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Il flop della sinistra sovranista

Contrariamente a quanto stava da tempo strombazzando tutto il mainstream politico mediatico globale, le ultime elezioni europee non hanno visto l’atteso trionfo delle forze politiche sovraniste, populiste e razziste, che hanno subito in alcuni casi pesanti sconfitte elettorali. L’Fpö austriaca, travolta dagli scandali, passa dal 26 al 17%. In Spagna a solo un mese dalle elezioni politiche, i fascisti di Vox scendono dal 10,2 al 6,2%. Lo stesso avviene con Veri, in Finlandia che si attesta al 13,8% (contro il 17,5% dello scorso 14 aprile), l’Afd tedesca perde due punti rispetto alle politiche del 2017 (dal 12,6 al 10,8%), così come Alba Dorata in Grecia (al 4,9% contro il 7%). Il Partito del popolo danese dimezza addirittura i suoi voti (dal 21,2 al 10,7%). Questo al netto del successo di Salvini (che raccoglie l’eredità dei voti del centrodestra in un quadro segnato da un’astensione che raggiunge quasi il 50%) e del sorpasso del nuovo partito di Le Pen rispetto a Macron.

Non va meglio quella parte di sinistra populista o sovranista che aveva strizzato l’occhio all’ascesa delle destre razziste sperando di raccogliere parte del consenso popolare che si immaginava dovesse comunque “sgocciolare” anche verso sinistra: questo spregiudicato azzardo si è risolto fortunatamente in un clamoroso flop. Vediamo le punte più evidenti di questo tracollo, che spazza finalmente dal campo tutte le inutili discussioni sul pensiero di Laclau, sull’interpretazione di Game of Thrones di Pablo Iglesias e sul colonialismo celodurista di Jean-Luc Mélenchon.

Partendo proprio dal partito rosso-marrone dell’ex senatore socialista francese, la “France Insoumise” passa dal 18% della candidatura del suo leader alle ultime presidenziali ad un modesto 6,3% alle europee. Non sono serviti gli appelli contro l’immigrazione che “abbasserebbe i salari” dei lavoratori francesi Doc, né la mancata adesione di Mélenchon al manifesto contro la xenofobia firmato da tutta la sinistra francese, PCF compreso. Anche in Spagna le ultime elezioni sono andate male per i populisti di sinistra: Podemos raggiunge il 10% dei consensi dimezzandosi rispetto alle politiche del 2016 e scendendo ulteriormente dal 14% delle recenti elezioni politiche. Hanno pesato in questo caso il ritorno dei voti verso il Partito Socialista e la posizione fermamente contraria all’indipendenza della Catalunya.

Anche altrove non va bene per le sinistre, che perdono consensi pure in Germania con la Linke che si ferma al 5,4%. In Italia fallisce la solita coalizione raffazzonata all’ultimo momento utile, con la lista de “La Sinistra” che arriva ad un misero 1,7% e con Potere al Popolo (formazione politica gemellata con Mélenchon per quanto riguarda il programma anti-europeista) che non riesce nemmeno a presentarsi alle urne.

Quale morale trarre di fronte a questi dati impietosi? Sicuramente il progetto del populismo di sinistra di sfruttare a suo vantaggio i movimenti di protesta nati dopo la crisi del 2008 subisce un forte ridimensionamento sul campo prescelto, ovvero quello meramente elettoralistico. Il ritorno in grande stile dell’autonomia del politico rispetto al sociale, spinto da una lettura interclassista (il “popolo” che si unisce contro i poteri forti, finanziari e globali) e nazionalista, si esaurisce quando viene meno la funzione parassitaria nei movimenti sociali che si contrappongono o si sono contrapposti agli stati nazione in questi ultimi anni.

Era troppo bella e facile l’idea di raccogliere consenso e diventare la voce istituzionale di lotte nelle quali le dirigenze di sinistra hanno avuto la solita funzione di pompieraggio e di delazione. D’altro lato, pur abbandonando la tradizione internazionalista che era propria del movimento operaio, strizzando l’occhio al nazionalismo razzista, questi partiti hanno comunque avuto il tempo di sostenere direttamente o indirettamente tutte le dittature che rientravano ancora nel vecchio schema campista dei blocchi contrapposti.

Il regime militare in Venezuela, il genocidio di Assad in Siria, quello di Afewerki in Eritrea, le milizie rossobrune del Donbass: i compagni non si sono fatti mancare nulla, qualsiasi crimine è stato occultato, difeso, sostenuto in ragione di un triste Risiko geopolitico fermo al 1989. Coerentemente con questo atteggiamento, le persone migranti che spesso approdavano in Europa perché fuggivano da questi paesi in fiamme, sono state viste come potenziali nemici, causa di “degrado” e di instabilità sociale, numeri da controllare, respingere o accogliere pietisticamente: mai compagni da affiancare nel loro percorso, nella loro fuga o nella loro lotta contro dittature spietate spesso appoggiate dalle stesse potenze imperialiste.

Non poteva che uscirne, dunque, che una caricatura della stessa idea di sinistra e di anti-imperialismo, declinata in uno spregiudicato gioco di ruolo in cui pur di avere dieci posti in più in parlamento si è accettato di tutto, dalla morte in carcere per tortura di centinaia di migliaia di persone fino al traffico di organi. Il flop di questa sinistra sovranista e, speriamo, la sua prossima scomparsa definitiva, non possono essere che una buona notizia per tutte le persone che hanno a cuore il bene prezioso della libertà.

lino caetani

Da un lager all’altro


È ampiamente risaputo che la rotta che attraversa il mar Mediterraneo dalla Libia all’Italia sia diventata negli ultimi mesi sempre più chiusa e controllata militarmente e che sempre meno persone riescano ad approdare in Europa partendo dalle coste libiche. Dal 1° gennaio sono infatti riuscite a raggiungere l’Italia solo 398 persone, il 93,54% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Tra queste, le nazionalità più numerose sono quelle tunisine e algerine, 128 persone alle quali come prassi italiana ormai consolidata e contrariamente a quanto previsto da qualsiasi normativa comunitaria viene negata la possibilità di presentare domanda di asilo unicamente in ragione del paese di origine. La maggior parte de* magrebin* sono reclus* nei CPR in attesa dell’espulsione, o vengono rilasciat* con in mano un decreto di espulsione entro 7 giorni. Le persone rimanenti dovranno invece cominciare il percorso a ostacoli nel sistema di accoglienza italiano, trasferite da hotspot a hub e centri di accoglienza in giro per il paese, con la quasi certezza di vedersi alla fine sbattute per strada con un diniego della domanda d’asilo: a inizio anno la percentuale di dinieghi in prima istanza ha raggiunto l’82%.

Nei fatti, come certificato dai dati ufficiali pubblicizzati con enfasi dal ministero degli interni, nei primi tre mesi dell’anno le deportazioni sono state per la prima volta maggiori rispetto a nuovi arrivi: 1.354 (aggiornati al 13 marzo), di cui 1.248 forzati e 106 volontari assistiti [fonte http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_21-03-2019.pdf].

Gli effetti delle politiche di Minniti e Salvini cominciano dunque a diventare statistiche da sventolare per le propagande incrociate di governo e opposizione. Allargando un attimo la visuale dallo zoom imposto dal mainstream politico-mediatico-militare ci sarebbero però anche altre questioni di non poco conto da affrontare. Innanzitutto, su quella rotta si continua a morire, a decine e continuamente; nel mediterraneo le persone annegano ancora nel tentativo di fuggire dai lager libici. L’ultima strage è avvenuta solo pochi giorni fa, nel silenzio complice dei media che puntavano i riflettori sullo sbarco della nave “Mare Jonio” a Lampedusa. Secondo problema, pare che a nessuno importi niente dell’enorme apparato concentrazionario messo su in Libia con il contributo del precedente governo italiano e sotto la supervisione dei governi europei e delle agenzie delle Nazioni Unite. Ogni tanto qualche esponente del Partito Democratico in vena di vis polemica contro Salvini ricorda soltanto come “già con Minniti” fossero diminuiti gli sbarchi e come il leader della Lega sia troppo lento nell’effettuare le deportazioni promesse in campagna elettorale (certo, più di mezzo milione di deportazioni sono troppe anche per lo sceriffo leghista, evidentemente il Pd sogna di avere Adolf Hitler al Ministero dell’Interno). Saltuariamente esce qualche reportage giornalistico sui vari lager esistenti oggi sul territorio libico, ma la cosa finisce lì.

Altro problema che interessa davvero poco tutto il panorama politico e giornalistico sembra essere poi quello della sorte delle poche persone che riescono ad approdare ancora sulle coste europee, soccorse dalle navi delle ONG che tanto fanno arrabbiare Salvini. Le cronache degli ultimi mesi sono piene, anzi strapiene, di ogni dettaglio su qualsiasi aspetto di quanto accaduto, dalla nave Diciotti al processo a Salvini stoppato in Senato, alla natura e legittimità delle ONG, al ruolo di mediazione del presidente del consiglio Conte sulla ripartizione de* poch* “profugh*” portati in Europa, alle tiepide dichiarazioni del presidente della Camera, ai contrasti tra Lega e Cinque Stelle, etc.

Facciamo solo alcuni esempi tra i più recenti. Le 177 persone fatte sbarcare dalla nave Diciotti, l’imbarcazione bloccata al centro del Mediterraneo per giorni l’estate scorsa e diventata un caso politico eclatante, erano state ricollocate per lo più in alcuni centri di accoglienza gestiti dalla Chiesa italiana in varie diocesi. Delle cento persone di nazionalità eritrea, 92 uomini e 8 donne, che arrivarono la sera del 28 agosto 2018 nel centro d’accoglienza «Mondo Migliore» di Rocca di Papa, vicino Roma, non è rimasto più nessuno, e lo stesso è avvenuto in altre situazioni in giro per il paese dove erano state distribuite le altre persone provenienti dalla Diciotti. Si potrebbe dire, in questo caso, “tanto rumore per nulla”: se le persone migranti possono decidere liberamente e se hanno libertà di movimento, cercano semplicemente di farsi una vita autodeterminandosi, e non accettano di rimanere nella tanto acclamata “accoglienza” in strutture che loro definiscono “campi” e considerano più o meno simili a carceri e lager.

Altri casi, infatti, sono stati purtroppo diversi. Lo scorso 9 gennaio, 49 persone soccorse in mare dalle navi “Sea Watch” e “Sea Eye” dopo mille polemiche furono fatte sbarcare sulla terraferma europea a Malta solo dopo estenuanti trattative che portarono alla promessa di una ripartizione de* migranti in diversi stati europei. L’Italia avrebbe dovuto “accoglierne” ben dieci, ma solo grazie all’intervento della Chiesa Valdese, che l* avrebbe ospitat* a sue spese, permettendo così al ministro dell’Interno di poter dire che aveva comunque vinto la sua politica dei “porti chiusi”. Ebbene oggi, dopo tre mesi, quasi tutte 49 le persone che scesero dalla “Sea Watch” si trovano (assieme ad altre provenienti da sbarchi precedenti e successivi) in stato di prigionia presso il centro di detenzione per migranti di Marsa, vicino La Valletta, un “hotspot” in cui sono rinchiuse. Per tre giorni, dal 5 all’8 marzo, queste persone hanno portato avanti uno sciopero della fame per protestare contro la detenzione e per conoscere al più presto il loro futuro [https://www.timesofmalta.com/articles/view/20190313/local/hunger-strike-as-migrants-frustration-over-relocation-grows.704407]. Il 12 marzo, 15 persone sono riuscite a fuggire: 13 direttamente dal centro di detenzione e altre due dagli uffici della commissione per i rifugiati, dove erano state condotte per dei controlli. Dopo la caccia organizzata dalla polizia maltese, 5 persone sono state rintracciate e riportate nel centro di detenzione di Marsa [https://lovinmalta.com/news/15-migrants-escape-from-marsa-reception-centre-and-refugee-commissioner]. Ma la questione della “Sea Watch” era già stata archiviata e aveva fatto tutti contenti.

Veniamo infine agli ultimi giorni, quando la nave “Mare Jonio” è sbarcata a Lampedusa dopo un altro forte (ma ben più rapido rispetto al passato) scontro politico, con Salvini che strepitava contro la “nave dei centri sociali” e la sinistra che invocava a gran voce l’apertura del porto dell’isola siciliana. Alla fine * migranti sono sbarcat*, ma la nave è stata sequestrata e il comandante indagato. Salvini è rimasto soddisfatto, mentre il movimento che ha dato vita alla “Mare Jonio” ha organizzato delle manifestazioni in tutto il paese per chiedere il dissequestro della nave. E le 49 persone che sono sbarcate a Lampedusa? Che fine hanno fatto? Anche qui pare che nessuno abbia voglia di mantenere accesi i riflettori. Il governo ha ottenuto lo scalpo dell’imbarcazione della ONG e questa ha portato le persone migranti al sicuro. Talmente al sicuro che adesso si trovano nel lager di Lampedusa, un “hotspot” come quello di Malta e come i tanti che affollano il vecchio continente. Molte di queste persone fuggivano da altri lager in Libia e ora si ritrovano rinchiuse in territorio italiano, mettendo così in evidenza la continuità del sistema concentrazionario creato dall’Europa: il loro grido di esultanza “libertà, libertà” una volta scese dalla “Mare Jonio” è stato spezzato subito, ma non c’erano più le telecamere a documentarlo.

 

Il ritorno del partito e i prossimi fallimenti della sinistra

Viviamo in tempi sicuramente difficili, tempi in cui la distruzione dell’ecosistema prodotta dal capitalismo avanza a ritmi così incalzanti che ad ogni stagione gli effetti di tale devastazione ambientale si evidenziano nel numero crescente di catastrofi che hanno ben poco di naturale. Assieme a questo collasso programmato, per il quale gli scienziati che studiano gli effetti del riscaldamento globale parlano di una situazione ormai praticamente irrecuperabile, nelle nostre città siamo assalite da una reazione aggressiva, che si manifesta nei femminicidi quotidiani come nelle sparate naziste del ministro dell’Interno che si fa un selfie sorridente mentre interi paesi sprofondano tra le acque di torrenti e fiumi in piena. La situazione, per richiamare il celebre detto maoista, non è però affatto confusa e non può essere nemmeno eccellente: appare invece molto chiara, perché chiare sono le cause che l’hanno generata e gli effetti provocati dal dominio capitalista. Deboli e confuse, queste sì, troppo deboli e confuse appaiono invece le risposte a questa onda di reazione globale che punta a mettere a profitto per pochi pure la catastrofe ambientale in corso. La sinistra internazionale, erede della sconfitta del movimento operaio, sembra decisa a ripercorrere strade già battute, fallimentari quando non criminali: da un lato abbiamo il riemergere del richiamo alla costruzione di grandi partiti socialdemocratici di massa, dall’altro (e spesso in linea di contiguità con questo percorso) una deriva vera e propria nel nazionalismo, variamente declinato in sfumature patriottiche, costituzionali o esplicitamente fasciste. Un articolo della rivista americana “Jacobin” richiama ad esempio in maniera positiva “il ritorno del partito”: “Il fatto che i partiti politici stiano tornando nuovamente alla ribalta, è innanzitutto evidente dal crescente numero di membri all’interno dei partiti, una chiara svolta rispetto al progressivo calo di adesioni a cui hanno dovuto assistere molti partiti storici europei all’inizio degli anni Ottanta. In Gran Bretagna, il Partito Laburista sta per raggiungere i 600.000 membri, dopo aver raschiato il fondo nel 2007, alla fine del mandato di Tony Blair, con appena 176.891 adesioni. In Francia, la France Insoumise di Jean Luc Melenchon conta 580.000 sostenitori, rendendolo il più grande partito della Francia, dopo appena un anno e mezzo dalla sua fondazione. In Spagna, Podemos, fondata nel 2014, ha più di 500.000 membri, più del doppio rispetto al Partito socialista. Persino negli Stati Uniti, una nazione che per gran parte della sua storia non ha mai assistito alla nascita di partiti di massa nel senso europeo del termine, possiamo notare una tendenza simile, in quanto i Socialisti Democratici d’America (DSA), la più grande formazione socialista della nazione, ha raggiunto i 50.000 membri, all’indomani della candidatura di Bernie Sanders alle primarie del Partito Democratico, nel 2016. I DSA sono una corrente socialdemocratica che pratica l’entrismo nelle fila del Partito Democratico, vengono sponsorizzati da Jacobin a livello internazionale, tanto è vero che la filiazione italiana della rivista (promossa da vari intellettuali e politici della sinistra italiana, da Wu Ming a Marta Fana fino agli esponenti della casa editrice Alegre e di Communia) ha aperto le sue pubblicazioni parlando dei DSA: un’esperienza che andrebbe vista quanto meno con una lente critica per i rischi che comporta, ovvero quelli di legittimare un partito che è pienamente inserito nell’ordine capitalista globale. Sarebbe bastato ricordare il sostegno di Bernie Sanders a Hilary Clinton nelle ultime presidenziali. Allo stesso modo, le esperienze di sinistra populista come quella spagnola e francese presentano enormi problemi politici, dalla collaborazione di Podemos con i socialisti delle stragi di stato (il Psoe mentre proponeva la manovra “di sinistra” assieme a Pablo Iglesias si accordava nelle stesse ore con il governo marocchino per reprimere meglio i migranti) alle tendenze nazionaliste, colonialiste e razziste di France Insoumise. Insomma, mentre lo Stato assume un volto sempre più esplicitamente violento e legato al dominio capitalista, a sinistra si ripropongono forme più o meno intense di collaborazione e di corsa al potere, per meglio “gestire” il dominio del capitale. Non è un caso che oggi chi cerchi di ricostruire la sinistra istituzionale debba confrontarsi (se non proprio contaminarsi) con idee e pratiche fasciste e reazionarie: gli spazi di riformismo sono sempre più scopertamente inesistenti e anche questa “nuova” sinistra sarà un fallimento doloroso che condannerà altre migliaia di militanti alla disillusione e all’abbandono dell’impegno politico. L’articolo apparso su Jacobin si conclude con un appello alla ricostruzione dei partiti riformisti: “Contrariamente a ciò che alcuni hanno affermato all’alba del nuovo millennio, non c’è modo di cambiare il mondo senza prendere il potere. E non c’è modo di prendere il potere e cambiare il mondo senza ricostruire e trasformare i partiti politici”. Questa considerazione racconta l’esatto contrario di ciò di cui avremmo bisogno, ovvero una spinta diffusa a combattere il potere e ad organizzarsi in rete contro lo Stato e contro i partiti democratici.

L.C.

Vuoto di potere

La figura dell’attuale presidente del consiglio italiano, il carneade professor Giuseppe Conte, balzato improvvisamente agli onori delle cronache politiche mondiali e collocato a Palazzo Chigi per fornire un equilibrio al nascente governo giallo-verde, è emblematica e riassume plasticamente lo svuotamento effettuale della funzione rappresentativa nelle moderne democrazie capitalistiche. Paradossalmente, proprio mentre si rafforza una visione muscolare, populista e nazionalista della gestione del capitalismo italiano, in una deriva verso la ricerca di leadership forti e di partiti verticisti sempre meno democratici al loro interno, il nuovo potere si affida a questo personaggio semi-sconosciuto, utile al nuovo governo proprio per la sua mancanza di personalità. Si dirà che il professor Giuseppe Conte deve bilanciare la forza e gli eventuali contrasti che emergeranno tra i due veri leader del governo, i vice primo ministro Luigi Di Maio e Matteo Salvini, per cui questa evanescenza della prima carica dell’esecutivo è una finzione utile a una rappresentazione meramente amministrativa: dovrà pur servire qualcuno, meglio se un avvocato studioso di diritto privato, a coprire quella casella e fare quel necessario lavoro burocratico di esecuzione di decisioni prese altrove. Il punto però è proprio questo: dov’è questo altrove? Chi decide, chi comanda qui? Per rispondere a questa domanda dovremmo allargare la visuale e giudicare i primi giorni di questo nuovo governo un attimo al di là della rappresentazione giornalistica delle vicende che hanno visto Lega e Cinque Stelle guidare questa nuova fase della politica nazionale. Un primo elemento di contestualizzazione può essere offerto dal ruolo che svolge il ministro dell’economia nell’esecutivo: mentre i due leader Di Maio e Salvini continuano a promettere la realizzazione delle costose riforme sbandierate in campagna elettorale, il professor Giovanni Tria ridimensiona i capitoli di spesa e tiene fermo il governo populista sulla linea di continuità con l’austerity di Monti, Letta, Ciampi etc. Se però questi limiti economici possono anche apparire comprensibili per ragioni di prudenza almeno in questa prima fase, altri limiti di natura giuridica e politica emergono nel confronto con gli altri governanti degli stati europei e con gli stessi poteri della UE. La questione della riforma del trattato di Dublino fa capire quanto, al di là degli interessi dei singoli governi e della rappresentazione nazionalista di Salvini o di Macron, nella gestione dei migranti tutta l’Europa sia unita nell’intenzione di continuare a blindare le frontiere, proseguire nel disegno stragista in atto da anni nel mediterraneo, affermare la propria potenza colonialista nei confronti dei paesi africani, etc. Di fronte alla costruzione condivisa da tutti di nuovi lager, in Europa come in Africa, all’aumento di respingimenti e deportazioni, appare davvero poca cosa la polemica tra Francia e Italia per la gestione degli “hotspot”. Mentre il professor Conte passava la nottata con gli altri leader europei per limare i termini del nuovo accordo tra paesi europei sulla non-riforma del trattato di Dublino, nelle stesse ore più di cento persone morivano nelle acque antistanti la costa libica, uccise da quel sistema che nessun governo può o vuole mettere in discussione. La gestione delle migrazioni è talmente intrinseca al controllo delle persone e allo sfruttamento che nessun governo potrebbe affrontare diversamente la questione, a meno che non intendesse tendere a politiche anticapitaliste e rivoluzionarie, cosa che farebbe cadere questo ipotetico governo nel giro di due secondi. Qui arriviamo dunque alla vera questione di fondo e cioè che la diffusione del potere, la sua articolazione oltre e attraverso i centri nazionali e comunitari, la compenetrazione con i soggetti economici (non con la generica “casta” o le varie lobby ma imprese, finanza, il cuore del potere nel capitalismo) e lo svuotamento della funzione rappresentativa democratica sono tutte caratteristiche che possiamo difficilmente aggirare con richiami retorici che restano vuoti e fini a se stessi. Parallelamente al dilagare delle pulsioni fasciste (le vediamo esplodere minacciose ogni giorno nelle nostre città) ritorna l’illusione che una socialdemocrazia, magari più collocata verso sinistra rispetto al passato (pensiamo a leader come Sanders, Corbyn, Iglesias, Melanchon e…Viola Carofalo) possa impadronirsi delle leve del governo e gestire un capitalismo dal volto umano. Tutti i fenomeni di populismo di sinistra, di rinascita socialdemocratica, di rinnovamento dei partiti comunisti aspirano a cogliere al volo la stessa (impossibile) occasione storica, ovvero l’occupazione di uno spazio di potere all’interno delle istituzioni nazionali, istituzioni da modificare e poi eventualmente da rovesciare in direzione di un “potere popolare” che abbiamo ben visto come funziona, ad esempio nel disastro del regime chavista in Venezuela. Va detto chiaramente che questa prospettiva non è solo inutile perché fa perdere risorse e tempo ai movimenti di opposizione, ma che è profondamente sbagliata e viziata nelle sue stesse fondamenta teoriche e pratiche. Assistiamo dunque a uno strano paradosso: mentre il potere dimostra la sostanziale interscambiabilità delle sue figure rappresentative, che possono essere dei meri gestori burocratici come un Conte o un Junker, in un processo specchio della perdita di rilevanza delle istituzioni rappresentative democratiche, nel contempo i movimenti di sinistra puntano ancora sulla leadership forte, sulle figure carismatiche, sul leader che trascina le masse, in un rovesciamento simbolico che trasfigura la famosa “cuoca di Lenin”, che avrebbe potuto gestire il socialismo realizzato premendo solo un bottone, nella ricerca di famosi e premiati chef a cinque stelle. Eppure, se il potere ci mostra il suo terribile vuoto, anche le istituzioni alternative allo Stato potrebbero essere immaginate similmente, con l’abbandono della macchina statale e la federazione di consigli esclusivamente amministrativi. Un po’ come immaginavano, per riprendere un paragone storico a ridosso della rivoluzione sovietica, gli operai e contadini “machnovisti”, movimento represso e sconfitto nei primi anni ‘20 del secolo scorso, che scrivevano nel loro manifesto: “Come consideriamo il sistema dei soviet? I lavoratori devono scegliersi da soli i propri soviet, che soddisferanno i desideri dei lavoratori – cioè, soviet amministrativi, non soviet di stato. La terra, le fabbriche, gli stabilimenti, le miniere, le ferrovie e le altre ricchezze popolari devono appartenere a coloro che vi lavorano, ovvero devono essere socializzate”.

l.c.

Il nuovo bipolarismo e le sviste della sinistra

Negli ultimi giorni, dopo che è esploso il clamoroso contrasto tra Mattarella e Salvini sulla composizione del cosiddetto “governo del cambiamento” (una proposta di esecutivo dai tratti fortemente autoritari, con un programma antipopolare e giustizialista, caratterizzato dalla “flat tax” e dalla richiesta del carcere per i minori, nel contesto del quale i Cinque Stelle hanno piazzato il loro reddito di cittadinanza e la difesa dell’acqua pubblica ma di fatto consegnando l’indirizzo politico nelle mani della Lega di Salvini, che pure aveva avuto la metà dei voti alle scorse elezioni…) tutto lo scenario politico italiano si è polarizzato sulla questione della sovranità nazionale contro il dominio dei mercati e dei burocrati di Bruxelles. Forse per volontà di entrambi, sia Salvini che lo stesso Mattarella, si è voluto creare un nuovo bipolarismo nei contenuti politici e nelle prossime alleanze elettorali e parlamentari, spiazzando così il povero Di Maio che aveva fatto professione di atlantismo ed europeismo pur venendo da una storia no-euro e filo putiniana: i suoi sforzi di moderare il Movimento Cinque Stelle pur di entrare nella stanza dei bottoni sono stati resi vani dall’accelerazione sovranista di Salvini e dalle contromosse di Mattarella. Ora, se questo sarà dunque lo scenario dei prossimi anni e il contenuto caratterizzante della cosiddetta Terza Repubblica, ovvero un bipolarismo tra fronte euroscettico e fronte repubblicano ed europeista, appare chiaro che tutta la sinistra sia destinata a continuare a rimanere ai margini dello scontro politico in atto nell’ambito istituzionale. Non siamo dunque in Portogallo, dove i socialisti governano con la sinistra radicale cercando di mediare tra i diktat di Bruxelles e lo scontento popolare, oppure in Inghilterra dove il Labour grazie al carisma di Jeremy Corbyn si è ripreso il suo spazio socialdemocratico. Tanto meno siamo in Grecia dove la sinistra radicale, una volta arrivata al potere grazie a una grande mobilitazione sociale, sta gestendo tutte le politiche infami di austerità e repressione. Siamo in Italia, dove quando si parla di “sinistra” si può fare riferimento al Partito Democratico, ossia il referente politico di Confindustria, mentre la sinistra radicale (ricordate la teoria delle “due sinistre” di Fausto Bertinotti?) è sparita dalla scena politica dopo aver appoggiato il secondo governo Prodi, ormai più di dieci anni fa. E allora ci si pone la domanda, anche negli ambiti di movimento che sono fuori da una diretta partecipazione alla politica istituzionale, se sia il caso di attraversare, anche criticamente, uno dei due campi che si stanno creando, quello euroscettico o quello repubblicano. Se il secondo appare impraticabile per la presenza ingombrante del Partito Democratico e per il fatto che a Bruxelles si imponga ancora una politica di pesanti tagli allo stato sociale di stampo monetarista, nel secondo fronte alcuni pensano si possa fare un’operazione di attraversamento critico, scomponendo la parte chiaramente fascista, sovranista e nazionalista dell’euroscetticismo da quella che combatte i poteri europei con un impianto più democratico e aperto alle rivendicazioni popolari e sindacali. Un’operazione del genere, è stata già tentata per altri versi nel passato, quando i movimenti si erano interessati a condizionare le ambivalenze presenti nei famosi “forconi”, nel cosiddetto “No sociale” al referendum proposto da Matteo Renzi. Sia detto per chiarezza, combattere i poteri europei è sacrosanto, quando la “fortezza Europa” sta praticando uno sterminio contro i migranti con la chiusura delle frontiere, oppure quando da Bruxelles si condizionano eventuali politiche progressiste (ove mai queste politiche fossero proposte da un governo nazionale, cosa raramente accaduta negli ultimi decenni, basti pensare che le stesse forme di sostegno al reddito sono state ripetutamente caldeggiate da Bruxelles ai governi italiani, di centrodestra come di centrosinistra, e non sono mai state accettate). In generale, il contrasto ai poteri rappresentativi è una cosa buone e giusta, siano essi collocati a Bruxelles, a Roma o a Varese e Monza (come auspicava la Lega Nord ai tempi di Umberto Bossi). La strada per la costruzione di un blocco sociale antagonista caratterizzato dai temi “No euro”, contro i trattati economici, è comunque veramente stretta e difficilmente porterà ad aggregare qualcosa di più che un movimento residuale. Siamo veramente sicuri, come scrivono alcune riviste online dell’antagonismo, che nella composizione di classe sia prevalente un sentimento anti-europeo, in primis contro la moneta unica? Questa idea, a prescindere se sia conveniente o meno ritornare alla Lira, magari guidati da un esecutivo fascistoide purché sia, sembra veramente lunare. Chi conosce la condizione dei milioni di proletari meridionali, ad esempio, costretti a decidere se emigrare all’estero oppure restare e barcamenarsi tra lavori precari e sostegno del welfare familiare, dovrebbe capire che i desideri e le preoccupazioni che attraversano questa composizione di classe spingono verso tutt’altra direzione. Chi è emigrato all’estero o conta di farlo, magari temporaneamente, sa bene che uno scontro con i paesi forti dell’Eurozona, meta principale dell’emigrazione dall’Italia, sarebbe un bel problema, che indebolirebbe immediatamente la posizione sul mercato del lavoro dei migranti. Chi resta in Italia, con tutte le difficoltà del caso, ricorda quanto avvenne ai tempi del passaggio dalla Lira all’euro, quando una pizza e una birra praticamente raddoppiarono di prezzo, quando ad arricchirsi nel passaggio furono padroni, commercianti etc, non certo studenti e precari: il sospetto, fondato o meno, è che in un passaggio inverso, dall’euro a una nuova moneta nazionale, a perderci siano sempre gli stessi. È troppo facile pensare che per costruire questo fronte anti-euro da sinistra basti fare una filippica ideologica contro lo strapotere dei mercati e il dominio dei burocrati liberisti di Bruxelles. Il sospetto è che le riforme economiche proposte dagli economisti e dai politici no-euro o immediatamente conseguenti dalla rottura con l’eurozona, dalla svalutazione della moneta a una ripresa dell’inflazione, siano devastanti per chi campa con una piccola rendita familiare e non certo grazie solo al solo stipendio. Pensiamo anche a queste cose quando ci facciamo promotori e interpreti dei desideri della classe e degli sfruttati, perché il rischio reale è che l’unico agente ideologico effettivamente efficace nel richiamare le masse a combattere Bruxelles sia il fascismo. Per quanto riguarda invece la costruzione reale di movimenti popolari contro l’Europa, in effetti qui ci troviamo di fronte a una delle più clamorose miopie politiche della sinistra antagonista o come la si voglia chiamare: una lotta di massa contro il dominio di Bruxelles è già attiva e presente oggi e coinvolge migliaia di persone ogni giorno, è la lotta contro le frontiere che praticano le persone migranti rischiando la pelle. Si potrebbero, invece di pensare con quale moneta e quale governo reprimere e sfruttare le persone, rafforzare le reti di solidarietà con i movimenti di lotta che attraversano i paesi del mediterraneo, stringendo relazioni con chi si ribella oggi a Tunisi, nel Rif in Marocco, in Egitto, ché magari sono le stesse persone che qui vengono incarcerate in un C.P.R. o lavorano nelle campagne pugliesi o calabresi.

Pasquale Caetani

Oltre l’autorappresentazione, mettiamo in gioco i nostri corpi

1. Dopo le elezioni del 4 marzo la situazione politica del paese resta incerta e presenta alcuni aspetti di novità rispetto al passato. Le urne hanno bocciato sonoramente i partiti che hanno governato la crisi negli ultimi anni attraverso l’attuazione delle politiche europee e invece hanno premiato chi si è tenuto (almeno nella retorica) in una posizione contro l’austerity o ha proposto una rottura con Bruxelles. Soprattutto nel mezzogiorno, i Cinque Stelle sono stati riconosciuti da milioni di persone come l’unica alternativa elettorale credibile al fallimento delle politiche del lavoro di Renzi, Confindustria e soci. Quello che resta incerto, pur in un quadro di sostanziale stabilità complessiva del dominio capitalista nel nostro paese, è chi avrà la direzione politica che dovrà guidare l’accumulazione del capitale nei prossimi anni: diversamente da quella che viene spacciata come una presunta “uscita dalla crisi” da destra o da sinistra, si tratta di capire quali saranno gli schieramenti che avranno in mano questo ruolo che sarà giocoforza usato contro le persone sfruttate. Completamente scartata dagli elettori è stata la possibilità di tentare una via di uscita da sinistra: diversamente rispetto ad altri paesi come Inghilterra, Francia, Grecia, Spagna, Portogallo etc., la sinistra cosiddetta radicale è stata giudicata come interna al disastro provocato dalla sinistra liberale e non le si è data nessuna chance di guidare eventualmente un governo che conciliasse (fittiziamente) gli interessi del capitale con quelli di chi è sfruttatx. La stessa esperienza di “Potere al popolo!” raccoglie la metà dei voti della lista di “Rivoluzione Civile” del 2013 e si colloca così nella lunga scia dei tentativi falliti di rianimare il cadavere politico di Rifondazione Comunista.

2. Il fallimento di “Potere al popolo!” (PaP) ci porta dritti alla questione che più ci interessa, ovvero quella della ripresa dei movimenti anticapitalisti e rivoluzionari in questo paese. Il tentativo elettorale di PaP aveva anche il chiaro obiettivo di mettere un cappello e realizzare un’egemonia politica sui movimenti di lotta che si muovono ancora in Italia, un tentativo di ridurre e presentare tutte le lotte e le esperienze antagoniste sotto l’unica regia del centro sociale Ex-Opg di Napoli. Questa struttura politica, forte del sostegno del sindaco De Magistris, ha pensato di allearsi con vari gruppi della sinistra (Rifondazione, Pci, Usb, Sinistra Anticapitalista, Rete dei Comunisti, Eurostop etc.) per riuscire a presentarsi come l’avanguardia delle lotte e dei “centri sociali” e iniziare a costruire il proprio partito. Lo scarso risultato elettorale di PaP non può lasciare quindi in secondo piano la ricaduta politica negativa che avrà comunque questa operazione: la cultura fortemente lavorista e riformista moderata di Ex-Opg (rimarranno agli annali le dichiarazioni a favore della Costituzione) ha portato un deciso arretramento nel dibattito politico delle varie realtà anticapitaliste, e alle persone coinvolte in questo percorso (tante e tanti militanti di base a cui si è lisciato continuamente il pelo per tenerle in futuro legate alla dirigenza dell’Ex-Opg) si è proposta una strada completamente fallimentare. Non c’è nessuno spazio per la sinistra radicale a livello elettorale, ma non c’è nemmeno uno spazio di autorappresentazione delle lotte da usare per portare avanti un politica riformista già ampiamente bocciata dal passato remoto e recente: basti pensare al fallimento di Syriza, un partito arrivato al governo in seguito a una mobilitazione popolare molto forte e con il sostegno di varie esperienze sociali e mutualistiche, che ora gestisce i lager per migranti e le politiche di austerità.

3. In questo scenario piuttosto sconfortante restano varie esperienze importanti e significative che ci danno comunque una prospettiva politica di impegno per i prossimi anni. È certo dura non avere le scorte di entusiasmo di “Potere al popolo!”, ma possiamo far valere almeno la nostra rabbia contro le oppressioni. Ci sono lotte molto dure in questo paese, lotte che hanno visto negli ultimi mesi l’uccisione da parte dello Stato di alcuni nostri compagni e vedono in generale una repressione molto forte: dalle lotte dei/delle migranti ai movimenti femministi, dalle pratiche antifasciste alle lotte sindacali, sono tante le situazioni in cui c’è bisogno di mettere in gioco i nostri corpi. Costruire una presenza rivoluzionaria qui e ora è davvero un’impresa complicata, non solo per la repressione ma anche per la tara politica di una militanza diffusa che crede sia più facile e comodo postare su internet le scene di poche lotte (alle quali magari non si è nemmeno partecipato) per risultare efficaci e poi legittimarsi nei contesti politici più allargati. Così facendo però si aumenta solo il proprio ego ipertrofico (anche detto “entusiasmo”) e si ostacolano di fatto i percorsi di lotta. Abbiamo visto in queste settimane anche compagni e compagne denunciate in seguito alle riprese filmate dei cortei fatte non dalla questura ma da alcuni gruppi che dicono di partecipare ai movimenti. Rompere questo gioco delle identità e della legittimazione dei leaderini di movimento che si fanno pubblicità (magari per poi presentarsi alle elezioni) ci sembra un presupposto decisivo per fare chiarezza, cominciando anche a discutere di cosa significhi “mutualismo” in contesti non conflittuali ma solo utili a quella autorappresentazione così deprimente e dilagante. Spesso le pratiche mutualistiche proposte dai movimenti non sono altro che piccole esperienze di impresa privata, cooperativa o meno, gestita dalla direzione di alcune strutture politiche. Vediamo anche la ripresa dell’idea tipicamente cattolica della sussidiarietà nei confronti dell’intervento statale, oppure il progetto di controllare quello che fanno le istituzioni rispetto ad un loro presunto dovere: si è finiti addirittura per affiancare la polizia o le Asl locali in nome di un presunto decoro e buon funzionamento di istituti repressivi come i centri di accoglienza per migranti. Come scrive il Comitato Invisibile, “Pochi settori hanno sviluppato un amore così fanatico della contabilità,  per cura della legalità, della trasparenza o dell’esemplarità, quanto quello dell’economia sociale e solidale. In confronto qualsiasi PMI è un lupanare contabile. Abbiamo centocinquanta anni d’esperienza di  cooperative per sapere che queste non hanno mai minimamente minacciato il capitalismo. Quelle che sopravvivono finiscono, presto o tardi, per  divenire delle imprese come le altre. Non esiste «un’altra economia», ciò che esiste è un altro rapporto all’economia. Un rapporto di distanza e di ostilità, giustamente” [Estratto da Comité invisible, Maintenant, la Fabrique, Paris 2017, pp.87-107(trad. a cura di quieora international).

4. Essere presenti nelle lotte costa fatica, sacrificio, ci sono poche soddisfazioni e non ci appartiene la cultura religiosa del martirio bensì quella della pratica comune e della gioia. La costruzione di percorsi non identitari e conflittuali deve nascere attraverso pratiche orizzontali e non verticistiche, pratiche che superino quel leaderismo machista che tanti danni ha fatto ai movimenti in questi anni. L’obiettivo che ci prefiggiamo non può essere una mera ricostruzione della “sinistra”, un luogo ideale ormai scomparso dal parlamento così come ripudiato nella società, il nostro percorso deve invece riguardare la ripresa di una conflittualità rivoluzionaria e intersezionale di fronte alle varie oppressioni. Non ci interessa dunque nessuna “uscita dalla crisi” che sia una ricomposizione degli apparati economici e repressivi statali guidata da partiti della sinistra, ma vogliamo anzi far aumentare le contraddizioni mediante la pratica del conflitto, costruendo reti e contatti con una visione internazionale. Insisteremo dunque in questo percorso consapevoli che pur nelle difficoltà troveremo tante altre persone disponibili a intraprendere il nostro stesso cammino.

Cento anni dopo: l’insurrezione che viene

Immortalato nella scena del film “Ottobre” di Ėjzenštejn mentre firma la deposizione del governo tra i bolscevichi che hanno preso d’assalto il “Palazzo d’Inverno”, il comunista dandy con il suo cravattino slacciato e gli occhialini da intellettuale ha nella mano una rivoltella, in una scena quasi da western. L’insurrezione è compiuta, gli orologi si fermano e l’evento impensabile si è realizzato. Questa volta, la prima nella storia dell’umanità, gli oppressi che hanno tentato l’assalto al cielo hanno vinto. Non è più la Comune parigina repressa nel sangue, nemmeno il massacro dei contadini tedeschi a Frankenhausen. Dopo cento anni dai “dieci giorni che sconvolsero il mondo”, cosa abbiamo da dire oggi sulla rivoluzione dei soviet, cosa rimane dell’insurrezione che ha aperto la strada a milioni di proletari in ogni parte del pianeta? Sarebbe troppo facile o noioso partire dalle cause o dalle conseguenze del termidoro staliniano oppure dalla sconfitta del socialismo reale nel 1989, ricordando come quelle ali si siano bruciate sotto il sole di un tentativo audace o viziato sin dal principio. Pure ricostruire una genealogia comunista basata sulla tendenza dell’economia, sullo sviluppo delle forze produttive, oggi “pur nella mutata fase”, sembrerebbe stonato. Leggendo l’ultima intervista fatta recentemente a Toni Negri si possono trovare ancora le tracce di questo antico vizio economicista, nonostante tutto: “La rivoluzione – afferma Negri – è lo sviluppo delle forze produttive, dei modi di vita del comune, lo sviluppo dell’intelligenza collettiva”. Ancorati all’idea della priorità di giustificare in un modello produttivo le nuove istituzioni del potere costituente, rischiamo forse di partire con il piede sbagliato, ovvero rischiamo di dimenticare quanto ci sia da distruggere ancora del vecchio dominio, del potere che ci opprime qui e ora. Assumendo la centralità della produzione, anche se nelle nuove vesti cognitive e cooperative nei network immateriali, siamo costretti a ripetere idealmente la creazione di nuovi poliziotti a difesa di nuovo dello “stato di tutto il popolo”, anche se uno stato certamente “diverso”, ci mancherebbe, uno stato che nasce dalla relazione tra governo democratico e movimenti di opposizione, in una sterile riproposizione del riformismo novecentesco anche se sotto le nuove forme del postmoderno. Eppure è vero che l’intelligenza, il coraggio, la generosità e l’immaginazione dei rivoluzionari non mancano dopo cento anni da quella insurrezione: queste qualità le vediamo all’opera in tante parti del mondo, ancora vive e vitali, mentre cercano di contrastare il capitalismo e le sue istituzioni. Penso a Paul Preciado che dichiara la sua disforia di genere insieme alla sua incapacità di identificarsi con una patria e una nazione: proprio mentre partecipa al processo dell’indipendenza della Catalunya si dichiara estraneo non solo ad uno stato che lo opprime e che c’è già ma anche a quello che non c’è ancora. Oppure penso a chi è rimasto in Siria a combattere il tiranno Bashar Al-Asad, sfuggendo ai bombardamenti chimici e al terrore delle galere o dell’invasione di Putin, magari sorretto anche dalla fede in un Islam che non si esprime, fortunatamente, solo attraverso il volto fascista e totalitario dell’ISIS. Oppure penso agli anarchici che si battono, completamente incompresi dalla sinistra mondiale, contro il regime corrotto di Maduro in Venezuela, consapevoli che nelle lotte non può valere la considerazione borghese della ricerca di un presunto “male minore”, in questo caso rappresentato dalla burocrazia del capitalismo petrolifero bolivariano. O ancora, seguendo proprio la rotta del petrolio, penso a un guerrigliero africano che assalta e rompe l’oleodotto di una multinazionale per redistribuire una parte dell’immensa ricchezza che viene sottratta al suo continente ogni giorno. Non possiamo certo dimenticare che oggi, cento anni dopo, la stessa parola comunismo appaia impronunciabile e richiami alla salma di Lenin o al potere del partito turbo-capitalista cinese: ovunque nel mondo il simbolo della falce e martello chiama a raccolta non i lavoratori ma poliziotti, politici, nazionalisti e feccia di ogni risma. Eppure, ancora, cento anni dopo sentiamo in lontananza quel ritornello che non muore: le sue note ci dicono che il partito storico degli oppressi continuerà a giocare la sua partita, diversa da ieri e da domani, contro gli oppressori in ogni latitudine del pianeta. Chi sarà in grado di vincere oggi? Dove si realizzerà la nuova insurrezione? Sembra banale dirlo, ma una rivoluzione non è possibile senza i rivoluzionari: saranno ancora loro, non anonimi processi storici o astratte tendenze tecnologiche ed economiche, a portare avanti il desiderio di autonomia e liberazione.

l.c.

La guerra contro i/le migranti e il colonialismo della sinistra

“Con il nemico si parla dopo averlo combattuto e mai prima. Ma questo è ciò che tutti i riformisti fanno finta di non capire. Per questo il primo avversario dei rivoluzionari è sempre la socialdemocrazia, quello che bisogna disattivare per poter affrontare il vero nemico ontologico-esistenziale: il capitalismo e il suo mondo” [Vicente Barbarroja, “Gentry, Odio, Metropoli”, in “Qui e ora” n.3]

La stretta repressiva operata dal governo italiano negli ultimi mesi in materia di immigrazione è stata spettacolare e particolarmente efficace: una volta registrata l’indisponibilità europea a rivedere gli accordi di Dublino rispetto alla suddivisione tra gli stati membri dell’Unione delle persone sbarcate nel primo paese-approdo del vecchio continente, ecco che l’esecutivo guidato da Gentiloni ha realizzato in poche settimane un blocco quasi completo della rotta libica. Senza scrupoli di sorta, guidato dal desiderio del ministro Minniti di passare alla storia come l’uomo che ha risolto “il problema dei migranti”, il governo italiano ha di fatto chiuso la missione Triton, bloccato i soccorsi in mare di stato e organizzazioni non governative, appaltando il controllo delle coste libiche alle stesse bande criminali che gestiscono parte del percorso che va dai lager libici all’approdo a Lampedusa. La spettacolare riduzione degli approdi in Italia, diminuiti del 50% a luglio (mese di maggiore frequenza di sbarchi) e ancora di più in questo mese di agosto, ha portato sempre più in auge nel teatrino politico la figura di Minniti, il comunista cresciuto con il culto dello stato e dei servizi segreti, l’uomo che non si fa scrupolo di portare le navi militari nel porto di Tripoli o di stringere accordi coi peggiori criminali degli stati sub–sahariani pur di non far approdare gli africani in Italia. Missione compiuta, dunque? Di certo questa operazione militare, una vera e propria operazione di guerra neo-colonialista, ha raggiunto parte del suo scopo, con il piccolo “danno collaterale” della reclusione nel deserto di migliaia di persone, con l’aumento del rischio di morti nel Mediterraneo e con la distruzione di centinaia e centinaia di vite umane. Poco importa, l’opinione pubblica italiana è grata a Minniti, convinta che “non ci sia posto” per gli africani nel nostro paese, con l’Europa che preme alle frontiere per non farli circolare negli altri stati confinanti, con relativa chiusura a Ventimiglia e al Brennero. Una strage vera e propria, concepita e realizzata con l’idea che la sicurezza del controllo dei confini sia un’idea di sinistra, ugualmente spendibile insieme al discorso di accogliere e gestire le vite di quei pochi fortunati che sono riusciti miracolosamente a entrare nel nostro paese. Che vita fanno queste persone mentre gli altri dannati della terra sono bloccati nei lager libici o nel deserto del Ciad o sono morti nel fondo del mar mediterraneo? Qui entra in gioco l’altro aspetto della faccenda: mentre il fronte esterno della guerra ai migranti dispiega navi militari e bande criminali senza scrupoli, il volto buono dell’accoglienza in Europa spende milioni di euro per controllare, gestire, infantilizzare migliaia di vite umane, inserendole in un circuito di sfruttamento lavorativo e di disperazione. Nessun documento, niente libera circolazione, respingimenti, deportazioni, vite di merda in tendopoli sovraffollate, in centri di accoglienza straordinaria simili a carceri: un vero e proprio inferno, molto più simile alle condizioni dei lager libici che alle promesse del rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo e altre belle cose scritte solo sulla carta. Di fronte a questo scenario così complesso e terrificante, qual è la reazione del movimento antirazzista italiano? A parte poche lodevoli eccezioni di autorganizzazione dei lavoratori migranti nelle campagne o nel settore della logistica, lo scenario è decisamente sconfortante. Sindacati di base che spacciano per “sindacalizzazione” il corrompere pochi migranti per far spegnere le lotte in corso nelle tendopoli o nei luoghi di lavoro, associazioni che si pongono come mediatori immaginari tra la volontà dello stato di reprimere e i desideri dei/delle migranti di avere documenti e una vita decente. La sinistra italiana, nelle sue espressioni politiche, associative e sindacali, fino alle sue espressioni più radicali nei centri sociali e nei collettivi di solidarietà ai migranti, sta attraversando questo passaggio storico drammatico in cui migliaia di vite umane vengono massacrate e altre vengono gestite in un sistema di controllo e repressione senza porsi alcun problema, anzi partecipando al funzionamento di questo sistema prendendo fondi, aiutando lo stato a reprimere, piazzando clientele di lavoratori del settore, operando divisione e delazione tra i migranti che lottano. Forse oggi non è ancora completamente chiara questa dinamica vergognosa, complice il racconto interessato dei media subalterni alla politica, complice pure la volontà di questi gruppi di sinistra di auto-rappresentarsi con “selfie” e vagonate di pagine Facebook come buoni amici dei migranti: ogni giorno che passa, però, aumenta la visibilità del marchio di infamia della partecipazione a un sistema che ha una doppia faccia ma il medesimo obiettivo, ossia controllo e repressione, gestione e genocidio, colonialismo dal volto umano e massacro nel mar mediterraneo. La sinistra italiana pagherà in futuro la sua mancanza completa di coraggio, ma già oggi gli spazi elettorali e istituzionali che vorrebbe ritagliarsi sono praticamente ridotti al lumicino, mentre tutto il discorso politico generale si sposta sempre più a destra, con il Pontefice della chiesa cattolica che viene visto come un difensore dei migranti e l’Avvenire come foglio antifascista, in un declino sempre più veloce e pericoloso nella normalizzazione e nell’accettazione di pratiche discriminatorie, fasciste e criminali. Se la sinistra ha introiettato questo “colonialismo 2.0”, oggi i migranti che riescono a entrare in Italia sono sempre più soli, mentre una quota esorbitante di cittadini italiani è a sua volta parte di quell’esercito di “migranti economici” in viaggio verso altri lidi europei o internazionali, una quota di emigrazione massiccia, agli stessi livelli del secondo dopoguerra o della fine dell’ottocento. L’Italia si svuota sempre di più, lo stivale diventa una prigione, i padroni sono sempre più in grado di sfruttare la classe lavoratrice perché tutte le colpe e lo stigma sociale vengono scaricati sugli immigrati. Uno scenario veramente disastroso all’interno del quale qualche centro sociale “comunista” riesce addirittura ad accreditarsi e ad attribuirsi come vittoria qualche permesso di soggiorno rilasciato con il contagocce dalla questura. Nonostante questo, lontano da questo atteggiamento paternalista e autoreferenziale, le lotte dei migranti continueranno e saranno sempre di più le uniche lotte in grado di contrapporsi veramente al sistema di sfruttamento del capitalismo nazionale. I/le solidali che stringeranno legami con queste lotte avranno la possibilità di apprendere come ci si oppone al potere in maniera efficace.

Centro di accoglienza a Sicignano degli Alburni: rompiamo l’isolamento, documenti per tutti

Percorrendo l’autostrada Salerno-Reggio, in un giorno segnato dal terribile caldo umido di agosto, abbiamo raggiunto Sicignano degli Alburni per renderci conto di persona delle condizioni dei 35 migranti che da mesi risiedono nel centro di accoglienza nel comune salernitano, frazione Galdo. Siamo stati spinti a cercare questo incontro dal fatto che ormai più volte, negli ultimi mesi, queste persone stanno mettendo in campo una serie di atti di protesta per reclamare documenti, una migliore condizione di vita e l’uscita dall’isolamento. Arrivati sul posto infatti la prima cosa che colpisce è proprio la sensazione di isolamento: il centro di accoglienza è lontano 8 km dal centro abitato di Sicignano ed è, come ci ha detto un migrante, “in the middle of the forrest”. Il “centro” in realtà sarebbero due capannoni prefabbricati in lamiera (immaginiamo come si possa stare in questi giorni di calura là dentro…), uno per la mensa e uno per i letti. Un gruppo di musulmani è costretto a pregare fuori sul cemento, nel frattempo un altro migrante si bagna con una pompa messa fuori sempre alla buona. La cucina è ripetitiva e non sempre tiene conto dell’alimentazione a cui sono abituate le differenti persone, che vengono da vari paesi africani e asiatici. Il centro di Sicignano fa parte del circuito ufficiale dell’accoglienza: i finanziamenti ci sono ma, considerando la situazione e le innumerevoli proteste, nascono forti dubbi riguardo il loro utilizzo e il rispetto di tutti gli obblighi cui sono tenuti i gestori di queste strutture. L’atmosfera di tensione era comunque palpabile, anche rispetto agli effetti della recente protesta: c’è chi è ormai da nove mesi in Italia e non ha ottenuto ancora risposte e vorrebbe costruirsi una vita in autonomia, non essere recluso in un prefabbricato in una frazione di un piccolo paese senza possibilità alcuna di migliorare la propria condizione. Inoltre, a seguito di tale protesta,10 migranti tra quelli coinvolti sono stati denunciati, con la conseguente espulsione dal centro accoglienza e dunque l’impossibilità di ottenere il diritto d’asilo, tornando così in una situazione di irregolarità che mette ancora più a rischio le loro esistenze. Ci sembra fondamentale e mai scontato ribadire che la situazione che questi migranti vivono nel centro di Sicignano non si discosta affatto da quella di chi è costrett* in altri centri di accoglienza, strutture nate per favorire gli affari di pochi, regalare manodopera a basso costo o totalmente gratuita con la scusa dell’integrazione, infantilizzando, controllando e privando della libertà migliaia di persone prigioniere per anni di questo sistema dal quale solo una misera percentuale riesce a uscire con il tanto agognato documento che permetterà la permanenza in Italia. In definitiva, siamo molto preoccupat* per quanto stanno vivendo le persone in questo centro a Sicignano: l’appello che facciamo è che si ascolti la loro voce, si supporti la loro lotta, rompendo l’isolamento, si diano subito risposte alle loro richieste: documenti per tutti e una possibilità di vita indipendente e autonoma in questo paese.

La piega

“Per cominciare ad orientarci in questo mondo leibniziano, per Deleuze ancora attualissimo, potremmo appunto pensare che la realtà è fatta di pieghe, una piega che si prolunga all’infinito e non cessa di differenziarsi, ripiegamenti della materia e pieghe dell’anima. Una realtà porosa, rugosa, cavernosa, sempre in movimento, in uno sterminato brulicare di piccole pieghe: molteplicità che si ripiega e si spiega, e che sta a noi, alla nostra capacità di pensarla, tentare a nostra volta di spiegare. Per semplicità, possiamo pensare proprio alla stoffa e alle sue pieghe, a un tessuto che si trama di infinite increspature; oppure, con un occhio per così dire più orientale, possiamo pensare alla carta e quella sottile arte giapponese di piegarla che si chiama origami” [Pier Aldo Rovatti]

L’idea che sia costantemente importante fare e dare un punto e mai la linea, che la costruzione di soggettività sia più legata alle affinità e alle assonanze che ad un richiamo all’ordine, il tentativo di costruire una serie di composizioni che possano creare un modo differente di porsi rispetto all’analisi della realtà e dei suoi movimenti: questo blog collettivo nasce come un tentativo (uno dei tanti) di dare uno spazio virtuale (e possibilmente in alcuni casi anche fisico) a questa esigenza diffusa tra tant* di noi. La differenza che forse ci contraddistingue da altre elaborazioni collettive è che vorremmo tentare di dare voce a una presa di posizione intersezionale opposta al classico discorso legato ad analisi, commenti, autorappresentazioni politiche e opinioni: pur essendo legittime tutte queste ultime, riteniamo che ci sia una sottile differenza tra “avere” una posizione (il campo delle opinioni, soprattutto nell’era dei social, si dispone su un campo così vasto e sconfinato che sarebbe veramente una fatica improba attraversarlo con la pretesa di “fare egemonia” tra le posizioni contrapposte) e “prendere” una posizione, che implica un coinvolgimento emotivo, affettivo, quando cioè in ballo c’è il nostro corpo e ci sono le possibilità che i nostri incontri, anche i nostri discorsi e i nostri ragionamenti, producano qualcosa di positivo, un di più di gioia e di composizione comune. Viviamo un tempo nel quale è difficile, se non impossibile, costruire percorsi collettivi che siano felicemente intersecati con le volontà di essere singolarmente attivi, capaci di spendere le migliori energie individuali perché spesso questi tentativi si scontrano con la volontà di un soggetto egemone che propone la delega ai suoi associati, a cui chiede semplicemente di assumere un tono uniforme, un vocabolario collettivo, un linguaggio unico che chiuda ogni possibile fuga in avanti o divergenza. In questo stesso tempo, però, già l’emergere di un richiamo urgente alla pratica politica dell’intersezionalità ci porta a dover fare un passo in avanti: contro la gerarchia delle lotte, contro l’immagine del militante umano-maschio-lavoratore-occidentale siamo costrett* ad attraversare le varie faglie che il capitalismo oggi propone nel suo tentativo di riduzione ad uno dei vari mondi che esistono e potenzialmente potrebbero esistere: il transfemminismo queer, il superamento della dicotomia animale-umano, la lotta alle frontiere, non c’è nessun tema che oggi possa pretendere di zittire discorsi e pratiche di un altro percorso, ponendo una riduzione già in partenza delle pratiche di lotta. Attraversando questa realtà, tra le pieghe del molteplice, cercheremo di aprire qualche spazio in più di incontri, di complicità e relazioni solidali.