contesti non conflittuali ma solo utili a quella autorappresentazione così deprimente e dilagante. Spesso le pratiche mutualistiche proposte dai movimenti non sono altro che piccole esperienze di impresa privata, cooperativa o meno, gestita dalla direzione di alcune strutture politiche. Vediamo anche la ripresa dell’idea tipicamente cattolica della sussidiarietà nei confronti dell’intervento statale, oppure il progetto di controllare quello che fanno le istituzioni rispetto ad un loro presunto dovere: si è finiti addirittura per affiancare la polizia o le Asl locali in nome di un presunto decoro e buon funzionamento di istituti repressivi come i centri di accoglienza per migranti. Come scrive il Comitato Invisibile, “Pochi settori hanno sviluppato un amore così fanatico della contabilità,  per cura della legalità, della trasparenza o dell’esemplarità, quanto quello dell’economia sociale e solidale. In confronto qualsiasi PMI è un lupanare contabile. Abbiamo centocinquanta anni d’esperienza di  cooperative per sapere che queste non hanno mai minimamente minacciato il capitalismo. Quelle che sopravvivono finiscono, presto o tardi, per  divenire delle imprese come le altre. Non esiste «un’altra economia», ciò che esiste è un altro rapporto all’economia. Un rapporto di distanza e di ostilità, giustamente” [Estratto da Comité invisible, Maintenant, la Fabrique, Paris 2017, pp.87-107(trad. a cura di quieora international).

4. Essere presenti nelle lotte costa fatica, sacrificio, ci sono poche soddisfazioni e non ci appartiene la cultura religiosa del martirio bensì quella della pratica comune e della gioia. La costruzione di percorsi non identitari e conflittuali deve nascere attraverso pratiche orizzontali e non verticistiche, pratiche che superino quel leaderismo machista che tanti danni ha fatto ai movimenti in questi anni. L’obiettivo che ci prefiggiamo non può essere una mera ricostruzione della “sinistra”, un luogo ideale ormai scomparso dal parlamento così come ripudiato nella società, il nostro percorso deve invece riguardare la ripresa di una conflittualità rivoluzionaria e intersezionale di fronte alle varie oppressioni. Non ci interessa dunque nessuna “uscita dalla crisi” che sia una ricomposizione degli apparati economici e repressivi statali guidata da partiti della sinistra, ma vogliamo anzi far aumentare le contraddizioni mediante la pratica del conflitto, costruendo reti e contatti con una visione internazionale. Insisteremo dunque in questo percorso consapevoli che pur nelle difficoltà troveremo tante altre persone disponibili a intraprendere il nostro stesso cammino.

Rompete le gabbie, non innamoratevi del potere!

Riceviamo e pubblichiamo:

Appena sciolte le camere e chiusa la legislatura, il governo ha deciso di inviare l’esercito in Niger per fermare le rotte dei migranti e tutelare gli interessi economici nazionali; dopo pochi giorni sono stati inviati in Tunisia sessanta militari per aiutare la polizia locale a sedare la rivolta scoppiata contro il carovita, l’austerity e la corruzione. Oltre la figura formale della rappresentanza politica, gli interessi del capitale devono continuare ad essere tutelati dallo Stato, che prosegue la sua pratica stragista e colonialista in Africa come nel nostro paese. Migliaia di morti uccisi nel canale di Sicilia, apertura di lager per migranti sia in Italia che in Libia, un sistema di “accoglienza” infernale che tiene le persone recluse e sottomesse, in balìa di ogni violenza e sopruso. Ogni giorno il carattere repressivo di questo sistema ci pone di fronte ad una scelta: collaborare con il potere fornendogli una copertura di solidarietà “dal basso” oppure essere solidali con le persone chiuse in queste gabbie e aiutarle a uscirne fuori. Tertium non datur. In queste settimane siamo richiamat* a fare il nostro dovere di brav* cittadin* in una campagna elettorale completamente slegata dalle urgenze reali che dobbiamo affrontare. La sinistra (partiti, movimenti, centri sociali etc.) ci invita addirittura alla difesa e all’attuazione della Costituzione del 1948. Questa carta, nata come un debolissimo tentativo di compromesso tra la resistenza del movimento operaio e la violenza senza freni del capitalismo, in realtà ha sempre funzionato: è servita a tutelare gli interessi del dominio capitalista sul lavoro salariato nella forma democratica che dal secondo dopoguerra ha assunto questo sistema di sfruttamento; adesso che gli spazi formali di rappresentanza parlamentare vengono ritenuti dal capitalismo un orpello inutile e facilmente aggirabile, non starà certo a noi tentare di riportarli in vita per un uso conflittuale assolutamente impensabile. Anche la necessaria pratica antifascista, a cui siamo chiamat* ogni giorno, visto che le formazioni fasciste si rafforzano e diventano sempre più pericolose, non significa in nessun modo per noi difendere le istituzioni democratiche che consentono la stessa ascesa della violenza fascista: solo combattendo entrambe potremo essere efficaci nella nostra lotta. In questi mesi di campagna elettorale, mentre le organizzazioni della sinistra cercano di aprirsi uno spazio nel teatrino della rappresentanza istituzionale, abbiamo la necessità di continuare a lottare contro ogni oppressione senza farci irretire da questo ritornello che ci invita alla disciplina democratica e alla difesa del lavoro, dell’accoglienza, delle briciole di mutualismo non conflittuale perfettamente compatibili con la linearità del dominio. Non abbiamo nessuna voglia e nessun entusiasmo militante da mettere in questo inutile giochino, anzi, invitiamo tutt* a uscire da questa tentazione: non fatevi prendere dal potere, non innamoratevi del potere, non perdiamo tempo a rincorrere le scadenze elettorali, restiamo sulle strade a combattere per la libertà e contro ogni forma di oppressione. La nostra alternativa non è di governo, non abbiamo bisogno che ci venga affidata la chiave di nessuno strumento di dominio, non abbiamo bisogno di aggiornare il curriculum della nostra partecipazione alle lotte per poi spendercelo a fini elettorali, vogliamo invece rompere queste gabbie e inseguire il nostro desiderio di libertà.

NON VOTARE!

alcunu disertoru delle urne

Intersezioni e animali

[Antifascismo, antirazzismo, antisessismo, antispecismo, sono da molt* declinate come singole istanze, non convergenti; ma le lotte di liberazione necessitano di intersezionalità, questo il senso del video e dell’articolo di Pattrice Jones.
In particolare da un lato l’antispecismo italiano, declinandosi spesso in singole lotte animaliste, rischia l’isolamento politico se non sarà in grado di abbracciare l’intersezionalità che lo lega alle lotte di liberazione animale, umane e non; dall’altra parte le lotte di movimento hanno bisogno di comprendere la necessità di processi di liberazione animale che ribaltino l’intero sistema di dominio su corpi e spazi]

di Pattrice Jones

Gli animali vivono, soffrono e muoiono in circostanze plasmate dalle attività umane. Quelle attività umane sono sempre impigliate nei processi sociali, storici, economici e culturali che sono basati non solo sullo specismo ma anche su fattori come il razzismo e il sessismo.

La studiosa giuridica Kimberlé Crenshaw ha coniato il termine “intersezioni” come modo di comprendere e parlare delle complesse e complicate interazioni tra diverse forme di oppressione. Allo stesso modo in cui i matematici hanno bisogno della trigonometria e gli ingegneri hanno bisogno di un calcolo, gli attivisti hanno bisogno di intersezioni come strumento concettuale. Senza questo strumento, è impossibile valutare con precisione il problema da risolvere ed è difficile progettare strategie efficaci.

Le interazioni tra la razza, il sesso e l’oppressione di classe sono stati l’obiettivo primario delle indagini intersezionali. Da allora abbiamo capito come questi interagiscono con altri fattori, come la disabilità o la nazionalità. Più di recente, siamo arrivati lentamente a vedere come questi pregiudizi, intersecandosi, permettono e contemporaneamente sono aggravati dall’inquinamento umano e dallo sfruttamento dell’ambiente. E adesso affrontiamo il compito urgente di includere animali non umani nelle nostre analisi intersezionali.

Gli attivisti della giustizia sociale e ambientale devono comprendere come lo specismo sia fondamentale all’oppressione intra-specie, stabilendo i termini e contribuendo a mantenere i molti modi in cui le persone sfruttano l’un l’altro e la terra. Allo stesso tempo, gli animalisti devono capire che ogni atto di abuso o di ingiustizia contro gli animali avviene in situazioni sociali e materiali che non possono essere affrontate in modo adeguato senza una comprensione dell’intersezione.

Ampliata per includere lo specismo e lo sfruttamento degli animali tra le ideologie e le pratiche oppressive che indaga, l’intersezione offre agli attivisti della giustizia sia animale che sociale/ambientale una comprensione più profonda e più completa dei sistemi in cui i problemi su cui lavorano (e loro stessi) sono invischiati e, pertanto, aumenta la probabilità di concepire e attuare strategie veramente efficaci. In più, questa comprensione estesa apre percorsi di cooperazione e di collaborazione nei vari movimenti.

Intuizioni essenziali

Crenshaw ha scelto la parola “intersezione” adeguatamente. Quando sei al centro dell’incrocio di Main Street e First Avenue, non è possibile dire su quale di queste due strade tu stia: sei su entrambe contemporaneamente. Pensando alla discriminazione nei confronti delle donne di colore, Crenshaw notò che spesso non era possibile dire se la discriminazione fosse dovuta alla polarizzazione razziale o alla polarizzazione di genere – era dovuta a entrambe allo stesso tempo, secondo legami non prevedibili per semplice “miscela”.

Le interazioni tra razzismo e sessismo risultano essere moltiplicative anziché additive. Le funzioni di queste interazioni non possono essere disaggregate. Gli stereotipi razziali sono di genere. La violenza contro le donne è permessa dal razzismo.

Il sessismo, il razzismo e altre forme di pregiudizio tra le persone non solo condividono cause e caratteristiche, ma interagiscono anche in modo reciproco-rinforzante. Ciò può essere facilmente notato nella convinzione di Suzanne Pharr che l’omofobia sia “un’arma del sessismo”. Mentre certamente è vero che alcuni pregiudizi contro le persone LGBTQ si riducono ai pregiudizi radicati nell’ignoranza, la funzione strutturale dell’omofobia (e anche della transfobia) serve per mantenere il sistema di oppressione di genere che vede l’uomo sulla cima. Non devi essere gay per essere oggetto di un’aggressione a sfondo omofobo. Non è necessario essere identificatx come trans per essere soggetto alla transfobia. Tutto quello che devi fare per essere vulnerabile a queste forme di pregiudizio è trasgredire i ruoli di genere. Ciò significa che la liberazione LGBTQ è un progetto necessario del femminismo e che la liberazione LGBTQ non può essere realmente realizzata finché non abbiamo risolto il sessismo.

Le studiose di Ecofemminismo come Lori Gruen e Marti Kheel hanno dimostrato che una “logica di dominazione” si fonda su un pensiero eurocentrico riguardo non solo la razza e il sesso ma anche la terra e gli animali. Questa logica artificialmente (e falsamente!) divide il mondo in opposti dualismi – il maschio contro la femmina, l’uomo e l’animale, la cultura contro la natura, la ragione contro l’emozione, ecc. – secondo la superiorità di un solo termine di ciascuna coppia. I termini su ciascun lato del divario gerarchico sono legati: gli uomini sono considerati più razionali, le donne e le persone di colore si vedono più vicine alla natura, categorie di persone vengono poste in basso chiamandole con nomi di animali.

Se si desidera smantellare una struttura, la cosa da fare è colpire alle articolazioni. Quindi, gli attivisti che vogliono avere il maggior impatto devono cercare i modi per lavorare alle intersezioni, facendo così si avranno progressi tangibili su un problema specifico, aiutando contemporaneamente a minare la struttura del sistema intersecante di oppressioni.

Se non è possibile trovare un tale incrocio a cui lavorare, è ancora necessario tenere in considerazione l’intersezione mentre si selezionano tattiche e teoria, in modo da evitare di minare senza volerlo i propri obiettivi partecipando involontariamente alla subordinazione di qualcun altro.

Preparazione al lavoro intersezionale

Ogni nuovo strumento richiede una certa pratica da utilizzare. Ciò è particolarmente vero per l’intersezionalità, che richiede di vedere modelli, riconoscere relazioni e analizzare interazioni complesse tra più variabili. Quellx di noi che sono stati scolarizzati negli Stati Uniti o in Europa sono stati addestrati a pensare esattamente nella direzione opposta e quindi potrebbero aver bisogno di fare uno sforzo per imparare a pensare in termini di comunanza piuttosto che di distinzioni, di contesto piuttosto che di astrazione e di sistemi piuttosto che di individui.

Ecco alcuni semplici esercizi che potete fare:

  • Pensa a due forme di oppressione, come il sessismo e lo specismo, e sfidati a trovare dei modi in cui si intersecano.

  • Pensa a un problema, come prigioni o zoo, e sfidati a identificare quante diverse forme di oppressione si intersecano in esso.

  • Pensa a una tattica di oppressione, come ad esempio la stereotipizzazione o il lavoro forzato, e sfida te stesso per individuare i modi in cui questa viene impiegata in diverse forme di oppressione.

  • Pensa a un obiettivo di oppressione, come il profitto o il controllo della riproduzione, e sfidati a vedere come questo sia ricercato tramite forme di oppressione diverse.

  • Pensa ad un impatto di una forma di oppressione, come la sofferenza emotiva necessaria per la carne, e sfidati a identificare il modo in cui sostiene altre forme di oppressione.

Si prega di notare che potrebbe essere necessario educare se stessi durante questi esercizi. Non puoi aspettarti di vedere i legami tra specismo e razzismo, per esempio, se non sai niente di razzismo! Proprio come hai appreso dello specismo e delle molte forme di sfruttamento animale che ha generato, potrebbe essere necessario educarsi attivamente su altre forme di oppressione. Ecco un suggerimento: puoi farlo leggendo o guardando i documentari sui movimenti contro quelle forme di oppressione. In questo modo, avrai sempre un’utile istruzione in tattiche attiviste!

Risultati preliminari

Gli/le attivistx hanno appena iniziato a disegnare le intersezioni tra specismo e altre forme di oppressione. Già, i nostri risultati sono eccitanti e potenzialmente molto utili. Ecco alcuni esempi di ciò che impariamo quando usiamo gli esercizi sopra per pensare alle relazioni tra lo sfruttamento degli animali e l’ingiustizia sociale/ambientale:

  • Le “grandi tre” scuse per lo sfruttamento animale – potrebbe essere giusto, abbiamo abilità che loro non hanno e Dio ha deciso così- sono anche tutte usate per spiegare (o non disturbare) l’ingiustizia sociale. Questi modi di pensare conducono alla guerra, alla discriminazione e ad altri mali.

  • Il sessismo e lo specismo sono stati così intrecciati per così tanto tempo -fin dai tempi in cui le figlie e le vacche da latte erano entrambe proprietà dei capi maschi delle famiglie – che non possono essere completamente compresi senza riferirsi all’altro.

  • Quello che è stato chiamato “riprocentrismo” (reprocentrism) non è solo fondamentale per lo sfruttamento animale, ma anche centrale per il patriarcato e il capitalismo. La riproduzione costante (di persone, animali e prodotti) ci ha portati all’orlo del disastro planetario.

  • La strategia psicologica attraverso la quale le persone si sono alzate e uscite dagli ecosistemi per trasformare la terra e gli animali in beni pronti per essere acquistati e venduti non solo sottolinea lo specismo e la distruzione ambientale, ma tende anche a portare all’individualismo e all’alienazione, fattori chiave del capitalismo e altri disturbi.

  • Lo specismo sembra così naturale che il privilegio delle specie è ancora più invisibile del privilegio bianco o del privilegio maschile. L’invisibilità del privilegio, quindi, è una questione di preoccupazione congiunta per diversi movimenti.

  • I lavoratori della macellazione, i vivisettori e persino i mangiatori di tutti i giorni tendono ad essere pronti a dire che “semplicemente non pensano” alle sofferenze che causano. Questa abitudine mentale di non-pensare-alla-sofferenza agevola anche l’ingiustizia sociale, come quando i consumatori statunitensi semplicemente non pensano alle sofferenze di lavoratori sottopagati o persino schiavi.

Ecco alcuni modi in cui forme particolari di sfruttamento animale si intersecano con l’ingiustizia sociale ed ambientale:

  • La produzione di latte richiede la fecondazione forzata delle mucche da cui i vitelli vengono presi poco dopo la nascita. Questa violazione fisica ed emotiva delle femmine di animale a scopo di lucro crea prodotti che il settore lattiero-caseario potente e altamente sovvenzionato porta in ogni scuola pubblica, nonostante il fatto che la maggioranza dei bambini di colore sia intollerante al lattosio.

  • Gli zoo cominciarono come espressioni dell’impero in cui venivano esposte sia persone che animali. Gli zoo continuano a esprimere l’ultimo hubris umano insistendo sul fatto che possiamo produrre ecosistemi – una savana africana a Filadelfia! Un oceano artico in Florida! – e “salvare” gli animali in pericolo non restituendo loro gli habitat, ma controllando la loro riproduzione.

  • Circhi e altri usi degli animali nell’intrattenimento sono anche l’espressione del controllo umano della natura. Molti di questi, come ad esempio il combattimento tra galli e i rodeo, rappresentano anche l’espressione della mascolinità costruita socialmente.

  • Lo sfruttamento pratico degli animali tende a promuovere non solo la resistenza emotiva ma anche il disprezzo per la debolezza. Quindi vediamo elevati tassi di violenza nei confronti dei partner e dei bambini nelle comunità in cui si trovano aziende agricole e macelli. L’ingiustizia ambientale porta queste installazioni altamente inquinanti ad essere situate nelle regioni a basso reddito e nelle comunità di colore.

fonte http://blog.bravebirds.org/archives/1553