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Eboli (SA) – I padroni sfruttano, lo stato sgombera

[Riceviamo e pubblichiamo]

Giovedì 4 aprile alle 5 di mattina, prima del sorgere dell’alba, su ordine della Procura di Salerno, è iniziata un’operazione di polizia in località Campolongo, nella zona litoranea del Comune di Eboli (Salerno). Con l’ormai consueto e sproporzionato dispiegamento di forze dell’ordine utilizzato in questi casi, circa 200 unità tra Polizia, Carabinieri, e Guardia di Finanza, affiancati da decine di mezzi, compreso un elicottero, hanno sgomberato un insediamento in cui vivevano un centinaio di persone immigrate, tra cui alcune famiglie con bambin*.

Gli agenti hanno prima circondato completamente l’insediamento e bloccato le strade adiacenti, deviando il traffico su strade interne. Hanno poi perquisito una per una tutte le strutture (casupole, roulotte, baracche, un vecchio bus) e identificato le persone che ci vivevano. L’operazione si è protratta fino al pomeriggio, per diverse ore: tutte le persone sono state cacciate via dai loro alloggi e buttate in strada, le strutture sono state sigillate e poste sotto sequestro. Il proprietario italiano dell’area è stato fermato con l’accusa di furto di corrente elettrica e sfruttamento della manodopera clandestina. Due bambin* sono stati sottratt* ai loro papà e, in assenza delle madri e di “verifiche”, affidat* ai servizi sociali.

I media locali riportano acriticamente la stessa velina (https://www.lacittadisalerno.it/cronaca/eboli-minori-nei-tuguri-scatta-il-blitz-all-alba-1.2192728) delle autorità, scrivendo del degrado in cui versavano gli alloggi, di presunti giri di prostituzione e spaccio che avvenivano nella zona, di 7/10 persone fermate sulle circa 100 presenti (quasi tutte africane) perché senza documenti in regola, le quali subiranno probabilmente l’espulsione. Difficile per ora trovare altre notizie sui media, e soprattutto difficile che siano riportate notizie veritiere. Soprattutto nessuno si è interrogato, nel pubblicare la notizia dello sgombero, sulla sorte delle persone sgomberate: cento persone rimaste all’improvviso senza un tetto è un evento che non merita riflessioni o domande (https://www.youtube.com/watch?v=cj0rsbtNHTg). Il perché è presto svelato potendo parlare, il giorno dopo lo sgombero, con alcune delle persone che lo hanno subito, a Campolongo, dove c’è ancora un via vai di braccianti che tornano dal lavoro e di auto dei Carabinieri a controllarle le casupole ormai vuote.

Sì, sono venuti in tanti e ci hanno controllato i documenti, noi ce li abbiamo tutti, siamo regolari, lavoriamo nelle campagne. Hanno controllato le nostre case, non so perché, ma non hanno trovato niente. Gli abbiamo dato anche i contratti di affitto, paghiamo ogni mese dai 200 ai 300 euro per vivere qui. Ma ci hanno mandato via lo stesso tutti, sotto la pioggia. Io ho potuto prendere solo un paio di borse, per fortuna sono riuscito a trovare un posto dove dormire qui vicino

Un’altra persona racconta: “Sono arrivati alle 5 di mattina, era buio, c’erano tutti, la polizia, i carabinieri, tutti. Ci hanno detto che il proprietario non pagava l’acqua e la luce, ma questo non dipende da noi, noi gli pagavamo l’affitto. Abbiamo avuto un’ora per lasciare le nostre case, solo un’ora, tutti sono dovuti andare via, abbiamo potuto prendere solo poche cose, siamo dovuti andare in strada. Ora ho paura che qualcuno rubi ciò che avevo lasciato, perciò sono ancora qui. Non so se hanno portato via altre persone senza documenti. Questo sgombero l’hanno fatto con noi perché siamo africani, con gli italiani non avrebbero fatto così. Nessuno ci aveva avvertiti prima, avremmo cercato un’altra casa. Adesso devo cercarmi una casa, qui è difficile trovarla, non vogliono affittarci le case. Qui sono tutti d’accordo, qui c’è la mafia e il razzismo.

Da queste parole emergono le testimonianze di uno sgombero quasi surreale: dopo aver controllato i contratti di affitto delle persone e dopo aver a lungo perquisito le loro abitazioni (evidentemente in cerca di elementi d’accusa), pur non avendo trovato nulla, hanno semplicemente apposto i sigilli alle case e costretto le persone ad allontanarsi. Nessun preavviso di sgombero, neppure la possibilità d’avere un po’ di tempo per trovare una nuova abitazione o di recuperare i propri oggetti personali all’interno delle case, in quella che sui giornali è stata definita come mini-baraccopoli; un centinaio di persone, bambin* compres*, sono stat* scacciat*, sotto una pioggia scrosciante e senza alcuna soluzione alternativa. Se pure sono stati scoperti allacci di energia elettrica ed acqua abusivi, ciò non implica nessuna responsabilità da parte delle persone che vi abitavano, che avevano un contratto e pagavano regolarmente l’esoso canone di affitto e che, però, hanno subito le durissime conseguenze di uno sgombero.

Un’altra cosa molto chiara sottolineata dai braccianti è che tutto quello che è accaduto è stato possibile solo perché le persone sgomberate sono africane e non italiane, dandoci così una spiegazione molto semplice del razzismo istituzionale che governa il territorio. Mentre le imprese fanno affari con lo sfruttamento lavorativo delle persone migranti e proprietari di alloggi si arricchiscono con gli affitti in nero c’è lo Stato che interviene nei fatti a peggiorare ulteriormente le condizioni di vita delle persone immigrate e a perpetuare così ogni sorta di abuso e sopraffazione. Quando si parla di degrado pensiamo proprio a questo, alla costante repressione e alle varie forme che assume lo sfruttamento, alla estesa complicità delle istituzioni e delle varie forze politiche.

Qui sono tutti d’accordo, qui c’è la mafia e il razzismo” e viene da pensare alla recente inchiesta del mese scorso, partita dal 2015, su un giro di falsi permessi di soggiorno e sfruttamento lavorativo, e che vede gli indagati, tra gli altri, il capogruppo del PD al Comune di Eboli e il presidente di un comitato di quartiere e membro del direttivo della Lega Noi con Salvini a Eboli. (https://www.battipaglianews.it/cronaca/eboli-caporalato-lega-pd/)

A due giorni dallo sgombero, ancora non c’è nessuna dichiarazione o reazione della sinistra politica e sindacale ebolitana e salernitana, e ciò non sorprende. Non si vuole seriamente mettere in discussione il sistema di sfruttamento dell’agroindustria italiana, che tritura tante vite dalla piana di Gioia Tauro alla Piana del Sele: non è spendibile dal punto di vista elettorale o per far tessere.

 

Politica per tempi impossibili

di Peter Frase

Attenzione all’ambientalismo pragmatico sul clima

Nuovi studi pubblicati all’inizio del 2019 riportano che il continente dell’Antartide si sta sciogliendo più rapidamente e più estensivamente del previsto. Questo processo è in corso da decenni, ma recentemente ha preso velocità. Dal 2009 al 2017, la calotta antartica si è sciolta ad un ritmo sei volte superiore a quello osservato negli anni ’80. Dal momento che il Polo Sud contiene quasi il 90% dell’acqua dolce sulla Terra, una fusione più rapida porterà ad aumenti più rapidi nel livello del mare, con conseguenze distruttive per la civiltà umana. Allo stesso tempo, sembra che l’interesse sul tema sia improvvisamente esploso, anche negli arretrati Stati Uniti, nel tentativo di affrontare seriamente il cambiamento climatico con il tradizionale progetto egualitario della sinistra socialista. Negli Stati Uniti ciò assume la forma del cosiddetto Green New Deal, che coniuga il messaggio di investimenti e creazione di posti di lavoro (che riecheggia quello di Roosvelt degli anni ’30) ad un moderno programma di sistemi energetici a zero emissioni. La bandiera di questo Green New Deal è stata recentemente raccolta dalla figura politica emergente di Alexandria Ocasio-Cortez, che lo ha collegato ad altre idee un tempo radicali ma recentemente diventate accettabili, come le aliquote fiscali notevolmente aumentate per i più ricchi.

Si è tentato di seguire gli avvertimenti sul rapido cambiamento climatico con un appello pragmatico a proposte politiche realistiche sulla falsariga del Green New Deal. Dopo tutto, qual è l’alternativa, oltre a rinunciare? Come vedremo, tuttavia, questo modo di procedere ci presenta quello che sembra un divario spaventoso e demoralizzante tra la portata e l’immediatezza dei nostri problemi e la debolezza delle forze sociali e politiche attualmente disponibili ad affrontarli. Questo risulta chiaro quando esaminiamo il documento che, solo pochi mesi fa, ha influenzato il giornalismo climatico più diffuso: il rapporto dell’ottobre 2018 del Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) delle Nazioni Unite, che descrive i potenziali impatti del riscaldamento globale in un scala di 1,5 gradi Celsius. Questa è una pubblicazione dettagliata e completa, e poche persone hanno la pazienza o le conoscenze per leggere a fatica pagine su pagine e grafici su grafici. Ma il messaggio di fondo del rapporto è tanto radicale quanto terrificante. Persino il titolo del rapporto, “Riscaldamento globale di 1,5°”, è fuorviante nel suo basso profilo. Il rapporto osserva che la Terra è già quasi un grado più calda rispetto ad un punto di partenza precedente al XX secolo. Inoltre, 1,5 gradi di riscaldamento rappresentano il livello inferiore ottimistico, ottenibile solo nel contesto di “azioni di mitigazione ambiziose”. Il punto della relazione, quindi, non è di sostenere che 1,5 gradi di riscaldamento sono possibili, ma che probabilmente sono inevitabili, e l’unica domanda è se davvero sperimenteremo un riscaldamento significativamente maggiore di quella base. Il capitolo di riferimento della relazione conclude minacciosamente che, in effetti, “non esiste una risposta unica alla domanda se sia possibile limitare il riscaldamento a 1,5° C e adattarsi alle conseguenze”, nonostante l’impegno formale dei firmatari degli accordi di Parigi sul clima su questa cifra.

Se il rapporto dell’IPCC è una sorta di punto di riferimento, è perché mette fine a un dibattito fondamentalmente fittizio sulla realtà empirica dei cambiamenti climatici prodotti dall’uomo e focalizza invece la discussione su risultati probabili e possibili strategie adattive. Il dibattito è fittizio perché una parte suppone, in modo poco comprensibile, di basare le proprie argomentazioni sull’incertezza riguardo alle scienze del clima, piuttosto che ammettersi partigiana di un progetto politico e di classe volto a garantire che i costi del caos ecologico siano sostenuti esclusivamente da chi è senza potere. In gran parte del mondo questo è ovvio da tempo, ma negli Stati Uniti la persistenza di una forte destra negazionista rende necessario chiarire brevemente questo punto. Utili idioti a parte, non è saggio presumere che coloro che negano la realtà dei cambiamenti climatici causati dall’uomo siano sinceramente preoccupatx per l’accuratezza scientifica dei dati.

È più utile esaminare le fantasie apocalittiche dei super-ricchi, che hanno iniziato a investire in vari progetti per ripararsi da ciò che vedono come l’incombente collasso della civiltà. Nel caso del miliardario della Silicon Valley Peter Thiel, questa idea si è incarnata nelle fantasie sul “seasteading”, una città galleggiante indipendente, e negli investimenti terrieri fatti al sicuro in Nuova Zelanda, insieme ai suoi colleghi super ricchi.

L’amministrazione Trump, con il suo fare tipicamente maldestro, ha chiarito la vera posta in gioco nel dibattito sui cambiamenti climatici nel corso della sua recente battaglia contro le rigorose restrizioni delle emissioni automobilistiche della California. Nell’ambito di queste manovre per restare in una posizione di vantaggio, la National Highway Traffic Safety Administration (NHTSA) ha pubblicato un rapporto con una scioccante rivelazione del punto di vista dell’amministrazione del futuro, prevedendo che non solo il riscaldamento sarebbe stato inevitabile, ma che probabilmente sarebbe stato dell’ordine di quattro gradi entro il 2100, non il relativamente modesto 1.5 del rapporto IPCC e degli accordi di Parigi. Lo scopo di questa dichiarazione allarmante, nel contesto del rapporto NHTSA, era di affermare che è improbabile che standard di emissione rigorosi come quelli della California abbiano un impatto notevole rispetto alla scala del riscaldamento globale e che tali standard siano quindi economicamente ingiustificabili. Ma nonostante sia enorme nella sua grossolanità, questo atteggiamento da “smoke ’em if you got ’em”[espressione americana che si può tradurre come “tanto vale che ti fumi una sigaretta” di fronte ad un evento inevitabile, NdT] è in linea con la prospettiva delle élite capitaliste, in particolare nelle industrie estrattive, il cui obiettivo principale è evitare di pagare il costo della mitigazione del clima sotto forma di nuovi regolamenti o tasse.

Qui il collegamento dell’amministrazione Trump con il prepararsi al giorno del giudizio come Thiel [Peter Thiel è un miliardario che sta preparando un piano di sopravvivenza alla catastrofe ambientale costruendosi un rifugio in Nuova Zelanda, NdR] diventa significativo, in quanto evidenzia la menzogna della confortante e anestetizzante narrazione eco-liberal che vuole che siamo tutti sulla stessa barca e abbiamo lo stesso interesse nel proteggere la Terra. È chiaro che non tuttx lo credono, e alcunx sono convintx invece che possono nascondersi nelle loro mura fortificate, protetti dai loro droni assassini, mentre il resto di noi lotta per ciò che resta di una Terra in rovina. Potrebbero rimanere illusi da questa idea che è prigioniera dell’ideologia borghese che vede i capitalisti come creatori di ricchezza piuttosto che come individui che sfruttano il lavoro di milioni di persone. Ma non possiamo aspettare che lo capiscano prima che ci trascinino tuttx a fondo assieme a loro. Questo ci riconduce al rapporto dell’IPCC e al suo catalogo di orrori ambientali. Il documento è una risorsa preziosa, se non altro per la sua ampiezza, che descrive una crisi che può essere solo sinteticamente definita come “riscaldamento”. Il collasso degli ecosistemi marini, delle barriere coralline e delle attività di pesca, l’inondazione di aree costiere densamente abitate, la caduta dei raccolti, compaiono tra le varie calamità. Altre ricerche hanno esaminato l’impatto delle temperature sostenute del “bulbo umido” (pensate al calore e all’umidità) che superano i 32 gradi Celsius (circa 90 gradi Fahrenheit). A tali temperature diventa impossibile svolgere attività ordinarie all’esterno, poiché il corpo umano diventa fisicamente incapace di raffreddarsi. Il risultato è la morte di massa causata dal surriscaldamento e, infine, il possibile abbandono di alcune regioni, comprese le zone densamente popolate del Sud America, dell’India e della Cina.

Si potrebbe continuare a lungo su questo e sugli altri disastri previsti nei modelli IPCC, ma per molti aspetti tutto ciò risulta ormai assodato. La lezione generale è trasmessa efficacemente da una serie di semplici grafici contenuti nella relazione dell’ottobre 2018. Si tratta di scale che mostrano l’effetto dei diversi gradi di riscaldamento su una varietà di sistemi che includono tra l’altro “inondazioni costiere”, “ecosistemi terrestri”, “raccolti”, “morbilità e mortalità legate al calore” e “capacità di raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile”. “La gravità degli impatti è mostrata per incrementi che vanno da uno a oltre due gradi. Per la maggior parte di queste aree, la scala colorata raggiunge rapidamente il rosso, per “impatti/rischi gravi e diffusi”, e verso il viola, con “rischi molto elevati di impatti gravi e la presenza di irreversibilità significativa…combinata con capacità limitata di adattarsi a causa della natura del pericolo”.

Ricordiamo che questi sono essenzialmente gli scenari migliori per ciò che potrebbe essere possibile se il rapido adattamento in linea con gli accordi di Parigi si rivelasse fattibile. Tocca a malapena i gravi livelli di riscaldamento immaginati dal NHTSA di Trump, per non parlare degli scenari ancora più estremi immaginati nell’eventualità che vari circuiti di feedback dell’ecosistema vengano attivati, come il rapido rilascio del metano del permafrost artico. Lo scenario più estremo ipotizzato dall’IPCC è quello di un riscaldamento che arriva fino a 3° C, che è abbastanza terrificante. Ci vengono dati terribili avvertimenti sulle foreste pluviali (“potenziale punto di svolta che porta al pronunciato declino della foresta”), calore (“notevole aumento di ondate di calore potenzialmente mortali molto probabili”) e agricoltura (“drastiche riduzioni del raccolto di mais a livello globale e in Africa”), tra gli altri.

Torniamo così, infine, al Green New Deal, o a qualunque altro pacchetto di plausibili riforme socialdemocratiche si preferisca. Siamo di nuovo nel regno di idee moderate come la rete elettrica “intelligente”, il rinnovamento degli edifici per l’efficienza energetica, e mulini a vento e pannelli solari per tutti. Tutti gli obiettivi sono leciti, eppure sono una pessima e deprimente pappa dopo il tempo trascorso a rimpinzare le vivide proiezioni degli scienziati. C’è anche il problema che tende a sorgere quando più obiettivi politici separati sono raggruppati in un unico grande disegno che è destinato a comprendere tutto. Nel caso del Green New Deal, questo problema deriva in particolare dal rapporto tra i compiti redistributivi e quelli ecologici che deve assumere. Come previsto da Ocasio-Cortez, ad esempio, il Green New Deal è pensato per essere un programma per la creazione di posti di lavoro, con il recentemente di moda “lavoro garantito” che assume un ruolo centrale.

È facile immaginare in anticipo che posti di lavoro per tuttx e investimenti infrastrutturali camminino di pari passo in armonia. Ma in pratica è impossibile garantire che la quantità del lavoro offerto e le particolari abilità necessarie richieste siano allineate con la richiesta di reddito che viene da parte delle masse. E ogni volta che tali progetti di “duplice mandato” entrano in conflitto con se stessi, uno dei mandati tenderà a prevalere sull’altro. Se la politica di “lavoro garantito” si riduce in gran parte ad un programma di lavori pubblici, è difficile capire come possa esserci anche l’aspetto ambientalista. Altre idee, non del tutto mainstream, come la riduzione dell’orario di lavoro e il Reddito Universale di Base, potrebbero aver bisogno di essere aggiunte quando l’idea di Green New Deal si avvicinerà alla realizzazione. Ma così sembra ancora di camminare sopra un filo. La Terra è in fiamme mentre litighiamo su che tipo di estintori comprare. L’assoluta urgenza della questione climatica richiama fortemente, per la mente pragmatica, una qualsivoglia forma di “fare qualcosa” che si getti a capofitto in qualunque progetto possa raggiungere la maggioranza delle persone, per quanto inadeguato possa essere. Ovviamente, non c’è nulla di veramente pragmatico nel trovare un compromesso che non risolva il problema che affronta. Ma l’alternativa altrettanto insoddisfacente è una specie di massimalismo intransigente, insurrezionale, che urla presagi di sventura dai tetti. Si è tentati di andare su Twitter, o sulle pagine di Commune, per deridere coloro che non riescono a vedere la necessità di un’azione immediata e di una rivoluzione, con ogni mezzo necessario.

Quindi torniamo alla vecchia domanda: che fare? Una risposta insoddisfacente, ma probabilmente l’unica possibile, ovviamente, è: tutto. Il Green New Deal va avanti, ma c’è qualcosa da dire a coloro che preferiscono il lavoro di costruzione di progetti locali di autosufficienza e aiuto reciproco. Sebbene non si possa sostituire la competizione nelle alte sfere dell’economia, questi progetti possono gradualmente costruire la fiducia e la capacità collettiva, per il tipo di azione di massa veramente militante che alla fine è richiesta. Poi, naturalmente, c’è la lenta costruzione di collegamenti transnazionali; il capitale e il clima sono implacabilmente globali, mentre la sinistra che gradualmente si rianima resta parrocchiale in modo deprimente, specialmente nei paesi ricchi.

Quindi, forse, l’unico modo per lavorare per un mondo post-carbonio sostenibile non è quello di focalizzarsi principalmente su di esso. Forse dobbiamo tatticamente guardare oltre questo abisso impossibile da colmare tra la nostra politica e i bisogni del nostro pianeta. Se la forza sociale necessaria per creare un mondo migliore non esiste ancora, possiamo solo provare a crearla. Ciò potrebbe significare raccogliersi dietro il Green New Deal, o costruire la nostra rete locale di comunità, o entrambe le cose. Significherà anche azioni drammatiche occasionali di azione diretta, attaccando direttamente le infrastrutture e le istituzioni del capitale fossile, dimostrando che i loro sogni di nascondersi dalle masse disperate nei palazzi fortificati sono condannati a fallire.

Questo non può essere compito di tuttx, né dovrebbe esserlo se vogliamo evitare di degenerare nell’avventurismo. Ma sarà compito di qualcunx. Se ci mettiamo tuttx dalla stessa parte della barricata in una sola fazione, qualcunx verrà ricordato come il Frederick Douglass [1818-1895, ex-schiavo afro-americano diventato un importante politico riformatore, NdR] dei cambiamenti climatici. Ma così qualcunx sarà anche il nuovo John Brown [1800-1859, sosteneva l’insurrezione armata come l’unico modo per rovesciare la schiavitù negli USA, NdR]. In questo senso, almeno, siamo davvero tuttx sulla stessa barca.

Fonte: https://communemag.com/politics-for-impossible-times/